CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “agosto, 2009”

Domanda

Cari ospiti, ma a voi, oggi Splinder funziona oppure come suo solito ha dato fuori di matto?

Il fatto che si parla tanto di libertà di stampa e c’é chi la vorrebbe non proprio liberalibera, ha fatto sì che ci siano prove di limitazione in corso?

Non riesco più a vedere i miei commneti e soprattutto quelli degli ospiti.

Io per ora m’incupisco. Se continua m’INCAZZO di brutto.coccodrillo

Sono stato chiaro ?

Noi, quelli del’54, presenti a loro stessi !!

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Ufficio Facce

Inizia la trentaseiesima settimana dell’anno:

 

L’Ufficio Facce rammenta come l’erotismo sia una possibilità.

La pornografia, un fatto !!!

 

Noi, quelli del ’54

Ultime notti d’agosto

Ultime notti d’Agosto

 

Cari ospiti, in quest’ultima notte d’agosto, mi sono travato dibattuto circa l’argomento da discutere con Voi. In un primo momento, mi è parso simpatico, affrontare una disamina  sul modo di esporre i nostri dubbi, le nostre incertezze,ovvero l’intransigenza, ma anche l’amicalità nei confronti del prossimo, con l’espressione … ma vaffan….

Tralasciando l’origine squisitamente semantica, avrei affrontato piuttosto i motivi che ci spingono ad una simile modo d’esprimere i nostri sentimenti nel rapporto con gli altri. Mi sarei avventurato sulle implicazioni di una simile contumelia, avrei affrontato anche il modo con cui la stessa viene porta all’altrui sentire.

Ancorché imbarazzante sarebbe stato però terreno di sapidi, quanto profondi, perché no, scambi di battute, nella stretta osservanza di quelle che sono le MIE regole d’ingaggio. Che voi sapete essere per certi argomenti, ferree ed inappellabili. Chi fosse digiuno o non ricordasse bene posso benissimo ricordarle qui d’appresso:

REGOLE D’ INGAGGIO

1.     Non insultate il padron di casa, è mal mostoso e commenterebbe spiacevolmente voi, i vostri antenati, la vostra progenie.

2.     I commenti sono tali e non servono per rinfocolare vecchi o nuovi rancori tra i partecipanti.

3.     Ricordate la massima "Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me".

4.     Siete responsabili "in toto" di ciò che scrivete, quindi non diffamate, non accusate, non parlate a vanvera.

5.     Accettando queste regole siete i benvenuti.

6.     Ricordate la regola nr. 1 – Io un: VAFFANCULO STRONZO !! Non l’ho mai lesinato a nessuno !!!

Senza avventurarci in un campo, che sa più di palude, ricco di sabbie mobili, inghiottitoi nascosti ed altre trappole, che il calore di questi giorni non ci fanno vedere soprattutto mal sopportiamo, seguendo l’usma di un bell’articolo del mio quotidiano, mi è sorto l’uzzolo di parlare con Voi del “Male Minore”. Quel male alla fine necessario porre in essere, ma che essendo di minore portata, da effetti attutiti, nel tempo  e nello spazio, per tutti coloro che ne vengono o verranno colpiti. Il dibattito di certo sarebbe stato molto più vivace, che il primo caso. Quello in fondo prestava il fianco ad un facile quanto inutile scivolamento verso il becerume più vieto. Sì, poteva generare qualche possibile folata sopra le righe e qualcuno di voi ne avrebbe avuto a male. Poi si sa da una parola mal posta (et scripta manent) il fuoco dell’incomprensioni, delle sottili malignità o peggio sarebbe arso furente.

Meglio soprassedere. Certo è che affrontare un problema quale è il “Male Minore”in queste calde giornate e notti di fine agosto in fondo risulta pesante. Molti di Voi sono reduci dalle tante sospirate ferie. La sabbia delle spiagge che avete affollato, è ancora nelle tasche dei vostri abiti. Avere ancora il sapore del fritto mangiato  “Da Ciccio, il mare in tavola”. Il profumo del banco delle angurie ancora solletica le vostre narici e quel rosso così acceso ancora accompagna il vostro sguardo. Per chi si è invece dedicato alla montagna, non si è ancora perso il profumo dell’erba alpina (Non solo quella verde dei prati in quota) anche quella che sotto altre forme, la sera vi teneva per mano fino al momento di andare a letto. Della polenta con spezzatini, ne vogliamo parlare. O preferiamo indulgere verso le fatiche di una bella scarpinata su sentieri, anche a strapiombo, oppure sulla salita su crode, pareti, spigoli o ghiacciai, per i più ardimentosi e preparati?

Queste ultime notti agostane, non mi hanno portato consiglio, piuttosto tante idee, ma che ciascuna difetta per qualche motivo. La prima abbiamo detto, per la facile scivolata verso luoghi che fanno dire: “Stai mettendo il piede nella bagna “. Ora per chi non conoscesse il dialetto e i modi di dire della sabauda lingua la “bagna” oltre essere quel leccornioso condimento per pasta, ravioli, agnolotti e carni è anche sinonimo di situazione viscosa, o al contrario viscida. Nella quale i confini sono indefiniti e indefinibili. Dove si sa il luogo di partenza, ma quello d’arrivo è avvolto in una caligine densa. Avventurarsi anche con un piede può dimostrarsi foriero di qualunque male. Quindi evitiamolo, grazie.

Della seconda, proprio i calori giornalieri e notturni ottundono un poco le facoltà mentali, già non brillanti, del vostro affabulatore. Per cui parlare di siffatti argomenti occorre quella lucidità, che ora sinceramente manca. Disquisire del “Male” minore o maggiore che sia in termini flebili o abborracciati, è un ‘ingiusto spreco del vostro tempo. Scrivere in maniera “seriosa”, ma senza argomenti ben chiari a supporto delle tesi esposte, renderebbe la lettura una noia mortale, con conseguenti maledizioni scagliate con giusta ragione.

Eppure questo è un argomento che m’ intriga e non è detto, prendetelo come cortese avvertimento, che non ne scriva quando l’aria da soffocante e pesante, si farà più leggera e fina e i primi bagliori dell’autunno si paleseranno.

 

Che volete miei cari questo è il minimo che può capitare a chi incappa, incautamente o meno, in un uomo, perso in una notte persa, a NordOvest di se stesso, nelle ultime notti d’agosto.

 

 

Noi, quelli del ’54, persi in una  notte persa, a NordOvest di se stessi.

A invidia come va?

Cari ospiti, scusatemi se entro a gamba tesa nella vostra vita, ma mi domandavo: a invidia come va?

Non mi scusate ! Pazienza, però la domanda rimane lì, inalterata.

Tutto per il fatto d’aver letto un articolo sul mio  quotidiano abituale : “La Stampa” del giorno 22 agosto a pag. 31. Ad una superficiale scorsa, ho pensato ad una tiepida “querelle” estiva. La solita tempesta in un bicchiere d’acqua. In effetti così è, secondo il mio modesto avviso. Ora il problema del contendere si riferisce all’ultima fatica di Giorgio Faletti: “Io sono Dio”. Giallo abbastanza poderoso, almeno per le pagine scritte (più di 400). Se sia piaciuto o no, questo sta alla sensibilità del lettore stabilirlo. Ciascuno di noi che ha letto il libro e io fra quelli, si sarà fatta un opinione e stante la testa di noi italiani, certo saranno una l’opposto dell’altra. Chi lo esalterà, chi lo affonderà, com’è nella norma.

La “querelle” con tanto di poderoso intervento nel blog di Beppe Severgnini e articoli sul quotidiano”Il Giornale” con una chiusa abbastanza urticante, si rifà a cinque frasi che due famose angliste e traduttrici di premi Nobel hanno trovato sul libro e secondo loro non in spirito con la lingua di Milton. Frasi di uso quotidiano che non avrebbero dovuto essere mutuate e tradotte pedissequamente dall’inglese ma nell’uso trattate in forma più vicina a Dante.

Non riporto per filo e per segno tutto l’articolo, per altro ironico e sottilmente caustico, ma vorrei porre l’accento sulla chiusa della risposta di Faletti, che fa riferimento esplicito ad uno dei sentimenti più comuni dell’uomo: l’invidia.

Per questo mi e vi pongo la domanda: A invidia come va?

Siamo invidiosi, normalmente per quelle cose che capitano agli altri e un po’ ci dispiace se non sono capitate a noi.

 “Mannaggia quel tizio che ha vinto il Super Enalotto. Che invidia !”

Oppure per rimanere in tema c’è chi scrive di un argomento che ci sta a cuore e le cose che leggiamo esprimono al meglio quelle idee che confusamente ci ronzano in testa e che altrettanto confusamente esprimiamo con lo scritto.

Diciamolo: un po’ d’invidia, la proviamo, e che sarà mai.

Ben diversa è invece quella che ci porta ad esacerbarci l’animo per le cose positive che accadono agli altri.

Sia frutto di caso, oppure il frutto di duro lavoro.

E’ vero che forse dovrebbe essere chiamato livore e non invidia, per il contenuto di fiele che poniamo in essa.

Ogni volta che proviamo tale sentimento, non ci sentiamo un po’ defraudati?

Defraudati dal tempo sprecato ad inseguire questo sentimento?

Defraudati di quella compassione che sorregge o dovrebbe, il nostro vivere in relazione con gli altri?

Oppure l’invidia è una molla, che tortuosamente ci spinge a migliorarci?

O ancora è una delle tante prove cui siamo sottoposti da chi in questo vede la vita e il suo svolgersi, chi invece vede l’intervento di un’entità che governa, imperscrutabile, i nostri affanni?

Forse a queste domande, dovrebbe aggiungersene un’altra:” Cui prodest” ?

A chi o che cosa giova l’invidia?

E’ la giusta molla o una di quelle, per migliorarsi perché invidiare gli sforzi dell’altro in un campo che ci sta a cuore e ci spinge a ricercare in noi stessi quelle forze che porteranno a compimento la prova che teniamo a superare.

Oppure è un sentimento inutile, dannoso che getta nell’insoddisfazione chi la prova?

Sì perché l’invidia, a parer mio, è figlia legittima dell’insoddisfazione.

Se non è figlia la parentela è strettissima.

Si è insoddisfatti di se stessi e delle proprie azioni, soprattutto quando vediamo che il vicino, facendo la metà dei nostri sforzi ottiene il doppio dei risultati.

Questo trasforma i sentimenti che proviamo per l’altro in livore prima, cattiveria dopo e nei casi estremi in odio, per ciò che è o per ciò che rappresenta.

Miei cari, questo è quanto. Se qualcuno poi viene preso dall’invidia di non averci pensato prima è bene che sappia che sta allevando una brutta bestia; credo che non valga la pena.

 

 

Noi, quelli del ’54, persi nella notte; persa normalmente, a NordOvest di se stessi.

Ufficio Facce

Inizia la trentacinquesima settimana dell’anno:

 

L’ Ufficio Facce è sgomento dalla presenza apodittica di un nuovo soggetto social culturale:

il cretino per sentito dire.

 

Noi, quelli del ’54

 

Appunti, note a margine, post-it

Cari ospiti, l’inverno è alle porte. Non crediate che la feroce calura di questi giorni, abbia definitivamente cancellato i due neuroni che mi sono rimasti: Tranzo e Sciallo. Anzi essi vagolano tra i miei meandri cerebrali. Garruli, giulivi e cialtroni come sempre. Come neppure le “Ciampornie’s Sister, le fide sinapsi, rimaste impavide a custodire gli ultimi sussulti di una mente chiaramente obnubilata. Piuttosto la mia osservazione è dovuta al fatto che oggi, per la prima volta mi sono accorto del cambiamento del tempo. Mi spiego: Stazione di Milano Lambrate, binario undici ore quattordici e venti. Sotto ad una tettoia che ha visto probabilmente passare le tradotte dirette al Piave, quindi è da considerarsi non un ferraccio consunto e da gettare, bensì onorare come monumento, attendo il treno che mi porterà a casa. L’occhio spento da un turno mattino di una indicibile bruttezza sostanziale, si adagia come foglia morta su di un poster targato Benetton. Tre giovini fanciulle avvolte in caldi (?) pastrani, con tanto di colorate (e che altro) sciarpe e più colorati berrettoni di lana, occhieggiano sbarazzine, quasi ad invitare, anzi invitano ciò che resta di una varia umanità schiacciata da un calore da fonderia, a preoccuparsi e prendere coscienza che l’inverno è alle porte e che, se quest’estate è stata caratterizzata da un caldo marrano; altrettanto dicasi per l’inverno che vivrà di freddo sicuramente polare. Dinnanzi ai frutti piliferi degli ovini, certamente australi, ho un attimo di sgomento. Ma come, mi domando, percepisco un calore equatoriale e tu, sconsiderato pubblicitario, nella tua efferatezza ,la più impensabile, mi propini un caldo paletò? Spero che tu possa patire le pene dell’inferno, per tale profferta. Spero che tu venga immerso immediatamente in un salutare bagno di lava. Questo per l’evidente dileggio che hai avuto nei nostri confronti.

Ancora atterrito da una simile visione e turbato dai pensieri pensati,ecco che il poster a fianco mostra cinque baldi e glabri giovini, in costume natatorio, con logo ben in vista di due noti stilisti :D&G, che occhieggiano ed invitano ad un salutare quanto provvido tuffo in una piscina di cui si intravede a mala pena, il riverbero dell’acque. Ah salutare visione, e lo sarebbe stata di più se l’invito mi fosse stato fatto da cinque fanciulle (de gustibus). Mi dovrò contentarmi, anche se una sottile vene d’inquietudine, si insinua, algida, nel mio spirito. Il dilemma lo sento forte e attuale. Abbandonarsi ai piaceri di un rinfrescante, ma cameratesco lavacro, che attenui e lenisca il fuoco estivo che lentamente mi e ci brucia? Oppure, attirato dagli insinuanti e sirenedi ammiccamenti delle tre fanciulle, provare un qualche brivido, ancorché prematuro, di freddo decembrino ? A questo punto, osservo, come la moda ribalti le stagioni. In estate, anzi in primavera, presenta la tendenza dell’inverno che verrà e all’approssimarsi della brutta stagione sarà un florilegio di capi buoni per temperature tropicali. Convengo che l’industria deve prendersi i suoi tempi, che occorre al futuro compratore il tempo dovuto ad abituarsi al cambio di stagione e al fatidico cambio degli armadi. Ciò però, non toglie, un certo disorientamento. Accanto al paletò, che indica un Natale imminente, lasciare la mutanda da bagno, eco di giusta spensieratezza, può mettere l’osservatore in uno stato d’ansia, da cui è difficile non sentirsi toccati.  A chi dare preminenza? A chi soggiacere? Agli echi di un’estate, che si vorrebbe infinita, anche se molesta per la temperatura torrida? Oppure accettare le brume di un inverno, prossimo venturo, del quale conosciamo l’inevitabile gelido morso. Non sono spenti gli echi della spensieratezza e immediatamente ci cala addosso il gravame di giorni brevi e malmostosi.

Pare quasi che dietro quell’ aria seriosa che hanno i bagnanti e i sorrisi, gelati forse, si celi un qualcosa d’indefinibile. Una sorta di memento: tu ora ti sazi di vino e calore, ma attento le inquietanti nebbie, sono pronte a salire dalla terra che si è spaccata sotto questo sole, fin troppo generoso.

L’incerto incedere dei tuoi passi, non ti ha abbandonato.

Una stagione che non è finita, già cede il posto ad un’altra, ancora lontana ed opposta..

Cavalcando più stagioni, mi sono accorto che, quello che credevo un balbettio di vita esitante e confuso, non ha perso le sue caratteristiche, anzi le ha rafforzate e rimango, con l’occhio pesto di tanto sole: a guardare confuso i richiami antitetici che troppo ci sollecitano; a ripensare al tempo come una misura inventata dall’uomo a dimostrazione del proprio esistere.

 

Noi, quelli del ’54, persi nella notte; persa normalmente, a NordOvest di se stessi.

Ufficio Facce

Inizia la trentaquattresima settimana dell’anno:

 

L’Ufficio Facce, augura una buona settimana di riposo!!!

 

Noi, quelli del ’54

Una notte sfacciata di mezzagosto

Cari ospiti, amici e sodali dell’ovalità del mondo, dopo un certo silenzio dovuto ad improrogabili, impossibili ed improbabili impegni eccomi a relazionarvi sulle ultime novità che giungono, dai luoghi a noi tutti sì cari. Ora si sono spenti gli echi delle fauste tenzoni tra la Teresona ed il Tony. Ambedue oramai satolli di tanto impegno amoroso, conducono la solita e solida vita d’innamorati. Tra quelle piccole baruffe amorose, solite tra chi l’amore dichiara non bello se non litigarello, epperò noi tutti dobbiamo contenere gli slanci di tanta litigiosità. Oramai il dottore si è stufato di suturare labbra rotte e arcate soppraciliari, che effondono umori sanguigni ad ogni piè sospinto. Già applicato gessi per varie microfratture a dita di piedi e mani. Oramai più che baruffe i due si tendono agguati e tutto è dovuto ad un mal espresso sentimento di possesso l’uno, dell’altro. Il tarlo della gelosia li sta consumando. Per questo , radunato immediatamente il consiglio allargato delle grandi crisi, siamo giunti, noi della Compagnia della Buona Morte e le Allegri Comari, ad una conclusione. Se dovessero ancora procurarsi ferite o contusioni inutilmente e per ragioni risibili, quale attacchi di gelosia immotivati, quei due saranno banditi dal consesso e del “Pisellon Fuggiasco” e della “Bella Bignola” per un tempo congruo e sarà loro  proibita alcuna frequentazione, che non sia sotto l’occhio attento e vigile di testimoni attendibili e difficilmente usi ad essere prezzolati. Tutto ciò sotto l’egida e la mano ferma di nostra Santa Chiesa, nella figura del cappellano, nostro padre spirituale e quanto mai provvido fustigatore delle intemperanze amorose, di qualunque specie.

Ora per attenuare questo duro règime, si era pensato, che propizia alla riconciliazione tra i due, sarebbe stata l’agape fraterna che nella notte di ferragosto si consuma tra i componenti dei due ritrovi. Ecco perché la Compagnia della Buona Morte al completo, dopo aver catechizzato il sicofante a rendersi a più miti consigli, si adoprarono ad approntare, il solito braciere per una gustosa, quanto gioconda grigliata. Le Allegre Comari, parimenti dopo severa reprimenda della giovine, avevano posto in essere tutte le migliori arti culinarie in loro possesso, onde allietare con cibi, i più vari e gustosi, le mense che si andavano approntando. In effetti vuoi per la giovialità della serata, vuoi perché si era notata l’assenza dei soliti fastidiosi stormi di zanzare (quelle della Pattuglia Acrobatica di  Comacchio avevano già mandato a dire che non potevano essere della partita, causa Padellata di Pesce in quel di Comacchio appunto e neppure lo Squadrone Volante delle Risaie, da Vercelli poteva aveva declinato l’invito. Troppo importante la Sagra della Panissa, appuntamento imprescindibile) Ora le quattro zanzarine e i due pappataci, in nostro possesso terminarono il lavoro assegnato e ben presto  si ritirarono. Scofanato che fu il quarto di bue, i sei metri di salciccia, i soliti 10 kg di polenta abbrustolita, un carrè di maiale, oltre al sacco di patate, cipolle, peperoni e per sgrassar la bocca mezza forma di bettelmatt e una notevole quantità di pintarde tra rosso e bianco. Aggiungiamo che fu dato fondo senza risparmio al trionfo di cioccolato, alla cornucopia di frutta e crema chantilly, a quei due metri quadri di crostata di frutta di stagione, un paio di casse di pesche, una di susine e spogliato a dovere il fico primaticcio (A tal proposito lo stormo di merli e storni, che frequenta e pascola in zona ha presentato regolare protesta ed ora il mantenimento grava sul WWF Italia e Lipu – chi vuole doni alle due organizzazioni il quid come aiuto e sostegno per il sostentamento dei pennuti). Dopo la sussunzione delle solite sei, sette grolle dell’amicizia di caffè e sgnappa, si stabilì di levare le mense e di approfittare della campagna ubertosa per cercare e refrigerio e un qualche aiuto onde demolire la parca cena, cui ci si era abbandonati. Vuoi per l’euforia che regnava tra di noi, vuoi che surrettiziamente i succhi bacchici, stavano sortendo il maligno effetto, ma ad un certo punto si leva forte la voce di Pepé, che tra un’esternazione gastrica superiore e inferiore esordisce con il tanto vituperato: “Io direi che è ora di trombare! Sì che l’amicizia si rafforzi tra di noi e che lo spirito,altre che il corpo, abbia giusta mercede e soddisfazione !” Ora il discorso in se, presentava il fianco. A tutto. Di questo converrete.

Con ciò non furono certo il tempo degli indugi o dei tentennamenti, ma neppure quello degli scrupoli.

I due innamorati, presi da furore insopprimibile, fecero di una siepe di more e lamponi, l’alcova tanto agognata e non furono certo le spine di quelli inspetato covile a calmare il bollore amatorio, anzi il dolore accuì vieppiù i sensi e s’impegnarono in una furibonda lotta e ben presto si scarnificarono i corpi sulle spine, ma loro sostennero, alle prime luci dell’alba e dopo svariate tenzoni, che non c’è piacere senza dolore e che lo stesso può essere fonte di piacere, ancorché doloroso.

In ogni caso furono poi cosparsi di unguenti e cerotti, barellati nelle rispettive magioni e rividero la luce, dolenti, giorni dopo.

Pepé, essendo preso d’innamoramento assai forte e per certi versi, omogeneo agli effluvi che simpaticamente emetteva ogni piè sospinto, della Contessa Baldaquia, che sappiamo soprannominata “Piede Fetente” (causa l’inopportuna, seppur stravagante, mania di indossare scarponi da montagna in ogni stagione, di indossare appariscenti calzettoni di lana, di norma utilizzati nelle spedizioni polari ad ogni ora del giorno e della notte e da qui l’appropriato nomignolo). Ora il prode con fare mellifluo prima, con atteggiamento birichino poi, ma sostanzialmente il suo era un quanto mai attacco beluino, si fece innanzi alla Contessa, che capite le intenzioni e, vedendo quello che avrebbe dovuto essere strumento di piacere, ma di cui, molti dubitavano essere la reale sostanza, d’acchito si ritrasse, fingendosi fanciulla impaurita e digiuna di tali galliche mostre, ma di poi, fuggendo ignuda tra la lavanda, invitava a seguirla e ad avere con lei un carnale consesso. Dopo aver sgasato il colon e sgravatosi dell’aria in eccesso (Questa volta fu superbo in quanto riuscì ad essiccare nell’ordine due betulle ed un sambuco) il prode, come un bracco, si lanciò sull’usme della donna al grido: “Donna calzata, sempre ben scopata!” Ambedue furono avvolti dai fiori, che per il resto della notte esaurirono il loro profumo. Ma fu semplice sopravvivenza, dei fiori naturalmente. Di tanto in tanto si udivano rombi soffocati e l’aria sapeva di policarburi saturi e no.

Zobeide e Zoraide accalappiarono Jean Pierre e Marat (Morto nel bagno), in quel momento distratti ed occupati a declamare carmi e mottetti amorosi. L’uno, infatti diceva “Mì, tì e il Tony andrem da la tetona”. L’altro, ispirato come novello Petrarca, rispondeva : “Ghe tocherem la mona, ghe tocherem la mona”. Ora i due impavidi declamavano l’inno sacro de “Al Pisellon Fuggiasco”. Le due furie, Zoraide soprattutto, digiuna di sesso da immemori, incuranti del momento essenzialmente spirituale, catartico direi, fecero dei poeti scempio d’abiti prima e poi di corpi. Sfoderando tutte le tecniche possibili, probabili, effettive ed immaginarie. Si esibirono nelle posizioni classiche quali: “La presa del gibbone”, “Ofelé fa il tò mesté”, “Passami la chiave del 13”, per terminare la classicissima “Oh, mi è caduto il fazzoletto”. Zobeide azzardò e con successo, la famosa "Calippo, che passione". Credetemi, come cronista ho assistito a scene le più incredibili ed inenarrabili, ma questa sera mi sono dovuto ricredere e ho dovuto rivedere molte delle mie posizioni.(Ad esempio la “La presa del gibbone” ecco la trovo difficile, più che altro è il ramo, che non sempre è all’altezza giusta, della grandezza acconcia alla bisogna e forse le maniglie che ho in casa le devo rinforzare con due “Fisher” dell’otto. Vedremo)

Che dire poi del Prode Prodiero e di Tutto Qui. Ambedue meno inclini alla modernità e alla spregiudicatezza di questi tempi si accontentarono si giocare a “Sbattipanza contro il muro”. Antico gioco amoroso, che però ha insito in se un perocilo oggettivo di grande portata. Esemplificando, lei si appoggia al muro, ma nel momento topico ecco che compie un saltello malandrino  e ti trovi, nella migliore delle ipotesi a soddisfare le brame in una fenditura del muro stesso. Se invece la fortuna non ti arride, “LO” schianti contro il ruvido cemento. Ciò di norma cagiona ferite ed abrasioni guaribili in 15 giorni, salvo complicazioni e il mancato utilizzo, anche manuale, dell’attrezzatura medesima. Oltre ad ululati e grida altissime a cagione di un dolore irreprimibile.

Le setose dita dell’aurora colsero avvinghiati, satiri e baccanti in un coacervo di corpi, in un ammasso laocoontico di membra. Terminava nel sonno dei giusti, una notte di spregiudicata sregolatezza.

In cielo le stelle mano a mano impallidivano, ben contente di dimenticare scene così esecrande e lasciavano felici il compito di risvegliare da quel infernale turbinio di sensi, l’astro che rosseggiando, saliva da dietro monti lontani.

Miei cari affido a voi il silenzio che deve cadere su questa notte.

 

Noi, quelli del ’54, persi nella notte; persa normalmente, a NordOvest di se stessi.

Arrivi. Partenze. Ritorni. Soprattutto ritorni

Cari ospiti, due ombre scure scivolavano nella notte agonizzante venerdì scorso. Due ombre furtive, con il minimo di bagaglio consentito, dalle circostanze. Un lampo di luce, poi le due ombre furono romabate via da ronfo di un diesel. Il nero nastro d’autostrada, puntinato da luci di macchine e camion, sembrava non aver fine. L’avventura era iniziata. Le dita rosseggianti dell’aurora stavano già lasciando il cielo ad un sole altrettanto rosso e significativo di una giornata calda. Le file di puntini rossi danzavano al ritmo sincopato dei sorpassi, quando improvviso la realtà dell’autogrill.

      Papy, ma hai visto quel truzzo? Mi fissa, ma che guarda? Lo fanculizzo ora o dopo colazione?

      Dopo, mio tenero virgulto, dopo.

      Buon giorno succo, cappuccio e brioche e per te?

      Spinacella e Fanta!

Ho temuto il Diabolico e un taj di bianco, con grigioverde a far da idraulico Liquido. Beata gioventù, carne che cresce. Sì mò, basta però. E che diamine siamo quasi sul metro e ottanta. Eh va bhé, lo so la colpa è mia, sono io geneticamente modificato. Uno e novanta una quintalata d’uomo.

      Papy, parole crociate  e il Liga a palla per il passaggio dell’Appennino?

      Of course, mio delicato virgulto. Ruttare fuori dal finestrino, grazie!

Il Liga a palla e si attacca la montagna. Silenzio. Solo le svisate di Luciano, con quella carta vetro al posto della voce. Grande il Liga, dà spessore e adrenalina alla salita.

Improvvisa coda e una macchina che già ci ha sorpassato e che abbiamo sorpassato ci affianca. Finestrini abbassati.

      Ah, ma allora si fa uso di doping?  Risate e ammissione.

      Vai uomo, si va in coppia ! Io vado e lui dietro fino a Firenze Certosa, con il Liga che pompa musica e noi che battiamo il tempo. Sfanalata e saluti. In mezzo al mare di metallo siamo di nuovo soli, noi e il Liga. Ci soccorre il Guccio, e ridendo arrivano le nove e mezzo. Città della Pieve, con la sua faccia di mattoni, ci sorride e ci accoglie. Distribuzione di derrate : undici grosse micche, una dozzina di pacchetti di biscotti, due chili di grissini. Le suore gioiscono. La badessa, mia cara e antica amica, già mi ha parlato. Nessun colloquio, c’è il fratello in visita. Precedenza ai parenti. Fa nulla, faremo altro.

Sabato mattina.

      Papy, cosa dici di Orvieto? Già visto, ma da rivedere.

      Ma sì, niente autostrada, passiamo traverso.

      Cartina?

      A casa.

      Che San Cristoforo ci protegga. Vai va.

Dopo un buon 5 km in una strada bianca, senza che passasse anima viva, se non un ciclista che ci guarda passare, ma è già disfatto dalla fatica, su di un erto campo un capriolo.

      Guarda, darling, un capriolo !

      Guarda papy, che vai dentro al fosso!

Dopo una buona mezzora di sbagli strada e girovagare in tondo senza scopo

      La strada per Radicofani !

      Ti prego evitiamo, piuttosto Chiusi, tanto ormai Orvieto …

      Eh però ai visto che bei posti, hai visto il capriolo…

      Sì bellissimi, anche il fosso, pure lui!!

Sempre a girare il coltello nella piaga. Per una volta che Papy commette un errore. Eh ché sarà mai.

      Papy, guarda del fumo.

      Già, ma bruciano stoppie ! Vacca nò, non sono stoppie è il sottobosco… Pronto VuVuFfffFffff. Sono un turista e sto percorrendo la SP 42. In località Solicello, qualche amabile pirlone ha dato fuoco, al sottobosco. Se intervenite con sollecitudine, visto le quattro case che ci sono accanto al fuoco, ve ne saremmo grati. Noi e gli abitanti delle case, soprattutto.

      Arriviamo subito! (Bhè, subito. 20 minuti dopo, vuoi la lontananza della caserma, vuoi la strada tutta una curva e vuoi anche la bestia di autopompa, 20 minuti sono un record.)

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Gli abitanti delle case zompano fuori come missili, due auto cariche di tedeschi con mamma, papà, 3 figli due nonni una zia e 2 cani. Loro non si fanno mancare nulla.

Arrivano i VuVu FfffFfff. Che lo spettacolo inizi. Getti d’acqua, come a Tivoli, bestemmioni contro il pirlone piromane (E siamo a 38, solo quest’anno e molto probabilmente per mano sua)

Fuoco_gerbido1

Poi arrivano due elicotteri e dal basso e dall’alto piove come in un temporale. Un’ora ed è tutto finito. Arriva la Forestale, vado a parlare con il Sovraintendente.

      Mannaggia, mare scià, fossi arrivato cinque minuti prima, lo prendevo con le mani nel sacco, anzi sull’erba. Un cinquantino, con un’auto azzurra. L’ho visto fermo all’incrocio sotto, giusti 5 minuti prima dell’incendio.

Fuoco_Fine

Verbalizzato tutto, è quasi mezzogiorno, dalle dieci circa che siamo in ballo, la compagnia si scioglie. Le foto che vedete sono della leonessa e anche del tedesco in fuga, ma che poi all’arrivo dei pompieri non ha resistito al richiamo della sirena dell’autobotte. E giù di reflex. Queste stesse fotografie saranno inviate al CFS e ai VV.FF. Ci sentiamo buoni cittadini. Per Orvieto , la prossima volta.

Domenica, sveglia alle sette, colazione normale, poi per l’ultima vota dalle nostre suore. Messa e via di nuovo sull’autostrada. Breve sosta in quel di “Val d’Arno” caffè ed acqua e poi una tirata fino a casa.

A Piacenza, sosta veloce – Guida un po’ tu ! – Dico alla fanciulla. Mano a mano che i km passavano, acquistava sicurezza.

      Bella pa’. Con quella della mamma, per fare un po’ di velocità, ci metto una vita. Qui schiacci e via. Grande, togotighito.

      Bella, ci sono 600 cm3 e un turbo in più. Però adesso fai i 100 non i 140 eh. Facciamoli, grazie.

      Si, va bene. Però come il solito mi … tarpi le ali.

      E’ per abituarti al Pandero. Slow, please, slow.

E siamo a casa, sani e salvi. Ferie finite. Tre giorni con la Leonessa, non ha prezzo, ma tre giorni senza Artemisia, la mia. Che peso sul cuore.

 

 

Noi, quelli del ‘54

Ufficio Facce

Inizia la trentatreesima settimana dell’anno:

 

L’Ufficio Facce, si augura e vi augura di fare a farcela!!!

 

Noi, quelli del ’54

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