CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Sono finiti i cerchi

I cinque cerchi sono finiti e se ne parla nel 2020. Se ne riparlerà in giapponese, quindi … Ripassiamo un po’ il verbo nipponico. Giusto per non fare le solite figure, che rischiamo di fare, appena lasciato il suolo italico.

Cambiamo discorso, anzi, rimaniamo giusto per ricordare che in questi giorni ci sono i Giochi Paralimpici. Olimpiadi per le diverse abilità. Mi sono molto cari questi giochi, vuoi per l’impegno di volontariato che ho nei confronti dei più fragili tra di noi, vuoi che sinceramente mi diverto di più a vedere un diversamente abile demolire un record mondiale che vedere correre Bolt. E di record ne ho visti demoliti come se nulla fosse. La linea del record che rimaneva soletta alle spalle del nuovo vincitore e la fierezza, la gioia che riesce a trasmettere lo sguardo di chi ha vinto, ma anche di chi ha perso. Perché lui ci ha provato e ha giocato fino in fondo, anche se ne uscito sconfitto                   bandparalimpic2016

Intanto che Rio de Janeiro è per un momento ancora l’ombelico del mondo, questa estate è ormai agli sgoccioli. Undici giorni e sarà da archiviare. Mi vengono in mente i Righeira, con il loro tormentone degli anni ’80 “L’estate sta finendo”. Praticamente una vita fa.

Di questa estate ricorderemo, se mai ce la dovessimo dimenticare, la precarietà del nostro territorio e di come, come sempre ci scordiamo da una volta all’altra di far opera di prevenzione e di conoscenza. Perché conoscere è prevenire e prevenire è anche allungarsi l’esistenza nei migliori dei modi.

Vallo a spiegare, adesso ai 296 nostri concittadini che non ne sapevano quasi niente. A tutte quelle occasioni perdute, che non conosceremo mai. Tutti quei bambini, ragazzi, giovani, che non vedranno la fine dell’estate 2016. La loro estate è finita il 23 agosto. Non sapremo mai cosa ci siamo persi. Quanti di loro avevano nelle mani, nel cuore, nella testa quell’idea, quel ragionamento, che avrebbe cambiato l’esistenza , il corso delle cose. Il cambiamento c’è stato, è vero, ma è cambiato a loro insaputa. E’ cambiato per noi, per quanti sono rimasti a ricominciare da capo una vita. Ricominciare anche quando la copeta è corta, in tutti i sensi. Eppure …

Il cerchio si è chiuso, è finito, adesso occorre inventarne un altro e pensare come riuscire a chiuderlo, perché questo ci tocca. Fare cerchi e farli bene, che a quadrarli, da che mondo è mondo, nessuno ci è riuscito. Almeno per ora … Domani, chissà …

Ci sono a cinque cerchi

Dato e assodato che ci sono e anche a cinque cerchi e non a cinque narici … Guarda che ti ho visto mascherina !!!

Ci sono, dicevo e sono emozionato. Al di là delle medaglie conquistate dai nostri baldi atleti e naturalmente in discipline che nessuno, o almeno la maggior parte degli “sportivi” non s’incula per il resto dell’anno (Perché volete forse sostenere che esistono folle oceaniche che vanno ai campionati, di qualunque genere di Skeet o di tiro con l’arco o di judo?) Sono stato arciere anch’io e alle poche competizioni cui ho partecipato, non ho visto la moltitudine. Anzi i soliti quattro gatti, che si barcamenavano tra il campo di tiro e il bar. Dunque ..

No. L’emozione e non poteva essere altro che quelle del rugby 7. Lo so non é il XV, classico canonico universalmente accettato e giocato, adorato e odiato secondo le scuole di pensiero. E’ solo giocato a 7 con le stesse leggi (modificate giusto senza sminuirne l’essenza. Lo stesso campo e il medesimo punteggio. Varia solo la durata 10 minuti per tempo per gli ometti e 7 minuti per le femminucce.

In compenso una valanga di mete, una velocità di gioco e un divertimento assicurato. E qui scopriamo delle vere novità. Saltano fuori squadre e nazioni che mai più avremmo immaginato. Il Kenya? Ma da quando? Ma quando mai?! La Spagna, normalmente in un cono d’ombra nel XV, nel Seven ha una squadra che è andata alle Olimpiadi.

Ma nel Seven è una questione squisitamente meridionale. Nel senso che è nell’Emisfero Sud di questa povera terra, che emergono i veri campioni. Emergono da quegli sputi di terra persi nell’immensità dell’Oceano Pacifico.Fiji, Samoa, Tonga e se ci fosse qualche abitante in più Le Isole Marchesi,  Le Salomone, Vanuatu e gli altri atolli di cui ignoriamo il nome, ma che evocano immagini di languida bellezza, di ozio, di eterna vacanza, di una giovinezza senza fine.

Ora ciò posto per le donne ha vinto, ma non così facilmente l’Australia. Il torneo femminile è stato tosto. In campo c’erano compagini che tecnicamente e fisicamente si eguagliavano un po’ tutte e si è subito capito sin dall’inizio che avrebbe vinto, partita dopo partita, che ne aveva di più delle altre. In fisico e tecnica, in tenuta e volontà. Le “Cangure” appunto. E non che le avversarie fossero teneri fiorellini. Nuova Zelanda, Francia, Gran Bretagna, Canada, Stati Uniti, Colombia, Sud Africa. Insomma i “soliti noti” Con Colombia Giappone e Brasile a far figura. Per ora, perchè le prossime Olimpiadi si svolgono in Giappone e i “samurai” hanno sconfitto gli  All Blacks. Tenetelo a mente. Certo è che il rugby del Sud in questi anni si sta dimostrando il migliore. Nel ranking mondiale i primi quattro posti sono occupati da neozelandesi, australiani, sud africani e argentini. Almeno con gli uomini. Per le donne Inghilterra e Francia hanno il loro peso specifico e lo fanno sentire. E qui c’è la sorpresa … Le nostre fanciulle sono la bestia nera per molte squadre europee. Per le scozzesi e le gallesi in primis. Le suonate nel Sei Nation oltremanica le sentono ancora.

Torniamo a noi. Finito con le donne ecco gli ometti e qui iniziano le sorprese. All Black affondati dal Giappone e poi nel proseguo del torneo si spengono fino ad arrivare a metà del tabellone. Quinto posto. Lo avreste mai detto? No! Sicuro.

Il torneo lo vincono le Fiji. Demolendo, polverizzando letteralmente la Gran Bretagna in finale: 43 a 7. Ho seguito la finale nell’ora del lupo e ne sono uscito come in un sogno. Tosti, duri, decisi, mai domi e amanti dello scontro fisico e ho capito che fare a sportellate con loro c’è solo da guadagnare ecchimosi, contusioni, commozioni di vario genere.  Fuori campo poi … I supporter sono meraviglioso. Oltre alle parrucche azzurre, le bandiere come abiti c’erano quelli che invece in costume quasi adamitico danzavano e incitavano la squadra con la “Cibi” o “Thimbi” haka. La danza propiziatoria agli scontri. L’haka fijiana, come quella maori digli A.B. o come la “Sivi haka” di Samoa. Il popolo dell’Oceano ha in fondo usi e costumi simili e lo dimostrano.

Il bello di questa squadra è la coesione, la fede in ciò che fanno, la cieca costanza che non è stupido fanatismo, ma consapevolezza, coscienza, responsabilità dei e nei propri mezzi.

Hanno stupito tutti anche la momento della premiazione. Ogni atleta si è inginocchiato dinnanzi alla Principessa Anna, che come Presidentessa, anche se onoraria, del Board Scozzese aveva tutti i diritti di premiare i vincitori. Ora le Fiji hanno un rapporto un po’ complicato con mamma Albione e non perdo tempo a districare la matassa politica. Dinnanzi alla Princess, però … C’è tutta la storia dell’Impero e ci potrebbero essere anche gli occhi di “Zia Betty” che li guardavano. E “Zia Betty” è sempre e lo sarà per sempre “Zia Betty”. Meglio inginocchiarsi senza tante storie.  Poi inginocchiarsi, per inginocchiarsi non solo la squadra, ma un intero popolo l’ha fatto, dopo la vittoria. Pregare per loro è una parte fondamentale dell’esistenza. E pregare per la riuscita dell’impresa è stato naturale. Se guardate su YouTube c’è il filmato di una famiglia che guarda la finale e gioisce al momento della fine, ma subito dopo il capo famiglia raduna tutti per la preghiera di ringraziamento. Anche gli atleti in campo l’hanno fatto. Forse a molti sarà sfuggito e lo sarà anche alle riprese televisive, ma vi assicuro che lo hanno fatto. Ricordo a Modena nei test matchs invernali. Finita la partita, tutti in circolo per la preghiera. Ora quando la squadra rientrerà, bhè quel giorno il 22 agosto se non sbaglio sarà giorno di festa nazionale e così per il futuro. Perché quella medaglia d’oro non è solo di quegli atleti, ma è di quell’intero popolo.

Uno sputo di terra perso nell’immensità dell’Oceano Pacifico, ma nel cuore degli dei del rugby.

Il Bislungo

Olimpia     Ovunque3

Ci sono …

Ci sono, ma … A cinque cerchi. Questo è il momento.

Se non ora, quando ?Olimpia

 

Non ci sono …

Non ci sono più i sogni di una volta

Ufficio facce – Agosto 2016

NEW_UFFACE

Rifacimento

Mi sto rifacendo una verginità. Niente di che …

Una qualunque.

Scusate il disagio.

Ufficio Facce – Luglio 2016

NEW_UFFACE

Il confine

I tempi della maturità sono ormai lontani. Metà anni settanta. Ne conservo ancora un buon ricordo, forse perché quel sentore di fifa ormai è quel che è: un ricordo. Eppure, nel leggere le tracce dei temi di quest’anno, tra tutti, mi ha colpito proprio questo: il confine.

Il confine cos’è? Un luogo mentale? Fisico? Spirituale? Oppure è il frutto di lunga, elaborata ancorché contraddittoria unione di tutte e tre. Il confine è mentale. Circoscrive la mente di ciascuno di noi in un luogo ove i nostri pensieri prendono vita, si trasformano, mutano, muoiono in base ad eventi interne ed esterni a noi. Nella nostra mente e confinati lì rimangono. O meglio rimangono fino a che non ci vediamo disposti a farne partecipe gli altri. Potrebbe essere una coercizione, un piacere personale, un obbligo sociale, però ricordiamo sempre che è nei confini mentali che tutto avviene. Questo perché siamo disponibili a far attraversare quel confine ai pensieri altrui. Che provengano dal nostro vicino: genitore, amico, docente, o che provengano più in generale dalla società, noi permettiamo ai pensieri degli altri di attraversare quel confine. Quindi è un confine permeabile. Almeno in parte. Visto che è volitivo far accedere o meno alla nostra mente. Tale parrebbe anche il lato spirituale. Coltivare o meno lo spirito è si un atto cosciente e voluto. Accettare o meno che lo spirito faccia parte della nostra vita pone già il primo confine, attraversato il quale le varie forme spirituali, una volta individuate, saranno base anche del tuo pensiero. Tanto che i confini tra i due mondi tendono a sparire e per certi versi diventare uno solo. Ciò che invece è unico ed evidente è il confine fisico. Il “soma” di ciascuno di noi ci posiziona nello spazio che ci circonda. E’ il passaporto per relazionarci con gli altri. E’ ciò che vedono gli altri, prima ancora di attraversare, se loro concesso, gli altri due confini. Quello mentale e quello spirituale. Il confine fisico, può essere piacevole oppure no. Gradito o sgradito secondo i luoghi, le culture. E’ disdicevole mostrare il piede nudo, nella cultura orientale. O il tatuaggio o il mostrarsi a capo scoperto. Così è il contrario nell’occidente, il fatto di intabarrarsi da capo a piedi. Di soffiarsi il naso senza l’ausilio di un fazzoletto o di mangiarsi uno stufato di cane con cavoli e patate. lasciamo perdere i confini alimentari che ci sarebbe da scriverne più e più libri. Non è questo il punto. Piuttosto il corpo rimane il confine principale che abbiamo nei confronti degli altri e altrettanto lo sono i corpi degli altri. Confini definiti, imperfetti a volte, ma che configurano la persona cui appartengono.Ne danno una prima classificazione, già solo dai tratti somatici, colore della pelle, occhi, caratteristiche somatiche precise. TI proiettano in un mondo, in una società, in una cultura e solo in modo superficiale, è vero. Vedi un occhio a mandorla pensi al cinese, mentre stai osservando un cambogiano, un vietnamita o laotiano. Pelle scura, pensi all’Africa, ma chi ti dice che non sia nato a Baton Rouges o a L’Habana? Il confine è ingannevole e non solo quello fisico anche gli altri due lo possono essere. Pensi di rapportarti con un affabile signore, mentre in realtà è un sociopatico, che in ogni momento potrebbe farti a pezzi. Credi di confrontarti con un ateo due e puro, invece è intriso di una spiritualità tale, che la tua a confronto è quella del bambino al primo anno di catechismo. Solo che la maschera così bene che sei convinto della giustezza del tuo assunto. Il confine è quindi difficile da ipotizzare, definire. Ha un significato troppo sfaccettato, per poterne venire ad una.

Prendiamo un classico. Il confine geografico. Sembrerebbe più semplice da spiegare. E’ una linea immaginaria, che traccia la cesura in un territorio tale da rendere le parti ottenute, alle nazioni che si affacciano al quel confine. Stabilisce il limite dell’una sull’altra. L’area di appartenenza e di pertinenza della terra abitata da quel popolo, da quella nazione. Ora l’appartenenza è importante. Qualifica e stabilizza le persone, le cose a loro afferenti. E’ una pietra angolare del tessuto sociale, culturale dell’uomo e questo da sempre. La trasformazione dalla banda, alla tribù e da questa alla nazione come popolo e alla nazione come entità fisica propria non è stata  una passeggiata di salute, ma neppure si è mai interrotta o ne è stata mutilata la sua nascita. Anche fosse stato un mero tentativo. Anche li, l’idea del confine c’era. In nuce, ma c’era.Certi confini geografici, poi hanno pesato, più di altri. Prendiamo la “Cortina di Ferro”. Era il taglio netto tra due mondi, due culture, due società. O meglio tra due sviluppi di società. Da una parte quella nata e cresciuta in un clima di democrazia, mai perfetta, ma comunque, sempre ed in ogni caso, perfettibile. Con uno sviluppo culturale adeguato al clima politico, sociale ed economico. Dall’altra un mondo ad una dimensione con un’unica visione e uno sviluppo raccordato a quella visione. Quale sia o sia stato il migliore, non sta a me dirlo. Una risposta la Storia l’ha già data, e tanto mi basta. Però quel confine è stato per anni un simbolo di chiusura di una parte verso l’altra. Anzi la chiusura è stata reciproca. La si è imbevuta di paura, di mistero e di mistificazione per dirla tutta. Un tale confine non può essere dettato che dalla paura,innata direi, dell’uomo nei confronti del suo prossimo. Questo da sempre. Ogni banda, tribù, nazione ha un proprio territorio dove vive, si riproduce e trova di che vivere. Se arriva lo straniero, il diverso da quell’entità, arriva il nemico, colui che vuole sottrarre un qualcosa. Come nemico va combattuto, possibilmente vinto e scacciato. Allontanato dai confini. In fondo i migrati di questi tempi, se non bui, certamente di un brutto grigio scuro certamente, non sono forse quell’emblema. Arrivano a frotte e da una parte vengono considerati un’opportunità, dall’altra un danno se non peggio. Ecco che anche in questo caso il confine è dal significato incerto, labile, gonfio di ogni contrario. Il confine è l’immagine delle nostre paure, dei nostri cattivi pensieri delle personali e collettive avidità. Certi valori sono sminuiti o diminuiti, nella gerarchia sociale odierna, mentre ne acquistano in vigore altri, che pensavamo ormai nel dimenticatoio.

Forse questo è il tempo in cui viviamo, quasi costretti, su di un confine. Non sappiamo bene quale sia, ma sentiamo che esiste, pulsa vivendo dentro e fuori di noi.

Dobbiamo attraversarlo oppure …

Pulizia

Vengono i giorni in cui devi, obbligatoriamente, fare pulizia. Pulizia fisica e con una bella doccia o un bagno con tanto di ammollo è quel che ci vuole. Pulizia mentale: decidere dopo attenta, ma anche no, riflessione che certe sovrastrutture della mente, vanno eliminate, gettate nell’indifferenziata e tanto basta. Poi ci sono le pulizie della casa. Non quelle praticamente quotidiane. dar giù (Si dice così, no?!) la polvere. Passare l’aspirapolvere. lavare i vetri, lavare i pavimenti,. dare le cerea nella giusta situazione, fin per carità. No, neppure quella canonica di Pasqua e quella prima dell’inverno. Assolutamente. Pulizia perché dai il bianco in casa!

Vengono gli imbianchini e allora, da ogni luogo emerge di tutto. Anche i ricordi, perché sei obbligato a ricordare chi ti ha donato quell’orribile “roito” che fa bella mostra di se, apodittico e sfavillante nel centro della sala. Devi sapere cosa serve quel “coso”, che ha una “cosa” che da una parte emette suoni e luci e dall’altra va collegata alla rete elettrica, ma che dopo poco rumoreggia in maniera inquietante, emette un gemito elettronico, fumo e puzza mefitica e muore. Senza spiegazioni ne avvisaglie. E poi centrini, carabattole e finalmente la pila anti panico, la cassetta degli attrezzi dove ci sono gli attrezzi che hai dovuto ricomperare e che fanno bella mostra nell’altra cassetta degli attrezzi che attualmente è introvabile. E poi vuoti la biblioteca e saltano fuori libri che non ricordavi di aver comperato, ma soprattutto e, questo è lo sconcerto, hai letto certamente.E poi allontanando i mobili dalle pareti, staccando i quadri, le mensole ti rendi conto che non solo ci sono gli aloni lasciati dal riscaldamento, ma i muri trasudano anche un odore che ti ricorda il fumo freddo, stantio. Un odore che attualmente ti fa star male., da buon ex fumatore. Sono due anni oramai che abbiamo smesso, Artemisia, la mia e il sottoscritto. Credevo che fosse più difficile e invece. Forse perché era venuto il momento di abbandonare definitivamente quelle bionde e dedicarsi ad un altro tipo. Va bene quella è un’altra storia. però … Che storia! Basta. Passata la buriana dello sposta, metti fuori, chiudi nel garage viene il momento di rimettere tutto a posto. O meglio avere l’occasione di fare opportuni cambiamenti. Innanzitutto eliminazione totale e massiccia dei “roiti”. mai frequentato così tanto la discarica, o meglio. l’isola ecologica del paesello.Rivoluzionare i quadri appesi alle pareti. Quel paesaggio, prima  sulle scale, passa in sala. La stampa della sala va nell’avanstudio e vicino alla finestra la placca dipinta da Artemisia, la mia. Poi viene il momento della libreria. Quasi millecinquecento titoli. Libri che ero sicuro di avere e c’erano e finalmente sono riemersi dall’oblio. Altri invece hanno preso la  strada dell’orto. Ben inteso nella mia vita ho gettato via solo un libro, ma l’ho fatto per il bene dell’umanità. Brutterrimo ed orridoso !!! Fidatevi. No , ne ho regalato una cesta da panettiere ad un’amica. Una cinquantina di titoli che sinceramente non avevano più senso per me.e fatte passare altre tre avrò un quadro completo della situazione. Ben inteso la biblioteca di casina bella, qui al paesello. Perché quella che ho a casa vecchia e li ci sarà da divertirsi. Sfioro il migliaio e anche lì ho delle chicche mica da ridere. Ad esempio i primi cento titoli degli “Oscar Mondadori”. Quando costavano £. 350 cadauno. Una ventina di volumi  del “Reader’s Diges”. Non la rivista, ma i volumi che derivavano dalla rivista .e poi libri di società editrici che oramai sono scomparse. Libri di autori che non sono famosi, ora. Ma che lo sono stati nell’altro secolo. Pitigrilli ad esempio. Poi Edizioni ormai introvabili. Collane scomparse nell’oblio. Autori sconosciuti ai più. Sfido chiunque a dirmi chi ha scritto  “Il calice di Vandea”?. Insomma non sarà uno scherzo anche quella di pulizia. E poi chissà che non venga il tempo di fare un altro tipo di pulizia.

Se son rose fioriranno, sempre che primavera permetta,soprattutto questa.

Festa

Primo maggio, festa del lavoro. Festa in che senso?

Nel senso che al lavoro hanno fatto la festa, come dire .. La pelle?

Nel senso che hanno trovato il lavoro e come per tutte le scoperte epocali, va festeggiata?

Nel senso che quando si trova, proprio perché lo si è trovato, l’evento non può sfuggire almeno ad una bicchierata tra amici?

Nel senso che si voleva far festa e si è deciso: massì, dai, festeggiamo il lavoro, che adesso non mi viene nient’altro.

Nel senso che dopo la festa della liberazione, con quella del lavoro c’è un sottile legame … Tipo:  ce ne siamo liberati?

Nel senso che una volta aveva un senso e chissà che non ritorni di nuovo quel senso!

Buon Primo Maggio a tutti.

Il lonfo del venti aprile

Il Lonfo non vaterca né gluisce
e molto raramente barigatta,
ma quando soffia il bego a bisce bisce
sdilenca un poco e gnagio s’archipatta.

È frusco il Lonfo! È pieno di lupigna
arrafferia malversa e sofolenta!
Se cionfi ti sbiduglia e ti arrupigna
se lugri ti botalla e ti criventa.

Eppure il vecchio Lonfo ammargelluto
che bete e zugghia e fonca nei trombazzi
fa lègica busìa, fa gisbuto;

e quasi quasi in segno di sberdazzi
gli affarferesti un gniffo. Ma lui zuto
t’ alloppa, ti sbernecchia; e tu l’accazzi.

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E sono sessantadue. Che uno poi dice che l’età … fà. Che cosa nin zo!

Ma fà!

#Hashtag

Per curarmi frequento palestra e piscina. Con alterne fortune e secondo le sensazioni che mi regala quell’avanzo di corpo che mi è rimasto.

Ora, dopo  un attacco di sciatica, che a raccontarlo neppure Poe potrebbe essere più terrificante nel descriverlo, sono ritornato in palestra.

Il risultato è  stato il seguente:

  1.  #hashtag = Ho riscoperto muscoli che non credevo di avere.

  2. #hashtag = Molti li ho usati.

  3. #hashtag = Mi hanno procurato un dolore inutile.

  4. #hashtag = Ho invocato la morte.

  5. #hashtag = Comunque fosse e comunque arrivasse.

  6. #hashtag = Non mi ha cagato di pezza.

  7. #hashtag = La morte.

  8. #hashtag = Stronza !!!

Cosa c’entra l’hashtag. Niente, lo so. Il dolore rimane e il fanculo anche.

Questo per chiarire che la palestra non sempre è sinonimo di “mens sana in corpore sano” .

Corpore … Bhè … parliamone, ma ….  Anche no.

#Hashtag.

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