CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “settembre, 2009”

Ufficio Facce

Inizia la quarantesima settimana dell’anno:
 
L’Ufficio Facce si dissocia da quanti hanno assunto la stupidità come segretaria !!!
 
Noi, quelli del ’54

Il tempo passa come la scia di una nave

Cari ospiti, è già passato un anno, da che ho salpato le ancore di questo mio barco immaginario e altrettanto immaginario è iniziato il periplo della mia esistenza tra i mari di Splinder. Un pianeta, un quartiere, una via dove si affaccia e si riflette la vita di tanti, che come me alternano il reale con il virtuale, portando nell’uno e nell’altro se stessi o parte di esso.
Se vi piace chiamatemi Ismaele e pensate che questa nave abbia le severe linee della “Pequod”. Sul ponte troverete  Achab e il suo odio per il grande Leviatano.
Se amate l’ avventura, che possa coprirvi di gloria ed onore, non dovete far altro che vedere le vele della “Golden Wind” e potrete osservare sul cassero, accanto al timone, Morgan il precursore della guerra di corsa, cui Elisabetta I ha dato regie patenti.
Desiderate invece partecipare alle scoperte, allora seguite la vaga scia del “Brandano”, che nelle fredde acque del Nord Atlantico segue i passi della “Navigatio” e spinta da vele con la rossa croce celtica, la barca fatta di pelli di bue, cerca la via per le Americhe.
Secoli prima di Cristoforo Colombo.
Ancora sentite i rauchi sforzi della ciurma di Erik il Rosso e dei suoi drakkar? Sono quegli sforzi che Tim Severin, a bordo di quelle pelli, ha seguito per mesi.
Se preferite altre avventure, se cercate “Mu” e Bocca Dorata o l’isola del “Monaco” allora salite a bordo de “Le tre Sante Marie” e non fate caso se il capitano, non farà nulla per esprimere la sua cortesia. Seguite Corto Maltese, senza fiatare, sarà lui che vorrà conversare con voi. Ha i suoi ritmi, i suoi tempi e siete suoi ospiti, ma non saprete se graditi o meno.
Pensatela come volete, solcate il mare che più vi piace, ma al timone troverete il “Monaco Bianco” e sulle sartie, come gabbieri a dar volta ai terzaroli delle vele troverete le fanfole e lassù, nella coffa di maestra, in punta d’albero c’è l’Ufficio Facce, impegnato a scrutare l’orizzonte e di tanto in tanto, colpa del mal di mare a esternare il frutto delle fatiche del cuoco “ Al Pisellon Fuggiasco”.
Lo so miei cari, le donne a bordo sono una maledizione, ma come potevo sottrarmi dall’imbarcare le “Allegri Comari”. I ponti vanno lavati, le vele riparate, rammendate le amache e le armi debbono brillare. Come possimo farlo noi ometti, se non abbiamo degne insegnati.
Poi sono sotto contratto ed io vado contro la “Triplice”?
E poi possiamo anche sorvolare, se sugli stralli c’é il bucato che asciuga e il gran pavese a volte viene issato carico di mutande e reggiseni.
C’è un tocco d’ironia, giusto per ricordare che non dobbiamo essere troppo seri e crederci chissà che.
Questo me lo ricordano già, grazieaddio Tranzo e Sciallo con l’ausilio delle Ciampornie. I miei ultimi due neuroni e le poche sinapsi, che ancora, con tutta l’improbabilità del caso, albergano ostinatamente nel mio cranio.
Come secondo in comando e nostromo: Artemisia, la mia.
Veglia e vigila su tutto e tutti. Con nerbo ma con gusto riesce a imbrigliare una ciurma altrimenti difficile.
La Leonessa è l’ufficiale più giovane, desiderosa e intrepida, pronta e tesa alla conoscenza, in questa lunga corsa la troverete in vari luoghi a svolgere varie mansioni.
Com’è giusto che sia.
Per i topi di sèntina c’é sempre il Ligabue, gatto che sappiamo rock e interista.
Poi l’equipaggio di spudorati quanto improbabili lupi di mare quali sono, ecco quelli della “Compagnia della Buona Morte”, lesti più al gotto e alla franchigia, ma capaci di imbrigliare anche il più piccolo refolo di vento.
Ah, il vento.
Questo “Maestro” teso e imprevedibile, che veleggio non sempre di gran lasco. Molte volte lo trovo al traverso o peggio mi costringe a boline estenuanti.
Sempre pronto a farmi cambiare le mura, in un infinito ed estenuante gioco.
Mi troverete al tavolo da carteggio, molte volte perso, in notti perse a NordOvest di me stesso, a cercare la rotta migliore, a evitare quel groppo di vento maligno.
Come Odisseo alla ricerca di qualcosa, impegnato più nella navigazione che consunto dallo spasmo dell’arrivo a destino.
Non so cosa cerco.
Non me ne curo poi tanto, ma questo mio navigare mi ha dato risposte, mi ha donato dei pesci, che non cercavo,ma di cui mi sono accorto di aver bisogno.
Ho ripulito l’etica e la morale da quella morchia portuale che stava consumando tutto.
Ho issato la bandiera della responsabilità e ho rilanciato lo scandaglio del dubbio.
Ho incrociato molti altri battelli.
Tozze caracche, agili clipper, maestosi tre ponti o semplici gozzi.
Con alcuni, sembra quasi che si gareggi, in quelle regate tra amici, che debbono necessariamente concludersi con epiche mangiate e ci si invita a bordo, una volta ciascuno. Andando e venendo, carichi di doni preziosi fosse anche un sol fiore, una parola, una frase, un ricordo.
Altri velieri sono scomparsi all’orizzonte, persi o allontanati da questo vento forte e per loro molesto. Forse non mi sono curato molto di seguire le loro scie o hanno perso per me interesse.
Incurante di questi cinquanta ruggenti, continuo a navigare.
Non c’è nulla di scritto che non si debba riscrivere, non c’é nulla di ascoltato, che non si debba riascoltare.
Fosse solo per il piacere di farlo, perché negarsi questo piacere.
Se vedrete le mie vele, date un grido. Mi metterò alla cappa e ascolterò le vostre storie ed io vi racconterò le mie.
“Permesso di salire a bordo, accordato.”
Sarò felice, quando anche voi farete lo stesso con me.
Ora, se Voi permettete, devo manovrare:
 
 “Monaco, virate di 7 gradi alla puggia”
“Aye, Aye, Capitano”
“Nostromo, la guardia a riva, il vento ha rinfrescato."
"Un palmo di terzaroli alla mezzana e fate serrare le gabbie di trinchetto." "Abbracciate le vele di bompresso."
"Voglio un uomo allo scandaglio."
"Guardiamarina, il punto!”
“Aye, capitano: 65 Sud, 36 Ovest”
“Uomini, alla via così !!”
 
Noi, quelli del ‘54

ECCHECAZZO !!!!!

Quì non si riesce più a commentare nulla.

SPLINDER, mannaggiaate, che cazzo hai combinato!!!!!!!

NOI,quelli del’54 incazzatamente a NordOvest di noi stessi

Tutto è pronto, ma non tutti sono pronti.

Cari ospiti, amici e sodali dell’ovalità del mondo. In queste ore affannose “Al Pisellon Fuggiasco” e “Alla Bella Bignola” sono attraversati da folate d’intenso, quanto affannoso travaglio. Innanzitutto fervono i lavori nelle ubertose vigne che coronano le colline, incornicianti i luoghi a noi cari. Tutti sono nei filari per la fatica della vendemmia. Da poco concluse le fatiche dei moscati e già ferve l’attività nelle vigne odorose di barbera, freisa, grignolino, mentre silenti e desiderose di sole, le fila dei nebbioli attendono fiduciose il compiersi dei loro giorni. Ormai si parla solo di zuccherina e gradazioni, di pigiatura e pulitura delle botti, di come eliminare i graspi e di quanto potrà rendere il vino. Della gradazione, del colore, sapore, aroma, dei sentori del medesimo. Continua così imperterrita la vita di chi ha fatto del vino, un alimento da assumersi in modica ma ottima quantità. Giusto premio per un buon pasto e non oggetto di forzata assunzione, a scopo di ottundimento di se e delle proprie facoltà cognitive. Anche se di queste abbiamo avuto già tristi esempi di assoluta mancanza. Ma ciò non dal fatto di aver abusato di Bacco e dei suoi frutti, ma per motivi che travalicano la comprensione umana e per certi versi anche il buon gusto. Quello ad esempio di sorvolare riguardo la disamina profonda dei perché e dei percome, accettandone il dato di fatto.
Ora oltre a quello, v’è d’aggiungere che c’è fermento, tra le schiere. Il campionato è ormai alle porte e già vengono lanciate sfide e scommesse. C’è chi vede nei trevigiani una facile e gloriosa schiera di vincitori, che si fregeranno l’ennesimo scudetto in primavera. C’è invece chi gongola all’idea che nella città della lana e nella città, così crudelmente colpita, ci siano compagini corsare che sfruttando la mancata iscrizione di Calvisano e della Capitolina, hanno operato sul mercato con la spregiudicatezza di un broker di Wall Street, accalappiando uomini importanti. Come viene celebrato il rito antico della vendemmia, così altrettanto verrà celebrato quello del Super10.
Eppure qualcosa in sospeso aleggia ancora nell’aria. Qualcosa d’inevaso, domande che non hanno trovato risposte si rincorrono tra i tavoli delle due” Hostaria”.
Ricordate la scivolosa frase di Marat (morto nel bagno) a proposito dell’epica notte, nella quale il Tony e la Teresona hanno scoperto, consumato, liso direi le gioie dell’amore ancillare. Ricordate la rabbia repressa della Zoraide. Lei che da molto non godeva più di quelle gioie e che si era vista costretta a udire i gemiti e i sospiri arrapanti dei due innamorati. Della malcelata invidia dello Gnomo, che furente cominciò a far tacche su un nodoso bastone di quercia e alla fine ne trasse una mirabolante scultura. Totem di ogni agone amoroso. Del ghigno di Tutto qui, che si macerava in silenzio e sbuffava alle urla trasudanti lussuria degli amanti? Sì che le ricordate, sento fremere persino il “Bios” dei vostri computer a tal ricordo.
Orbene, il Tony espresse in quei momenti lo stupore prima, l’angoscia poi e il tutta la sua riprovazione per sembianze anatomiche di Teresona. Ricordiamo come l’assenza del gruppo idraulico secondario, di cui nelle notti solitarie, ne faceva abuso d’uso per saziare quelle brame che non conosceva, ma che sentiva impellenti, aveva fatto insorgere il sicofante. Di come in maniera disordinata ne avesse richiesto a gran voce l’epifania, convinto che anche le donne ne dovessero essere provviste. Anche la presenza di due rigonfiamenti, che reputava tali, nella sua elementare mente, nella parte superiore di lei e che sosteneva essere d’impedimento per un sano e virile abbraccio. Inconsapevole, diciamolo pure, che potessero essere invece un morbido quanto invitante luogo dove soffermarsi. Ora questa evidente dismorfia, lo aveva gettato in uno stato di prostrazione prima, sentendosi defraudato di quelli che reputava giusti attributi di cui tutti dovevano godere. Poi profondamente adirato, poiché nessuno in nessun tempo lo aveva informato che una parte della popolazione era priva di ciò che riteneva massimamente importante. Alla fine ferocemente incazzato, perché zimbello di un oltraggioso scherzo, consumato alle sue spalle, proprio da chi riteneva fino al fatal momento come fratelli, a lui legati da un patto indissolubile e maschio.
Di questo si dilungò muovendo le accuse, le più spaventose e spaventevoli. Ebbe sguardi d’immensa crudeltà per tutti, a nessuno mancò di sottolineare come lo avesse trattato, quasi fosse, anzi sicuramente era, come una negletta mappina. Lanciò insulti, minaccio fisicamente tutto e tutti, lasciando perplesso anche il buon Ovale (700 kg di grizzly), tanto che anche il Lallo (carcarodonte famelico, ingordo ed anche infingardo) ebbe a perplimersi. Però Pepé, oramai sazio di tante ingiurie, non seppe più trattenersi e tra un’espressione gastrica normale (puzzina da 12 bar.) ed un’eruzione alla Pepé ( al puzzometro: fuori scala con manifestazione ectoplasmatiche di dubbia origine, accompagnata da fenomeni di poltergeist, lacunosa comparsa di sauri del Giurassico, pallida epifania di ominidi inseguenti lemuri, scopo cena)reiterando gli squilli di tromba esplose in : “Ma se ha trombato come riccio in calore! Maledetto e a me non mi piace neppure il fragolino!” A questo punto, come un sol uomo, l’intera”Compagnia della Buona Morte” insorse, lanciando contro al sicofante qualunque tipo di contumelia. Dall’insulto semplice a quello composto, in rima baciata e non. I più raffinati, in latino, espressero cachinni e fescennini. Emersero strambotti, si fecero mottetti ed endecasillabi, sonetti e stornelli. Chi invece era più legato alla terra e alla tradizione espresse grevemente il suo pensiero nell’idioma dialettale a lui più vicino. Ne uscirono anche espressioni sconosciute e desuete; furono coniati neologismi, arditi chiasmi tra lingua e dialetto, che furono oggetto d’approfondita analisi da parte del reparto glottologico della “Treccani”.
Il tutto in un crescendo fonico e gastrico. Tanto che il padre confessore di tutti noi, Cameron McInverness, uscito dalla piccola badia di cui è custode e attento amministratore di cose e anime, si precipitò nel locale e con la baldanza e l’allegra forza datagli dall’Onnipotente, brandendo il pastorale, di duro e nodoso cembro, iniziò un’opera d’esorcismo sulle nostre zucche, perché convinto che il maligno si fosse impossessato dei nostri corpi e ne stesse facendo scempio. Dopo un paio di passaggi e la dura, ma quanto mai provvida, randellatura, gli animi si calmarono. Il padre, con occhio che definire corrusco è disegnare la gioiosa lievità di un arcobaleno, ci inflisse una durissima punizione e una reprimenda biblica. Saltato agilmente sul bancone di mescita dell’ “Hostaria”, iniziò un discorso fiume degno del miglio Fidel, quello dei tempo aurei.
Furono le sei ore più terribili che avessimo mai vissuto. Savonarola, Martin Lutero, a suo confronto sembravano semplici lettori, di un qualunque giornale radio.
Iniziò con una serie di maledizioni, che avrebbero sbriciolato le mura di Gerico, per passare ad apodittiche profezie sul prossimo nostro annientamento, poi infischiandosene dei suoi doveri e di quei segreti che avrebbe dovuto conservare gelosamente, preso e spinto dalla foga di puliziarci a fondo gli animi, si scagliò contro ciascuno di noi.
Ricordando tutte le ignominie commesse e contro chi erano state perpetrate, evidenziando e sottolineando come avremmo dovuto emendarci da tali abomini. Non lesinando l’opera, che lui considerava sommamente didattica, di toccare le nostre menti, più con il suo duro pastorale, che con le sue sferzanti parole.
Fu scolastico e didascalico, apotropaico, proteiforme, ingiuntivo, esaustivo, esauriente, ontologico, antologico, scatologico ed escatologico.
Poi immanente,induttivo, deduttivo, materiale, spirituale, infine compassionevole fino alle lacrime.
Le sue per lo sforzo cui aveva soggiaciuto per emendarci, noi per i bozzi evidenti che cospargevano il nostro capo e la nostra schiena.
Ora eravamo puri, mondi e mondati, degni del consesso umano. Ricevemmo l’ultima scarica a mo di benedizione.
Tracannò una pinta di scura, in un sol fiato, per evidente secchezza delle fauci e distribuendo le ultime benedizioni ci abbandonò al nostro destino.
Fatto di bende, cerotti, arnica, emolienti vari e disinfettante a volontà. Qualcuno azzardò l’utilizzo di acquavite per sanare le ferite. Il Lallo lo masticò a breve e a lungo termine.
Finite che furono le medicazioni, vestiti di sacco e cosparso, con una certa apprensione, il capo di cenere iniziammo la lunga litania di rosari e giaculatorie, donateci come penitenza dal nostro buon pastore.
Ne avremo fino a Natale.
Lo so son fanfole che rivelano, da una parte l’assoluta imperizia circa la diversità morfologica tra uomo e donna del sicofante, dall’altro il lato oscuro del nostro buon pastore.
Ma ricordate, son solo fanfole.
 
 
Noi, quelli del ‘54

Ufficio Facce

Inizia la trentanovesima settimana dell’anno:
 
L’Ufficio Facce si chiede con angoscia il perché !!!
 
Noi, quelli del ’54

Intervista

Cari ospiti, vi siete mai trovati a sostenere un fuoco di fila di domande, da una persona di cui non conoscete nulla se non, che fa parte della schiera delle vostre amicizie e si assume l’ingrato compito e la responsabilità di porgervi le domande stesse? No!?
Bhé io si e questo d’appresso, è il risultato.
L’ intervista è comparsa il 12 settembre scorso nel blog Caris Wooler. 
Buon proseguimento.

 
Brumbru intervista Capehorn
 
Giù la maschera, Capehorn
In considerazione del fatto che a suo tempo le domande di Caris nell’intervista a quello che io chiamo oramai confidenzialmente Horn mi erano parse un po’ troppo benevoli… e forte dell’attuale conoscenza e, spero, ricambiata stima dell’interessato, che si è col tempo rafforzata e diventata quella che possiamo dire un’amicizia posso finalmente, tenendo fede ad un impegno già fatto a suo tempo, sciorinare le mie:
10 domande di Brumbru a Capehorn
 
@BrumBru: 1.Intelligente… sei intelligente. Quanta ne hai incontrata, qui… di gente intelligente come o più di te? Quando scopri che uno/a non lo è, l’allontani sempre o cerchi di conviverci?
IO: Premesso che l’intelligenza non ha nulla di empirico e va esclusa l’altezza,larghezza,profondità e peso specifico e che quindi occorre ricercarla nelle categorie dello spirito diciamo pure che è l materia più ricercata, in ogni luogo ed in ogni momento in ciascuno di noi. Domanda classico: “Cosa le piace di una donna?”. Risposta “Ah, l’intelligenza!”. Quando sento ciò, implodo. Sì è vero ricerchiamo l’intelligenza nei nostri rapporti. Normalmente per confrontarci, nella speranza di imbatterci in un altro, di nostro pari livello. Se lo trovo, bene sono felice so che con lei/lui avrò uno scambio paritario e nessuno dei due prevaricherà l’altro. Se poi m’imbatto in uno/una che io personalmente, giudico di livello superiore, e che mostra nei miei confronti benevolenza e mi accetta per ciò che rappresento e senza preconcetti; lo cerco e lo cercherò, perché so che accanto a lei/lui avrò solo del beneficio. Può sembrare utilitaristico, ma se vuoi imparare bene affidati a un buon docente.
Se al contrario trovo chi reputo inferiore, con umiltà mi adoprerò nel cercare quali i limiti di questa supposta inferiorità, sempre che trovi quel “quid” che fa di lei/lui una persona interessante. Se trovo invece chi mi è superiore e questa superiorità, mi cala, condita da spocchia sulla testa,alzo i tacchi e per me il discorso è chiuso. Senza se né ma!

@ Brumbru 2.Vedi le foto o vieni a sapere che una blogger è particolarmente avvenente. Ti poni in maniera più favorevole verso di lei?
IO:  Assolutamente. Potrà essermi più simpatica, potrò trovare quella fotografia intrigante, ma l’abito non fa il monaco. Come di dice: Tu dare me millo lire, io fare vedere te cammello!

@ Brumbru 3.Secondo me praticamente tutti, qui… hanno cercato o cercano nel web di sopperire a qualcosa che gli manca. A te cosa manca?
 
IO:  Sono venuto nel web, per avere anch’io i miei quindici minuti di notorietà. Poi, proseguendo nella frequentazione, mi sono accorto che stava diventando una buona terapia, almeno per me, per disintossicarmi dalla depressione. La malabestia, che mi perseguita da tempo. Dirò che ne ho avuto beneficio. Meglio di estenuanti sedute dallo psicologo, pozioni, pillole ed altri intrugli chimici. Ho riscoperto il piacere di scrivere, in libertà di pensiero e azione. All’inizio ero una furia. Un post al giorno. Poi ho capito che si scrive quando è urgente. Per fermare pensieri, confrontare idee, avere suggerimenti e, perché no darne pure. Poi anche per coprire un certo vuoto. Quello che più mi ha lasciato e lascia un buco nella mia vita: l’amicizia. Sembrerà strano e qualcuno storcerà il naso, ma non ho amici. Colleghi di lavoro, con cui lavoro stop, poi ognuno per la sua strada. Qui in paese, non frequento il bar. Il luogo, il topòs per eccellenza, l’agorà eletta. Non mi è mai piaciuto e poi con il lavoro che faccio, sono un quadro di Trenitalia (Okkio che mordo!) turnista e l’attività che svolgo la considero il C.A.R. dei Serial Killer. Fatti pomeriggiomattinanotte, poi il tempo di trovati degli amici me lo spieghi.
Quindi il web, anzi nel web ho trovato ciò che guardandomi intorno, non ho trovato, non ho cercato,non ho punto.

 
@ Brumbru  4.Si, abbiamo tutti un bel dire… ma la maggior parte di noi è qui per tacchinare (nelle sue varie forme… che vanno dalle più laide e materiali a quelle più dolci e sentimentali). Perchè sei qui? Se ti capitasse una donna che ti piace davvero e lei ricambiasse, tradiresti tua moglie?
 
IO:  Brum l’arte del tacchinaggio, ormai l’ho dimenticata, non quella del facchinaggio però. (Può sempre venir bene) Sul perché della mia molesta presenza ne ho parlato prima. Potrei … posso … anzi aggiungo che nel mio scrivere, oltre a cimentarmi con la difficile arte del congiuntivo, sono solito alternare temi seri o seriosi, con temi più slandri, altrimenti oltre a gonfiar le palle di chi mi legge , gonfio le mie, che scrivo.
Nel caso poi che mi hai prospettato, ragazze, mi dispiace, ma come un carabiniere, sono fedele nei secoli.
Mi sono sposato perché avevo un progetto da condividere ed è condiviso tuttora da Artemisia, la mia.
Ci sono donne, qui nel web, che hanno attirato la mia curiosità, ma questa rimane come quella descritta nella prima domanda. Mi piacciono per i pensieri che esprimono e come li esprimono. La loro intelligenza, la loro ironia ed anche, per alcune di esse come le difendono. Ho visto fare maschere di sangue, virtuali, ma sempre maschere. Poi per tacchinare, scegliamo F.B, è meglio.

@ Brumbru  5.Le donne, secondo te… sono vittime o carnefici? Sono davvero loro che scelgono l’uomo?
 
IO:  A volte sono carnefici di loro stesse. E’ un mistero come ci riescano, ma lo fanno e meglio di noi. Non ho capito il perché, e sinceramente, come tante cose delle donne, preferisco non sapere, non indagare e vivere nella mia più beata ignoranza. Di certo so che seguendo una linea biologica precisa è la donna che compie la scelta. Di norma la definitiva. Dopo attento esame lei sceglie quello che è biologicamente migliore. Risale a quando scorrazzavamo tra le frasche un 5 o 6 milioni d’anni fa. E da quel dì, è entrato nel nostro patrimonio genetico, una sorta d’impronta negli X e negli Y, che ci ballano dentro. Ti puoi dannare come vuoi, puoi imparare la Treccani a memoria, ma per motivi misteriosi, lei sceglierà quello dell’ultima fila, stortagnotto, che tu consideri un esecrabile esempio d’umanità. Eppure in lui c’è quel gene che a te manca.
Fattene una ragione e non pensarci più.

@ Brumbru  6.In coscienza… e parlando in generale, hai qualcosa da rimproverarti? Quand’è che avresti voluto comportarti diversamente da come ti sei comportato? Perchè?
 
IO:  Rimorsi e rimpianti? A vagoni. Avrei voluto e dovuto rimanere accanto a mio padre l’ultima notte. Avrei voluto e dovuto rispondere no, tutte le volte che ho detto si, con il magone nel cuore. Avrei voluto e dovuto accettare di andare dove mi diceva il cuore più che la ragione. Seguire il mio istinto, quando era necessario, e altrettanto la ragione, quando si palesava l’opportunità. Di buone intenzioni lastrichiamo la nostra vita, tanto da rendercela impossibile, ai nostri occhi. L’erba del vicino è sempre più bella, verde, alta e rigogliosa. Poi ci tocca tagliarla e allora ci girano le balle a elica. Rendendoci conto di come quei ciuffi giallastri e scrausi del nostro prato siano molto meglio di quella foresta lussureggiante. A questo punto non devo dimostrare niente a nessuno. Qualcosa mi è rimasto, ma lo serbo per me, perché è alla mia coscienza che debbo risposte. Perdonami, ma in questo caso: gli altri che si fottano.
 
@ Brumbru  7.Quanto sei stato stronzo con le donne, tu? Qual’è la cosa peggiore che tu abbia fatto ad una di loro?
 
IO:  Quel tanto da provare vergogna ancora adesso. La peggiore è stato il tradimento di una mia ex. Con una che ho visto per una settimana e di cui non ricordo ne il nome ne la faccia. L’estate del ’77, in Friuli. Ripensandoci e accusare l’ormone impellente è una sconfortante scusa. Soprattutto perché lei mi amava, con la a maiuscola ed anche quando l’ho lasciata, il suo dispiacere era sincero e so che le è durato a lungo.
Una cosa da non fare. Ridicola, banale e poi per cosa, perché ti prude. Abbiamo altri metodi per grattarci, di cui siamo maestri.
 

@ Brumbru  8.Credi che noi, alla nostra età… dovremmo essere qui? Ritieni di essere affetto dalla sindrome di Peter Pan?
 
IO:  Assolutamente. Come dicevo è avere il piacere di trovarsi in un ambiente nuovo e diverso dal tuo. E’ misurarsi, soprattutto con se stesso. E’ avere voglia di crescere un po’ di più, di cercare nuove spinte o consolidare vecchie esperienze. Il piacere di leggere e scrivere, uscendo per un momento dalla solita vita e trovare finalmente l’Isola che non c’é. Nella mia risulta presente il solo simpatico loricato, che di tanto in tanto fa bella mostra di se sulle mie pagine.. Peter non l’ho ancora visto, Uncino è dal fabbro e i ragazzi, saranno in sala giochi con i viedeo-games. Peter Pan. A volte mi sembra di essere madame Montessori, quando assisto a certe diatribe degno dell’Asilo Mariuccia. Tzé.

@ Brumbru  9.Horn… hai quel fare educato e compito, ma per queste cose credo di avere un certo fiuto… confessa: da 1 a 10, quanto sei maiale, tu?
 
IO:  L’educazione mi pare opportuno esercitarla, soprattutto se l’hai ricevuta ed io son convinto di averne ricevuta una buona. E inutile entrare sugli altri a gamba tesa. Come altresì lo è, fare i buonisti sbrodoloni e sbavoni. In ogni cosa ci deve essere misura e usare quella famosa intelligenza di cui tanto invochiamo la presenza ad ogni piè sospinto.
Per il resto, da uno a dieci … bhè: 11 e sette ottavi.
Soprattutto nei sette ottavi, mi trovo come il pulcino nel guscio, come il merlo nel nido. Chi ha orecchie intenda.
 

@ Brumbru  10.Concludiamo scherzosamente, dai. Rilassati. Fatti una domanda e datti una risposta.
 
IO:  E’ necessario? Mi sembra di avervi molestato abbastanza.
 
^ ^ ^ ^ ^ ^ ^^ ^ ^ ^ ^ ^ ^ ^^ ^ ^ ^ ^ ^ ^ ^ ^ ^ ^ ^ ^ ^ ^ ^ ^ ^ ^ ^ ^ ^ ^ ^ ^ ^ ^ ^ ^
 
Ringrazio brumbru per il tempo consumato a redigere le domande.
Caris per lo spazio che mi concede per rispondere.
Voi tutti che con la pazienza di Giobbe siete arrivati fino qua.
Spero che lo spettacolo sia stato di vostro gradimento. Se no, giuringiuretta, non si è fatto apposta.
Il resto è vita, quella che c’è dietro l’angolo.
Capehorn.

ROMA. Punto a capo

Cari ospiti, per la vostra gioia,ecco la seconda parte della mia vacanza romana.
Del viaggio ve ne ho parlato, ma della permanenza, ne accenno ora, tracciando veloci pennellate.
Prima pennellata. Arrivati a Roma, sosta all’Arcibasilica di San Giovanni in Laterano. Vai in una città, non vuoi andare a visitare il Duomo. Entro baldanzoso come anni addietro, con il quel sottile cinismo da turista, che vuole godere, dell’opera d’arte. Invece, per motivi a me sconosciuti, o che comunque ancora adesso, non so contornare, vengo assalito da una serie di emozioni che sento come un peso che mi grava addosso.
La maestosità della struttura. L’opulenza degli ori, delle statue, l’incredibile altar maggiore, mi riportano indietro all’improvviso, di secoli. Mi sento come quei pellegrini che venivano a Roma seguendo un rito antico, ma tuttora moderno. Eppure in quei secoli giungere in una tal chiesa, ti faceva sentire più piccolo di quel che eri. Sembrava e mi è sembrato ancora , che in quel falansterio di ori e preziosità venisse oscurata la potenza del Messaggio, declinato piuttosto all’opulenza di una Chiesa che rivendicava politicamente uno spazio ben preciso. Mi è sembrato che quei muri mi dicessero: “Per poter sopravvivere, ho seguito Mammona” Quegli ori, profusi in gran quantità sul soffitto a cassettoni, mi pareva dicessero: “Guarda la potenza della Chiesa. Guarda la mia gloria, che cavalca e cavalcherà i secoli. Tu sparirai ed io sarò ancora qua a meravigliare chiunque, mi accosterà. ” Poi uscendo dalla basilica, si avverte forte, la dicotomia tra quella e il monumento a San Francesco d’Assisi. Due mondi che si guardano. L’uno accetta l’altro, ma questo non è riuscito a coinvolgere il primo più di tanto. Cercando la povertà, l’umiltà, il francescanesimo, si pone come un soggetto politicamente debole, la rivoluzione delle masse e nelle masse, non ha quella presa così forte come farebbe supporre. Le masse sono povere di loro e quel messaggio è solo la riprova del loro essere. La conferma della loro esistenza in quello stato di povertà. Non esiste il riscatto politico attuale. Quello sarà il premio da riceversi dopo la morte. Sembra quasi che restare poveri e buoni, sia “condictio sine qua “ per una futura vita ultraterrena di gioie. Giocata con spregiudicatezza e una buona dose di cinismo, è una carta che fa vincere molte partite. Stato e Chiesa la giocarono quante volte, durante i secoli? Intanto ci si prepara per il pomeriggio. La Corale dovrà cantare ed accompagnare la funzione delle 17 all’altere della Cattedra in San Pietro. Se San Giovanni, ma ha schiacciato, San Pietro si è mostrato più generoso. Sappiamo tutti la sua storia e chi ha lavorato per farne ciò che é. Non deve dimostrare nulla a nessuno, anzi mi pare quasi che giustifichi se stessa. “Sono la più grande e più grande di me, non c’è nessun’altra chiesa. Per ciò che sono, che esprimo, che racchiudo, io supero tutto. Uomini , cose, tempo.”
Singolare come le letture della domenica puntassero il dito sul pensiero dell’uomo, in contrapposizione con il pensiero di Dio. Di come per seguirlo ci si debba caricare di un fardello crudele e abbandonare tutte le certezze, le comodità ed iniziare un percorso irto di ogni tipo d’ostacoli. Non è la meta importante, è importante come ci si arriva quella meta. Il cambio di prospettiva, di visuale, di visione della vita terrena è la chiave di tutto. E’ il tentativo costante e martellante di pensare come Dio o tentare di farlo. Certo che a parole siamo capaci tutti. Ciascuno di noi è un santo o una santa. Quante volte cerchiamo la pagliuzza nell’occhio altrui, anche strappandoci il tronco che abbiamo nel nostro, pur di riuscirci? Il richiamo ad essere uomini nuovi, lontani e spogliati dagli usi e costumi che ci caratterizzano, da quanti secoli, percorre l’umanità? Eppure, alla fiammata iniziale, ben pochi, di quel fuoco primigenio, rimangono accesi, vivi, scoppiettanti. Paura, noia, banalità, supponenza sono i sentimenti, che vengono spesi da chi trova più semplice non cambiare, oppure far si che tutto cambi, affinché tutto sia uguale. La teoria del gattopardo.
Con questi pensieri, compagni di quelli del mattino, la funzione è finita tra l’applauso di quanti hanno ascoltato i canti e l’interpretazione dei solisti. Avuti i complimenti anche del maestro organista di San Pietro, siamo usciti dalla basilica e abbiamo avuto Roma, lucida di pioggia, sotto un temporale che ha smorzato il gran caldo della giornata e di quelle che l’avevano preceduta.
Roma, indolente e chiusa in se. Roma che non ha ancora smesso l’abito estivo, ma già sente l’insofferenza montante verso i tanti turisti che ancora affollano le sue strade. Roma con brevi e intensi acquazzoni, quasi a liberarsi d’incomode presenze. Roma che sbeffeggia sorniona, quanti corrono sotto i cornicioni per ripararsi da una pioggia che dovrebbe spazzarli via. Per restituire per un giorno la città a chi la abita. Roma lucida di pioggia, ha un altro aspetto, per me sconosciuto. L’ho vista sempre sotto un sole giaguaro, oppure, ma per poche ore soltanto, che si accompagnava a quello tiepido e bambino dell’abbozzo di primavera. Roma che vede sfilare genti e parlate dai quattro angoli della terra, ma che non si scompone. Ha buona memoria dei tempi in cui, in mezzo a quei muri mozzi, a quelle pietre consunte, passava l’intera umanità conosciuta. Sembra quasi che dica “Chi sei tu, con quegli occhi a mandorla, figlio di quel regno che travolse le mie mura e saccheggiò le mie case? Guardati, i regni dei tuoi avi sono polvere, tu ora sei qui, con faccia sognante, stupito di tanta bellezza, attonito davanti ai miei monumenti, il cui tempo non è ancora finito e tu finirai molto prima che si sbricioli l’ultimo sasso di un arco, di una colonna, che vedi qui attorno.”
Roma, una storia nella Storia. Ineludibile, imprescindibile, cui nessuno a mai resistito. Forse perché non esiste luogo dove sono nati e sviluppati i fondamenti della società, in cui noi oggi viviamo. Il diritto, la religione a volte si sono toccati, a volte fusi all’unisono, ma da questa città è uscito il modello del nostro futuro.
Roma. Punto e a capo.
 
Noi, quelli del’54

Onesti rottami

Cari ospiti, all’improvviso, ve ne sarete accorti sono stato omaggiato di un premio.

Chopy, così ha voluto ed io gliene sono grato. Mi colgle come il solito impreparato questo fatto.

Già ne scrissi tempo fa e sono convinto che debba seguire le istruzioni legate a questo premio, quindi durò dieci cose vere (veramente vere su me stesso) e consegnerò dieci premi a dieci persone che frequentano queste stanze.

Le dieci cose vere:
  1.  Sono un uomo NON in vendita
  2.  Ho una morale a cui sono legato profondamente.
  3.  Ho fede e sono credente.
  4.  Sono sposato, la prima e bella cosa della mia vita.
  5.  Ho una figlia, la seconda e bella cosa della mia vita
  6.  Sono onesto, più con gli altri che con me stesso.
  7.  Questo blog per me é una cura dalla depressione.
  8.  Ho scritto un romanzo e parecchi racconti. Sono in un cassetto e LI’ rimangono,  state   tranquilli
  9. Gli amici sono in questo blog.
  10. Sono un quadro di Trenitalia. Nessuno è perfetto ed é pane.
  11.  

Il premio lo regalo a queste persone, che gli altri non s’incupiscano.

  • RedPasion                 che mi ha accolto con tanta benevolenza.
  • Mezzastrega               un aiutino per diventare "strega" completa può servire.
  • Esserinoebalena         Il ’54 chiama, il ’54 risponde
  • Viadalloblio                non è facile raccontare di se stessi, senza se e ma
  • thecicken                   per combattere al meglio i "sauri" di ogni giorno
  • coccoinomani             per tutti quelli che ci abitano dentro
  • madibacisaziami         perché lo merita
  • fogliadivite                 anche se è troppo tempo assente. Chissà …
  • moch                         perché credo in lei, anche se lei non ci crede
  • 19franci76                  più per il "fagiolino" che per te, stai calma.
  •  


Ecco io ho finito, so di aver fatto contento qualcuno, so di aver scontento altri, ma del resto così è la vita.
Al prossimo premio

Noi,quelli del’54

Cambio d’abito

Cari ospiti, ho cambiato d’abito. Ho indossato la nuova veste grafica di Spilnder. Non mi ha cambiato la vita. per molti sono e sarò il solito molestatore. Per altri un piacevole intervallo, come anche un piacevole interlocutore.
In questo momento mi sento come Valentino, vestito di nuovo, come le bacche del biancospino …..
Vedremo.

Noi, quelli del ’54

Vicissitudini dell’anda e rianda!

Cari ospiti, compiuto il viaggio, mi pare d’obbligo illustrarvene l’eziologia.

Non ne sentivate la necessità?

Non importa, beccatevi la cronaca e per una volta abbozzate.

Nella notte, due pullman carichi di allegri viandanti, percorreva la strada che dal paesello, si dipana, nero nastro d’asfalto, fino ai fatali colli di Roma.

Scoccata l’ora del vampiro e del licantropo, mezzanotte, e radunatasi la festante folla vacanziera nulla e nessuno poteva ormai frapporsi sulla scia dell’audace impresa.

La Corale, accompagnata dagli accoliti e alcuni fidi, finalmente aveva l’occasione di risplendere nell’empireo dei grandi del bel canto, esibendo l’ugola tra le severe, seppur opulenti mura di San Pietro.

Occasione ghiotta per chi scrive per riscoprire una città dalle molte facce, dai molti aspetti. Laboratorio vivente di quel melting-pop, che i nostri figli vivranno sempre più e che per i nostri nipoti sarà norma consueta. Ora però, prima di giungere all’agognata meta, occorre affrontare un viaggio lungo e con qualche avversità. Ma da quando i viaggi, seppur dall’aspettativa gioconda e festosa, non offrono alcune parti in cui un certo fastidio è tristo partecipante? Nessuno, in nessun tempo!

Infatti, già la sistemazione del sottoscritto e di Artemisia, la sua, lasciava qua e là sospetti, di un viaggio per lo meno problematico. Centro pullman, lato sinistro senso marcia del medesimo, posti 27-28. Lascio il posto finestrino alla mia dolce Artemisia, ché l’aurora le colori dolcemente i tratti del viso e all’alba risplenda sul suo volto il sole generoso. Io mi contento del posto corridoio. Lo so che alcuni vedranno un gesto di cavalleria, altri l’atteggiamento utilitaristico di chi, dalla testa del femore al tallone, possiede 120 cm di gamba da piazzare il qualche modo. Sapendo che lo spazio poltroncina è per fisici come i nostri, risibile e ridicolo, trovo che abbiano ragione i secondi. Tale ragione, é confermata anche dalla squisitezza d’animo di Artemisia, la mia. Poi per motivi fisici anche suoi, la convivenza non è stata possibile e dunque lasciato solo a governare due posti, lei ha raggiunto un’altra compagna con cui dividere il viaggio. All’apprestarsi del cuore della notte, mi son trovato in seria sofferenza.

Di fronte a me due allegre gimarre, pensando ai propri, per meglio disquisire sui grandi problemi e sui massimi sistemi, prima hanno abbassato totalmente lo schienale praticamente imprigionandomi. Poi hanno dato la stura a una conversazione che ha spaziato, naturalmente sui mali e malattie che governano o hanno governato la vita di metà del globo terraqueo. L’altra metà se la son serbata per il ritorno. Confidando NEL mio non essere assolutamente ipocondriaco, ho resistito alla martellante disamina di malattie ed operazioni, dal semplice raffreddamento, alle mirabili operazioni a cuore aperto, condite con dovizie di particolari, alcuni anche un po’ splatter; pulp, molto pulp.

Alle mie spalle la zona dei Tati e delle Tate. Giovini virgulti, che approfittando del favore delle tenebre e del galeotto movimento, movimentavano loro e i loro arti. Ne ho seguito per buona parte della notte, le risatine, gli improvvisi silenzi, sottolineati da risucchi, schiocchi, come anche inconsulte posture, sommessi gemiti. Finalmente in vista di Firenze, i bollori si sono calmati.  Guardo l’ora e mi accorgo che la notte corre come figlia di Filippide. Penso che ora Morfeo debba giungere anche per me e che debba accingersi al suo lavoro. Ecco che diabolico, come se fosse sul Monte Calvo, s’ode il basso continuo del fagotto e poi il contro fagotto indi i legni tutti entrano trionfanti e oso aggiungere, con  un fare wagneriano. Ai legni rispondono con forza gli ottoni, ricchi di quelle sfumature, di quegli sforzi epici ed eroici che solo Ludovico, sapeva loro infondere. Non si sottraggono gli archi. Alcuni con un cimento degno di Mozart, altri in crescendo rossiniano, oppure ammaliati da Chopin, suonano dolenti e melanconici. Di tanto in tanto ecco l’eco del trillo tipico ed epico di Paganini, a cui risponde Bach con le sonate per violoncello. E’ un girotondo di studi per archi, mottetti e ciaccone, burè e pavane. Morfeo sgrana gli occhi e cerca un “Tavor”. Io maledico il momento in cui, ha lasciato a casa il lanciafiamme. Artemisia, la mia, con sguardo tipico di un chirottero, non osa, per non spezzare la cacofonia, ma vorrebbe erompere in un pianto a dirotto, ed io con lei. Fermata strategica all’autogrill. L’incanto si rompe. Come un’orda di ulani ci si impossessa delle toilettes.

“Prostata Pazza” e i suoi pards decidono che era un bel momento per lasciare traccia di se e al noto richiamo: “Vedendo il pisello che stringo, alé, vengon tutti a pisciare con Gringo” i giochi d’acqua delle ville romane, sono impalliditi dallo sfarzo e lo sforzo coreografico. I più semplici ma più provvidi iniziano con il caffè, primo di una lunga serie.

Si riparte e le due sicofanti, sempre più sistemate meglio ed io sempre più piegato, ricominciano, l’usato massacro, questa volta con ampie descrizioni della campagna circostante. Esultano al passaggio di un treno e come fanciulle in fiore (Circa un secolo e mezzo in due) s’inteneriscono per i greggi di pecore,al pascolo alle prime ora del giorno. Personalmente desidererei trascinarle in un “stampede”, ma Roma e la sua storia millenaria ci attende.

Sì ci attende indolente e splendida come sempre. Cinica per e con i tanti, troppi suoi occasionali occupanti, li fagocita ottundendoli con le antiche vestigia, di cui si fregia. Beffarda nel suo cielo dapprima pieno di sole e poi facendo correre nubi nere di tempesta, pare si diverta, quando esse scaricano il loro gravame di pioggia. Irridendo quanti, rimpannucciati alla meglio, cercano di trovare riparo dentro un androne, sotto un portichetto. Sembrano riecheggiare nella sua bocca le ribalde parole del marchese del Grillo: “Io so’ io e voi nun siete ‘n cazzo!” Basta che uno zaino sia un po’ più gonfio del solito e senti la sardonica frase: “Che te sei portato, casa appresso?” Il turista boccheggia davanti all’Arco di Costantino, ai Fori, al Campidoglio, di fronte a San Pietro. Vieni schiacciato, spremuto come un grappolo d’uva, ma invece del succo ne fuoriesce stupore, ammirazione, sbalordimento. Di tanta potenza, che attraverso i secoli, mostra la propria essenza, Non sarà in piedi la Domus Aurea e le mura delle terme di Caracalla, mostrano pietre sbrecciate e consunte dal tempo. Ma l’antica magnificenza è rimasta e la senti intatta. Ti scopri cittadino di quell’impero e ne sei in fondo orgoglioso. Sai che nulla c’è di più grande, splendente. Sai che le genti vengono e verranno ad osservare tutto ciò. Roma lo sa, e si cura gelosa delle ferite e le edulcora poco a poco. Più di undici secoli è durata la sua storia nel mondo e nessuno, riuscirà a scipparle quel periodo e quindi può prendersi tutto il tempo che vuole per curarsi le ferite che gli uomini  le hanno inferto.

Il ritorno è stato consumato tra pomeriggio e serata inoltrata. Sono stato relazionato sulla salute dell’altra metà del globo, ho partecipato agli assalti delle toilettes, (Prostata Pazza ha ridato il meglio di se) quelli dei bar, disdegnando però la perfida “rustichella” di cui conosco i tragici effetti e deleterie persistenze. Ho avuto la presenza di spirito di non mandare a quel paese, una signora, tale la definisco più che altro per le sembianze femminee, non per ciò che ha espresso culturalmente, ricordando ciò che scrissi sull’intelligenza e dopo tanto peregrinare, mi doleva insultare la mia. Ho riabbracciato Artemisia, la mia, che per 5 minuti ha condivisi con me il mio cubicolo. Sono stato da lei redarguito e mi è stato comunicato con una certa fermezza, che non ero più, il suo fotografo di fiducia. In verità dopo le foto fatte in Vaticano, lo spirito di Bob Kapa si è materializzato e ha tentato di sputarmi in un occhio. Pubblicamente faccio ammenda e accetto l’ostracismo. Ho altre virtù, spero più riconoscibili e riconosciute.

Ma con Roma ho ancora un conto aperto e lei lo sa. Non finisce qui.

 

Noi, quelli del’54.

Navigazione articolo