CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “marzo, 2009”

Della religiosità

Cari ospiti, anche in questa notte persa, perso oramai nei deliri della mia avanzante senescenza, stabilmente a Nord Ovest di me stesso, mi trovo a riflettere non sugli effetti a volte balzani della forza atavica del maestrale, che governa le mie notti insonni, bensì su come la religiosità influisca sulla nostra vita e sulle nostre scelte.

Certo è che sono solo pensieri, per alcuni deliranti, cui non posso sottrarmi ai caustici giudizi, per altri invece questi sono condivisibili e condivisi; però non so per quale bislacco motivo, pensando alla religiosità, mi sono domandato: ma un ateo, un agnostico, quale religiosità potrà mai avere?

Forse è una contraddizione in termini. Chi è ateo o agnostico o peggio ancora indifferente, non è certo spinto da sentimenti che inferisco nella sfera religiosa, dato per certo che il problema non li tocca. Eppure un senso di religiosità, nell’accezione più ampia, deve pur permeare la loro vita. Non fosse altro che hanno per “dio” la mente e la ragione, il mondo empirico, piuttosto di quello spirituale. Non credo che siano scevri completamente di simili tensioni. Non concordo con chi vede in loro il vuoto dei sentimenti. Non li colgo così attaccati al mondo dei sensi, piuttosto che abbracciare, seppur per speculazione intellettuale il mondo dello spirito. Forse proprio questa ricerca speculativa, affrontata o con interesse meramente scientifico oppure con un sentimento avverso a tutto ciò che risulti metafisico, quindi alla di là realtà fisico-empirica dei sensi, risulti quella sorta di spiritualità, che li sostiene nella vita.

Diversa è la posizione di chi accetta e accoglie la metafisica, come stanza di vita. Accetta di vivere il sentimento religioso e lo declina come può e dove può. Il “religioso” accetta i dettami della religione abbracciata, di norma mantiene un atteggiamento fideistico e fedele verso i principi della religione, che diventano così i principi della sua religiosità.

Le grandi religioni monoteiste, ma anche quelle politeiste dettano quali siano i temi forti ai quali i fedeli dovranno guardare e adattare la propria vita. A ben vedere, sia le une sia le altre sfumano il proprio principio in una, a volte pletorica, serie di diversità proprio su quei principi che dovrebbero essere patrimonio comune di quel sentimento che unisce la religiosità. Prendiamo i cristiani: abbiamo cattolici romani, caldei, armeni, siriani, che si distinguono non solo per i riti, ma anche per il privilegio di certe figure rispetto ad altre.

Poi gli ortodossi di rito russo, bizantino, greco, che nella ritualità dei gesti e della confessione di fede si distinguono gli uni dagli altri. Che dire dei protestanti: luterani, calvinisti, anglicani e la miriade di sette che si sono formate nel tempo, venendo a contatto o con culture in via di formazione, ad esempio quella statunitense, melting –pop evidentissimo, oppure prendendo vie originali e autonome. Tutte hanno Dio al centro, ma a contorno le figure di Cristo, di Maria, dei santi e delle altre forme spirituali, assumono rilievi di maggiore o minore importanza secondo di chi si fa interprete o di chi intende declinarne le figure. In questi casi le fratture tra i popoli sono diventate per certi versi drammatiche e per certi altri incolmabili, paiono le distanze, che ancora adesso, dividono che so cattolici e ortodossi, protestanti e cattolici oppure protestanti e ortodossi. Sappiamo bene come le guerre in nome e per effetto delle imposizioni religiose, abbiano fatto non solo strage di uomini, ma anche di menti. Per secoli la convivenza tra cristiani di diversa confessione, sia cattolica, protestante, ortodossa, che per destino si sono trovate a vivere su di uno stesso territorio, è stata occasione per rivendicazioni dell’una parte sull’altra. Di sopraffazione che ha avuto seguiti immediatamente economici, politici, sociali. Non possiamo dimenticare gli eventi irlandesi, che trascinano ancor oggi gli effetti di situazioni venutesi a creare secoli fa, ma che hanno mantenuto e mantengono, per alcuni, ancora tragiche conseguenze. Mi domando se sia giusto incanalare l’esigenza di religiosità insita nell’uomo, che cerca al di fuori di se e dell’empirismo, che in fondo lo limita, qualcosa che possa dare delle risposte a quei rovelli che da sempre gli attraversano la vita. Inserirle in una struttura che come tale, per principi e per riti a essi collegati, limita l’espandersi dello spirito umano nella ricerca? Oppure riandare a quel singolarismo, che una certa cultura new-age auspica? E se proprio nella struttura religiosa, l’uomo può trovare le chiavi per attuare quella ricerca, proprio perché la religione, per sua struttura se ne è dotata? La risposta, qualunque essa sia però da l’impressione e forse, non solo quella, d’essere monca. Se l’uomo che tende alla religiosità trova appiglio per attingere a essa attraverso un’istituzione mono o politeista, come può quello che invece, per scelta o per motivi diversi, non può o non vuole attingere a quella, quale via dovrà percorrere? Sarà il suo viaggio più semplice o più arduo? Altrettanto può dirsi del cammino del primo? Non mi do risposta, perché implica una certezza su misura per il mio sentire fortunatamente non è universale, ma per me e non sempre è più che sufficiente. E’ solo una riflessione, sorta per caso al momento in cui uno si perde in una notte definitivamente persa. A Nord Ovest di se stessi.

 

Noi quelli del ‘54

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Ufficio Facce

Inizia la quattordicesima settimana dell’anno:

L’ Ufficio Facce  , proseguendo la tradizione delle pulizie primaverili, suggerisce :

via gli scheletri dagli armadi!!

Noi, quelli del ’54

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Improvvisamente

Cari ospiti, sodali ed amici tutti. Avrete notato che improvvisamente queste mie stanze si sono impreziosite. Mi è corso il sentito obbligo di esporre il premio "Dardos" che sia Fogliadivite e Esserinoebalena, blogger che si compiacciono di avermi tra i loro amici, mi avevano conferito a suo tempo.. Per mia la reale ritrosia, sono sempre stato refrattario a premi e onorificenze. Questi li serbo nel cuore, vedendo quanto siete presenti e attivi, nelle mie stanze. Sono felice quando, anche solo per un saluto, vedo i nick di quanti apprezzano i miei sforzi nel raccontare. A volte sono solo fanfole, a volte sono espressioni cui arrivo dopo pensamenti e ripensamenti che durano anche giorni. Questi passaggi li considero i veri premi. Ora però, vista la carineria di Fogliadivite, che ha avuto nei miei confronti, di prendere ed esporre lo stemma "Prodotto di Nicchia", nato per caso, nei miei soliloqui che tengo in auto andando o tornando dal lavoro, allora mi è venuto in mente che con altrettanta gioia e gratitudine dovevo anch’io appendere il premio che mi è stato dato. Il valore dell’amicizia, non è dato da un segno, da un’immagine, ma da ciò che c’è dietro quella. C’è la simpatia che una persona ti muove, c’è l’impegno verso un comune sentire o più semplicemente il solo piacere di, come nel nostro caso, leggere il frutto degli sforzi di un’altra persona. Noi tutti ci conosciamo per ciò che scriviamo, vero o falso che sia, sentito profondamente o solo frutto di qualche furtarello quà e là. Oramai credo che tutti noi siamo abbastanza smaliziati da capire ed apprezzare l’onestà culturale, ma soprattutto personale, del nostro sconosciuto interlocutore. A ben vedere negando di appendere sui miei muri quell’immagine, in cuor mio, sentivo di aver mancato in qualcosa. Non è mai troppo tardi per riparare, per riandare su antiche peste. Spero così, di aver colmato un vuoto, per piccolo o grande che sia, che ingiustamente avevo creato. Grazie a Fogliadivite e a Esserinoebalena per avermi ricordato che la gratitudine è un sentimento che è bello condividere.

Ora io non so se si può e come si può, ma mi piacerebbe donarlo ai tanti che vengono a trovarmi e che sentono in cuor loro che per un motivo o per l’altro il loro blog è un "Prodotto di Nicchia". Anche solo per sorriderci sopra e di un sorriso ne abbiam sempre bisogno.

Noi, quelli del ’54

 

Una Vita al Contrario

Questo è il  finale. Promesso. Buona lettura.

Una Vita al Contrario  – III parte

 

Grigio. Il soprabito grigio, di buona fattura in lanetta, morbido, la fasciava nei punti giusti, i tacchi martellavano il verde linoleum del pavimento, con tempo sincrono. Le mani stringevano nervosamente il bavero, chiuso. Gli occhiali, dalle lenti fumé, nascondevano due occhi, color nocciola, ancora gonfi di pianto recente, una ciocca di capelli biondastro, sfuggiva dal gran foulard che le avvolgeva la testa. La donna, spinse il battente della porta a vetri, entrò e si appoggiò al bancone; una volta bianco e lucido ora screpolato, chiazzato di caffè vecchio e sigarette lasciate consumare. Attese che l’infermiera avresse alzato la testa per guardarla.

          Buona Sera. Il dottor Procopi, per favore. Sono Giulia V. –

          Attenda – Compose il numero dell’interno.

          Dottor Propcopi, c’è la signora Giulia V. – Disse rivolta alla donna – Viene subito –

Giulia iniziò a fare passi nervosi dal bancone a una finestra, che mostrava quanto la pulizia dei vetri fosse di vecchia data. Soprattutto gli angoli mostravano un segno nero, che non lasciava adito a interpretazioni. Anche i muri, qua e là, mostravano le piaghe di scrostature vecchie e bolle di un’umidità, non del tutto eliminata. La pittura fiorita del muro, formava pallini simili agli smorti fiori di mimosa. Finalmente il dottore comparve.

          Buona sera signora. Come va? – L’accolse con un sorriso di circostanza – Mi spiace averla distolta dai suoi impegni, ma la situazione … Venga nel mio studio, che ne parliamo –

Giulia, seguita dal dottore, entrò nello studiolo. Si accomodò su di una vecchia poltrona, che aveva visto tempi migliori. Il dottore esordì:

          Arrivo subito alle ultime novità, che purtroppo non sono buone. Giovanni ha avuto un’altra crisi, questa volta inspiegabile e molto violenta. Tanto che temevamo per la sua incolumità.- Si prese una pausa, poi continuò.

 – Ora signora ho pensato, che sarebbe utile un colloquio tra lei e Giovanni, giusto per capire cosa può aver scatenato l’improvvisa furia. Lei se la sente? –

Giulia si tolse gli occhiali. Aveva gli occhi lucidi che diedero la risposta. Il dottore si alzò, aprì la porta sulla destra. Sul letto, legato, Giovanni stava lentamente emergendo da quel sonno artificiale indotto qualche ora prima. Tirando su dal naso, Giulia entrò e si fece forza Diede una carezza a Giovanni. La sua barba ispida, non rasata da giorni, le urticò la mano, dalla pelle bianca e ben curata.

          Giovanni, come stai? – esordì, sempre carezzando quel viso scavato – Come ti senti?

Giovanni, a quella voce, aprì gli occhi e tentò di levarsi, ma le cinghie, non gli permettevano movimenti. Fissò Giulia, prima con un’espressione vuota poi piano, piano, prese confidenza con i lineamenti della donna e sulla sua faccia scavata si disegnò lentamente una smorfia.

          Cosa vuoi? – esordì – Sei venuta ancora a mietere un’altra vittoria? Non sei abbastanza sazia del dolore che mi procuri? Sei venuta nuovamente a lanciare la mia vita nel cassetto? –

          Vattene – poi continuò – Dov’è il mio libro? Pubblicato come lo scrittore R., immagino. Una lercia accozzaglia degna dei peggiori libri di ginecologia. “IL suo membro si eresse verso di me, come stele granitica!”. Aaah da premio Pulitzer. Oppure è in vetrina, come la poetessa S. Il verso compatto di una mestruata perenne. Da compattatrice. Lei e quel guazzabuglio di parole insensate, cui ho gettato sangue per dare ritmo e tono. Oppure è in concorso per un premio come L. Inarrivabile mestatore di anime. Colui, che per una miserrima recensione venderebbe famiglia, te, me e chissà chi altri. Se non era che ho gettato palate di punteggiatura, giusta al posto giusto, a quest’ora sarebbe ancora un misero mezze maniche ad ammuffire in qualche sotto scala. – Le parole gli uscirono in un crescendo di tono. –

          Non tirare in ballo i figli – soggiunse facendo ingrossare di più le vene del collo – Esempi maldestri dei tuoi più che maldestri, erratici mercimoni. –

Giulia, non parlò, ma prese ad accarezzarlo ancora e poi ancora, nella speranza che quell’ispida barba ferisse le sue mani. Le piagasse, per farle entrare più profondo il dolore suo e di lui, nell’anima. Perchè continuava ad amarlo. Continuava a provare quel sentimento, che un giorno dopo l’altro si era trasformato, seguendo il corso della pazzia di Giovanni, in compassione amorosa, senza la quale non riusciva più ad andare avanti. Non le importava, se tutte le volte le parole dell’uomo la ferivano. Non le importavano gli insulti, anche feroci, di una cattiveria gratuita che portavano solo a farle sanguinare il cuore. Giovanni voleva solo distruggerla e lei, ogni volta si faceva distruggere, quasi a pagare il pegno di una colpa immensa, senza fine.

          Non dirmi così Giovanni, sono venuta per vederti, per stare con te. Perché non mi dici che sta succedendo. Non torturarti con quel libro. Non torturare anche me, così, all’infinito. Perché batti lo stesso tasto, così insistentemente. Perché? –

          Perché? – Rispose Giovanni, tra i singhiozzi – Perché? Perché la mia vita è finita in un cassetto! Perché si sono approfittati di me. Perché tu ti sei approfittata di me. Sei tu – e cambiò tono di voce, facendola stridula, – che non vuoi, che io pubblichi il mio romanzo! Non vuoi dividere la gloria e gli onori. – La voce diventò profonda Solo tu vuoi tutto e tutti devono essere ai tuoi piedi.- Poi in un soffio – Devono strisciare, leccarti i piedi, devono … –

Poi la voce si spense in gola. Girò la faccia dall’altra parte, cadendo in uno stato catatonico, improvviso.

Giulia capì che il colloquio era finito. Tra le ultime lacrime, si alzò dal letto e uscì dalla stanza. Sulla porta aperta era rimasto il dottore, che scuotendo la testa cinse le spalle di Giulia con fare amichevole. Il tentativo era fallito.

          Signora – spezzò il silenzio il dottor Procopi – Scusi, ma è un qualche tempo che desidero farle una domanda.  Di che romanzo si tratta?

          I Promessi Sposi – disse in un soffio Giulia.

          Ah un remake, oppure una nuova interpretazione di un grande classico? – 

          No, l’originale.

Rispose Giulia, scuotendo la testa sconsolata.

 – Firmato da lui

 

FINE

Capehorn o  Carlo, come preferite.

 

Ufficio Facce

Visti gli atti depositati e sentito l’autorevole parere della Commissione viene ufficialmente sancito che:

L’Ufficio Facce è un Prodotto di Nicchia!!

L’Ufficio Facce!!

La porta sbagliata II parte

Cari ospiti, sodali amici delle mie scorribande, come promesso aggiungo la seconda parte. Spero che vi sia gradita come la prima.

Ah dimenticavo, è in incubatrice una terza parte a chiusa definitiva de "Una vita la contrario".

Naturalmente in – Sniffavamo Coccoina – Lì è nata e lì deve terminare.

Buon divertimento.

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Qualcuno aveva scoperto lì il sesso e anche lui aveva partecipato alle maratone masturbatorie della giovinezza.

Lì aveva fatto per la prima volta l’amore o forse qualcosa che gli somigliava. Un tempo che ora non si sentiva più di portarsi appresso. Raggiunse l’ansa e finalmente trovò quei quattro gradini, scavati nel tufo della riva, che permettevano di risalire agilmente l’argine. Il viottolo che portava alla casa, lo trovò quasi subito, non ancora coperto dalle foglie dei molti alberi all’intorno. Dopo pochi minuti era in quella stanza, si appoggiò al muro e di colpo si addormentò.

Dall’altra parte del fiume intanto gli uomini della legge erano arrivati all’argine. Le pile scandagliavano le rive, i cespugli e i cani strattonavano i guinzagli, uggiolando e latrando. Sentivano che quella pista che tanto volentieri avevano seguito stava evaporando e non si davano pace.

Il più alto in grado, alla luce di una torcia, aprì una mappa dei luoghi.

-Più avanti c’è una passerella, andiamo là e proseguiamo le ricerche. Forza che la notte è ancora giovane.-

– No, non possiamo andare di là – fece uno dei conduttori dei cani-

– E perché? Di là è proprietà privata? Me ne frego del mandato. Stiamo inseguendo un evaso e non ci vuole nessun mandato. Ha ammazzato una guardia. E’ il secondo morto che fa e questa volta lo friggono. Aspetta che gli metta le mani addosso e lo porto io personalmente sulla sedia elettrica.

– No – fece una voce nel buio – non si tratta di mandati o altro. E’ zona militare!

Dal buio emerse un graduato, armato di tutto punto, in compagnia di alcuni soldati, parimenti armati.

– Questa notte ci sono i tiri notturni dell’artiglieria e colpiranno dall’altra parte del fiume. Quindi non si passa.

      Senti generale, di là c’è il mio uomo. Lo voglio, lo promesso ai miei superiori, che gli avrei portato la testa di quel bastardo.

      Io – serafico il militare – ho promesso ai miei superiori che nessuno, per nessun motivo, questa notte sarebbe entrato nell’area di manovra. Quindi, gentilmente fate dietro front e andatevene.

Così dicendo, alzò la canna del mitra che teneva sotto braccio, così come fecero gli uomini, che erano con lui e, dal buio, venne inequivocabile il rumore di un otturatore di mitragliatrice, che si era armata.

      Spero che i vostri, colpiscano duro e lo polverizzino.

Nell’aria intanto un rombo lontano, come di tuono, si udì appena, ma più forte, prima il sibilo e un urlo straziante, subito dopo. Un boato fragoroso nell’immediato troncò ogni discorso. Si gettarono a terra poliziotti, soldati, conduttori e anche i cani, spaventatissimi. Era iniziato il bombardamento.

Nella casa, al primo rovinoso scoppio, lui si destò e tentò goffamente, di levarsi in piedi, ma il dolore alla gamba non glielo permise. Si rotolò sino alla finestra, che mostrava ancora un moncone di vetro.

      Che diavolo succede? – si chiese smarrito e confuso

La zona fu illuminata da bianchi bengala, che lasciavano una vivida luce, spettrale e algida a illuminare una scena di prossima distruzione.

Vide passare da quella finestra due tracce rosse e sentì l’urlo scomposto dei proiettili che arrivavano e ancora lo scoppio tremendo e i calcinacci che cadevano, il vetro che si frantumava e la fuliggine antica che precipitava dal camino. Doveva uscire da lì, fuggire il più lontano possibile; lanciò ancora uno sguardo fuori e intuì che una nuova rossa scia si stava avvicinando e risentì quell’urlo scomposto. Poi basta. Non si accorse che il proiettile da 155 mm aveva polverizzato letteralmente la casa, creando al suo posto un cratere, accanto agli altri.

      Faccia i miei complimenti alla 3^ batteria – dichiarò il colonnello – Ottimi colpi, tutti a bersaglio.

      Sarà fatto, signor colonnello – rispose il capitano.

      Signore – il tenente incaricato delle comunicazioni si avvicinò compunto – il sergente sta rientrando con alcuni civili, sorpresi vicino alla zona di tiro.

      Come sarebbe a dire vicino alla zona di tiro ? – di rimando il capitano.

      A quanto pare … – continuò il tenente – Sono un gruppo di poliziotti che inseguivano un evaso e pare che quest’ultimo abbia attraversato il fiume.

      Un evaso ! – mormorò il colonnello, con un sorriso appena accennato – Mhmm … che abbia aperto la porta sbagliata?

Noi, quelli del ’54

C’è già il titolo

Cari ospiti, sodali delle mie scorribande. Ebbene sì cavalco l’onda della furia creatrice. Come sempre è la prima parte. La seconda, già è pronta. Prossimamente sui vostri schermi.

La porta sbagliata.

Buio. Qui trequarti di luna, non riuscivano a illuminare per bene i contorni del paesaggio all’intorno. Non era molto importante, quel terreno, quegli alberi, li conosceva bene. Li aveva impressi nella memoria, erano stati fino a pochi anni prima il luogo della sua vita. L’infanzia, passata in una catapecchia, schivando le botte di un ubriacone, che diceva essere suo padre. Asciugare le troppe lacrime di una madre, sfatta, dai troppi parti, dalle troppe bevute, da una vita agra e cattiva, che l’aveva resa madre troppo presto, che troppo presto l’aveva attaccata anche lei alla bottiglia. I suoi fratelli, ormai sparsi, in giro per il paese a elemosinare da altri, da estranei, quegli affetti, quell’amore negato per troppo tempo. Lui no non se ne era andato. Aveva sfidato suo padre e una volta, troppo esasperato dalle botte ricevute, troppo ubriaco quell’uomo rozzo e violento, gli si era rivolto contro. Aveva avuto la forza di picchiare e picchiare duro. In quella tempesta di pugni dati, in ognuno di quelli erano le lacrime versate, i lividi sopportati, il dolore di un figlio che vede anche una madre ormai arresa, vuota di sentimenti e piena solo d’alcool. Era la vendetta per i suoi fratelli, che come lui avevano sopportato, fino ad un certo punto quel clima di terrore. Lui era diventato, ciò per cui era stato allevato, prima un piccolo bullo, poi erano cominciati i furtarelli, gli scippi in un crescendo che lo avevano portato, con una pistola in mano dentro una banca e c’era scappato il morto. Punto. Il processo, la galera era solo tutto di conseguenza. Adesso però la fuga, da quel carcere, dalle sbarre, dalla costrizione di giorni sempre uguali, vuoti per lui. Senza l’ombra della speranza. Non c’era un domani per cercare un’occasione di riprendersi la vita, per ricominciare da capo dopo la catarsi. Niente di tutto ciò, lui voleva solo uscire, evadere, scappare. Sentirsi padrone di se stesso, in una sorta di anarchia costituzionale, che non era mai riuscito a vivere. Attraversò il boschetto, fatto di alti cespugli, rade betulle e un paio di pioppi. Si trovò tra le canne ormai gialle e smangiate del campo di granturco di Van Hool.

– Quel vecchio pazzo – pensò – Ha sempre raccolto il granturco a mano. Agricoltura biologica diceva e intanto, vecchio pazzo quanti soldi hai fatto. Per quante ore hai fatto lavorare quei disgraziati, che arrivati da chissà dove, venivano da te per un pezzo di pane, qualche ora di sonno dentro il tuo fienile e pochi maledetti spiccioli ? Eh, quanti Van Hool?  Sputò in terra a chiudere il discorso. No il discorso non è finito.

 – Verrò a trovarti Van Hool! Oh sì verrò e ti porterò via un po’ di soldi. Forse ti farò mangiare anche un po’ di granturco. Te lo farò mangiare nel porcile, accanto ai tuoi amichetti! –

La gamba gli diede una fitta. La pallottola forse si era mossa ancora un po’!

 – Stupida guardia. – pensò ad alta voce – Perché non sei stata ferma. Non hai messo le mani contro il muro, come ti avevo detto! No, lui ha voluto fare l’eroe. Gli ero sono tutti morti, ‘fanculo! –

 Sentì abbaiare lontano.

– I cani. Quei porci hanno i cani. Non conoscono la zona e allora usano quelle bestiacce. So come liberarmi anche di loro e poi mi libererò di questa pallottola! –

La luna illuminò il paesaggio all’intorno, un attimo, perforando quel tappeto di nubi scomposte, che fumavano in cielo.

Vide il viottolo e pensò che la salvezza fosse a portata di mano. Sì, il fiume srotolava le sue acque poco distanti, un centinaio di metri, non di più. Ormai era fatta. Strinse i denti per lo sforzo e per il dolore. In quell’acqua che immaginava fredda ormai, nelle notti d’autunno, la sua ferita si sarebbe lavata; il sangue si sarebbe fermato, ma soprattutto avrebbe fatto perdere le sue tracce, immergendosi.

Sentì improvvisamente scorrere la corrente. Il fiume. Lentamente e con accortezza si lasciò scivolare dalla sponda, un poco scoscesa, aggrappandosi ai ciuffi d’erba. Aveva avuto l’accortezza di fasciare la gamba un po’ più forte e la pistola della guardia in un sacchetto di plastica che aveva trovato per strada.

      Lasciano in giro tanta schifezza. Meno male che questa volta hanno lasciato qualcosa di utile – disse ghignando.

L’acqua, come aveva supposto, era fredda, ma lo aiutò a svegliarsi completamente. Il torpore dovuto alla perdita di sangue cominciava a farsi sentire.

Iniziò a nuotare lento andando verso il centro della corrente, che placida, lo stava trasportando sulle braccia. La luna forò ancora una volta la nuvolaglia e rapido gli apparve il ponte. Ponte è una parola, una passerella e dopo quella c’era un’ansa e il fiume aveva formato una grossa buca. Lì d’estate i ragazzi del paese venivano a fare il bagno, i tuffi, usando la grossa corda che penzolava dal ramo di un grosso pioppo, ancorato alla riva. Da lì, ancora qualche minuto e sarebbe arrivato alla casa del mugnaio. Una stamberga, diroccata, ma con alcune stanze asciutte e una in particolare, aveva un camino. Lì si andava dopo il bagno, si accendeva il fuoco, ci si asciugava, si fumava, si parlava, insomma era il loro rifugio segreto. Il suo e quello dei ragazzi del paese.

Noi, quelli del ’54

Disinteressatamente

Inizia la tredicesima settimana dell’anno:

L’ Ufficio Facce  consiglia: non siate gli adulteri di voi stessi!!

Noi, quelli del ’54

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Una vita al contrario II parte

Questo stesso scritto lo trovate anche quì:

http://coccoinomani.splinder.com/

Una vita al contrario II Parte:

Si alzò dalla sedia e ripassò ancora una volta le dita sul naso. Fece una capatina nel bagno per specchiarsi e per controllare che tutto fosse in ordine. Nell’uscire, prese il CD, dove sopra c’era il libro e salito in ascensore, si sentì pronto per affrontare i piani alti.

Quegli odori, quei profumi di legni e di fiori freschi, mescolati con le essenze di cui si cospargevano le ragazze di redazione e i dopobarba dei redattori, gli diedero una vertigine assoluta. Lui, così abituato al puzzo della sua stanza, agli odori degli scarichi delle macchine, al rancido di una vita trascorsa senza luce vera, se non quella di un neon, ormai ingiallito dal tempo, ebbe una sorta di capogiro. Lì, in quegli spazi c’era la vita, quella vera vissuta attimo dopo attimo, interagendo, guardando negli occhi l’altro e con finestre spalancate sulla città. Per lui, invece, solo un muro grigio di cemento. Una bocca da lupo carica di lerciume di strada, non più grigia, bensì nera. Una spessa barriera che lo divideva dal mondo. La signorina Giulia, quando lo vide arrivare, non poté trattenere un sorriso ironico, più che altro per l’accostamento, cravattone optical e giacchetta marrone, impiegatizia, di ultima categoria. Moda meno zero. Ridicola e improponibile. Se vestiva abitualmente così, non era assolutamente presentabile al nuovo open-space, che avrebbe riunito tutti gli elementi della casa editrice nel nuovo loft. No, assolutamente bisognava trovare una soluzione alternativa Lui si avvicinò, porgendo il compact. La signorina Giulia, prima lo fissò interrogativa poi si ricordò del favore richiesto. – Grazie – sorriso di circostanza; il compact lanciato nel cassetto e testa china sui fogli che aveva innanzi. Finito. Il mondo sprofondò e anch’egli lo fece. Si sentì lanciato senza paracadute in un gorgo infinito. Quel sentimento che lui aveva coltivato fu bruciato, annullato, calpestato con quel gesto. Il compact lanciato nel cassetto.

Ritornò nella stanza a fissare il vetro opaco dello schermo del PC. Una sorda, improvvisa rabbia gli montò dentro. Comprese confusamente che era stato usato, che il suo sentimento era diventato chiave di volta per una sordida storia editoriale. Ancora una volta il suo ingegno era stato messo al servizio d’ignobili scopi economici. Aveva fatto di lui uno zimbello, per quelle gole profonde, avide di denaro e di gloria. Sentì chiaro il rancore misto a livore trasformarsi in odio, verso tutti e soprattutto verso la signorina Giulia e all’improvviso, contro la sua natura di pavido sottomesso, esplose con una serie d’imprecazioni, chiamando la donna: laida meretrice e l’editore immondo escremento. Presa la poltroncina, iniziò a scagliarla sugli scaffali. Poi si lanciò come un kamikaze contro i muri, battendo più volte la testa e agitandosi scomposto, come un tarantolato.

L’infermiere, sopraggiunse subito, chiamando a gran voce aiuto e il medico di turno.

      Giovanni ha un’altra crisi. Dottore, venga subito !!

      Dategli del fenobarbital, una fiala immediatamente.

Altri infermieri intanto, riempivano lo spazio di quella stanza.

      Bruno, tienilo stretto e tu Giorgio, bloccalo a terra … Fatta l’iniezione, tienilo ancora un attimo, poi lo mettiamo sul letto. Giovanni stavolta l’hai fatta grossa, siamo costretti a legarti.

 Giovanni, ormai preda del sedativo, sentiva i suoi fantasmi andarsene, scivolare attraverso le sue vene. Abbandonavano la sua mente e sparpagliandosi in tutto il suo corpo in una sorta di diaspora, sarebbero rimasti silenti, fino alla prossima volta.

      Povero Giovanni si dice che lavorasse nella casa editrice “XYZ”. Era un correttore di bozze, anche in gamba. Poi la moglie …

      La moglie?

      Sì dai, la signora Giulia … e dai che la conosci. Pensa ha scritto dei racconti su un blog e glieli hanno pubblicati, diventando famosa.

      Lui è sbroccato?

      Eh già, poveraccio. Lui sì, che aveva scritto dei libri, ma … mai pubblicati, sempre dinieghi. Che vita al contrario eh!

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Noi, quelli del ’54

Grande Slam

Cari ospiti ora è veramente finito. L’Irlanda vincendo al Millenium Stadium di Cardiff, ha sigillato questo torneo con una doppia vittoria. Sui gallesi in casa loro e il Grande Slam, infatti non ha perso neppure una partita di questo torneo. Il secondo tempo poi con due mete e quel drop di O’Gara alla fine, è stato un vero spettacolo. Tanto che ha addolcito un poco la pillola di oggi pomeriggio. pillola amamara di cui ho già parlato. Quindi onore e gloria alla squadra vincitrice.

        COPPA 6N             TrifoglioIrlandese

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