CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Il cammino delle verità – II

Capitolo I ° – Parte II a
 
L
 
 
eoniero, guardò le mosse del cavallo, che oramai conosceva a memoria e come sempre scosse il capo:
 “Balengo di un cavallo” pensò per l’ennesima volta.
Poi trasse dalla sacca delle provviste del pane, un pezzo di carne secca e una mela. Il pane e la carne li divise con Teribil il cane, che non attendeva altro. 
Prese la fiasca del vino e ne bevve goloso una sorsata. Gettò ancora un’occhiata a Falabrac, il suo cavallo grigio che era ritornato dall’abbeverata e ora pascolava tranquillo nei pressi del covile.
Il vento portava a tratti il monotono scampanio del gregge che sparso all’intorno stava pascolando.
Per un momento ebbe l’impressione di essere osservato. A ogni buon conto, l’arco da caccia che si era sfilato dalle spalle era accanto a lui, come pure la faretra, piena di frecce e la corta spada mandava un luccichio appena accennato sulla sua destra.
Era preparato a eventuali spiacevoli sorprese.
Aveva bisogno di riposo e così si appoggiò a una pietra che formava uno schienale, si avvolse nel mantello e chiuse gli occhi. Non era dormire, era chiudere gli occhi e far galoppare i pensieri. Ancora poche ore e avrebbe finalmente dormito su di un comodo paglione; sotto un tetto e forse avrebbe anche rimediato una zuppa calda. Con un po’ di fortuna anche un bagno caldo.
Aveva bisogno di cambiarsi d’abito; non che avesse un granché come guardaroba ma almeno le brache e la maglia.
Erano quattro giorni che le indossava e aveva bisogno di cambiarle. Forse avrebbe trovato anche una lavandaia, che per una moneta di rame o forse due avrebbe lavato i suoi panni.
Le risposte le avrebbe avute prima di sera. Stava scivolando nel sonno, quando chiaro udì lontano il suono di un corno.
Il richiamo lungo di un corno di guerra.
Balzò in piedi e afferrato il corno che pendeva dalla sella, con due salti fu sopra uno dei massi.
Si guardò intorno ma le nubi, rincorrendosi, lasciavano intravedere a tratti il sentiero che aveva percorso.
Soffiò due volte, nella speranza che il vento non disperdesse troppo il suono. Ancora uno di risposta, questa volta alla sinistra. Non c’era eco, che potesse fuorviare la sua attenzione.
Soffiò di nuovo e nuovamente udì la risposta, sempre dalla stessa direzione. Respirò profondamente e soffiò nel corno. Il suono roco e stridulo si sparse nella conca e subito dalla precedente direzione si udì la risposta.
Stava arrivando il resto della compagnia.Non rimaneva che attendere.
Falabrac, al suono del corno di Leoniero, si avvicinò all’improvvisato bivacco e iniziò a battere lo zoccolo a terra, scuotendo la testa. Teribil, drizzò le orecchie e iniziò ad annusare l’aria.
Lanciato un ultimo richiamo con il corno, Leoniero scese e presa la cavezza iniziò a bardare il cavallo, con mosse rapide e precise.
Rimise in arcione le bisacce e legò attentamente il lungo arco, la faretra e poi agilmente balzò in sella e al piccolo trotto, seguito dal cane si mosse incontro agli altri.
Dalle nubi, che si alzavano improvvise e altrettanto scendevano a terra come un balletto diretto dal vento, emerse un cavaliere in arcione ad un cavallo nero.
Un imponente animale, come chi lo cavalcava.
Vilfredo da Lubecca, alla vista di Leoniero che si stava avvicinando, brandì in alto il suo bastone da battaglia, in segno di saluto e quasi a scaricare una tensione, tutta sua, lanciò un forte grido.
A quello, Leoniero rispose parimenti con un grido. Erano due giorni che non si vedevano.
Non era trascorso un tempo infinito, ma due giorni a quei tempi, poteva essere il confine tra vita e morte, soprattutto in terra sconosciuta, in un ambiente severo e ostile come quello della montagna. Oltre ai pericoli di trovare per la strada un qualche tagliagole, c’erano anche i pericoli della montagna.
Un temporale che si poteva trasformare in tempesta, un’improvvisa frana o più semplicemente perdere la flebile traccia del sentiero e ritrovarsi a capo fitto in un dirupo, senza possibilità di un provvido aiuto. Negli anni a cavallo del 1300 con il 1400 viaggiare era un’impresa grande e non sempre fattibile, senza inconvenienti.
Il resto della compagnia era sgranato alle spalle di Vilfredo.
Poco dopo l’incontro con l’amico Leoniero, furono raggiunti dal Cavaliere Guy de Rochebrune, che passò degnandoli appena di uno sguardo. Il suo numeroso seguito di armigeri e di salmerie sfilarono senza un cenno di saluto.
Altezzosi come il loro comandante, colmi di quell’alterigia e sprezzo per chi non apparteneva alla cavalleria d’oltralpe, che già era costata e non poco in uomini e mezzi alla Francia.
Leoniero non era un uomo di grande cultura, ma a dispetto di molti sapeva leggere e fare la propria firma, capiva e parlava un poco il francese e si dilettava a parlicchiare, con effetti più che altro comici il gutturale tedesco, che inutilmente voleva insegnargli Vilfredo. Rispondeva a tono durante la messa e conosceva bene la liturgia.
Soprattutto era un arciere formidabile e una guida attenta e accorda.
Quel farsetto di cuoio, che avrebbe dovuto essere la sua corazza, era ben poca cosa in rapporto all’attenzione che poneva nel impedirsi di infilarsi in brutte situazioni.
Preferiva prevenire i guai, che affrontarne le malefiche conseguenze.
 
 Il Monaco Bianco
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12 pensieri su “Il cammino delle verità – II

  1. Bene bene… così adesso i cavalieri misteriosi si son ritrovati.
    Par d’essere nel bel mezzo della foresta di Sherwood, ma si parla di francese e tedesco quindi ne deduco la terra d’Albione non c’entri per nulla.
    Attendo dettagli nelle prossime puntate (o mi son persa qualche indizio che già avrebbe dovuto indirizzarmi sulla retta via?)
    Ossequi al Monaco, so che stasera avrà grandi riti da celebrare….

  2. Dlin dlon!
    Buonasera signore, buon Hallowe’en!
    Ha qualche dolcetto per me?Felice Hallowe’en!

  3. @ azalearossa1958 = Ah sì un grande rito, ha celebrato stanotte.
    La solita notte persa . 

  4. No no no… perché persa?
    È una notte carica di significati, checché (con l’accento sulla é!) se ne dica….
    Se ha letto da me tutto quel che ho scritto da sabato a sabato, ‘na faticaccia, guardi!, avrà notato che si spazia dall’Europa al………….. ritorno in Europa, dal sacro al profano, dal pagano al cristiano…….
    mille e più significati si celano in questa notte, non ultimo quello del rinnovamento interiore… non solo carnevalate, sa?
    Quelle si fan per i piccini…. vogliamo togliergli il gusto di far finta si spaventarsi e spaventare?
    E di guadagnare qualche leccornìa?
    Suvvia, Monaco mio Monaco, si apra un po’………….
    Mi genufletto e aspetto.
    Cosa? Quel che viene: bastonata o benedizione che sia, da Vossia accetto tutto!
    Riverisco.

  5. @ azalearossa1958 = fare la notte al Pazzificio, fare la qualunque al Pazzificio, dia retta, é persa !!! 

    Ho letto e ne sono rimasto piacevolmente sorpreso.
    Mi vien da dire che é stato un giulebbe per lo spirito.
    Anzi lo dico e lo affermo: un giulebbe.

  6. Noooooooooooo!!!!!!!!!!
    Hai lavorato anche ieri sera????
    Ma poooooooveroooooooooo!

  7. @ azalearossa1958 = l’incertezza del turnointerza porta alla certezza della pagnotta.
    E’ una scelta di vita! 

  8.  Il covile è il posto dove pecore e capre stanno tutte insieme?

  9. @ Brumbru = sì é quello!! Ma in quel caso non c’erano nè le une, nè le altre.

  10.  Sono qui a leggere, rimasta con i cavalieri fermi di fronte agli occhi, bloccati in stop come quando si blocca la pellicola e il film non va più avanti, il cane è rimasto con la lingua penzoloni e la coda girata a sinistra…
    E’ un racconto "visivo" che leggo con grande piacere e curiosità.
    Un saluto Capeh, H.

  11. recuperato il capitolo vado su a leggere il seguito!:-)

  12. Questo racconto mi piace molto, però protesto fermamente per la titolazione, a mio avviso sconcertante.

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