CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Non andrò

Carissimi condomini, eccomi quà, a mia insaputa perso, in una notte persa a discettare sul mondo, sulle cose, sugli uomini, su di me.

Non andrò a vedere "Il sangue dei vinti" e vi spiego il perchè. Un film, secondo il mio personalissimo avviso, non riesce a rispecchiare il senso di un libro, anche se a quello s’ispira e ne trae giustificazione. Nulla può essere meglio del  dipanarsi delle parole sul foglio, che mettono in luce emozioni e sentimenti e più forte è il concentrarsi su di esse. Nel film distrae l’attore, l’attrice, lo scenario, poi ci sono gli altri, che assistono allo spettacolo. Con il libro sei solo con l’autore, in uno speciale rapporto d’intenti.

Poi il film parla di ferite non rimarginate, su cui ancora si sparge il sale dell’incompiutezza. Ci sono ancora tanti testimoni di quegli anni, di quelle vicende. Quanti di loro lucidamente hanno la visione totale dei fatti dall’autunno ’43 alla primavera del ’45.E’ vero tanti potrebbero raccontare per filo e per segno le cose accadute in un tempo, in un luogo. Ma è solo una storia delle mille srotolatesi. Altri ancora non credo che amerebbero ricordare. Forse pudore caratteriale, forse pudore di non ssaper raccontare gli accadimenti. Forse pudore d’esser troppo di parte. Di pendere per l’una o per l’altra, scivolando così in facili risse, d’accuse, mosse da rancor,non sopiti. Molti poi considerano quell’epoca morta e sepolta. Fu stagione d’odio, orchestrato sapientemente o incansapevolmente dai tanti che parteciparono. Pensiamo ai nazisti e tralasciamo per un momento luoghi come Boves, Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, le Fosse Ardeatine. I nazisti ci consideravano due dita di più che schiavi e tali avrebbero fatto di noi. I documenti parlano, non invento. Con abile mossa catturarono il senso più bieco del regime fascista,, lo allevarono e scatenarono gli uni contro glia altri. E pensare che questo sistema lo avevano insegnato al mondo, i romani durante il loro impero. "Divide et impera". lascia loro una parvenza di potere, su questioni marginali, che con l’impero non sono in contrasto. Lascia ai vinti la religione, seppur controllata, le imposte locali, balzelli per piccoli cesari utili però a soffocare i primi segni di ribellione ed usa la forza delle legioni per imporre la pax romana. Dai loro strade sicure ed agevoli, fiere per commerciare e richiedi l’obolo imperiale. Dopo di che falli pure scannare tra di loro. C’è sempre qualcuno che vuol divenire più realista del re. E così in Italia i rastrellamenti, il controllo del territorio, la polizia era affidata a quelli di Salò. Fantocci politici utili al grande reich. Il controllo, quello vero era in mano loro. Se tuo fratello ti perseguita, ti toglie spazio, libertà, continua imperterrito una guerra che oramai, non solo è perduta,ma è continua ed inesorabile fonte di depauperamento di uomini e mezzi; allore è inevitabile la ribellione , il voler scacciare lo straniero. Ed è altrattanto inevitabile che la sua reazione sia feroce e trovi, in un compiacente e servile alleato, il dito che aziona il grilletto.

Ho ancora nelle orecchie i racconti di mio padre che giovane e come tale, utopista ed affascinato dal momento, inseguì il sogno africano, iniziato anni prima e con avversa fortuna. Partito nel ’36, pensando come tanti di conquistare un posto al sole, dagli acrocori etiopici si trovò pochi anni dopo nell’inferno dell’Omo Bottego, pregando di uscirne vivo. Calpestò le sabbie di Zeila in Somaglia, trascinando il suo corpo ferito e di lì a Naywasha in Kenia, con l’orizzonte africano, di un filo spinato. Poi le nebbie ed il gelo inglese, con una popolazione già altezzosa per l’Impero e non certo tenera con chi l’aveva combattuta. Gli furono amiche angoscia e dolore ma la speranza di tornare e l’unica gioia di aver salvato la pelle e di sapere che suo fratello, che gli è sopravissuto, era passato indenne dal grande mattatoio e condivideva, in altre lande, la sua sorte. Sapeva dei suoi, che arrancavano sotto una plumbea cappa di terrore, schiacciati da una parte dai partigiani e dall’altra dai fascisti. Loro che vlevano solo continuare a vivere la vita dei campi, tra le vigne delle mie colline. Poi il ritorno il 24 marzo del ’46 e quel cartello, scritto in italiano ed in inglese, che fu il suo benvenuto in patria, sbarcando nel porto di Napoli. "Attenti ai ladri". Mi disse che allora capì, ed ebbe un senso il suo patire. 10 anni di vita gettati e nessuno li avrebbe colmati. Chi avrebbe colmato quel senso di vuoto che lo afferrò, violento, al suo ritorno a casa? Per mesi non volle uscire, incontrare gente e già tre persone per lui erano folla. Quella stessa, che un giorno nel campo di concentramento, quasi lo calpestava, in un momento di follia dei guardiani Kikuyu, che si misero a sparare all’impazzata sui nostri, rinchiusi dal filo spinato.

Anche mia madre, ebbe ad assaggiare il morso della "Bestia".Lei ragazzina percorreva kilometri tra le colline per giungere a scuola ed un giorno si ritrovò nel mezzo di un rastrellamento, con il giovani amici, compagni di scuola che fuggivano attraverso i filari, in dicembre. E sentì gli spari di mitra e fucile. Arrivare a casa viva, le parve un miracolo. Capì che la "Bestia" non era quella sussurrata la mattino, di nascosto, da quelli che avevano l’orecchio su "Radio Londra". Aveva sentito il lezzo della paura, dell’odio. Sapeva che molti, arricchiti improvvisamente, facevan mercato nero, si appostavano nei luoghi dei lanci, per sottrarre i rifornimenti, i pochi che arrivavano, dagli alleati. Pensate che quelli andranno a vedere quel film. Vi andranno, quelli che sfoggiavano i fazzoletti, chi rossi, chi azzurri, chi bianchi nelle domeniche paesane,in luooghi sicuri, millantando chissà quali crediti ? Non credo che ci andranno quelli che passarono tre anni alla bandita a fare veramente i partigiani. Uomini e donne che hanno creduto nelle parole libertà, democrazia, uguaglianza. Che sono riusciti per un momento a sopprimere il proprio egoismo, per un ideale, per una visione diversa della realtà. Non credo che quelli che con gli alamari, con i simboli del passato regime, abbiano piacere di rivedere tempi e luoghi. Non perchè sono stati perdenti allora, ma perché, in ciò che credevano giusto, si rivelò al fine un fallimento di vita. Raccolsero tempesta per il vento seminato.E poi passata la sbornia dei primi tempi, si riaffacciarono i vecchi lupi, travestiti da nuovi agnelli. Noi siamo un popolo che ha corta memoria. Forse perché sul nostro suolo, troppi sono passati e hanno preso , anzi arraffato, tutto quello che capitava. Siamo un popolo di allegri cinici. Brontoliamo e barbottiamo, ma il campanile è una delle priorità. Siamo un popolo di individui, che mal sopportano il vicino. Siamo italiani.

Lo so sono stato lungo, fors’anche dispersivo e a volte oscuro, ma che ci volete fare non credo al revisionismo, odio la "Bestia", non mi piacciono i piacioni ad ogni costo, gli arruffoni e gli arraffoni, coloro che insultano l’intelligenza prorpia ed altrui. E a ben pensare anche voi, in questo momento, non mi piacete molto. L’unico mio vanto : sono italiano.

Noi quelli del ’54 non lasciamo indietro gli amici

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