CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “ottobre, 2009”

Il cammino delle verità – II

Capitolo I ° – Parte II a
 
L
 
 
eoniero, guardò le mosse del cavallo, che oramai conosceva a memoria e come sempre scosse il capo:
 “Balengo di un cavallo” pensò per l’ennesima volta.
Poi trasse dalla sacca delle provviste del pane, un pezzo di carne secca e una mela. Il pane e la carne li divise con Teribil il cane, che non attendeva altro. 
Prese la fiasca del vino e ne bevve goloso una sorsata. Gettò ancora un’occhiata a Falabrac, il suo cavallo grigio che era ritornato dall’abbeverata e ora pascolava tranquillo nei pressi del covile.
Il vento portava a tratti il monotono scampanio del gregge che sparso all’intorno stava pascolando.
Per un momento ebbe l’impressione di essere osservato. A ogni buon conto, l’arco da caccia che si era sfilato dalle spalle era accanto a lui, come pure la faretra, piena di frecce e la corta spada mandava un luccichio appena accennato sulla sua destra.
Era preparato a eventuali spiacevoli sorprese.
Aveva bisogno di riposo e così si appoggiò a una pietra che formava uno schienale, si avvolse nel mantello e chiuse gli occhi. Non era dormire, era chiudere gli occhi e far galoppare i pensieri. Ancora poche ore e avrebbe finalmente dormito su di un comodo paglione; sotto un tetto e forse avrebbe anche rimediato una zuppa calda. Con un po’ di fortuna anche un bagno caldo.
Aveva bisogno di cambiarsi d’abito; non che avesse un granché come guardaroba ma almeno le brache e la maglia.
Erano quattro giorni che le indossava e aveva bisogno di cambiarle. Forse avrebbe trovato anche una lavandaia, che per una moneta di rame o forse due avrebbe lavato i suoi panni.
Le risposte le avrebbe avute prima di sera. Stava scivolando nel sonno, quando chiaro udì lontano il suono di un corno.
Il richiamo lungo di un corno di guerra.
Balzò in piedi e afferrato il corno che pendeva dalla sella, con due salti fu sopra uno dei massi.
Si guardò intorno ma le nubi, rincorrendosi, lasciavano intravedere a tratti il sentiero che aveva percorso.
Soffiò due volte, nella speranza che il vento non disperdesse troppo il suono. Ancora uno di risposta, questa volta alla sinistra. Non c’era eco, che potesse fuorviare la sua attenzione.
Soffiò di nuovo e nuovamente udì la risposta, sempre dalla stessa direzione. Respirò profondamente e soffiò nel corno. Il suono roco e stridulo si sparse nella conca e subito dalla precedente direzione si udì la risposta.
Stava arrivando il resto della compagnia.Non rimaneva che attendere.
Falabrac, al suono del corno di Leoniero, si avvicinò all’improvvisato bivacco e iniziò a battere lo zoccolo a terra, scuotendo la testa. Teribil, drizzò le orecchie e iniziò ad annusare l’aria.
Lanciato un ultimo richiamo con il corno, Leoniero scese e presa la cavezza iniziò a bardare il cavallo, con mosse rapide e precise.
Rimise in arcione le bisacce e legò attentamente il lungo arco, la faretra e poi agilmente balzò in sella e al piccolo trotto, seguito dal cane si mosse incontro agli altri.
Dalle nubi, che si alzavano improvvise e altrettanto scendevano a terra come un balletto diretto dal vento, emerse un cavaliere in arcione ad un cavallo nero.
Un imponente animale, come chi lo cavalcava.
Vilfredo da Lubecca, alla vista di Leoniero che si stava avvicinando, brandì in alto il suo bastone da battaglia, in segno di saluto e quasi a scaricare una tensione, tutta sua, lanciò un forte grido.
A quello, Leoniero rispose parimenti con un grido. Erano due giorni che non si vedevano.
Non era trascorso un tempo infinito, ma due giorni a quei tempi, poteva essere il confine tra vita e morte, soprattutto in terra sconosciuta, in un ambiente severo e ostile come quello della montagna. Oltre ai pericoli di trovare per la strada un qualche tagliagole, c’erano anche i pericoli della montagna.
Un temporale che si poteva trasformare in tempesta, un’improvvisa frana o più semplicemente perdere la flebile traccia del sentiero e ritrovarsi a capo fitto in un dirupo, senza possibilità di un provvido aiuto. Negli anni a cavallo del 1300 con il 1400 viaggiare era un’impresa grande e non sempre fattibile, senza inconvenienti.
Il resto della compagnia era sgranato alle spalle di Vilfredo.
Poco dopo l’incontro con l’amico Leoniero, furono raggiunti dal Cavaliere Guy de Rochebrune, che passò degnandoli appena di uno sguardo. Il suo numeroso seguito di armigeri e di salmerie sfilarono senza un cenno di saluto.
Altezzosi come il loro comandante, colmi di quell’alterigia e sprezzo per chi non apparteneva alla cavalleria d’oltralpe, che già era costata e non poco in uomini e mezzi alla Francia.
Leoniero non era un uomo di grande cultura, ma a dispetto di molti sapeva leggere e fare la propria firma, capiva e parlava un poco il francese e si dilettava a parlicchiare, con effetti più che altro comici il gutturale tedesco, che inutilmente voleva insegnargli Vilfredo. Rispondeva a tono durante la messa e conosceva bene la liturgia.
Soprattutto era un arciere formidabile e una guida attenta e accorda.
Quel farsetto di cuoio, che avrebbe dovuto essere la sua corazza, era ben poca cosa in rapporto all’attenzione che poneva nel impedirsi di infilarsi in brutte situazioni.
Preferiva prevenire i guai, che affrontarne le malefiche conseguenze.
 
 Il Monaco Bianco
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Il Cammino delle verità

Ora io, il Monaco Bianco, riordinando una parte di vecchi tomi, che trovano giusto riposo tra gli scaffali della biblioteca, dell’Abbazia dove vivo, ho ritrovato queste vecchie carte. Le ho rilette e con il permesso dell’Abate, ora ve le sottopongo. A lungo abbiamo discusso, l’Abate ed io e anche con i confratelli. Si è giudicato della liceità della scrittura. Se sia stato lecito per un monaco scrivere di se, invece che della maggior gloria di Nostro Signore. Se sia stato invece giusto, per far rivivere anche se per un momento una delle tante storie, vere o verosimili, accadute in quel lontano periodo e come queste si potevano rispecchiare in qualcuna di analoga, di contemporanea. Ci si è posto, poi, il problema di dar corpo reale a questa storia. Di permettere anche a coloro che non fan parte della nostra Comunità, di conoscere gli avvenimenti. Ci si è interrogati se era didatticamente una buona storia, oppure sarebbero sorte vecchie o nuove malsane curiosità.
L’Abate, nella sua sapienza e nella sua lungimiranza, ci consiglia di mostrare lo scritto, affinché ciascuno di noi prenda le dovute misure sul modo di scrivere e sul contenuto di ciò che è scritto e sul mondo in cui fu scritto.
Molte parti sono perdute, altre intellegibili. Il tempo, galantuomo, ha forse spazzato l’inutilità di quelle parti. Ho lavorato e a lungo, per recuperare a un linguaggio moderno, ciò che era scritto in un linguaggio antico e ostico. Non so se il mio sforzo è andato a compimento. La trascrizione è lunga e non so quando porterò a termine questa mia fatica. Porrò mano a eventuali riassunti, affinché non si perda il filo del racconto.
Ringrazio quanti seguiranno gli avvenimenti narrati.
 
 
I
 
 
o V******, monaco  dell’Abbazia di S*****, ora che l’inverno della mia vita è arrivato, sento che devo lasciare una traccia, un ricordo, di quel tempo che fu la mia gioventù.
Non che quel tempo sia più degno degli altri, che ho vissuto. O di essere ricordato o debba avere particolare menzione per mirabili accadimenti da me visti o ascoltati.
Per una volta, e il Signore Misericordioso abbia pietà di questo povero vecchio, mi abbandono alla nostalgia di quegli anni e rivedo con gioia i volti di quanti mi furono compagni e di quanti fui altrettanto.
Rivedo, altresì con angoscia i momenti dolorosi, che abbiamo attraversato assieme.
Non per questo, li scaccerò, perché figli anche loro delle nostre misere esistenze. Sono parte di noi, come le gioie e di tutti questi sentimenti e dei motivi che li hanno generati, traccerò, con mano malferma oramai, i segni e porterò evidenti fatti e luoghi, persone e parole, che ancora oggi mi seguono come esili ombre e mi ricordano di cosa e di come ho vissuto.
Qualcosa di certo si è perso, o confuso, con il trascorrere degli anni, a un attento osservatore non sfuggirà la mancanza di date e luoghi certi, ma la storia che vado a narrare, non ha bisogno di certezze storiche, solo di compassione.
Compassione per i protagonisti, per le vicende vissute da essi e di come ne uscirono segnati nel corpo e nell’anima.
Così io porto ancora quei segni e questo mio scritto forse sarà quel medicamento, che chiuderà per sempre una ferita che ancora mi perseguita, quando la nostalgia del tempo passato mi avvolge con le sue spire maligne e mi distoglie dalle cure che debbo al buon Dio.
Chiedo fin da ora perdono per il mio scritto e per le dimenticanze dei luoghi o delle persone e delle cose, che l’accompagnano. Ripeto sono i pensieri di chi ha percorso:
Il cammino delle verità .
 
Capitolo I ° – parte I a
 
S
 
 
entiva il cavallo dietro di lui, salire e l’aria sottile delle montagne lo faceva sbuffare, ma il passo era ancora buono. L’ultimo tornate di quella strada, finalmente l’aveva superato ed ora andava a mezza costa, in falsopiano. Anche le gambe ora rispondevano meglio, non più sotto sforzo come prima e il passo si fece più spedito. In verità di quel largo sentiero vedeva a tratti, dove conduceva. Le folate improvvise spostavano, in un gioco incessante la nuvola che avvolgeva il passo dove era diretto. Il mantello cominciava a dargli fastidio e dopo averlo arrotolato, se lo mise sulla spalla libera dalla corda dell’arco. Il lungo coltellaccio batteva sulla gamba sinistra, con ritmo monotono e non vedeva l’ora di togliersi la cintura, da cui pendeva anche la faretra.
Era in cima. Un colpo di vento più forte dissipò per un attimo i fiocchi che si rincorrevano spinti dall’aria frizzante e si aprì in tutta la sua severa bellezza, il vallone che doveva attraversare. Ampio e coperto d’erba che emanava un sentore pungente e profumato. Anche l’aria trasportava quel profumo, inebriante, cha sapeva di pulito. Ne respirò profondamente gli effluvi, quasi a memoria, come se quel momento non lo avrebbe più rivissuto. Doveva fermare quell’emozione. Il cavallo si avvicinò alle sue spalle e strofinò la testa sulla sua schiena, IL corpetto di cuoio, spesso, che fungeva da corazza, era ideale per grattarsi il muso e le frogie. Lasciò fare, alzando gli occhi al cielo, come chi deve sopportare pazientemente una situazione molesta, ma inevitabile. In fondo era un altro gesto dell’amicizia che legava l’animale all’uomo. Un segno d’affetto tra i due. Quelle poche borchie sulla schiena, messe più per bellezza, che altro, avevano attratto l’animale e strofinando leggermente la pelle della testa, se la grattava con piacere. Continuarono il cammino e dopo un’altra folata, sulla sua sinistra egli notò tre grossi massi posti in modo da formare quasi una fortezza. Accelerò il passo e vi si diresse. Intanto il grosso cane che seguiva da lontano, quella strana copia si avvicinò, per prendere anche lui la dose di attenzioni, che gli spettavano. Somigliava a un grosso lupo, ma figlio di mille incroci, ne aveva perso la snellezza, l’occhio indagatore, la rapiniosità dei guizzi. Era diventato meno lupo e più cane, più a misura d’uomo. Smorzata l’aggressività della specie, non per questo si era addolcito il carattere, facendone uno di quei cagnetti da compagnia, che tanto stavano bene in braccio alle dame. Il collare irto di chiodi dimostrava il contrario e la sua struttura stava a indicare che era sempre pronto a battersi contro uomini o animali, senza badare a quante fossero le gambe.
Giunsero vicino ai tre grandi massi e con una certa circospezione egli si avvicinò e cominciò a controllare che non ci fosse nessuno. Poi si addentrò tra quelle mura di granito, piantate profondamente nel terreno, tanto che si accorse che sotto il più grande era stato scavato un fosso e poste a terra delle altre pietre, quasi a formare una lunga panca. Al centro altre pietre delimitavano un focolare. Era un rifugio precario, ma ben riparato per viandanti o per i pastori, che immaginava, frequentassero quei luoghi. Aveva sentito vari scampanii emergere dalle nubi che si rincorrevano e aveva tentato di indovinare la distanza tra lui e quei suoni, ma soprattutto le dimensioni dei campanari. Alcune campane emettevano un suono forte e profondo, segno della presenza di vacche e manzi, altri con voce molto più acuta segnava la presenza di pecore o capre. Si domandava dove poteva essere il o i pastori.. Schioccò sommessamente la lingua due volte e il cavallo si avvicinò subito. Per prima cosa slacciò il lungo fodero di pelle nel quale custodiva il bene più prezioso. Il lungo arco inglese, che aveva conquistato su di un altro passo, ben più importante e carico di storia, Roncisvalle, quando dovette battersi per salvarsi la pelle contro una banda di predoni e come trofeo ebbe proprio quell’arco. Poi tolse le bisacce e la sella e la copertaccia che copriva il dorso del cavallo. Stette a pensare se fosse il caso di togliere anche il morso. Il cavallo aveva bisogno di pascolo e di bere in tranquillità. Gli altri, prima di un paio d’ore non sarebbero arrivati. Si sarebbe rifocillato lui e anche il cane, che di sottecchi, guardava se allungava le mani sulla sacca dei viveri. Sorrise e pensò come avesse fame pure lui. Intanto il cavallo iniziò il solito rito; dopo aver compiuto qualche balzo scuotendo la testa, si misi a scalciare, poi intraprese un breve ma veloce galoppo per poi arrestarsi e con circospezione coricarsi a terra. Subito si mise a pancia all’aria e agitando le zampe, si grattava vigorosamente sull’erba, per asciugare il sudore e per scacciare i parassiti che gli davano fastidio. Poi agilmente si rimise sulle gambe e guidato dall’istinto si avviò trotterellando, verso un ruscello poco distante.
 
Il Monaco Bianco

Ufficio facce

Inizia la quarantaquattresima settimana dell’anno:
 
L’Ufficio Facce crede che bisogna provare, provare anche con un luogo comune !!!
 
Noi, quelli del ’54

Appunti, fogli sparsi, post-it

Cari ospiti, colgo l’occasione di informarvi che, il perdurare dei miei innumerevoli impegni, fa si che non possa essere per tutti voi, presente e attento alla vostra produzione. Riconosco che ho previlegiato alcuni a discapito di altri. Ad altri ho riservato fugaci visite e ancor apiù brevi parole. Non é questo il senso della compagnia e sì che voi me ne fate moltissima, ma ora ho in testa un progettino e devo dar seguito ai pensieri che urgono e che sono tesi al progettino in questione.
Non vi ho dimenticato, non ho ceduto alla noia o alla disaffezione per l’uno piuttosto che per l’altro. Devo anche fare altro e a volte é difficile seguire tutto e tutti. Rischio, come son sicuro di aver fatto, di entrare a sproposito con qualche commento fuori luogo e fuori tempo. E’ sempre un gran dispiacere, soprattutto quando a posteriori ti accorgi di essere stato inopportuno. Quando é così meglio tacere, ma questo non vuol dirsi ineducato verso chi ci ha attratti con una piacevole conversazione.
E’ per questo che vi lascerò una ricettina veloce veloce, con la quale potrete fare o farvi compagnia nei momenti buoni e in quelli in cui neppure la cioccolata sortisce i suoi benefici effetti.
Procuratevi 3 grosse melanzane . Mi si dirà, ma non è più tempo. E la globalizzazione dove la mettiamo? Quindi procuratevele!
Poi una bella bottiglia di passata di pomodoro, olioextravergine di oliva, erbe aromatiche (Salvia, rosmarino, timo,alloro e pepe) mozzarella, qualunque tipo va benissimo, grana e pecorino grattuggiato, pangrattato, una padella di ferro (anche la bistecchiera va benissimo) una pirofila, un forno a 150°, ah naturalmente il sale.
Tagliate a fette sottili le melanzane, cospargetele di sale, perchè facciano acqua di vegetazione. Dovrete aspettare almeno 2 ore o più. Io lo preparo il pomeriggio prima per il pranzo del giorno dopo.
Scaldate la vostra piastra, che sia ben calda. Mentre quella si arroventa, in una zuppierina verserete la passata, circa 2/3 della bottiglia, tre cucchiai d’olio e se usate le erbe già pronte una buona presa di quelle che vi ho elencate. Mescolate e lasciate che le erbe aromatizzino il composto. Grattuggiate grana e pecorino, tagliuzzate la, o meglio, le mozzarelle a dadini.
Sulla piastra ormai rovente fate grigliare le melanzane dopo aver gettato l’acqua, é logico. Disponete a strati nella pirofila procedendo così: melanzane, passata, mozzarella mistro grana e pecorino, sino a che non avrete finito le melanzane. L’ultimo strato sarà ancora passata, mozzarella,grana e pecorino e abbondante pangrattato per la crosta finale. Nel forno per 30/35 mn.
Buon appetito.

Sto leggendo un buon libro "Le indagini del Commissario Bordelli" di Marco Vichi, edito da Guanda. Una piacevolissima scoperta. Un bel giallo scritto bene. Un commissario completamente diverso dai soliti Montalbano, Soneri,Lupo, Beck, Wallander o Charitos, giusto per citare i più famosi. Solitario ma non troppo, mangione, ma neanche, incasinato con le donne il giusto. Degli anni ’60, il boom e la congiuntura. I fantasmi di un passato sempre presenti, che si sono trascinati anche ai giorni nostri. Forse in bilico tra essere lo Stato ed essere se stesso. Credo che acquisterò anche gli altri della serie.

Un’ aforisma, non guasta mai:
Non sono le idee che mi spaventano, ma le facce che le rappresentano.

Noi, quelli del ’54 – a Nord Ovest, con qualche difficoltà

Appunti, fogli sparsi, post-it

Cari ospiti, colgo l’occasione di informarvi che, il perdurare dei miei innumerevoli impegni, fa si che non possa essere per tutti voi, presente e attento alla vostra produzione. Riconosco che ho previlegiato alcuni a discapito di altri. Ad altri ho riservato fugaci visite e ancor apiù brevi parole. Non é questo il senso della compagnia e sì che voi me ne fate moltissima, ma ora ho in testa un progettino e devo dar seguito ai pensieri che urgono e che sono tesi al progettino in questione.
Non vi ho dimenticato, non ho ceduto alla noia o alla disaffezione per l’uno piuttosto che per l’altro. Devo anche fare altro e a volte é difficile seguire tutto e tutti. Rischio, come son sicuro di aver fatto, di entrare a sproposito con qualche commento fuori luogo e fuori tempo. E’ sempre un gran dispiacere, soprattutto quando a posteriori ti accorgi di essere stato inopportuno. Quando é così meglio tacere, ma questo non vuol dirsi ineducato verso chi ci ha attratti con una piacevole conversazione.
E’ per questo che vi lascerò una ricettina veloce veloce, con la quale potrete fare o farvi compagnia nei momenti buoni e in quelli in cui neppure la cioccolata sortisce i suoi benefici effetti.
Procuratevi 3 grosse melanzane . Mi si dirà, ma non è più tempo. E la globalizzazione dove la mettiamo? Quindi procuratevele!
Poi una bella bottiglia di passata di pomodoro, olioextravergine di oliva, erbe aromatiche (Salvia, rosmarino, timo,alloro e pepe) mozzarella, qualunque tipo va benissimo, grana e pecorino grattuggiato, pangrattato, una padella di ferro (anche la bistecchiera va benissimo) una pirofila, un forno a 150°, ah naturalmente il sale.
Tagliate a fette sottili le melanzane, cospargetele di sale, perchè facciano acqua di vegetazione. Dovrete aspettare almeno 2 ore o più. Io lo preparo il pomeriggio prima per il pranzo del giorno dopo.
Scaldate la vostra piastra, che sia ben calda. Mentre quella si arroventa, in una zuppierina verserete la passata, circa 2/3 della bottiglia, tre cucchiai d’olio e se usate le erbe già pronte una buona presa di quelle che vi ho elencate. Mescolate e lasciate che le erbe aromatizzino il composto. Grattuggiate grana e pecorino, tagliuzzate la, o meglio, le mozzarelle a dadini.
Sulla piastra ormai rovente fate grigliare le melanzane dopo aver gettato l’acqua, é logico. Disponete a strati nella pirofila procedendo così: melanzane, passata, mozzarella mistro grana e pecorino, sino a che non avrete finito le melanzane. L’ultimo strato sarà ancora passata, mozzarella,grana e pecorino e abbondante pangrattato per la crosta finale. Nel forno per 30/35 mn.
Buon appetito.

Sto leggendo un buon libro "Le indagini del Commissario Bordelli" di Marco Vichi, edito da Guanda. Una piacevolissima scoperta. Un bel giallo scritto bene. Un commissario completamente diverso dai soliti Montalbano, Soneri,Lupo, Beck, Wallander o Charitos, giusto per citare i più famosi. Solitario ma non troppo, mangione, ma neanche, incasinato con le donne il giusto. Degli anni ’60, il boom e la congiuntura. I fantasmi di un passato sempre presenti, che si sono trascinati anche ai giorni nostri. Forse in bilico tra essere lo Stato ed essere se stesso. Credo che acquisterò anche gli altri della serie.

Un’ aforisma, non guasta mai:
Non sono le idee che mi spaventano, ma le facce che le rappresentano.

Noi, quelli del ’54 – a Nord Ovest, con qualche difficoltà

Artemisia, la mia

Bleu ArtemisiaCari ospiti, come promesso ecco quà i lavori di Artemisia, la mia, che ha esposto.  Qualche pezzo ha già preso il volo.
Alcuni sono stati messi solo in esposizione. La zuppiera con riporti in oro zecchino opaco, la lampada e l’alzata. I due vasi e il piatto sullo sfondo con i papaveri, quelli in alto a destra della fotografia. Allora che ve ne pare?
Ma continuiamo.

Le varianti di Artemisia
                   In questa sezione potete osservare come Artemisia, la mia, non si diletti solo sui piatti, ma anche con altri oggetti, che possono rendere la casa più vostra, con buon gusto e un pizzico d’allegria. Noterete in basso a sinistra un umidificatore. Pezzo quest’anno gettonatissimo. Infatti quelli che ha esposto sono andati a ruba e ha avuto ordini per una decina di pezzi. Temi scelti : rose, tulipani, papaveri e gli immacabili girasoli. E la visita continua.

I Girasoli di Artemisia Non potevano mancare i girasoli di Artemisia, la mia.
In basso a destra osservate la placca.
Immaginatela sopra la porta di casa vostra.
Oppure accanto al portoncino all’esterno di una villetta. Con il numero civico e il nome del proprietario, o chi vi abita. Originale e indice di chi sa vivere bene con poche ma accurate scelte.
Per finire vi propongo l’ultima sezione. Piastrelle porta pentole, taglieri biscottiere e fruttiere; per allietare la tavola e rimarcare ancora una volta che sapete apprezzare e cercate le piccole cose di buon gusto e che guardate all’arredo casalingo con originalità e scelte azzeccate.
Artemisia in corniceDimenticavo una cosa. Se qualcosa ha attratto la vostra attenzione e ne volete sapere di più, clikkate "Artemisia’s Corner". Fate un salto sul blog di Artemisia, la mia e lì potrete trovare ciò che può deliziarvi ancora più la vista. Potrete anche contattarla direttamente. Non dite che poi io ho vi ho taciuto la cosa !!!!
Questo é quanto. Alla prossima.

Noi, quelli del’54 – saremo a NordOvest, ma le cose belle le sappiamo apprezzare.

Ufficio Facce

Inizia la quarantatreesima settimana dell’anno:
 
L’Ufficio Facce consiglia di non sottovalutare le indicazioni del destino !!!
 
Noi, quelli del ’54

Avviso nr. 3

CZCZC200916091103Z
CAPEHORNHOUSE
From: Capehorn
To: Splinder’s  Friends
Object:  Avviso Artemisia Performance

Si dà avviso agli interessati che Artemisia, la mia, esporrà le proprie creazioni artistiche, in occasione della Festa Patronale del Paesello.
Location nella Ludoteca Comunale – Salone piano terra Biblioteca.
Ingresso libero.
Scopo raggiungere Paesello (Casei Gerola) , si rilasciano seguenti indicazioni logisticoviarie:
Per chi é automunito Autostrada A7 – uscita Casei Gerola.
Entrate in paese e lasciate la macchina dove potete, perché la Biblioteca é in centro che per l’occasione il centro é isola pedonale.
Per chi é di zona, inutili ulteriori spiegazioni.
Per chi giunge in treno Fermata Voghera. Possibilità trasporto da Voghera at paesello con auto privata (La mia). Contatto personale mezzo pvt grazie.
E’ tutto.
BT

CZCZC200916091110Z

Houston, abbiamo un problema

Cari ospiti, in queste giornate, ove il tempo mi ha permesso non solo di curare il mio orticello, ma di dare un’occhiata anche a quello degli altri, mi sono accorto di come alcune delle mie domande sono state il soggetto, in maniera del tutto autonoma, di altri post. Non una clonazione, bensì il comune sentire. E’ come se un medesimo vento agitasse uguali pensieri, offerti nella maniera dettata dalla propria sensibilità a proposito. Una comunione d’intenti insomma. La cosa la trovo interessante, ma parrà starno, anche inquietante. Forse s’instaura una sorte di cordone tra i blogger? Forse sono momenti comuni e quasi all’unisono si levano uguali voci?
Non sono certo io deputato a darne spiegazione, la più esaustiva e completa in proposito. Certo è che altre volte ho osservato questo fenomeno.
E’ comunque singolare, che un problema o un gruppo di problemi interessino, quasi all’unisono moltissimi di noi, onesti faticatori della grammatica e altrettanti s’impegnino a scrivere le proprie considerazioni.
Ho avanzato a me stesso l’ipotesi che sia un tipo di risposta alla domanda fondante e per certi versi fondamentale: “Che ci faccio io qui?”
Oramai ciascuno di noi ha dato almeno a se stesso, la risposta. Esserci per giustificare la propria esistenza, per dar voce ad una o a più,  a un progetto, ad un’idea. Altre volte si segue una moda, una voglia improvvisa, che come tale terminato l’innamoramento iniziale non prova a trasformarsi in amore. So di alcuni di voi che lamentano le troppe assenze. Le improvvise quanto misteriose sparizioni di tanti che mostravano un’eccellenza. Scomparsi e dei quali esistono brandelli di memoria, sempre più sbiaditi.
Sappiamo anche che un blog è perseveranza, dedizione a volte sacrificio.
Ogni progetto lo é. Ogni atto amoroso, vissuto e testimoniato, non si sottrae a questa legge, alle costanti di cui ho parlato. Anche nella vita reale, nella quotidianità un progetto va seguito in tutte le fasi della sua crescita, fino all’epilogo finale.
Sia esso un matrimonio, un corso di studi, un’amicizia o semplicemente il corso di ballo.
Progettualità, responsabilità verso di se e gli altri. Più trascorre il tempo e più mi accorgo di come il progetto sia difficile e di come siano gravi gli sforzi fatti per mantenerlo in vita e attuarlo. Proprio una parola come responsabilità mette il paletto più grande e più radicato. Soprattutto se non è solo una parola, ma uno stile di vita e reale e virtuale. Dalla singola realtà versiamo nella virtualità noi stessi. E’ vero che alcune zone di noi sono tenute in ombra. Sta al giudizio, alla sensibilità del singolo dar luce. Si vive in questi luoghi, quella libertà che noi tanto sogniamo, agogniamo, rivendichiamo. Quanti di noi si sentono più liberi, più sinceri, più veri qui e non altrove? Della nostra esistenza ne diamo solo spizzichi e bocconi e dobbiamo necessariamente prendere per buoni, quelli che ci sono offerti. C’è chi riesce a cogliere al di là della parola letta. Alcuni sono diventati amici o conoscenti per davvero. Altri si sono sfiorati, in una tensione che poi è svanita senza una ragione, senza una spiegazione, ingiustificatamente. Questi poi sono i certi e gli incerti di questo nostro pellegrinare. Come lo accettiamo nella vita, così va accettato qui. Però mi domando se la mia presenza sia necessaria a dare ancora vita, a dare ancora fiato anche a coloro che hanno scelto la via del silenzio, dell’oblio. Sono rimasto per me stesso e anche per quelli? Se sì, qual’é il diritto che mi corrobora? Se no, allora non devo curarmi di quelli che sono anni che non scrivono, non partecipano, che hanno lasciato le loro stanze a coprirsi di polvere? Per quanti giungono dall’esterno a osservare le nostre mosse ho diritto di testimonianza anche per quelli? Forse sono solo ingenui e scomodi pensieri, soprattutto per me. Neppure da prendersi in considerazione. Eppure un blog dà occasione anche per una piccola accademia, una speculazione, forse fine a se stessa. Però importante, che misura il polso dello stato delle cose.
Esistono problemi che improvvisi come funghi nascono in ciascuno di noi e che per un motivo misterioso, ognuno ne parla. Ci si domanda se è un caso oppure, chi c’è vive gli stessi problemi, allo stesso tempo; inoltre chi c’è, giustifica in qualche modo la sua presenza e nella giustificazione alza la bandiera di chi ha e mantiene vivo un progetto. Il proprio, innestato in quello generale di social network.
Per concludere, un’ultima domanda: credete che a Huoston, tutto questo importi?
 
Noi,quelli del ’54dubbiosamente a NordOvest di se stessi

Ufficio Facce

Inizia la quarantaduesima settimana dell’anno:
 
L’Ufficio Facce si chiede se sia più difficile rincorrere i sogni, o vivere la vita!!!
 
Noi, quelli del ’54

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