CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

ENGAGE part THREE

Cari ospiti, amici e sodali dell’ovalità del mondo. Notizie bizzarre, ma non per questo depauperate di quella giusta aurea di gioiosa ed impalpabile soavità, che permea tutte le notizie del “Alla Bella Bignola”.

Immagino tutti voi già assisi, su comode poltrone e scranni degni dei vostri glutei. Approfittate di cuscini vaporosi e morbidi e giacete in languide parvenze e pose. Vado a narrarvi del ritorno della pulzella, più che pulzellata, Teresona nei luoghi cari alla sua spensieratezza di giovane donna.

Avevamo lasciato la giovinetta, sitibonda delle gioie carnali, dopo quelle famose trentasei ore di tour de force, che si era trovata ad imporsi ed imporre al sicofante di nostra memoria.

Ora garrula e giuliva presentatasi al cospetto delle “Allegre Comari”, non mancò molto che subissata dalle richieste sempre più intense e pressanti, ebbe la voglia e l’uzzo di liberarsi del fardello, che portato sul maestoso petto (ricordiamo la sua nona di carnosa e carnale beltade), ora più che mai doveva erompere in tutta la sua potenza ed evocare alle “Comari” rapite, i momenti salienti di quelle infuocate ore.

Zobeide e Zoraide, abilmente manovrate da quella vecchia volpe della contessa Baldaquia, avevano approntato per l’occasione la “petite patisserie” con golose creme e frutti scintillanti sotto la patina d’invitante gelatina e poi ancora rosoli, ratafià, passiti e zibibbi.

Insomma un giulebbe di bibliche proporzioni. Ciliegina sulla torta, con perfidia squisitamente femminea le presentarono uno Zabaione Reale (dodici uova, mezzachilata di miele e una bottiglia di marsala stravecchissimo a stemperare l’allappante pastone).

Teresona a quella mostra andò giù definitivamente di testa e satolla per la quantità inusitata di zuccheri ingurgitata, ma soprattutto per la pantagruelica scorpacciata di zabaione, iniziò il racconto di quelle torride ore.

Ora, dopo la crapula di fragolino e la successiva dormita, con la testa infilata in una cappa piombigna, si era accorta della presenza del Tony, il quale non da meno era nella stessa situazione, ma tentava di darsi un tono impostando una conversazione sulle vacche, i maiali e pollame vario, che vivevano nella fattoria della giovinetta. Ora tutto si sarebbe aspettata. Anche un assalto alla baionetta, un’incursione maldestra sotto le sue gonne di uno smanacciare molesto anzi che no. Non certo le richieste riguardo ad una possibile, quanto mai inopportuna pandemia di afta epizootica. Riguardanti poi le sue mucche, gioielli da esposizione, campionesse nella produzione del latte. Questo le fece montare un furore cieco e dopo la giusta configurazione ad aquila, si dispose a fare delle sembianze facciali di lui una sanguinolenta maschera. Il sicofante, in un momento di completo obnubilamento, le porse a chiusura del suo esecrabile discorso, un mazzo di fiori di campo. Fiori odorosi e beneaugurati, che la contessa astutamente aveva sparso a piene mani tra gli steli di erbe, già gravidi di essenze pruriginose. La giovinetta fu colta da improvviso imbarazzo e subitamente accettò il dono insperato. Così tra un fiordaliso e rami di rosmarino, tra una umile margherita e un rosso papavero iniziarono, quella gioiosa tenzone che prima li portò verso casti baci e poi in un crescendo rossiniano ad abbracciarsi e rotolare tra le erbe. Poi accaldati da tanto sforzo, presero, con foga sempre maggiore a spogliarsi dei panni ed al fine rimasero nudi offendo l’uno all’altro lo splendore dei loro corpi. Ora l’anatomia femminile e maschile, non era certo materia consueta e delle evidenti diversità, non n’erano stati informati. Infatti il ribaldo alla vista delle pudende femmine cacciò un urlo beluino ed iniziò una focosa, quanto feroce, tirata su com’era stato turlupinato e di come non accettava che lei si presentasse con evidenti, quanto inopportuni e antiestetiche tumefazioni sul petto e cosa ancor più grave di come fosse mancante di un oggetto, chi egli riteneva e reputava assolutamente indispensabile per una serie di funzioni, anche quella del piacere (per lui fino a quel punto era stato unicamente solitario e dell’onanismo aveva fatto scienza e virtù massima). Neppure lei si sottrasse a quell’ondata d’ira ed iniziò ad inveire, ma per opposte questioni. L’assenza dei turgori superiori e quell’inguardabile escrescenza, che si ergeva verso di lei sì come stele granitica, ma nello stesso tempo minacciosa presenza. Ripresero così a spingersi, lanciandosi accuse le più terribili, dopo di che passarono alle ingiurie e da quelle alle vie di fatto, il passo fu breve. Ora da quello aggrovigliarsi di corpi, da quella maestosa e loocontica massa umana iniziò, però a levarsi, non più frasi gravide di feroci epiteti, bensì dapprima languidi sospiri e poi in un crescendo rantoli affannosi e grida, con un’alternanza di negazioni e d’affermazioni sempre più incalzanti, sempre più convulse sino all’urlo finale, liberatorio di quelle tensioni che si erano andate accumulandosi.

I due però, avevano distorto l’agone amoroso e convinti che nessuno dei due avesse avuto il sopravvento, dopo poco ricominciarono da capo. Questa volta con meno spinte, insulti ma concentrando gli sforzi sui sospiri, le urla di godimento sul “Sì, sì,sì ancoraaaaa” oppure sul “No, no,non smettereeee” e via incalzando. Dopo essere riusciti anche a proporre la famosa “Chiave nepalese” e la “Grand renversèe con doppio carpiato lateralizzato”, figure erotiche della cui difficoltà tutti noi siamo ben edotti, finalmente i due giovani si addormentarono l’una nelle braccia dell’altro, quasi che il sonno fosse sceso, pietoso e compassionevole a sopire e smorzare i bollenti spiriti e le sconsiderate tenzoni cui avevano sottoposto se stessi. Il sonno, come il tempo, fece la sua parte di galante e quanto mai provvido, gentiluomo. Ora tutto questo la giovane lo raccontò anche con dovizia di particolari, non trascurando nulla delle performances cui si era e a cui aveva sottoposto il sicofante. Le “Allegre Comari”, che fino allora si erano date tono di navigate consumatrici d’amor profano, a quelle parole e quegli esempi, da una parte riandavano ai loro tristi consessi carnali, consumati approssimativamente con i rispettivi, dall’altra masticavano rabbia per come quelle evoluzioni, avevano resa florida e splendente la giovinetta che radiosa emanava sensualità da ogni poro e gli occhi a quel ricordo, splendevano come gemme lucenti. Solo Tutto qui, rimase impassibile, più che altro basita dai tempi e dai modi dell’agone. Cose che lei non aveva mai fatto né tanto meno subito, con suo profondo rincrescimento. La Contessa, intenerita da tanto dire, andava con la mente ai suoi trascorsi e ne rammentava con melanconia tutta la struggevole sensualità che aveva percorso i tempi della sua gioventù. Zoraide, annichilita dal racconto, non aveva neppure la forza di ricordarsi dei suoi leonini appetiti che da molto la stavano consumando. Zobeide, continuava a ripetere all’infinito “Che tenero”, essendo lei convinta che tutto ciò che fino all’ora aveva ascoltato era stato solo un racconto, carico di un romanticismo ormai perduto.

Come avete letto miei cari, questo è il racconto di Lei.

Ma cosa sappiamo da Lui? Quale elegiaca epopea avrà esternato, sospinto da quella frase, lievemente sardonica e carica d’ironia, proferita da Marat (morto nel bagno)?

Attendiamo fiduciosi che il sicofante si rimetta da quella tempesta gastrica cui si è abbandonato e conosceremo la sua versione.

Siate vigili e attenti e non dimenticate i morbidi cuscini di cui avete fatto usbergo. Le fanfole non sono ancora terminate.

 

 

Noi, quelli del ‘54

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11 pensieri su “ENGAGE part THREE

  1. scusi l’ingoranza messere… potrebbe rendermi edotta riguardo le due figure da lei citate (chiave nepalese e grand reversèe)?
    Sarà che son poco sportiva, sarà che ho fatto l’asilo con le suore… non mi sovvengono… 😀

  2. secondo me… qui ci stanno gabbando…
    uhm…
    e qui son due persone diverse… non può essere altrimenti…
    un giorno lo trovi a “cazzare” le vele e ruotare il timone con colpi sì vigorosi che temi possa rendere il guscio navigante un ammasso di legna fradicia, quindi non buona neppure per il camino, l’altro… e l’altro è così… e spassoso e ironico e cialtrone e gustoso e …. tante altre splendide qualità che sarebbe troppo lungo elencare…
    sì… per me ci stan menando per il naso… e son due… e son proprio due…

  3. Il Messere ci sta gabbando?
    Ride forse alle nostre spalle?
    Io seguo, incurante dei venti contrari.

  4. mi unisco a mezzastrega! muoio dalla curiosità di sapere cos’è sta “Chiave nepalese”!
    richiede prestazioni atletiche notevoli? si può fare tranquillamente a casa? 😀

  5. @ mezzastrega = la sua domanda ne fa sorgere un’altra ben più pressante.
    Ma che ordine di suore ha seguito ???
    Io personalmente quello dell’ordine dei Fratacchioni del “Gaudere Igitur Sempreque” :-))

    @ azalearossa1958 = mai ci permetteremmo, noi e spassosi e ironici e cialtroni e gustosi, di menare per il naso chicchessia ed in special modo arbusti rustici e rubescenti.
    Giammai.
    Noi, quelli del ’54, non siamo in due.
    Noi siamo soli, nell’ Ufficio Facce a NordOvest di noi stessi.

    Per come mi hai definito, ti meriti un lungo e sentito abbraccio, sono commosso e confuso.
    Li incasellerò nel cuore tra i :”Pervenuti con affetto” !!

    @ anneeche = capitano, mio capitano, stringi il vento e un palmo di terzaruoli alla gabbia di maestra.
    Nessun vento sarà mai contrario.

  6. @ CurlytzT = la mia proverbiale modestia mi impedisce di mostrarne il filmato integrale, ove per ragioni dipendenti dalla mia volontà (Cupidigia di visibilità,sete d’immagine, voglia d’apparire a prescindere), sono stato immortalato nell’atto in questione.
    Dal fiilmato potreste trarre tutte le indicazioni del caso, ma solo un buon maestro potrebbe ben indirizzarvi e …
    Artemisia, la mia, mi guarda già con occhio sardonico e scuote la testa.
    Capisci anche tu che …

  7. elisabettine
    il principe era dalle dimesse

    mi sto redimendo ora, per questo ero interessata… 😛

    Ora… io non sono interessata al filmato, non vorrei suscitare interesse negativo da parte di Artemisia, per carità…
    Mi accontentavo di sommarie spiegazioni… 😛

  8. @ mezzastrega = per la chiave nepalese dopo aver recitato a sfinimento gli opportuni mantra e almeno i primi 7 capitoli del “Libro Tibetano dei Morti ” dovrai porre la tua gamba destra alla sua sinistra e la sinistra sopra la sua spalla destra, lui sarà prono, ma con un braccio, il sinistro rovescio rispetto all’asse dell’elisse, che compirà con il braccio stesso. Di poi imitando con perizia il leopardo delle nevi, nella sua postura di caccia, dovrete emettere borboritmi, meglio infrasuoni. Ciò per migliorare il kharma e l’apertura del terzo occhio e del quarto chakra.
    Essere nepalese da almeno dodici generazioni, è fondamentale per iniziare.
    Ci sono in giro delle urfide imitazioni, che distruggono la bellezza di una posa così plastica.
    Per l’altra figurazione è fondamentale la laurea in fisica dei quanti e avere frequentazioni giornaliere con il bosone di Strumfhgheswallerkuntnz.
    Il resto è tracciare il diagramma funzionale del fotone manchino, applicato all’entropia della galassia di Beltegeuse e voilà, è fatta.
    Ciò che so l’ho messo a disposizione, augurandoti tanto successo.

  9. ora mi esercito 😛

  10. Opperdindirindina che post(o) è mai questo?
    …nel senso che un testo di tale portata abbisogna di immagini didascaliche. Diamine!

    E che mai solo non sia
    il blogger in balìa
    di sua fervida fantasia

    ma possa averne pieni gli occhi
    affinché con le pupille tocchi

    quel concetto sì bene esposto
    fra le righe di stò fantastico posto

    (serve una poetessa nell’allegra compagnia? Cerco giustappunto un terzo lavoro …che i primi due messi insieme ne fanno mezzo)

  11. @ RosaTiziana = che leggo? Che veggo?
    Forse sta giungendo un aedo, ad incantare con voce possente le folle con carmi epici sulle mirabilanti vicende di eroi fantastici ?
    Oppure è un bardo, che con liuti flauti, tamburi e cornamuse innalza canti e peana alla gloria dei molti, che per molte fiate, hanno calcato il palcoscenico della vita?
    Ovvero un menestrello, che accarezzando le corde di un’arpa, intreccia melodie sugli amori di giovani rapiti nel fiore più bello della loro età, dagli affanni amorosi, dalle trepidazioni cardiache?
    Si avanzi dunque chi tra di loro potrà mostrare la miglior arte, non indugi e tragga dalle parole e dal canto sentimenti profondi che tocchino il cuore di ciascuno.

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