CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “maggio, 2009”

Inizia la ventitreesima settimana dell’anno:

L’ Ufficio Facce:  stante l’emergenza economica, viste le nuove figure professionali emergenti, si propone come : Insultatore.

Serio, affidabile, ampia e provata competenza.

Prezzi Modici!!!

Noi, quelli del ’54

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Note a Margine

Cari ospiti, sono percorso da strane bizzarre domande.

Oggi, per esempio, perché incrocio solo persone il cui cervello è stato scolpito nel basalto?

Che l’umile e plastico fango sia divenuto introvabile? Oppure, more solito, sono completamente out of fashon?

Seriamente a NordOvest di me stesso.

Noi, quelli del’54

Ufficio Facce

Inizia la ventiduesima settimana dell’anno:

L’ Ufficio Facce  treminate le pulizie primaverili si è accorto che all’appello mancano alcuni rimorsi e altrettanti rimpianti.

Pareggi chi può!!!

Noi, quelli del ’54

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La “CAP”

Cari ospiti, sodali di tante scorribande, come vengono giorni in cui festeggiare e gioire è di prammatica, così giungono quelli in cui il cuore si gonfia di tristezza e scorrono a fiumi lagrime di mestizia.

Ora quel tempo è arrivato. Come un fulmine, neppure seguito o anticipato dal rombo consueto del tuono, c’è giunta la notizia, ahimè, della dipartita della “CAP”.

Dopo un lungo e onesto, quanto diuturno servigio reso ad un uomo, invero qualcuno ha eccepito, ma è stato tacitato con una mal guatata ed è bastato. Un uomo dicevo, che della “CAP” aveva fatto bandiera ed usbergo, nella buona e nella cattiva sorte, che la vita l’ha voluto navigante nei suoi stessi flutti.

Kalù il Grande, amico e compagno dei grandi e piccoli avvenimenti del “Al Pisellon Fuggiasco” è giunto in gramaglie annunciando la morte certa della “CAP”. Questa notizia ha gettato nello sconforto, nell’incupimento, che dire totale è non porre l’accento su quanto tutti noi siamo sconfortati e incupiti. Quanti non hanno avuto un contatto fisico con la “CAP”? Quanti di noi non hanno provato l’ebbrezza di un avvolgente turbinio, insieme con lei? Quanti di noi non se la sono fatta? Tutti noi, miei cari patatoni bellissimi. Ciascuno per un verso o per l’altro ha avuto un contatto fisico, carnale, alcuni anche monetario con la”CAP”.

Ora non ci rimane che piangerne l’esausta figura e far sì che la cara “CAP” riposi, non in un laido e truculento cimitero metallico, preda di volgari quanto rozzi predatori di parti, bensì riposi tra un tripudio di fiori, ingentilita da una civettuola aiuola di sempreverde; questo perché sia sempre sotto i nostri occhi. Lei che ci ha donato emozioni, indescrivibili potrà per lungo tempo ancora saziarci.

Ora vi domanderete quale potrà mai essere il soggetto di quest’elegiaca composizione, ma soprattutto chi è la “CAP”? Ebbene miei ineffabili ospiti la “CAP” null’altro è che se non la gloriosa “R4”, bianca, con il mitico cambio prima serie (Retromarcia di lato a sinistra, per intenderci, figlia e frutto di quella “gradeure du gouchisme” d’oltralpe).  La R4 con la quale, tutti noi abbiamo fatto tutto e il suo esatto contrario. Ma perché la “CAP”, vi domanderete stupiti di quest’epopea?

“CAP” è la contrattura di “Ra Capunera”. Ora, per quanti non siano avvezzi all’aspro idioma, che in quella fetta di basso Piemonte, più volta alla dinamicità milanese, che non alla burbanza sabauda, più tesa verso gli effluvi che dal mare della “Superba” salgono verso i vicini Appennini, con un occhio rapinoso verso l’ampia bocca della pianura padana, spalancata a cornucopia verso le ubertose terre emiliane. In quella fetta di basso Piemonte, che ha visto i suoi figli ergersi, un tempo contro il Barbarossa e per questo essere crudelmente colpiti, prima che a Pontida l’italica gente ponesse in rotta l’armata teutonica, la, anzi “ra capunera “ è l’umile e rustica “stia”. Costruita da mani contadine, racchiudeva gli sforzi sapienti delle donne, che nelle campagne, solevano avere e allevare polli, galline, conigli e capponi. Vuoi per trarne un poco di profitto con la vendita, al mercato (L’introito così ricevuto era di loro appannaggio totale ed incondizionato), o degli animali stessi o dei frutti da loro generati (Normali uova). Vuoi per portare sulle mense di tanto in tanto quell’apporto proteico che la malora di tempi andati, negava a vasti strati della popolazione. Perché definire “stia” il prodotto dell’ingegno umano, tale che permette all’uomo quella libertà di movimento da sempre agognata?

Perché quell’auto fu per noi automobile, ma anche furgone. Alcova, ma anche onesto e infaticabile mulo. Dentro il capace bagagliaio noi, più volte, stivammo di tutto e di più. Tra quelle lamiere transitarono le prime pulsioni ormonali, come pure cassette di frutta, prosciutti, scatole di surgelati e poi ancora zaini monumentali e sacchi di pane e pure di patate. Tende da campeggio e coperte per ruspanti “camporelle”. Pezzi di ricambio vari, un motorino smontato, un divano, un armadio, smontato pure lui. Poi scatoloni di libri, i cani da caccia di Giocagiò; Giocagiò stesso con un gamba rotta, frutto di scempiezze giovanili. Da non dimenticare l’attrezzatura da sci di molti di noi e poi i millecasinicazzilli, che una gioventù lontana faceva venire in mente di trasportare. Fossero quelli persone o cose, non era importante L’importante era avere una “CAP”, che permettesse il trasporto.

Non sappiamo quanti km avesse alla fine del suo lungo viaggio. Si è spenta e tutti noi la piangiamo e vi chiederei un attimo di partecipe doglianza. Soprattutto se anche voi avete nel cuore una macchina, che ha rappresentato, negli anni fulgidi della giovinezza, il luogo prezioso e segreto che trasportava i vostri sogni, le vostre speranze ed anche voi stessi verso il futuro.

 

Note per il lettore: la “CAP” fu veramente ciò che è descritto in questo piccolo racconto, Kalù il Grande è oggi stimato e apprezzato uomo e marito, GiocaGiò è un attento direttore d’impianti sportivi invernali e tra i più quotati. Esiste veramente una città, chiamata Piccola Roma, che ebbe la sfortuna d’incrociare un Barbarossa furente. Il resto come sempre, fanfole: nate e vive per la gioia di tutti.

 

 

Noi, quelli del ‘54

ENGAGE part TWO

Cari e gentili ospiti, fratelli, sodali dell’ovalità del mondo, eccomi a voi, a spargere la buona novella. Sì, miei cari patatoni si sono compiuti i giorni delle intemperanze ormonali e il forte richiamo degli agoni primaverili, hanno sortito gli effetti voluti e surrettiziamente preparati nei lunghi mesi di un inverno, che ahimè, pareva senza fine.

Or dunque voi conoscete gli antefatti e di come la Compagnia della Buona Morte e le Allegri Comari, si siano impegnate, profuse ed eziandio ingegnate affinché i due ribaldi, nelle storiche figure di Teresona “Mavainmona” e Tony “Tescartavetroebon”, congiungessero e i loro spiriti ed anche i loro corpi in laoocontico groviglio. Tutto perché oramai ne avevamo, pieni i maroni e contromaroni di quei due.

Però, il maligno, se tale non fosse perché vituperarlo in siffatta guisa, ha sì fabbricato la pentola e per inciso ricordo le erculee fatiche profuse nell’acconciare una figura, che dicesi umana, dei due ribaldi, ma come saggezza rustica e di cervello fino insegna, non il coperchio.

I due, infatti, dopo la trasformazione fisica, le cui effigi le avrete sicuramente viste, si sono abbandonati agli ozi di Capua.

Il baldo giovine, oramai si aggirava azzimato e in polpe a ogni piè sospinto, emettendo sboffi e sospiri. Egli avea abbandonato la fatica diuturna e notturna. Il sicofante non tirava più la ghisa con le mani, come i suoi avi (Mitici metalmeccanici Falk – Ansaldo Grandi Forni, che dalla materia bruta traevano barre, rotoli, travi a T da 8,12,18,24 cm/mm e con le appendici rese callose dalla dura acquisizione del pane e dalle papagne che erano usi allungare a destra e manca, quando erano di servizio d’ordine alle manifestazioni) bene di queste nobili attività, nulla è rimasto. Neppure il fantasma del ricordo, ancorché annebbiato dal tempo. E che dire delle sue presenze in campo? Dove sono i tempi in cui allegramente arava le adenoidi altrui. I giorni felici in cui polverizzava pollicioni e diti bamblini, con il sorriso malefico di chi gode dell’azione, ma non degli effetti nelle estenuanti maul o nelle mischie chiuse. Non oso e voi vi prego osate sino alle estreme conseguenze, come pensare di quanta polvere si è posata su quegli episodi, che hanno reso epico e apodittico il suo essere in campo.

Che dire poi di lei, che si era ricoperta di ori e gioielli, tanto da apparire una madonna del petrolio, larvale sembiante di “neoneocafonal”. Disdegnando il campo della gloria, anzi si piccava di apparirvi coperta da quattro veli ricavati dalle vele maestre dei barchi del “Navigare Necesse Est Ovestque”. Il locale circolo nautico, infatti, ha promosso causa e “Alla Bella Bignola” e“Al Pisellon Fuggiasco”, più che altro per palese contiguità immobiliare e d’intenti. Questo, per incitare alla pugna i quindici uomini e di tanto in tanto, mostrare le intimità per “sbaruare” gli avversari.

Poi sul lavoro di donna rurale aveva assunto dei comportamenti, che la Confagricoltura e la Coldiretti giudicano per lo meno bizzarri. Imporre le “mutande contenitive” a ogni animale della sua “farm”, onde evitare sporcaccierie d’ordine deiezionatorio e, udite miei bravi, il certificato di sana robusta costituzione ed esenzione dalle malattie esantematiche ai maschi di varie specie, che ambiscono avere rapporti a mero scopo riproduttivo.

In più copriva le femmine delle varie specie di profumi, tali e tanti da sembrare più avvezze alla frequentazione di un bordello circasso, che una stalla italiana.

Perdiana, perbacco, per giove. SI E’ PASSATO IL SEGNO.

E’ questo il grido di dolore che si leva dalle tavole, non più oggetto da molto tempo delle intemperanze aero-gastriche del Tony, delle due Hostarie.

Nottetempo, approfittando di una menzognera “Festa dell’Uva Fragola”, artatamente effettuata onde riempire i due sicofanti di fragolino, vino dolce e frizzante, dai sentori di fragole boschive e dei rubescenti frutti delle terre del Pellizza, in maniera che affogassero in una ciucca epica le manie di una “gradeure”, che non appartiene loro.

Nel frattempo la “Cupola” ordisce un piano perché:- Quei due è meglio che facciano del gran ciularò…ohoh. Almeno il P.I.C. andrà in down e finalmente si potrà riandare ai bei tempi antichi.- Così simpaticamente, si espresse Marat (morto nel bagno), ponendo l’accento di come il Prodotto Interno di Cazzate dei due, aveva ormai raggiunto l’evidente insostenibilità. Tutti d’accordo si è pensato di gettare i due, nel fienile di lei ampio e spazioso, già odoroso del primo maggengo e lasciare che la natura, che pregammo forte e benigna, seguisse il suo corso.

Così i fatti si svolsero e tratti i due sicofanti, inscimmiati come trichechi bolsi e catarrotici, dal fiato insostenibile, tanto eruttavano fumi alcolici (Tanto che temevamo possibili incendi, così da perplimerci se l’azione da porre in essere fosse giusta o meno). Gettato il cuore oltre l’ostacolo, ammassammo una buona quantità di erbe odorose e birichine, sprangammo la porta dello stabile e ci accingemmo a una lunga attesa. Il resto della notte, come la giornata rotolò senza che dal topos si udissero segni di tenzone amorosa. Nel cuore della notte successiva, gradi e forti grida si levarono. Urla selvagge e poi questi si trasformarono in insulti e di lì a pochi, udimmo chiaramente il passo successivo, i fatti. Più il tempo passava, più i fatti da violenti che parvero all’inizio, a mano a mano si trasformarono in altri fatti, di cui noi tutti conosciamo il peso. I volti all’inizio tesi, preoccupati e qualcuno paventava anche terrore, si distesero tutti in larghi sorrisi e a quella fatta s’iniziarono giuste e silenti libagioni, ciò per non spezzare l’incanto che si era venuto a formare. L’alba ci sorprese ancora ad ascoltare i gemiti dei due amanti.

          E con questa fanno sette – disse lo Gnomo, apponendo un’altra tacca su di un lungo bastone.

          E basta ! – soggiunse Zobeide, che di quegli agoni, non aveva mai potuto essere partecipe e ciò la infastidiva e di molto.

          Avvivati a dieci savà necessavio povtare qualche geneve di conforto. Uno zabaione con ventiquattvo uova e un litro di marsala, cvedo che sia d’uopo. Mi vaccomando, non si dimentichi, amici, della cvema emoliente e vinfvescante – Chiosò la Contessa Baldaquia, donna di mondo e in gioventù, gagliarda protagonista delle vituperate agapi sessuali della nobiltà, disdegnate dal volgo rozzo ma visceralmente invidioso di quelle manifestazioni.

Così, seguendo le indicazioni, approntammo i due salvavita, in vero rustico e di antica memoria, ma non per questo meno preziosi ed efficaci. Tali si rivelarono.

Trascorse la giornata, con frequenti aggiornamenti delle tacche e poi calata la sera, calò anche il silenzio. La natura, dopo le numerose e vulcaniche esplosioni di pulsioni già fin troppo represse, ebbe esaurito tutte le forze. Il sonno, antico amico e buon consolatore d’animi e di membra, avvolse noi e i ribaldi nelle braccia di Morfeo.

Finalmente tutto era compiuto e se sarete sopravvissuti a questo racconto e se ne avrò la forza, quella che lentamente, mi sta abbandonando, vi dirò ancora del dopo. Altrettanto immaginifico e altrettanto tremendo.

Miei cari ospiti, le fanfole non sono terminate.

Noi, quelli del ’54

Appunti e Fogli Sparsi – II

Cari ospiti, voi sapete che ogni medaglia ha due facce. Un’opposta all’altra come contenuti, ad esempio. O con contenuti diversi. Se il tema della faccia precedente era la visibilità che ognuno di noi dà alle proprie sembianze, appendendo, o no, il proprio ritratto alle pareti di queste stanze, quello di questo intervento riguarda un aspetto della visibilità: l’invidia. Decliniamo questa parola come più ci aggrada, e per ritornare al passato possiamo essere invidiosi dell’aspetto altrui o più semplicemente, scoperte le fattezze dell’altro, ci accorgiamo, con una punta d’invidia, che ha capelli più belli, un abito migliore ed è stato fotografato con una luce eccellente.

E’ una bella donna o un bell’uomo.

Possiamo quindi provare invidia per il suo aspetto.Non si tratta di ciò, in verità.

Siamo invidiosi di ciò che leggiamo sui muri delle altrui stanze?

Proviamo quel sentimento, che viaggia sul filo della cresta dove un versante è occupato dalla superbia (Scrive delle cose di cui già ho parlato e meglio di quegli accrocchi di parole, che ci poteva pure risparmiare), mentre l’altro è sede dell’accidia o anche della noia (Ma che triste, ancora la solita sbobba, avrei cose da rimarcare, ma sprecarle mi sembra eccessivo e non è tempo di sprechi; domani, forse.)

Confesso che l’invidia è un sentimento che ho praticato. Sono stato invidioso i primi tempi, in cui cercavo casa in questo quartiere di tanti che avevano un numero di visite e di commenti che mi parevano enormi. Leggevo con avidità e riconoscevo, che quelle visite erano ben meritate. L’invidia si trasformava in apprezzamento, perché sapevo che tra quelle pareti avrei trovato idee e non “degli accrocchi di parole”.

Posso quindi dire che l’invidia, in questo caso, cammina spedita su quella cresta, con passo sicuro, attenta a non cedere da una parte o dall’altra. Cosa ben diversa e qui il discorso s’inspessisce, quando l’invidia diventa livore se non proprio odio, nei confronti di una o più persone, che si dilettano a scrivere e a svelare il proprio essere attraverso lo scritto. Ad alcuni lo scrivere vien benissimo, sono limpidi, profondi, hanno pluralità d’argomenti e modi d’argomentare le idee che l’invidia muove. Per certuni questa si trasforma, nelle contro argomentazioni, in dileggio, spregio che si spinge di là dello scritto e va a riflettersi sulla persona stessa. Quasi che parole e scrittore fossero la stessa cosa. Un conto è essere invidioso delle tue idee, un altro è sostenere che non meriti sputazze, perché profumeresti troppo. Ho notato, che si è passato allegramente questo segno.

Non ne sono stato molto contento e se posso, evito certi luoghi che della rissa fanno bandiera.

Già nella realtà la lotta è continua, almeno in questa, che dovrebbe essere un’oasi, trattiamola per tale.

Termino chiedendo: l’invidia, può essere un veicolo di miglioramento personale, oppure è fonte di nuovo stress? Quel’è la nostra invidia? E’ un agile equilibrista, oppure pervicacemente, si affatica su di uno dei versanti che ho in precedenza descritto? Oppure esiste una faccia nascosta, di cui non ho notizia?

Detta in breve, ma voi ve’ rosica? J

Eventuali annotazioni, lasciatele come sempre, a piè pagina. Grazie.

 

Noi, quelli del ’54 (abbastanza a Nord Ovest, mi pare.)

 

Ufficio Facce

Inizia la ventunesima settimana dell’anno:

L’ Ufficio Facce  è indeciso tra un’intelligenza stupida ed una stupida intelligenza!!

Noi, quelli del ’54

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Appunti e fogli sparsi – I

Cari ospiti, tra i fogli sparsi e gli appunti mentali, che di tanto in tanto ritrovo, di uno ho da qualche tempo il desiderio di parlare, mentre di un altro argomento, è nato per caso, cogliendo al volo parole e frasi di un colloquio udito, casualmente durante i miei quasi quotidiani viaggi casa – lavoro – casa.

Ora del primo, per passare la noia del viaggio in treno (Noia dovuta alla memoria delle stazioni in successione, di un paesaggio che offre poche emozioni, se non vedere le risaie piene d’acqua e poi con gli steli verdi, maturi e trebbiati. Qualche airone, che pigro si leva in volo, per posarsi nello specchio d’acqua successivo. Non è molto, ma tanto è .) mi è balzata alla mente osservando i volti dei compagni di viaggio.

Erano per me i primi tempi di vita da blogger e quindi fantasticavo di quali fossero i volti, le abitazioni, i luoghi dei miei interlocutori, che si avvolgevano in un soprannome. Il quale può essere indicativo della personalità del blogger, oppure esserne l’opposto o più semplicemente un qualcosa che non centra nulla, ma diventa un mezzo giocoso per crearsi, nel “virtuale”, una figura. Riconoscibile, accattivante, indicativa del misterioso interlocutore, che sciorina le idee e le mozioni proprie e le condivide. Sulle motivazioni ciascuno di noi può scrivere un successivo aggiornamento dell’Enciclopedia Britannica e qui non ne trovo la necessità. Piuttosto, m’incuriosisce da parecchio, il fatto di muovermi inconsapevole, in mezzo ad altri blogger, che per un arcano destino o una più semplice motivazione, transitano accanto a me, pure loro ignari che dietro il mio soprannome ci sia io. Paura di mancanza del controllo, timore di essere, anzi, di non essere riconosciuto come essere umano; con un volto, una voce, un’altezza e un peso ben preciso. Con o senza i capelli (Le zone depresse sono appannaggio degli ometti, non me ne vogliano le gentili che passano e mi leggono) e il loro colore, come pure quello degli occhi. Era forse quella la motivazione, che mi premeva, spingendomi a guardare di sottecchi ogni possibile volto e tentando di associare quello a un nick. Rispondere finalmente alla domanda: – Chi sei tu, che nascosto da un soprannome, semini perle di saggezza, stupidaggini ineccepibili o banali consuetudini? Qual è il tuo volto: dilettante di amorosi sensi, professionista della carognata palese o velata, ma in ogni caso putrida? – Non che con qualcuno di voi, miei cari interlocutori, ancorché nascosti, abbia da regolare dei conti dietro le mura del convento delle Carmelitane Scalze. Di norma i duelli si fanno all’alba e di norma o dormo oppure sono già o ancora sveglio, dati i miei orari non convenzionali. No, però un’infantile curiosità, che credo più che mai lecita, mi spinge a osservare gli altri e chiedermi:  – Sei tu giovane e piacente signora, che descrivi le tue tenzoni con un giovane principe, oppure sei tu altrettanto piacevole, che scrivi favole e racconti ai giovani di come può essere un’arma, la fantasia? Oppure, quel signore, alto e compassato, ma con uno sguardo che sa di disincanto è quello che si pone interrogativi sull’uomo e sulle sue molteplici esperienze? –

Chissà chi siete, chissà qual è il vostro volto, il vostro tono di voce, il vostro mestiere perché l’epoca dei fatti è nota a tutti. Il terzo millennio e per ora qui, adesso, di noi rimane solo una traccia “virtuale”, ma significante.

 

Noi, quelli del ‘54  (Abbastanza a NordOvest di me stesso)

IL MONDO E’ OVALE

SABATO   14   NOVEMBRE   A.D.   2009

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STADIO MEAZZA – MILANO

FIR

VS.

all-blacks

 

CROUCH *** TOUCH *** PAUSE *** ENGAGE

Noi,quelli del’54

Note a Margine

Cari ospiti, Voi m’insegnate che ci sono note a margine e note a piè pagina. Quelle della Leonessa e quelle diArtemisia, la mia occupano ambedue gli spazi. Quelle di oggi però sono a margine, le sento così, senza un perché specifico. Ordunque, veniamo a quanto è occorso. Rientriamo a casa, io e la pargola, per dedicarci ad un frugale pasto. Stamani mi sono dovuto assentare quasi tutta la mattinata e Artemisia con me e dunque, solo involtini di pollo e piselli al forno. Ma non è di questo che vi debbo intrattenere. Piuttosto la Leonessa ha recuperato, entrando in casa, un vecchio numero di "Focus Storia" (Rivista che soddisfa il mio desiderio di conoscere la storia, anche e soprattutto quellaun poco marginale. Ad esempio non conoscevo la polopazione dei paleo Umbri. Certe curiose costumanze dei Vichinghi mi erano ignote e via discorrendo) Ora, Lei ha visto che ci sono molti articoli sul numero in questione, che riguardano la Revolucion Habanera e la fotografia icona del "Che" è la copertina.

– Ahhh, e questo Focus, perchè nessuno me l’ha fatto vedere? Maaa, c’é lui, cucciolo tenero ( il suo roboante esordio si spegne quasi in un sussurro per poi ritornare a decibel inudibili). Pensa, paponzolo (A CHIIII?) quel para del N…i lo scrive Ci apostofo E accentanto. Che emerita testa di piramide tronca. Un’imbornito, io gli vangherei le adenoidi!! E accentato … deficente e quella scema gli sbava dietro. In miniera la manderei, nella Siberia profonda. –

Attoniti io e Artemisia, sempre la mia, guardiamo il frutto del nostro amore e prendiamo in considerazione un’azione di disconoscimento parentale. Forse rimedio troppo estremo, ma minacciamo di porlo in essere. Lei senza una piega prima si pitona poi pinzato il rivoluzionario caraibico, si getta in bagno e dopo pochissimo sentiamo la sua voce che incita una folla invisibile. Temo una concione fiume nel puro stile "Fidel"; ciò implica l’impossibilità di accedere al luogo stategico per alcune ore. Ignara dell’avvertimento che le ingiungo fuori dalla porta – Sbrigarsi! maremmarevolucionaria! –  Inizia a fischiettare gli "Inti Illimani", intervallando la nenia andina con esclamazioni – Gran bel pezzo di gnocco !! Con un gnoccolone così, rivoluzione permanente! Ma alla grandissima, ma tranza di bbruutto, quì c’è da pogare e lo stimo a mille –

Ora miei cari io ho voluto illustrare alla mia pargola gli aspetti più forti, di cui ho avuto esperienza diretta ed anche indiretta, della politica e della vita sociale internazionale che hanno segnato la mia ed altre generazioni. Oltre al Che, JFK, ML King, Gandhi, Madre Teresa, la guerra del Vietnam, gli Anni di Piombo, la Strategia della Tensione ect. In maniera che si facesse un quadro della situazione attuale, che è figlia dell’evoluzione di quei tempi. Il bagno ora è libero; Artemisia, la mia ed io titubiamo. Se trovassimo un "barbudos" , con sigaro e AK47? Un Vietcong intento ad un agguato ad un "GM"? Oppure il Mahatma, che mi offre una dotta conferenza sulla pace e non violenza?A volte andare a lavarsi i denti può rivelarsi più difficile e complicato di quello che è, foriero di imprevisti, tali da portare a gravi conseguenze nel e del panorama mondiale.

Seconda nota a margine: anche quì al paesello è iniziata la campagna politica, che ci troverà a rinnovare il consiglio comunale. Semplici elezioni amministrative, in un comune di circa 2.500 anime, se contiamo anche la varia animalità. La campagna elettorale è già iniziata sotto l’egida di una legalità ferrea ed intransigente. Difatti uno dei candidati sindaco, ha pensato bene di denunciare il sindaco uscente per una serie di illeciti, che ha scoperto nelle pieghe di alcune decisioni prese e le conseguenti azioni compiute. Ove sia l’illecito non è dato di saperlo, ma pare esista. Questo all’inizio della settimana scorsa. Domenica, il denunciante è stato a sua volta denunciato per ingiurie con l’aggravante del razzismo, per apprezzamenti poco benevoli sulle mancate origini celtiche del suo interlocutore, durante una delle tente discussioni che nascono al bar. Quello piccato da tanta protervia e sentita dileggiata la terra degli avi, chiamata la Benemerita, ha provveduto per vie legali. Ora che sappiamo quale sarà l’impronta prossima futura, che verrà data alla vita politica della nostra comunità, mi son chiesto: è forse bene che io avanzi domanda scritta nella quale esprima la preferenza per un preciso "gulagh" (un po’ come si fa con il soggiorno invernale per gli anziani, meglio Varazze oppure la Riviera Romagnola ?). Oppure lascio che le cose siano affidate al caso e prendere ciò che passerà il Tribunale Speciale, volevo dire il "convento"?

I consigli lasciateli a piè pagina, grazie.

Noi, quelli del ’54 ( e ditemi se non è meglio essere a NordOvest in questi frangenti)

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