CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Una vita al contrario

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Una vita al contrario – I parte

 

Si stirò, facendo crocchiare inaspettatamente qualche cartilagine della schiena. Un suono cupo e secco. Rimase un attimo perplesso, poi si rilassò completamente, sentendosi come svuotato.

Come la vaschetta dello sciacquone, dopo l’uso. Il paragone lo fece ghignare e non si sentì troppo distante dalla realtà delle cose. Sì, quella sensazione era l’immagine giusta, alla fine del suo lavoro.

In fondo, fare il revisore di bozze era un lavoro svuotante. In tutti i sensi. Doveva svuotarsi, nella continua ricerca di parole, similitudini, punteggiatura più consona. Nel frattempo, doveva operare uno svuotamento del testo, ricercare le ridondanze per eliminarle. Lui doveva evaporare le allocuzioni più insulse, riallacciare i verbi al soggetto, i predicati ai complementi. Era un lavoro lungo e difficile, sempre in bilico, tra la voglia di imprimere la propria orma e salvaguardare l’integrità del racconto.

Era il migliore, nella casa editrice. Conosceva gli stili di molti scrittori. Alcuni, dopo il suo intervento, erano assurti all’empireo. Aveva salvato romanzi, aveva creato miti, aveva anche consolidato amicizie, impensabili ai più.

Era un uomo di potere, che utilizzava con circospezione, con attenzione sempre su quella lama di cui prima.

Ora però dopo quest’ultima fatica si sentiva svuotato, veramente. Mai un testo lo aveva ridotto così. Non era per la difficoltà del linguaggio usato, o per la complessità della trama. Anzi al contrario, la trama era banale e sciatta, lui e lei, una casa in ristrutturazione. Cose già viste, già lette mille volte. Il linguaggio, colloquiale e farcito di termini di una psicologia dozzinale, da rubrica: “Lo Psicologo Risponde”, da giornaletto femminile trascurato e banale, per casalinghe imbevute di gossip, consunte, dal “vorrei ma non posso”.

No, non era questo il motivo, ma piuttosto come quella miserrima accozzaglia di fogli, quel supponente “tranche de vie” era planata sulla sua scrivania. La signorina Giulia, il suo sogno proibito, da quando era entrata in azienda, era venuta apposta da lui. Lei che non scendeva mai nel seminterrato, se non per andare a prendere la macchina, nel garage, due porte avanti la sua. Lei che ogni giorno indossava un vestito nuovo, un’acconciatura diversa; lei che non indossava, estate e in inverno, che sandali con il tacco del dieci, impreziositi da strass. Che portava occhiali dai molti colori, che odorava di fascino, sembrava avesse fatto il bagno nel sandalo, nel cuoio e nel tabacco, fragranze solo da uomo, che lei amava indossare. Lei che non indossava il reggiseno e le sue forme s’indovinavano sotto la seta delle sue camicette. Lei era scesa in quella stanza, intrisa di fumo (Lui non fumava, ma prima di lui Arturo, un vecchio proto, fumava una mistura puzzolente e vomitevole), carica di polvere antica, in mezzo a scaffali pieni di quelli che erano i resti di romanzi mai pubblicati, salme dei sogni di chi millantava essere il nuovo Calvino e non era neppure in grado di tracciare due parole sul giornalino parrocchiale. La signorina Giulia, quel giorno affidandogli il manoscritto, con voce suadente e carica di promesse, così gli parve, lo pregò di rendere leggibile quel mucchio di parole messe anche a caso. Si sentì sprofondare, colto da un improvviso torrido calore, accompagnato da un sudore ghiaccio. Diventò sicuramente rosso fuoco, ma la luce del neon, algida e impersonale non lo diede a vedere. Sì, avrebbe fatto di più, avrebbe reso quel manoscritto un nuovo “Via col vento”, avrebbe portato l’autore allo “Strega”, al “Campiello”. Dopo quella revisione, sarebbe stato immortale. La signorina Giulia, accompagnò la richiesta con una lieve carezza, su quel viso scavato, ruvido di una barba nera e ispida, bisognosa di almeno tre tagli al giorno, ma  che cresceva come certi bambù orientali. Dopo che se ne fu andata, si passò la mano sulla faccia, sperando di raccogliere quel profumo e annusò per lungo tempo le dita, assaporando fino all’ultima stilla, quell’odore. Immaginò lui e la signorina Giulia, anche nelle situazioni più sconce, sempre usmando quell’odore, che ormai era entrato nella memoria, penetrando nel suo animo, nella sua vita.

Domenica la seconda parte.

Noi,quelli del ’54

 

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7 pensieri su “Una vita al contrario

  1. Fogliadivite in ha detto:

    come già scritto di là, in attesa della conclusione 🙂

  2. capehorn in ha detto:

    @ fogliadivite = credo nelle sorprese

  3. CurlyzTerron in ha detto:

    curiosa come una scimmia di sapere come proseguirà!

  4. capehorn in ha detto:

    @ curlytz = verrai premiata domani

  5. anneheche in ha detto:

    Mi piace assai!

  6. capehorn in ha detto:

    @ anneheche = spero che ti piaccia anche il seguito.

  7. anneheche in ha detto:

    Avvisami quando lo posti!

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