CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Architettonicamente parlando

Cari ospiti, sono mesi ormai, che vagabondo tra queste stanze.

Prima consideravo questo luogo come un condominio, tanto che all’inizio vi chiamavo cari condomini.

Poi l’allocuzione mi parve fredda e impersonale e cari ospiti, mi pare più gentile e consona.

Ora però credo sia più appropiato, chiamare questo luogo, non condominio, bensì quartiere.

Cio è dovuto al fatto che in una delle molti notti insonni, per poter aver qualcosa di babroso cui pensare per favorire un veloce ricongiungimento con Morfeo, mi son dato la pena di pensare come poter immaginare la struttura architettonica di questa casa. Come dice Camilleri "Notte persa e figlia femmina".

Infatti mi è balzata alla mente l’immagine di una "Favelas" carioca o di quelle smisurate bidonville che cingono Mumbay, Nairoby, Città del Messico. Non perchè questa sia paragonabile a quelle. Bensì, come si proliferano i luoghi , virtuali, dove appoggiamo i nostri sogni, le nostre parole, l’altra parte di noi insomma.

Se riuscissimo, a volo d’uccello, a vedere nel suo complesso questo enorme quartiere, che fa parte della megalopoli dei socialnetwork, ci accorgeremmo di come gli affini trovino casa, l’uno di canto agli agli altri.

Tante casette mononucleari a formare l’isolato dei poeti, dei pittori, dei venditori, dei filosofi e via via le più disparate arti. Ho trovato i  luoghi dei montanari, degli ortolani, dei subacquei e degli amanti degli animali in toto. Luoghi di dibattito politico, di forte spessore sociale. Case della fantasia per bambini e per  grandi (Queste anche con specifiche ben precise). Mi son trovato anche dei muri ciechi; i proprietari, per loro scelta, preferisco non avere visibilità. Ma ho trovato anche le stanze dei cazzari, perchè non ci facciam mancare nulla.

E queste cellule, sono collegate tra loro da una miriade di stradelli, viottoli, che uniscono le une alle altre, quasi a sovrapporsi in modo apparentemente confuso, in miriadi di ragnatele.

Al centro una piazza dove si erge monolitica, la casa del dott. Splinder. Grande immobiliarista, custode e vigile, giudice supremo, sindaco e giunta, anche psichiatra a suo modo, di questo quartiere.

In fondo chiedi una unità abitativa ed egli, magnanimo ti fornisce gli strumenti per abbellirla al gusto tuo. Invero di dona anche delle regole o meglio delle leggi, un po’ frutto di una sua emanazione costiuzionale, un po’ cassando consuetudini che  vengono in essere dalla frequentazione reciproca.

Tutto si svolge in apparente armonia e stasi, apparente perchè tra di noi si verificano nascite e morti, feroci dispute anche per futili motivi. E di solito son quelli che trasformano le amicizie: o in profonde voragine di acredine o un sublimi comunioni d’intenti.

D’altro canto, assistiamo a nascite di amori ed amicizie che si protraggono nel tempo e che sfociano a volte, in incontri anche fortuiti, ma spesso cercati, vis à vis, tra gli ospiti di questo quartiere.

Insomma Splinder ricalca ciò che è la vita reale. Forse quì abbiamo la possibilità, la fortuna o semplicemente la voglia di raccontare, dietro lo schermo di un PC, quello che siamo o che vorremmo essere.

A volte spaventandoci anche, perchè escono dai meandri del nostro spirito cose che mai più avremmo immaginato, o, molto più semplicemente, cose che non abbiamo mai letto sinceramente fino in fondo.

Questo vede il vostro vagabondo. Se volete: pensateci, scrivetemi oppure leggete soltanto una delle tante storie che ogni giorno si dipanano tra queste stanze, su questi viottoli.

Buon proseguimento.

Noi, quelli del ’54

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Un pensiero su “Architettonicamente parlando

  1. RedPasion in ha detto:

    che bello leggerti
    qui…
    e poi lì
    con altre vesti

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