CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “giugno, 2009”

Ufficio Faccie

Inizia la ventisettesima settimana dell’anno:

 

L’Ufficio Facce, allo stato dell’arte,

crede nella derisione,

come nobile arte di auto difesa !!!

 

Noi, quelli del ’54

 

ENGAGE part THREE

Cari ospiti, amici e sodali dell’ovalità del mondo. Notizie bizzarre, ma non per questo depauperate di quella giusta aurea di gioiosa ed impalpabile soavità, che permea tutte le notizie del “Alla Bella Bignola”.

Immagino tutti voi già assisi, su comode poltrone e scranni degni dei vostri glutei. Approfittate di cuscini vaporosi e morbidi e giacete in languide parvenze e pose. Vado a narrarvi del ritorno della pulzella, più che pulzellata, Teresona nei luoghi cari alla sua spensieratezza di giovane donna.

Avevamo lasciato la giovinetta, sitibonda delle gioie carnali, dopo quelle famose trentasei ore di tour de force, che si era trovata ad imporsi ed imporre al sicofante di nostra memoria.

Ora garrula e giuliva presentatasi al cospetto delle “Allegre Comari”, non mancò molto che subissata dalle richieste sempre più intense e pressanti, ebbe la voglia e l’uzzo di liberarsi del fardello, che portato sul maestoso petto (ricordiamo la sua nona di carnosa e carnale beltade), ora più che mai doveva erompere in tutta la sua potenza ed evocare alle “Comari” rapite, i momenti salienti di quelle infuocate ore.

Zobeide e Zoraide, abilmente manovrate da quella vecchia volpe della contessa Baldaquia, avevano approntato per l’occasione la “petite patisserie” con golose creme e frutti scintillanti sotto la patina d’invitante gelatina e poi ancora rosoli, ratafià, passiti e zibibbi.

Insomma un giulebbe di bibliche proporzioni. Ciliegina sulla torta, con perfidia squisitamente femminea le presentarono uno Zabaione Reale (dodici uova, mezzachilata di miele e una bottiglia di marsala stravecchissimo a stemperare l’allappante pastone).

Teresona a quella mostra andò giù definitivamente di testa e satolla per la quantità inusitata di zuccheri ingurgitata, ma soprattutto per la pantagruelica scorpacciata di zabaione, iniziò il racconto di quelle torride ore.

Ora, dopo la crapula di fragolino e la successiva dormita, con la testa infilata in una cappa piombigna, si era accorta della presenza del Tony, il quale non da meno era nella stessa situazione, ma tentava di darsi un tono impostando una conversazione sulle vacche, i maiali e pollame vario, che vivevano nella fattoria della giovinetta. Ora tutto si sarebbe aspettata. Anche un assalto alla baionetta, un’incursione maldestra sotto le sue gonne di uno smanacciare molesto anzi che no. Non certo le richieste riguardo ad una possibile, quanto mai inopportuna pandemia di afta epizootica. Riguardanti poi le sue mucche, gioielli da esposizione, campionesse nella produzione del latte. Questo le fece montare un furore cieco e dopo la giusta configurazione ad aquila, si dispose a fare delle sembianze facciali di lui una sanguinolenta maschera. Il sicofante, in un momento di completo obnubilamento, le porse a chiusura del suo esecrabile discorso, un mazzo di fiori di campo. Fiori odorosi e beneaugurati, che la contessa astutamente aveva sparso a piene mani tra gli steli di erbe, già gravidi di essenze pruriginose. La giovinetta fu colta da improvviso imbarazzo e subitamente accettò il dono insperato. Così tra un fiordaliso e rami di rosmarino, tra una umile margherita e un rosso papavero iniziarono, quella gioiosa tenzone che prima li portò verso casti baci e poi in un crescendo rossiniano ad abbracciarsi e rotolare tra le erbe. Poi accaldati da tanto sforzo, presero, con foga sempre maggiore a spogliarsi dei panni ed al fine rimasero nudi offendo l’uno all’altro lo splendore dei loro corpi. Ora l’anatomia femminile e maschile, non era certo materia consueta e delle evidenti diversità, non n’erano stati informati. Infatti il ribaldo alla vista delle pudende femmine cacciò un urlo beluino ed iniziò una focosa, quanto feroce, tirata su com’era stato turlupinato e di come non accettava che lei si presentasse con evidenti, quanto inopportuni e antiestetiche tumefazioni sul petto e cosa ancor più grave di come fosse mancante di un oggetto, chi egli riteneva e reputava assolutamente indispensabile per una serie di funzioni, anche quella del piacere (per lui fino a quel punto era stato unicamente solitario e dell’onanismo aveva fatto scienza e virtù massima). Neppure lei si sottrasse a quell’ondata d’ira ed iniziò ad inveire, ma per opposte questioni. L’assenza dei turgori superiori e quell’inguardabile escrescenza, che si ergeva verso di lei sì come stele granitica, ma nello stesso tempo minacciosa presenza. Ripresero così a spingersi, lanciandosi accuse le più terribili, dopo di che passarono alle ingiurie e da quelle alle vie di fatto, il passo fu breve. Ora da quello aggrovigliarsi di corpi, da quella maestosa e loocontica massa umana iniziò, però a levarsi, non più frasi gravide di feroci epiteti, bensì dapprima languidi sospiri e poi in un crescendo rantoli affannosi e grida, con un’alternanza di negazioni e d’affermazioni sempre più incalzanti, sempre più convulse sino all’urlo finale, liberatorio di quelle tensioni che si erano andate accumulandosi.

I due però, avevano distorto l’agone amoroso e convinti che nessuno dei due avesse avuto il sopravvento, dopo poco ricominciarono da capo. Questa volta con meno spinte, insulti ma concentrando gli sforzi sui sospiri, le urla di godimento sul “Sì, sì,sì ancoraaaaa” oppure sul “No, no,non smettereeee” e via incalzando. Dopo essere riusciti anche a proporre la famosa “Chiave nepalese” e la “Grand renversèe con doppio carpiato lateralizzato”, figure erotiche della cui difficoltà tutti noi siamo ben edotti, finalmente i due giovani si addormentarono l’una nelle braccia dell’altro, quasi che il sonno fosse sceso, pietoso e compassionevole a sopire e smorzare i bollenti spiriti e le sconsiderate tenzoni cui avevano sottoposto se stessi. Il sonno, come il tempo, fece la sua parte di galante e quanto mai provvido, gentiluomo. Ora tutto questo la giovane lo raccontò anche con dovizia di particolari, non trascurando nulla delle performances cui si era e a cui aveva sottoposto il sicofante. Le “Allegre Comari”, che fino allora si erano date tono di navigate consumatrici d’amor profano, a quelle parole e quegli esempi, da una parte riandavano ai loro tristi consessi carnali, consumati approssimativamente con i rispettivi, dall’altra masticavano rabbia per come quelle evoluzioni, avevano resa florida e splendente la giovinetta che radiosa emanava sensualità da ogni poro e gli occhi a quel ricordo, splendevano come gemme lucenti. Solo Tutto qui, rimase impassibile, più che altro basita dai tempi e dai modi dell’agone. Cose che lei non aveva mai fatto né tanto meno subito, con suo profondo rincrescimento. La Contessa, intenerita da tanto dire, andava con la mente ai suoi trascorsi e ne rammentava con melanconia tutta la struggevole sensualità che aveva percorso i tempi della sua gioventù. Zoraide, annichilita dal racconto, non aveva neppure la forza di ricordarsi dei suoi leonini appetiti che da molto la stavano consumando. Zobeide, continuava a ripetere all’infinito “Che tenero”, essendo lei convinta che tutto ciò che fino all’ora aveva ascoltato era stato solo un racconto, carico di un romanticismo ormai perduto.

Come avete letto miei cari, questo è il racconto di Lei.

Ma cosa sappiamo da Lui? Quale elegiaca epopea avrà esternato, sospinto da quella frase, lievemente sardonica e carica d’ironia, proferita da Marat (morto nel bagno)?

Attendiamo fiduciosi che il sicofante si rimetta da quella tempesta gastrica cui si è abbandonato e conosceremo la sua versione.

Siate vigili e attenti e non dimenticate i morbidi cuscini di cui avete fatto usbergo. Le fanfole non sono ancora terminate.

 

 

Noi, quelli del ‘54

ENGAGE part THREE

Cari ospiti, amici e sodali dell’ovalità del mondo. Notizie bizzarre, ma non per questo depauperate di quella giusta aurea di gioiosa ed impalpabile soavità, che permea tutte le notizie del “Alla Bella Bignola”.

Immagino tutti voi già assisi, su comode poltrone e scranni degni dei vostri glutei. Approfittate di cuscini vaporosi e morbidi e giacete in languide parvenze e pose. Vado a narrarvi del ritorno della pulzella, più che pulzellata, Teresona nei luoghi cari alla sua spensieratezza di giovane donna.

Avevamo lasciato la giovinetta, sitibonda delle gioie carnali, dopo quelle famose trentasei ore di tour de force, che si era trovata ad imporsi ed imporre al sicofante di nostra memoria.

Ora garrula e giuliva presentatasi al cospetto delle “Allegre Comari”, non mancò molto che subissata dalle richieste sempre più intense e pressanti, ebbe la voglia e l’uzzo di liberarsi del fardello, che portato sul maestoso petto (ricordiamo la sua nona di carnosa e carnale beltade), ora più che mai doveva erompere in tutta la sua potenza ed evocare alle “Comari” rapite, i momenti salienti di quelle infuocate ore.

Zobeide e Zoraide, abilmente manovrate da quella vecchia volpe della contessa Baldaquia, avevano approntato per l’occasione la “petite patisserie” con golose creme e frutti scintillanti sotto la patina d’invitante gelatina e poi ancora rosoli, ratafià, passiti e zibibbi.

Insomma un giulebbe di bibliche proporzioni. Ciliegina sulla torta, con perfidia squisitamente femminea le presentarono uno Zabaione Reale (dodici uova, mezzachilata di miele e una bottiglia di marsala stravecchissimo a stemperare l’allappante pastone).

Teresona a quella mostra andò giù definitivamente di testa e satolla per la quantità inusitata di zuccheri ingurgitata, ma soprattutto per la pantagruelica scorpacciata di zabaione, iniziò il racconto di quelle torride ore.

Ora, dopo la crapula di fragolino e la successiva dormita, con la testa infilata in una cappa piombigna, si era accorta della presenza del Tony, il quale non da meno era nella stessa situazione, ma tentava di darsi un tono impostando una conversazione sulle vacche, i maiali e pollame vario, che vivevano nella fattoria della giovinetta. Ora tutto si sarebbe aspettata. Anche un assalto alla baionetta, un’incursione maldestra sotto le sue gonne di uno smanacciare molesto anzi che no. Non certo le richieste riguardo ad una possibile, quanto mai inopportuna pandemia di afta epizootica. Riguardanti poi le sue mucche, gioielli da esposizione, campionesse nella produzione del latte. Questo le fece montare un furore cieco e dopo la giusta configurazione ad aquila, si dispose a fare delle sembianze facciali di lui una sanguinolenta maschera. Il sicofante, in un momento di completo obnubilamento, le porse a chiusura del suo esecrabile discorso, un mazzo di fiori di campo. Fiori odorosi e beneaugurati, che la contessa astutamente aveva sparso a piene mani tra gli steli di erbe, già gravidi di essenze pruriginose. La giovinetta fu colta da improvviso imbarazzo e subitamente accettò il dono insperato. Così tra un fiordaliso e rami di rosmarino, tra una umile margherita e un rosso papavero iniziarono, quella gioiosa tenzone che prima li portò verso casti baci e poi in un crescendo rossiniano ad abbracciarsi e rotolare tra le erbe. Poi accaldati da tanto sforzo, presero, con foga sempre maggiore a spogliarsi dei panni ed al fine rimasero nudi offendo l’uno all’altro lo splendore dei loro corpi. Ora l’anatomia femminile e maschile, non era certo materia consueta e delle evidenti diversità, non n’erano stati informati. Infatti il ribaldo alla vista delle pudende femmine cacciò un urlo beluino ed iniziò una focosa, quanto feroce, tirata su com’era stato turlupinato e di come non accettava che lei si presentasse con evidenti, quanto inopportuni e antiestetiche tumefazioni sul petto e cosa ancor più grave di come fosse mancante di un oggetto, chi egli riteneva e reputava assolutamente indispensabile per una serie di funzioni, anche quella del piacere (per lui fino a quel punto era stato unicamente solitario e dell’onanismo aveva fatto scienza e virtù massima). Neppure lei si sottrasse a quell’ondata d’ira ed iniziò ad inveire, ma per opposte questioni. L’assenza dei turgori superiori e quell’inguardabile escrescenza, che si ergeva verso di lei sì come stele granitica, ma nello stesso tempo minacciosa presenza. Ripresero così a spingersi, lanciandosi accuse le più terribili, dopo di che passarono alle ingiurie e da quelle alle vie di fatto, il passo fu breve. Ora da quello aggrovigliarsi di corpi, da quella maestosa e loocontica massa umana iniziò, però a levarsi, non più frasi gravide di feroci epiteti, bensì dapprima languidi sospiri e poi in un crescendo rantoli affannosi e grida, con un’alternanza di negazioni e d’affermazioni sempre più incalzanti, sempre più convulse sino all’urlo finale, liberatorio di quelle tensioni che si erano andate accumulandosi.

I due però, avevano distorto l’agone amoroso e convinti che nessuno dei due avesse avuto il sopravvento, dopo poco ricominciarono da capo. Questa volta con meno spinte, insulti ma concentrando gli sforzi sui sospiri, le urla di godimento sul “Sì, sì,sì ancoraaaaa” oppure sul “No, no,non smettereeee” e via incalzando. Dopo essere riusciti anche a proporre la famosa “Chiave nepalese” e la “Grand renversèe con doppio carpiato lateralizzato”, figure erotiche della cui difficoltà tutti noi siamo ben edotti, finalmente i due giovani si addormentarono l’una nelle braccia dell’altro, quasi che il sonno fosse sceso, pietoso e compassionevole a sopire e smorzare i bollenti spiriti e le sconsiderate tenzoni cui avevano sottoposto se stessi. Il sonno, come il tempo, fece la sua parte di galante e quanto mai provvido, gentiluomo. Ora tutto questo la giovane lo raccontò anche con dovizia di particolari, non trascurando nulla delle performances cui si era e a cui aveva sottoposto il sicofante. Le “Allegre Comari”, che fino allora si erano date tono di navigate consumatrici d’amor profano, a quelle parole e quegli esempi, da una parte riandavano ai loro tristi consessi carnali, consumati approssimativamente con i rispettivi, dall’altra masticavano rabbia per come quelle evoluzioni, avevano resa florida e splendente la giovinetta che radiosa emanava sensualità da ogni poro e gli occhi a quel ricordo, splendevano come gemme lucenti. Solo Tutto qui, rimase impassibile, più che altro basita dai tempi e dai modi dell’agone. Cose che lei non aveva mai fatto né tanto meno subito, con suo profondo rincrescimento. La Contessa, intenerita da tanto dire, andava con la mente ai suoi trascorsi e ne rammentava con melanconia tutta la struggevole sensualità che aveva percorso i tempi della sua gioventù. Zoraide, annichilita dal racconto, non aveva neppure la forza di ricordarsi dei suoi leonini appetiti che da molto la stavano consumando. Zobeide, continuava a ripetere all’infinito “Che tenero”, essendo lei convinta che tutto ciò che fino all’ora aveva ascoltato era stato solo un racconto, carico di un romanticismo ormai perduto.

Come avete letto miei cari, questo è il racconto di Lei.

Ma cosa sappiamo da Lui? Quale elegiaca epopea avrà esternato, sospinto da quella frase, lievemente sardonica e carica d’ironia, proferita da Marat (morto nel bagno)?

Attendiamo fiduciosi che il sicofante si rimetta da quella tempesta gastrica cui si è abbandonato e conosceremo la sua versione.

Siate vigili e attenti e non dimenticate i morbidi cuscini di cui avete fatto usbergo. Le fanfole non sono ancora terminate.

 

 

Noi, quelli del ‘54

65° S – 36° W

Cari ospiti, sono giorni che navigo a Nordovest di me stesso.  Vorrei scrivere, dovrei commentare compiutamente gli accadimenti di questi giorni. Ma l’incupimento che sto vivendo, sta montando in rabbia. Rabbia per la volgarità di questi giorni. Assistiamo una volta di più all’esposizione degli essudati di questa classe politica che proterviamente se ne frega dei cittadini, che sono stati costretti a votarla e che sono stati abbindolati per l’ennesima volta con tre referendum, che dire macchiette d’avanspettacolo è giustificare i milioni buttati dalla finestra. Ma sì scialacquiamo, in allegria, avremo solo due milioni di disoccupati in più alla fine dell’anno. La crisi è colpa di una propaganda terzinternazionalista, che rigurgita ancora il vomito della moralità individuale, della dignità della funzione ricoperta, della sacralità delle istituzioni che sovraintendono al nostro bene comune. Peccato che qualcuno si senta più uguale degli altri. Peccato che qualcuno si senta Alfa e Omega. Peccato che qualcuno per soddisfare l’altra testa in suo possesso, non si perita neppure di sondare chi lo allieta. E si vengono a scoprire così i marmi e gli ori delle dimore del potere. Nessun controllo, nessuna minima proibizione, nessun accenno al buon gusto. I satrapi devono esserlo fino in fondo. Debbono dimostrare tutto il loro potere, il loro splendore e per dimostrarlo, lo debbono fare anche contro  le più elementari regole di riservatezza e sicurezza. Mai come adesso il "Me ne frego" è così usato ed abusato. Non è più una semplice e vecchia memoria. E’ una realtà che lascia esterrefatti. Contro questa marea, questo tsunami di volgarità, sembra che nulla e nessuno possa porsi ad argine. Si odono solo canti di gloria e il carro del vincitore, su cui abitualmente il popolo è avvezzo a salire in soccorso di quello, oramai da segni di scricchiolii. Si sta disassando, ma non perché c’è chi lo mina, con atto rivoluzionario. Anzi si va sfondando per i troppi che mirano a brucare ad una greppia sempre più vuota ed esausta. Se da una parte l’informazione brilla per la sua presenza e non sappiamo quanto di questa si erga a censura e quanto sia drogata, per macchiavellico intento; d’altra parte, in altri luoghi, brilla per la sua assenza. Anzi è volutamente assente, come scelta da parte del potere. Occhio non vede, cuore non duole. Intanto un’intera nazione, al centro dei giochi economici mondiali, vive nella tribolazione di un governo che sta perdendo credibilità e rappresentatività e che sentendosi minacciato utilizza l’arma che meglio può usare: la violenza. Non solo sui cittadini che manifestano, chiedendo spiegazioni, ma anche su qui mezzi che potrebbero far sorgere altre domande, porre altri interrogativi, o semplicemente spiegare.  Da una parte si vorrebbe sapere per fare il meglio. Dall’altra si sa, ma non si può fare nulla. Allora l’informazione a che serve? Soprattutto di quale informazione godiamo? E’ libera veramente, perché libera la mente? Oppure sotto mentite spoglie getta ulteriori perplessità,raccontando il tutto ed il suo contrario, in un cortocircuito di cui oramai se ne è persa l’origine, il punto d’innesco. Un’informazione elusiva, tende ad eludere i sensi, l’intelligenza, il dialogo, questo per stendere intorno a noi una cortina, per lo più repellente, che ci fa sempre di più rientrare in noi stessi. Si veicola l’empatia, non come momento dello spirito, non come categoria dell’essere, bensì come categoria dell’avere. La tua empatia deve andare verso quei beni di cui non necessiti, ma di cui non puoi fare a meno. Una nuova automobile, le scarpe in pelle di celacanto, l’abito griffatissimo, l’assorbente ultraleggeroinvisibileananotecnologia (Come se la tua sanfornia ne sentisse così tanto l’urgenza). Verso queste COSE, dovrai essere empatico. Non con chi non sa come mettere insieme pranzo e cena, non con chi è in ospedale, casa di riposo o semplicemente a letto per l’influenza, ma non ha nessuno che gli vada a far spesa. Compra, spendi, spandi, dimostra la tua ricchezza di debiti. Il credito è di colui che  tiene per le palle il tuo cervello e che ti ha fatto credere che è solo un ammasso grigiastro mucillaginoso, schifido, urfido e mufido, ma soprattutto pericoloso per te se lo usi per pensare, leggere, scrivere, informarti, comunicare con gli altri. Possono circolare idee ed anche quelle conformi sono pericolose, perché non sempre sono la giusta fotocopia di chi pensa, anche per te.

Navigo a NordOvest di me stesso, ma non per questo sto affondando.

Noi, quelli del ’54

Ufficio Facce

Inizia la ventiseiesima settimana dell’anno:

L’ Ufficio Facce alla lettura del bilancio del primo semestre dell’anno è  incupito e mesto, per lo scempio perpetrato!!!

Noi, quelli del ’54

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Estemporaneamente

L’ Ufficio Facce è seccato per il perdurare dell’ attuale disorganizzazione del caos!!!

Noi, quelli del ’54

ps. si ricorda che la precedente faccia è stata offerta con il contributo fattivo della Leonessa.  Il pensiero è suo, quindi onore e gloria a chi le merita

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Ufficio Facce

Inizia la venticinquesima settimana dell’anno:

L’ Ufficio Facce è afflitto dai rapporti con i diversamente intelligenti!!!

Noi, quelli del ’54

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Il Terzo Tempo – parte 1°

Cari ospiti, amici e sodali della naturale ovalità di questo mondo e dell’altro, benvenuti.  Continuiamo la disanima dei fatti, precisamente quelli susseguenti all’agone amoroso tra i due piccioncini, lemma invero non indicato per argomentarne le sembianze, ma atto a significarne la loro situazione sentimentale.

Dopo la fatidica maratona amorosa, consumatasi per un giorno e una notte intera e che ci aveva scoperto, all’alba del terzo giorno con un ramo di dura quercia ormai finemente intarsiato dallo Gnomo e sul quale come in un’epopea, degna della migliore tradizione induista, si dipanava la storia intera dei ripetuti congressi carnali. Ora quello stesso ramo, ora odoroso di resine protettive, fa bella mostra di se sulle pareti dell’Hostaria, epifanico indice degli sforzi fisici profusi, onde saziare elementari bisogni fisici, che hanno sortito l’effetto di rinsaldare un desiderio sentimentale, che come fuoco sotto la cenere, covava da qualche tempo e come improvviso piroclasto ha deflagrato in tutta la sua potenza. Alcuni, al guardar il fallico emblema, non si sottraggono a maligne esternazioni, tali da denigrare il fatto ma Ovale, forte dei suoi, indimenticati 700 kg di pura cattiveria, ha già mostrato al popolo tutto, che non bisogna assolutamente denigrare; piuttosto stupirsi e aspirare a raggiungere tale ardua vetta. Infatti dopo essersi masticato un paio di disavveduti avventori, che avevano osato mettere in forse l’agone, ora ha raggiunto lo scopo. Solo ieri alcuni hanno portato sciarpe e magliette e pensando di passare inosservati hanno toccato il sacro simbolo, sperando in benefici effetti erettili. Il Lallo sorveglia attentamente che nessuno provi ad allungare le mani. E’ una settimana che non si nutre ed è nervoso, quindi “ ‘sté tenti.” Ci si accingeva ad approntare le mense, nei giorni appresso, quando con un boato la porta dell’Hostaria si spalancò e l’immane figura del Tony, si appalesò in tutta la sua imponenza. Calò un silenzio artico, persino il gagliardo garbino, che fino allora mugghiava con insistenza, tacque. L’attesa degli eventi, si fece spessa e qualcuno ne approfittò per tagliarne alcune fette per sgranocchiarle in attesa del pasto principale.

Il Tony esordì con cavernosa potenza : – CIBO !! –

JeanPierre, contando sulla laurea in veterinaria, formulò immediatamente la diagnosi: – E’ in ipo di tutto! Da mangiare e bere subito, prima che si accasci al suolo come onusto carpine. –

Presto fatto, passammo agli antipasti: un mezzo Dolce di Parma, un Felino intero, una “burnia” di peperoni al brusc, una di tomini elettrici e una al verde, una pentola di “finanziera”, una di insalata russa e due plateau di viteltoné, sott’oli e sottaceti vari, kg 2 di acciughe sott’olio. Intanto nella pignatta a bollore furono cotte cinque dozzine di agnolotti al “plin”, una mezza chilata di taijarin e gnocchi alla bava (un quarto di forma di fontina rigidamente valdostana perse la vita nell’ingorda imballatrice). Non contento richiese due spaghi ajo, ojo e peperasta abbondante per sgrassarsi la bocca. Intanto occhieggiava gli spiedi e scofanatosi un’oca, gradì solo due stinchi di maiale, ma fece inverno tra le verdure, soprattutto con la ratatouille. Iniziò ad avere i primi cedimenti con il gorgonzola, che sosteneva: mai mangiare prima del grana.

      Bravo merlo – sussurrò il Prode Prodiero – mai prima di averne mangiata mezza forma di grana. –

L’uomo sorrise e continuò la scofanata infinita. Per cedere dopo la polverizzazione della Saint’Honoré a due piani. Il secondo lo terminò con fatica, anche perché, protervo, la volle intervallare con l’assunzione di una crostata ai mirtilli di mq 2,5. Di pintarde che accompagnarono il pasto, oramai ne rimaneva che solo lo sterminato cimitero.

Il sicofante con occhio spento e oramai trigliato, ingurgitò in un impeto disperato una mezza di sgnappa aromatizzata con un composto segreto, frutto delle alchemiche ricerche del nostro cappellano.

Si levò un urlo selvaggio – Si aprano porte e finestre, tutti sotto i tavoli, si salvi chi può !!!

Tony, colto da peristalsi, aprì la bocca ed emise un boato tale, che rese il tavolo su cui aveva consumato la sua colazione, da onesto e umile fratino, in fiammeggiante e pomposo rococò spagnoleggiante. Le pareti tremarono, ad alcuni caddero baffi e barba dal gran calore che si era generato nell’ambiente. Altri ritrovarono il colore naturale dei capelli, ad altri fu eseguito, gratis, un lifting facciale. Molti ebbero danneggiati i timpani e l’aria ionizzata forzatamente aprì tutti i polmoni di tutti i presenti e altri e più incredibili, quanto improbabili accadimenti, avvennero.

Marat (Morto nel bagno), terminata la terribile bufera, profferì le tragiche parole, che tutti noi non avremmo voluto ascoltare: – Ma, si può sapere, cosa è successo nel fienile? – e accompagnò le parole con un sorriso beffardo.

Il Tony aprì un occhio, quello meno trigliato dei due: – Spetta che ti racconto ~.

 

Le fanfole continuano, siate vigili.

 

Noi, quelli del ‘54

Il Terzo Tempo – parte 1°

Cari ospiti, amici e sodali della naturale ovalità di questo mondo e dell’altro, benvenuti.  Continuiamo la disanima dei fatti, precisamente quelli susseguenti all’agone amoroso tra i due piccioncini, lemma invero non indicato per argomentarne le sembianze, ma atto a significarne la loro situazione sentimentale.

Dopo la fatidica maratona amorosa, consumatasi per un giorno e una notte intera e che ci aveva scoperto, all’alba del terzo giorno con un ramo di dura quercia ormai finemente intarsiato dallo Gnomo e sul quale come in un’epopea, degna della migliore tradizione induista, si dipanava la storia intera dei ripetuti congressi carnali. Ora quello stesso ramo, ora odoroso di resine protettive, fa bella mostra di se sulle pareti dell’Hostaria, epifanico indice degli sforzi fisici profusi, onde saziare elementari bisogni fisici, che hanno sortito l’effetto di rinsaldare un desiderio sentimentale, che come fuoco sotto la cenere, covava da qualche tempo e come improvviso piroclasto ha deflagrato in tutta la sua potenza. Alcuni, al guardar il fallico emblema, non si sottraggono a maligne esternazioni, tali da denigrare il fatto ma Ovale, forte dei suoi, indimenticati 700 kg di pura cattiveria, ha già mostrato al popolo tutto, che non bisogna assolutamente denigrare; piuttosto stupirsi e aspirare a raggiungere tale ardua vetta. Infatti dopo essersi masticato un paio di disavveduti avventori, che avevano osato mettere in forse l’agone, ora ha raggiunto lo scopo. Solo ieri alcuni hanno portato sciarpe e magliette e pensando di passare inosservati hanno toccato il sacro simbolo, sperando in benefici effetti erettili. Il Lallo sorveglia attentamente che nessuno provi ad allungare le mani. E’ una settimana che non si nutre ed è nervoso, quindi “ ‘sté tenti.” Ci si accingeva ad approntare le mense, nei giorni appresso, quando con un boato la porta dell’Hostaria si spalancò e l’immane figura del Tony, si appalesò in tutta la sua imponenza. Calò un silenzio artico, persino il gagliardo garbino, che fino allora mugghiava con insistenza, tacque. L’attesa degli eventi, si fece spessa e qualcuno ne approfittò per tagliarne alcune fette per sgranocchiarle in attesa del pasto principale.

Il Tony esordì con cavernosa potenza : – CIBO !! –

JeanPierre, contando sulla laurea in veterinaria, formulò immediatamente la diagnosi: – E’ in ipo di tutto! Da mangiare e bere subito, prima che si accasci al suolo come onusto carpine. –

Presto fatto, passammo agli antipasti: un mezzo Dolce di Parma, un Felino intero, una “burnia” di peperoni al brusc, una di tomini elettrici e una al verde, una pentola di “finanziera”, una di insalata russa e due plateau di viteltoné, sott’oli e sottaceti vari, kg 2 di acciughe sott’olio. Intanto nella pignatta a bollore furono cotte cinque dozzine di agnolotti al “plin”, una mezza chilata di taijarin e gnocchi alla bava (un quarto di forma di fontina rigidamente valdostana perse la vita nell’ingorda imballatrice). Non contento richiese due spaghi ajo, ojo e peperasta abbondante per sgrassarsi la bocca. Intanto occhieggiava gli spiedi e scofanatosi un’oca, gradì solo due stinchi di maiale, ma fece inverno tra le verdure, soprattutto con la ratatouille. Iniziò ad avere i primi cedimenti con il gorgonzola, che sosteneva: mai mangiare prima del grana.

      Bravo merlo – sussurrò il Prode Prodiero – mai prima di averne mangiata mezza forma di grana. –

L’uomo sorrise e continuò la scofanata infinita. Per cedere dopo la polverizzazione della Saint’Honoré a due piani. Il secondo lo terminò con fatica, anche perché, protervo, la volle intervallare con l’assunzione di una crostata ai mirtilli di mq 2,5. Di pintarde che accompagnarono il pasto, oramai ne rimaneva che solo lo sterminato cimitero.

Il sicofante con occhio spento e oramai trigliato, ingurgitò in un impeto disperato una mezza di sgnappa aromatizzata con un composto segreto, frutto delle alchemiche ricerche del nostro cappellano.

Si levò un urlo selvaggio – Si aprano porte e finestre, tutti sotto i tavoli, si salvi chi può !!!

Tony, colto da peristalsi, aprì la bocca ed emise un boato tale, che rese il tavolo su cui aveva consumato la sua colazione, da onesto e umile fratino, in fiammeggiante e pomposo rococò spagnoleggiante. Le pareti tremarono, ad alcuni caddero baffi e barba dal gran calore che si era generato nell’ambiente. Altri ritrovarono il colore naturale dei capelli, ad altri fu eseguito, gratis, un lifting facciale. Molti ebbero danneggiati i timpani e l’aria ionizzata forzatamente aprì tutti i polmoni di tutti i presenti e altri e più incredibili, quanto improbabili accadimenti, avvennero.

Marat (Morto nel bagno), terminata la terribile bufera, profferì le tragiche parole, che tutti noi non avremmo voluto ascoltare: – Ma, si può sapere, cosa è successo nel fienile? – e accompagnò le parole con un sorriso beffardo.

Il Tony aprì un occhio, quello meno trigliato dei due: – Spetta che ti racconto ~.

 

Le fanfole continuano, siate vigili.

 

Noi, quelli del ‘54

Ufficio Facce

Inizia la ventiquattresima settimana dell’anno:

L’ Ufficio Facce richiesta la prova ontologica della propria esistenza agli organi preposti, non ha ancora ricevuto risposta.

Ciumbia !! E’ dal 1954 che aspetto !!!

Noi, quelli del ’54

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