CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “novembre, 2009”

Capitano, mio capitano …

Capitano, mio capitano ….
 
Caro ospiti, sodali ed amici dell’ovalità del mondo, finalmente le terre di Leopardi hanno portato quella vittoria che da troppo tempo ci stava sfuggendo.
In verità i giorni precedenti avevano portato fosche, foschissime nubi sulla testa ei nostri Azzurri. Personalmente, alla notizia dell’infortunio di Parisse, mi si è ghiacciato il sangue.
“Capitano, mio capitano …”.
Per un momento mi sono sentito smarrito. Sergio, che indubbiamente di questa squadra è l’anima, il condottiero, collante e mentore, per lo scontro più importante dei test-match, relegato in panchina e per un infortunio in allenamento, poi. La faccia maligna e perfida della sfiga più nera si è manifestata in tutta la sua protervia. Eppure vederlo, pur con le stampelle, con un tutore e con il ghiaccio al ginocchio, accanto ai nostri cambi in panchina, mi si è allargato il cuore. Poi come un Achab sulla tolda del Pequod, ha gridato, sgridato, richiamato, organizzato, spinto, suggerito. Infischiandosene della comoda poltrona. Sempre a bordo campo. Quasi a significare per chi era in campo “Io sono qui, non vi abbandono”.
Mallett gli aveva fatto distribuire le maglie negli spogliatoi. Gesto di grande significato psicologico.
“Capitano, mio capitano …”.
Ho intuito, che forse la speranza di portare a casa il risultato, non era così vana. L’alea, poteva donarci il colpaccio. Così è stato. Partita difficile. Tecnicamente un filo superiori lo siamo e lo abbiamo dimostrato. Quando ci siamo convinti che gli spazi lasciati dagli avversari, li potevamo attraversare come burro morbido e questo abbiamo fatto, il risultato si è visto. Splendida meta di McLean. Per un attimo ho rivisto il Piero Gros dei tempi d’oro, che attaccava i paletti degli slalom, come se fossero nemici da abbattere. I birilli blu samoani,sono caduti nello slancio vincente del nostro azzurro. Rispetto alle precedenti prove, finalmente abbiamo anche aggiunto la mira e nel più giovane dei “Bergaboy”, abbiamo trovato se non un cecchino almeno un fromboliere, che ci potrà riservare delle sorprese in futuro. Due centri su cinque, per uno che ha la tomaia ancora da registrare. Per Gower un onesto uno su due. Reparto avanti. Contro questi samoani, fisicamente dei veri squali, forti, anzi fortissimi nel gioco fisico e d’assalto, gli avanti hanno retto bene, anzi benissimo. Tanto che la meta tecnica, data per la continua spinta negli ultimi 10 metri, finalmente è arrivata. Berdos, refree francese, ha visto giusto e chissà se mr. Paddy O’Brian si scuserà anche con i Manu Samoa? A proposito dell’arbitro e della fisicità del gioco avversario. Ottimo l’intervento punitivo contro Fa’ afili, per quello strangolamento su Mclean. Falli del genere sono considerati pericolosissimi e puniti altrettanto duramente. Giusta espulsione. In cabina di regia Tebaldi e Gowen, hanno saputo regalare anche palloni d’oro e forse, proprio perché di metallo così prezioso, che non sempre i nostri sono riusciti a finalizzare, timorosi di sciuparne la bellezza. Tebaidi (man of the match e alla grandissima) con quel drop malandrino e giocato con inventiva tutta italica, ha ben meritato il campo e il titolo. Manu Samoa è una gran squadra, dobbiamo dirlo. Le loro folate alla mano, fanno paura. Quindici carri armati che si muovono contemporaneamente, sono difficili da arginare, ma difesa solida ed anche accorta e certamente non disponibile a farsi scrocchiare facilmente, li hanno messi in difficoltà. Onore all’avversario.
Come pure onore alla terra d’Abruzzo, per un giorno accumunata con il Pacifico nel dolore. I nostri sono entrati con la casacca de “L’Aquila Rugby” e Parisse ha ricordato come la partita fosse dedicata a quella gente, così provata. E anche il rugby piange una sua giovane speranza Lorenzo Sebastiani, pilone della compagine abruzzese, che bene aveva già figurato con l’Italia A e prima ancora con l’Under. Uno dei ricambi possibili ai vari Castogiovanni o Perugini.
Ed è finita 24 a 6 e quei diciotto punti vogliono dire nel ranking dell’ I.R.B. che l’Italia subentra a Samoa, proprio lei, all’undicesimo posto.
Ora il 6 febbraio inizia il 6 Nazioni. Ed è subito Crok Park, ed é subito quell’ Irlanda che nel 2009 ha fatto il Grande Slam. Tutte vittorie e neppure una sconfitta.
Non saranno croccanti come Samoa, le compagini che affronteremo, ma adesso gustiamoci questo spuntino di fine novembre.
Olive ascolane e verdicchio novello, possono bastare.
“Capitano, mio capitano …”. Spero di rivederlo il 27 febbraio a Roma
 
Ps: Come i neozelandesi anche i samoani hanno la loro danza che eseguono prima di ogni partita. Si tratta della Siva Tau, danza di guerra, più aggressiva dell’haka, introdotta al posto della Ma’ulu’ulu Moa. La Siva Tau fu eseguita per la prima volta nel 1991 durante il mondiale in cui il Samoa sconfisse il Galles per 16-13  (Fonte   http://www.air.it   )
 
Questo il calendario completo delle partite del 6 Nazioni:
 
Data
Ora Locale
In casa
Punteggio
Fuori casa
Stadio
Round 1
Sab 6 Feb ’10
14:30
Irlanda
 
Italia
Croke Park
Sab 6 Feb ’10
17:00
Inghilterra
 
Galles
Twickenham
Dom 7 Feb ’10
15:00
Scozia
 
Francia
Murrayfield
Round 2
Sab 13 Feb ’10
14:00
Galles
 
Scozia
Millennium Stadium
Sab 13 Feb ’10
17:30
Francia
 
Irlanda
Stade de France
Dom 14 Feb ’10
15:30
Italia
 
Inghilterra
Stadio Flaminio
Round 3
Ven 26 Feb ’10
20:00
Galles
 
Francia
Millennium Stadium
Sab 27 Feb ’10
14:30
Italia
 
Scozia
Stadio Flaminio
Sab 27 Feb ’10
16:00
Inghilterra
 
Irlanda
Twickenham
Round 4
Sab 13 Mar ’10
14:30
Irlanda
 
Galles
Croke Park
Sab 13 Mar ’10
17:00
Scozia
 
Inghilterra
Murrayfield
Dom 14 Mar ’10
15:30
Francia
 
Italia
Stade de France
Round 5
Sab 20 Mar ’10
14:30
Galles
 
Italia
Millennium Stadium
Sab 20 Mar ’10
17:00
Irlanda
 
Scozia
Croke Park
Sab 20 Mar ’10
20:45
Francia
 
Inghilterra
Stade de France
 
 
 
 
 
Noi,quelli del’54 (ovalmente gioiosi a NordOvest di noi stessi)

Inizia la quarantanovesima settimana dell’anno:
 
L’Ufficio Facce, invita a non abbandonarsi troppo al peso dei ricordi.
Ci avviciniamo al tempo dei bilanci
!!!
 
Noi, quelli del ’54

Le cinque regole della catena

Cari ospiti, ben trovati. Abbandoniamo per un attimo i racconti sportivi e i ricordi di un tempo lontano e per un attimo immergiamoci nella nostra quotidianità.
Mi ha incuriosito un articolo, nel quale si tentava, di dare una spiegazione, anche scientifica, di come i rapporti umani sono legati attraverso una ben determinata catena, che al di la del semplice binomio causa– effetto, rivelano come e quanto l’uomo sia un animale sociale.
Innanzitutto siamo noi gli artefici della catena di amicizie e inimicizie che ci circonda. Siamo gli artefici della rete relazionale che ci pone in contatto. Questo bisogno non viene calato dall’alto, né imposto se non attraverso meccanismi che sono al di fuori della nostra volontà. La griglia legislativa che sorveglia o dovrebbe farlo, le nostre azioni nell’ambito pubblico e o privato è il frutto di una più raffinato e comunemente sentito bisogno di socialità. Viene utilizzata come regolatrice pragmatica di sentimenti etici e morali, all’interno dei quali occorre muoverci.
La rete che formiamo personalmente è dovuta alla nostra personalità che ci spinge a trovare quegli elementi comuni, oltre che nel parentado, nei quali troviamo affinità di vario genere.  Sappiamo come la rete famigliare sia la prima e più importante e come in essa meglio ci muoviamo. Fuori di essa solo quelle affinità ci accomunano ad altre persone. Interessi economici, lavorativi o semplice svago. La cosa più importante è che se la famiglia risulta un obbligo, perché non c’è scelta del numero dei parenti che abbiamo, nella ragnatela personale la scelta assume il connotato di cardine principale. La chiave di volta del nostro inserimento sociale. Discerniamo chi sarà quello con cui volentieri socializzeremo e quello che eviteremo. In più potremmo influenzare, anche ora non volendo lo facciamo, anche quelli che gravitano nella nostra rete.  Ora sapendo che nella nostra rete su cui convergono nostri simili ed affini, possiamo dividerli in maniera abbastanza equilibrata in tanti parenti e tanti amici, in proporzione di circa la metà per ciascun gruppo. Osservando l’evoluzione dell’uomo attraverso i secoli ci si è accorti di come un solo individua abbia accettabili rapporti con non più di 150 persone. Oltre questo numero l’individuo in questione perde il senso dell’interlocutore. Cioè chi gli è davanti non riesce a catalogarlo come amico o nemico. Non abbiamo la percezione di quali siano i legami intercorrenti con il soggetto osservato, in questione, né quali siano i legami posti in essere, con gli altri 150 che in una qualche misura interagiscono con noi. Oltre quella soglia si perderebbe l’assoluta padronanza della rete creata.
 Proprio questa difficoltà fa si che in questa rete, quella creata da noi, ne siamo il centro nevralgico, ma se ciò che abbiamo postulato per noi è valido sicuramente anche per gli altri, nelle reti altrui qual’ è il posto che occupiamo? Occupando posti marginali, saremo a conoscenza di ciò che accede nel gruppo A solo dopo un certo lasso di tempo, ma se il nostro posto si avvicina sempre di più alla centralità allora la funzione di ponte assume ben altra valenza. Le informazioni assunte, di qualunque tipo siano saranno facilmente riversate nella nostra rete e nei gruppi B e C che più ci sono vicini per i motivi sopra citati. Quindi è importante anche la posizione in cui ci troviamo rispetto alle altre reti e questa posizione ci permette di essere più o meno influenzati dai nostri contatti e dai contatti che questi hanno con altri individui,
Esemplificando sono amico di Tizio ed è forte il suo ascendente su di me e Caio, amico di Tizio mostra la stessa forza su Tizio. Quindi è facile che io ne sia influenzato. Come pure avviene il contrario. In matematica sarebbe la proprietà transitiva, se non erro. Questa influenza reciproca ha dei fenomeni anche incontrollabili, eppure supportati da dati di fatto. Prendiamo il divieto di fumo nei locali pubblici. Considerato dannoso e inaccettabile, ha fatto si che persone aliene l’une alle altre in determinate circostanze si ritrovino a fumare. Si forma una rete obbligata in situazioni bene precise e circostanziate, questo è accettato, come lo è stato accettare di non compiere l’azione del fumare. Sì che il comportamento soggiace ad una norma, la quale è stata sentita come esigenza universale e non particolare. Il comportamento della massa diventa il comportamento del singolo.
Però la rete ha una vita propria, nel senso che certi impulsi nascono e si propagano senza che ci sia una volontà precisa di porli in essere. Gli spostamenti repentini di un banco di pesci a volte sono azioni collettive per mettersi al riparo dei predatori. I volo improvviso di uno sciame di insetti risponde al bisogno immanente di ricerca di cibo, oppure ha un forte connotato sessuale. Anche qui non è il singolo a predisporsi, ma l’intera collettività che agisce di conseguenza.
Tutto ciò però ha un limite e questo limite da una parte, fondamentale, è l’individuo stesso. Dall’altra è come quest’individuo si pone nella rete. Ognuno di noi riesce a produrre effetti che si spingono fino al 3° grado di separazione. Nel senso che la cosa che dico ha valore se passa da Tizio, Caio e Sempronio. Dopo di lui la cosa non ha più i connotati di originalità, ma le perde per le interpretazioni che le vengono date.
Rimangono originali sino al 3° grado che ciascuno di noi le fa percorrere. Quindi potrebbero arrivare originali se il quarto interlocutore fosse il primo di Tizio o il terzo di Caio, oppure il secondo cui viene trasmessa da Sempronio.
Se lanciassimo una domanda qualunque nella rete è sicuro che attraverso il numero massimo di 6 contatti riceveremmo risposta. Questo perché la ricerca, soprattutto matematica, si è posta il problema e alla luce delle nuove scoperte in materia ha dato le risposte che vi ho elencato.
Insomma facciamo parte, che si voglia o no di un superorganismo, organizzato da noi, ma che trova in se quelle spinte oggettive che gli permettono di espandersi in una sorta di continua tempesta organizzata, nella quale noi determiniamo quelle scelte e siamo responsabili del contributo apportato.
Adesso guardo la tela del ragno con altri occhi e mi dico: “Tutto quello e tutto da solo” . Complimenti!
 
 
Noi, quelli del’54 (obbiettivamente a la 3° grado di separazione da NordOvest)
 

Il Cammino delle Verità – Cap. 3 – parte 2

 
L’
 
 
abate si levò e recitata la preghiera di ringraziamento, sciolse l’assemblea e i monaci, ordinatamente com’erano giunti, così raggiunsero ciascuno le proprie celle, per la lettura serale in attesa di “compieta”.
I tre giovani in compagna di Margherita e Fulvio, uscirono dal salone per passeggiare brevemente sull’ampio spiazzo di fronte alla chiesa abbaziale. La notte oramai giunta, era fresca e una luna pallida,faceva capolino tra le nubi che lente, migravano in cielo, sospinte dai venti di quota. Margherita e lo scudiero furono accompagnati fino davanti alla porta della casa del cellario.
“Spero che dormiate bene, questa notte” disse Vilfredo e con un inchino si congedò.
Tarik sorrise e si chinò quasi fino a terra e raggiunse il giovane tedesco.
Leoniero, ciancicando nervosamente l’angolo del giubbetto, sembrava non trovare, o non voler cercare, le parole di commiato. Guardò Livio, con l’aria di chi chiede un aiuto, per iniziare il discorso, ma lo scudiero lesse negli occhi del giovane un “Vattene” e si ritirò veloce in casa. L’imbarazzo del giovane aumentò.
Margherita per toglierlo d’impaccio disse:
“Allora Leoniero, avreste pensato di arrivare qui, sano e salvo?”
Leoniero si scosse:
“No, mia signora. Le terre che abbiamo attraversato e i pericoli che abbiamo affrontato, debbo dire che non avevano deposto a favore della buona riuscita dell’impresa.”
La ragazza sorridendo:
“Non ditemi che avete avuto paura, per tutto questo tempo. La vostra maestria con l’arco, il valore espresso contro quella banda di predoni e il vostro buon cuore verso il giovane infedele, sono forse segni di pavidità?”
Leoniero, punto su vivo rispose:
 “ No mia signora.”
E continuò:
“ Non sono un pavido, ma un uomo prudente che vuole tornare a casa ad abbracciare i propri genitori e a consegnare nelle mani del mio signore, le pergamene del suo pellegrinaggio.”
E calcò ancora:
“Non credete forse che viaggiare di questi tempi sia facile. Sia una bubbola? Avete visto anche voi, che il signore di Tours, ci ha dotato di una scorta e questo per ordine esplicito del Re di Francia, mi è stato riferito.”
Non abbandonando il sorriso, Margherita seguitò:
“ Leoniero, non volevo certo ferirvi. Consideravo solo i miei pensieri riguardo il viaggio e vedo che combaciano con i vostri e non ho mai messo in dubbio il vostro valore di combattente.”
Leoniero abbassò il capo:
” Perdonate, mia signora l’irruenza di questo povero zotico, vi chiedo licenza, le prossime brutte figure vorrei riservarle al nuovo giorno”
Margherita scoppiò in una risata argentina, e concluse:
“ Vi attendo per scortarmi a compieta, a dopo dunque.”
Ed entrò in casa ridendo ancora sommessamente.
Leoniero ancora sbalordito si avviò al fienile, dove gli altri compagni lo stavano aspettando.
Vilfredo e Tarik, accolsero il giovane con un sorrisetto sulle labbra e il gigante tedesco esordì:
”Allora, come vanno le pene d’amore?”
“Di che pene vai parlando” subito s’accese Leoniero.
E l’altro di rimando:
“Le tue. Che credi ?  Che nessuno se ne sia accorto! ”
A questo punto, scoppiò in una risata. Tarik, prudente si avvicinò a Leoniero, che rosso in viso, non sapeva se e come rispondere.
“I cavalli. "Sussurrò, con una certa ironia nella voce"  Bisogna rigovernarli per la notte”
Leoniero scoccò un’occhiata di fuoco al Vilfredo, che con le lacrime agli occhi stava scendendo dal fieno e si apprestava a raggiungerli, intanto si asciugava le lacrime e singhiozzava, per le risa fatte.
La campana della chiesa iniziò a battere a raccolta per l’ultima funzione.
“Andate” disse Tarik
 “Intanto inizio a cambiare la lettiera. Per la distribuzione del fieno vi attendo”
Leoniero, piccato, si diresse verso la casa del cellario e, buon tre passi indietro Vilfredo avanzava ridacchiando. Leoniero si voltò:
“Smettila” disse” Che figura mi vuoi far fare ancora, con madonna Margherita.”
“Dalla risata della fanciulla, mi pare che tu l’abbia già fatta. “ E si rimise a ridere.
Leoniero respirò forte, la voglia di picchiarlo era forte ma si trattenne.
Presentarsi stazzonati entrambi a scortare una così bella ragazza e nobile, la figura non avrebbe avuto proporzioni e sarebbero stati lo zimbello di molte corti della pianura.
Se poi la voce fosse giunta e sicuramente lo sarebbe stato, alle orecchie del suo signore, la promozione a capo degli arcieri sarebbe sfumata. E poi con che occhi avrebbe osato guardare suo padre.
“No, è meglio inghiottire anche questa “ si disse il giovane “Il tempo verrà per ricacciare in bocca quelle frasi e, gliele ricaccerò una ad una.”
Margherita uscì sentendo i suoi passi avvicinarsi, dietro di lei donna Anna, la moglie del cellario, si materializzò subito. Dietro buon ultimo Fulvio, lo scudiero. Le due donne sulla testa portavano un pesante velo e per coprirle in chiesa e per combattere l’aria frizzante della notte. La luna illuminava il loro cammino e in breve furono in chiesa.
Dagli stalli, dietro l’altare si alzò una melodia gregoriana di gioia per la giornata trascorsa, ma anche di supplica per la notte che si avvicinava. L’abate si avvicinò al pulpito e disse qualche breve parola di commiato e ricordò ancora la preghiera notturna. Un affettuoso rimbrotto ai novizi che ultimamente in quello, avevano fallato. Concluse benedicendo i presenti e l’assemblea si sciolse. Ciascuno andò ai propri giacigli per il meritato riposo.
I due giovani, accomiatatisi da Margherita e da donna Anna, svelti raggiunsero Tarik, giusto per terminare il foraggiamento degli animali e per prepararsi alla notte.
Una notte, che li avrebbe resi al giorno, con una grande angoscia e pesanti tormenti.
 
Il Monaco Bianco

Il Cammino delle Verità – Cap. 3 parte 1

 
L
 
 
a campana della chiesa, con il suo insistente richiamo, annunciava i vespri e quasi tutti gli abitanti del complesso abbaziale, abbandonarono le faccende di cui si stavano occupando.
Il fabbro continuò imperterrito a battere i ferri e cascate di lapilli provenivano dalla fucina e dall’incudine. Leoniero e Vilfredo e il giovane Tarik terminarono di accudire i cavalli propri e quelli di Margherita e Livio. Poi usciti dalle stalle, si sedettero su di un tronco che fingeva da panca. Osservavano gli ultimi ritardatari recarsi in chiesa. Avrebbero dovuto, i due cristiani, andare anche loro ai vespri, ma sinceramente la voglia mancava. Il sole che rosso e caldo, iniziava lento a scendere dietro le montagne era caldo e loro approfittavano per immagazzinare quei raggi, che avrebbero fatto comodo durante la notte, che immaginavano fredda, anche a dormire avvolti dal fieno e con il calore degli animali che saliva dalla stalla.
Ormai il sole era nascosto dalla cresta delle montagne e un brivido di freddo, li percorse. Udirono i rintocchi della campana che richiamava gli abitanti all’ultima preghiera prima della cena serale. I tre giovani si alzarono e seguirono due novizi che velocemente andavano in refettorio. Il salone era ampio, con i tavoli posti a ferro di cavallo, Trovarono posto all’ala sinistra, invitati dal monaco Mauro, il cuciniere. A poco a poco arrivarono gli altri monaci e gli ospiti. Accanto a loro sedette il monaco Edgardo, il bibliotecario e subito alla loro destra si snodava la fila dei novizi. Di fronte a loro, gli altri monaci facevano cornice Al tavolo a sinistra, l’abate Osea, alla sua destra sedeva Aidan e dopo di lui Margherita. Accanto alla ragazza Domnall, che allungava il collo per vedere le portate, che stavano raggiungendo la tavola. Alla sinistra di Osea stava Guy e il monaco Ildebrando, erborista dell’abbazia, poi il comandante della guardia, infine il cellario. Al centro del salone un alto leggio con un libro aperto. Al “benedicite” dell’abate un novizio si avvicinò al leggio e iniziò a leggere un passo di sacra scrittura. Gli altri presero a mangiare in silenzio. La cena fu frugale, minestra di verdura e solo per gli ospiti fu servito anche del cacio. Un monaco che aveva terminato velocemente il pasto, si levò dal suo scanno e con voce profonda iniziò una sorta di piccolo sermone, soffermandosi soprattutto sulla vigilanza che l’uomo deve porre nelle sue cose. Di come dovrà portare prudenza e pazienza, nell’affrontare le prove della vita e di quanto la sua vigilanza sul mondo circostante, non doveva superare l’altrettanta sulle cose di Dio e di affidarsi alla misericordia e al perdono dell’Altissimo, in ogni affanno della vita. Un sermone sui generis, “Un colpo al cerchio e uno alla botte”, avrebbe detto con impertinenza Guy, il quale aveva una fede e credeva più per convenienza che per altro, attento più a mammona che a Dio.
Intanto sottovoce iniziarono le conversazioni tra i vari ospiti, com’era consuetudine. Una sorta di piccola ricreazione a stemperare una giornata scandita,dalle preghiere e dal lavoro. Il Monaco Aiden e Osea, parlavano fitto e l’abate annuiva gravemente alle parole dell’irlandese e lanciava sottecchi, occhiate a richiamare l’attenzione di Ildebrando, impegnato a conversare con il giovane arabo. Il quale si stava sperticando in lodi e per l’abbazia e per la biblioteca, che sapeva fornita di libri, ma soprattutto del laboratorio annesso, dove i volumi trovavano le cure di esperti legatori ed impaginatori. Tanto da somigliare a una sorta di ospedale per i libri dell’epoca. Ildebrando fu stupito da quelle parole e si meravigliò molto; non avrebbe mai più immaginato che la fama di quel luogo avesse passato le montagne e fosse conosciuta presso gli infedeli. Ma ne fu contento e volto il capo verso l’abate per significargli che avrebbe voluto riferire le cose buone che aveva ascoltato, quando si accorse dell’occhiata dell’abate stesso e chiese licenza. Si avvicinò ai due uomini, che lo attendevano e riprese sempre più fitto il colloquio. Il Cavaliere, intento più a farsi riempire la coppa del suo vino, piuttosto che ascoltare le parole dell’erborista, si stava annoiando e sperava di ubriacarsi in fretta, così da raggiungere la cella dove finalmente avrebbe potuto riposare bene per le notti a seguire.
Ora Leoniero, Vilfredo e Tarik, liberi dalla compagnia del bibliotecario, stavano osservando i monaci. I giovani novizi ragazzini dai nove dieci anni fino ai diciotto, stavano tra di loro e si sentivano le risate soffocate dalle maniche dei sai. Il maestro dei novizi controllava e partecipava ai loro innocenti scherzi o con un sorriso o con un’occhiata severa. Gli altri monaci parlavano dei lavori fatti e di quelli che sarebbero venuti con l’arrivo della brutta stagione. Il cellario si levò dalle mense e si recò in cucina per attendere gli ordini del monaco Mauro, per il rifornimento delle cucine, il giorno appresso.
 
 
Il Monaco Bianco

Ufficio Facce

Inizia la quarantottesima settimana dell’anno:
 
L’Ufficio Facce,
non sente il bisogno di dare indicazioni per la settimana entrante,
andate dove vi portano i piedi,
ma attenti a ciò che calpestate
!!!
 
Noi, quelli del ’54

FRIUL, MANDI

Cari ospiti, amici e sodali dell’ovalità del mondo, eccoci.
Dovremmo essere anche questa volta in gramaglie, eppure basta un sobrio fumo di Londra questa sera.
Sobrio perché é stata una partita, per certi versi strana. Già l’inizio non é stato dei più promettenti. Quindici minuti passati in 14 uomini sul campo, colpa di un fallaccio di Favaro con giusta espulsione. Non é stato un fallaccio cattivo, ma non puoi entrare sull’uomo per di più senza palla e di spalla. Trascinato dalla velocità, più che dalla cattiveria, ma l’arbritro irlandese, a cui un bel 7+ va tutto, ha visto e ha punito giustamente. Quindici minuti con un’Italia frastornata dall’aggressività dei sudafricani, che sapevamo predatori in attacco e sapientemente sistemati in difesa. Infatti la spinta degli avanti, non é mancata e le mete di Habana (Quello lo fermi con un missile terra-terra, non c’é storia) e di Fourie (Man of the Match e in corsa per il miglior giocatore dell’anno, anche se l’irlandese Brian O ‘Driscoll é accreditatissimo), in quei minuti lo stanno a testimoniare. Rientrato Favaro e ristabilito l’equilibrio, saranno forse gli errori sui calci piazzati loro e nostri (9 punti lasciati da Gower e McLean sono troppi !!!) sarà forse che il nostro pack ha dimostrato ancora una volta che non ha paura di nessuno, finalmente abbiamo avuto la possibilità di fermare per un’attimo il corso del Piave, del Cellina e anche dal Natisone. La meta di Garcia, il fulmine rosso, per un momento ha scaldato i cuori dei 30.000 dello stadio "Friuli". Il Liga che stava sonnecchiando, all’urlo beluino di gioia del sottoscritto é schizzato sulle zampe e pur con l’occhio semichiuso, mi ha degnato di un’occhiata gelida. Avrò disturbato il suo sonno, ma ho risvegliato quello spirito che stava languendo.
Per tutto la fine del primo tempo, abbiamo dettato legge e soprattutto abbiamo letto bene la partita. Spinta del pack, azioni brevi e veloci, mi sembrava che in campo ci fossero due SudAfrica. L’avvio del secondo tempo non é stato altrettanto felice. Ancora una volta ci siamo fatti avvolgere dalle spire di quel gioco, dettato al ritmo sincopato dei tamburi di Soweto e ci siamo presi altre due mete. Ma siamo riusciti ancora una volta a rialzarci, a non darci per vinti, questa volta non con la cattiveria di San Siro. Gli ABs si sono dimostrati cinici nei nostri confronti, quindi giusta era la nostra rabbia. Ecco ci é mancato quel quid. Epperò vero che con i suafricani i ritmi sono alti e sincopati e alla lunga abbiamo perso in lucidità se non a sprazzi.
Mancanze grosse o colpe gravi: il gioco al piede. Palloni di liberazione troppe volte gettati senza uno scopo, senza un piano ben definito e i calci piazzati. Oggi non avevamo dei cecchini, ma degli scarponi, é giusto dirlo. Lanciare in avanti senza che la tua squadra avanzi per la conquista territoriale é favorire un’avversario che sa come sfruttare al meglio il gioco di piede e gli Spingbocks, in questo sono maestri.
Pensare che il gioco di touche, molte volte ci ha visti favoriti, credo che i nostri avversari avessero capito che gli sviluppi successivi, non ci avrebbero portati moto lontani. In effetti.
C’é da dire che loro escono da un’anno combattuto alla grande. La vittoria del TriNation é stata importante, quindi un po’ scarichi e stanchi lo erano, ma hanno onorato il campo.
Quindi partita persa, ma non per questo usciamo a testa bassa.
Contro Samoa e i suoi squali bisogna ritornare ad essere cecchini, prestare attenzione alla loro innata ed esplosiva aggressività, coperti in difesa e lottare su ogni pallone. Sarà battaglia e a questo punto non posso fare pronostici.
Loro sono lottatori e lotteranno per mantenere quell’undicesimo posto nel ranking mondiale, che li vede avanti a noi, solo dodicesimi. In più contro di loro abbiamo una serie di scontri sfavorevoli. Tre match, tre sconfitte.
Fanno del gioco una battaglia, molto fisici e selvaggi, trovarli l’ultimo turno dopo due match così diversi e contrastanti tra loro, é una passeggiata di paura.
I fratelli Tuilagi (Alesana, ala stellare ben conosciuto dal nostro Castrogiovanni, perché suo compagno di squadra nei Tigers), quel folletto di Tagicakibau in forza agli London Irish e il pilone del Tolosa Census Johnston sono i punti di forza dei Manu Samoa. Scordiamoci la tranquillità.
Sarà una nuova battaglia al "Del Duca" di Ascoli. Questa volta però non potrò assistere al match (PomeriggioMattinaNotte, ahimé) e quindi non potrò esprimermi. Sempre che non riesca a vedere qualche replica, ma per allora le mie elucubrazioni, non vi molesteranno. Due su tre credo che sia sufficiente.

Noi, quelli del’54 (sobriamente a NordOvest di se stessi)


MANDI , FRIUL

Cari ospiti, fratelli e sodali dell’ovalità del mondo, vi chiamo a raccolta.
Siate tutti sugli spalti il giorno 21 del mese di novembre in quel di Udine.
Accompagnati dai tamburi zulu arrivano gli Springbocks, Campioni del Mondo uscenti e vincitori, anzi dominatori dell’ultimo TriNation.
I rappresentanti di Mandela sono tra noi. Una nazione che fino al 1997, è stata guardata con sospetto, più che rispetto, con odio più che con deferenza, sotto gli occhi di un uomo che ha passato 27 anni nelle patrie galere, perché convinto che il separatismo, fosse ed é frutto nocivo per l’umanità tutta, quella nazione con una semplice frase: “Ecco i miei ragazzi” di corneliana memoria, si scoprì popolo e nazione e portò a casa la sua prima Elli’s Cup della sua storia.
Quella era la squadra di Mandela e Pienaar; fu un momento unico, irripetibile ed epocale.
Bene, non quegli stessi uomini, bensì i loro degni eredi si misureranno con il nostro XV in terra friulana. Non vedremo la stellare compagine che in quest’ultima estate ha fatto scempio di australiani e neozelandesi, anzi quest’ultimi li ha castigati in casa e fuori casa, trattandoli come “mappine”.
Non vedremo quella squadra, ma sicuramente i resti migliori saranno in campo.
La sorte è segnata? Attenzione i sud africani ricordano con sgomento, ciò che la nostra ItaliaRugby fece passar loro all’Olimpico di Roma, (12 novembre 1995) davanti a 45.000 spettatori. Fu battaglia e battaglia dura tanto che alla fine della partita Morne du Plessis, team manager dei nostri avversari, si sentì in dovere di entrare nello spogliatoio italiano e stringere a ciascun giocatore la mano.
Come se avesse dato un Oscar ad ognuno di loro.
Da non lavarsi mai più la mano.
Quindi assisteremo a una partita. Non l’allenamento di sabato scorso.
Sappiamo benissimo che contro Habana, forse la più forte ala che calca attualmente i campi con i pali ad acca, sarà difficile. Conosciamo la forza d’urto della prima linea Smit, Mtawarira, Bismarck Du Plessis. Siamo certi della forza espressa dei due centrali Matfiel e Bakkies Botha, che non hanno uguali. Come centri Fourie e De Villiers e a organizzare apertura e gioco Steyne e Fourie Du Preez. Mancheranno Françoise Steyn estremo tra i più forti e Jaen de Villers; ambedue non hanno resistito al richiamo degli euro europei e quindi fuori dalla Nazionale.
Ma sappiamo pure che a differenza della supponenza neozelandese, troveremo concentrazione, voglia di giocare tutta sudafricana.
Forse in virtù di quella fantasia, di quella freschezza che si portano dietro, un refolo che segue quella famosa frase di Mandela.
Sarà partita; non aspettiamoci una vittoria; la potenza, l’aggressività, il gioco asfissiante di uomini preparati e concentrati e soprattutto impietosi persecutori degli errori altrui, è cosa nota.
Certo che i nostri ragazzi dopo la buona prova di San Siro sanno di aver ritrovato il gioco e forse anche il gusto di stare in campo.
Auguriamoci che quella concentrazione proposta contro gli AllBlack, non finisca in un bicchiere di merlot di uno dei tanti “taj”.
Che tutti noi si possa dire con orgoglio “ Mandi, Friul” e brindare e se arriverà la sconfitta, quel calice sarà meno amaro.
 
Un’ultima considerazione riguardo la partita di sabato scorso e qui mi monta la carogna.
Spiegazia: all’indomani di San Siro tutti, e quando dico tutti si parla delle varie “bibbie” del rugby di questo e soprattutto dell’altro emisfero, hanno avuto parole di biasimo per il comportamento arbitrale degli ultimi 15 minuti, nei quali la mischia All Black affossava regolarmente la nostra e si giocava, badate bene e ricordatelo, negli ultimi 10 metri avversari. Orbene le “bibbie” hanno invocato dalle loro colonne, quella meta tecnica che ci è stata negata. In più farei osservare come le stesse “bibbie”, anche d’oltremanica, hanno elogiato, con misura, ma elogiati, i nostri atleti per la buona prova.
Naturalmente, una voce fuori dal coro c’è sempre.
Volete sapere chi è stato il tacchino nel coro degli usignoli ?
Paddy O’Brian, il capo internazionali degli arbitri , una sorta di Collina all’ennesima potenza.
L’esecrabile prodotto di una congiunzione cromosomica imbarazzante ha dichiarato:
 “Il comportamento dei piloni italiani era illegale, Dickinson (Arbitro australiano della stessa confraternita del colombiano Moreno) doveva punirli. Ci scusiamo con gli All Blacks”
 Stupore nella FederRugby azzurra a simile uscita.
Chi invece, più obbiettivo, anche molto, è stato il “New Zealand Herald“ (Diciamo il Corriere degli antipodi, per intenderci).                           
Con fair play tutto anglosassone l’”Herald” ha tuonato: “ Questi All Blacks, incolpano gli altri quando le cose non vanno come vogliono loro. Visto che i Mondiali del 2011 si svolgeranno in terra australe e che gli ABs, non possono permettersi il lusso di perdere (E’ dal 1987 che la Ellis’ Cup non trova posto  nella sede di Wellington).
La Nuova Zelanda ha iniziato già ad allenare gli arbitri”
Quindi, con eleganza e stile very old british, è stata usata la mannaia, piuttosto che il fioretto, dalla stampa, la loro, che vede il rugby come noi vediamo il calcio. Un gradino sotto Dio.
Naturalmente l’IRB ( La FIFA del rugby) tace, ma mastica amaro. Da una parte non può certo prendere le distanze da uno dei suoi elementi chiave, O’Brian appunto. Che il fatto che sia neozelandese è marginale in questa vicenda. Dall’altra toccare uno dei totem sacri come gli ABs, potrebbe essere controproducente per tantissimi motivi, al di la dell’immagine di cui suole paludarsi l’IRB stessa.
Certo è che in questo caso, se da una parte tutta la stampa, compresa quella dei nostri ultimi avversari ha tessuto le lodi del nostro XV, dall’altra non possiamo certo esimerci dal considerare O’Brian il Moreno dell’ovale, anch’egli un TuttoNero.
Sì di vergogna.
 
 
 
Noi,quelli del’54 (inevitabilmente, inesorabilmente, anche incazzosamente a NordOvest di noi stessi)

Il Cammino delle Verità Capitolo 2° parte 3°

 
C
 
 
ome il fato volle e con qualche spavento, dovuto a un terribile ruzzolone del cavallo di uno dei paggi di Guy, arrivarono a valle e ai covili. Si disposero per la notte.
Per ultimo giunse ai fuochi accesi Leoniero.
“Chiedo licenza, mio signore” disse chinando il capo verso Guy.
“Ho scoperto la pista che ci condurrà alla Novalesa. Si snoda tra i boschi ed è ampia e facilmente difendibile. Non credo che avremo dei problemi”
“Bene. Andate pure a dormire.” Guy licenziò Leoniero.
Con un cenno fece avvicinare Jacques il capo degli armigeri:
“Organizza la guardia e bada che gli uomini abbiano mangiato, ma non bevuto troppo. Un bicchiere di vino è sufficiente” E licenziò anche quello.
La notte stellata e fredda mostrava il manto di stelle nel cielo e a poco a poco sorse una luna prima fioca e poi sempre più brillante, mentre le ore camminavano nella notte. I fuochi esterni illuminavano il campo e i soldati vegliavano il sonno del comandante e degli altri della compagnia. Vilfredo, dopo un ultimo controllo ai cavalli, fu l’ultimo a ritirarsi nella capanna dove già dormivano gli amici e sentì profondo il russare del fratello Domnall. Al tedesco venne voglia di cacciare in bocca al frate il suo pesante stivale, quel russare era così molesto e lui che aveva un sonno leggero avrebbe faticato ad addormentarsi. Almeno nelle prossime notti avrebbe dormito da solo in qualche fienile e l’unico rumore sarebbe stato il quieto scalpiccio degli zoccoli dei cavalli, che non gli davano più di tanto fastidio.
Si avvolse nel lungo mantello e attese che il sonno giungesse, finalmente.
La notte passò tranquilla, anche se dagli alberi che contornavano le capanne, giungevano di frequente i rumori degli animali notturni, indaffarati dal buio della notte. All’aurora si ravvivarono i fuochi e qualcuno dei soldati della scorta di Guy arrivò al campo con un mastello colmo di latte. Aveva scoperto che nelle capanne più lontane passavano le giornate un gruppo di pastori, che accudivano la mandria all’alpeggio. Per pochi pezzi di rame presero il latte e del formaggio e con il pane rimasto fecero una zuppa calda. I cavalli furono sellati velocemente e quando il sole fece capolino dalle creste, un lungo nastro di uomini e cavalli, si stava snodando sulla strada per l’Abbazia. In testa Guy, dietro Margherita e lo scudiero, buoni ultimi i due monaci e Tarik. Ai lati tra gli alberi Leoniero e Vilfredo, l’uno opposto all’altro, battevano il bosco per avvistare eventuali pericoli.
Si era già fatto pomeriggio, quando la strada divenuta larga e agevole iniziò ad inerpicarsi e comparve alla vista il complesso abbaziale. Il Cavaliere francese mandò avanti alcuni uomini affinché annunciassero il loro arrivo, e chiese al monaco Aidan, di cavalcare alla sua destra, così sarebbe stato il primo e riconosciuto della schiera.
L’abate Osea era sulla porta della cinta di mura che contornava le costruzioni. Aveva atteso per molti giorni un cenno del loro arrivo ed eccoli finalmente.
I due monaci si salutarono cordialmente e si abbracciarono. Osea fece da guida all’interno delle mura e diede gli ordini, perché il famigli avessero cura dei cavalli e poi dei cavalieri.
Vennero assegnati i posti nel grande dormitorio e a Margherita fu assegnata una stanza nella casa del cellario. Un pio uomo, segaligno, che condivideva i suoi giorni con una altrettanta segaligna moglie e che fu lieto della presenza della fanciulla. Storse il naso quando si presentò anche Livio, ma gli ordini dell’Abate erano stati precisi “La dama e il suo seguito”.
“Tu “ disse rivolto al giovane, con aria grave e lievemente minacciosa
” Dormirai in cucina, su di una delle panche e bada di rimanerci tutta la notte.”
Livio con un sorriso di rimando rispose
 “Sarà fatto, come comandate.”
Intanto la moglie, fece accomodare la giovane nella sua stanza.
“Sarete stanca dalla lunga cavalcata. Ecco un buon letto “ Disse
“Le foglie sono nuove”
“Grazie” rispose Margherita
“Se non vi è d’ incomodo, gradirei un poco di acqua calda e se c’è un pezzo di sapone. Sapeste come vorrei lavarmi e cambiarmi d’abito.”
“Vi manderò subito Maria la fantesca. Con l’acqua, il sapone e l’abito …. Ma il vostro bagaglio? Non lo vedo.”
“Chiedetelo a Livio. La sacca grande di tela verde. Lì sono custoditi gli abiti.”
Così fecero e dopo una buona ora Margherita ricomparve, con un abito di lana, tessuto fine, verde, una graziosa cuffia che le conteneva i capelli e abbandonati gli stivali, un paio di morbide pantofole. Al collo un pendente con lo stemma del casato. Emanava un leggero profumo di lavanda; poche gocce che si era messa, prendendole da una boccetta che teneva nella borsa che portava a tracolla. A guardar dentro avremmo trovato oltre la boccetta, una spazzola, un disco di metallo levigatissimo a far da specchio, e un corto ma affilato pugnale, sua arma di difesa estrema. Sorrise compunta agli abitanti della casa e uscì per gustarsi gli ultimi raggi di un caldo sole, che aveva intravisto a sprazzi dall’intrico del bosco che aveva attraversato. Si sentì bella e, sorrise di quello stupido pensiero.
 
Il Monaco Bianco

Il Cammino delle Verità – Capitolo II ° – Parte II

 
Q
 
 
ualcuno del gruppo degli armigeri di Guy, tolse delle ceste dai basti dei cavalli e cominciò a distribuire pane e cacio ai soldati. Al Cavaliere invece, uno dei paggi che lo seguivano presentò un piatto di metallo su cui aveva disposto alcune fette di carne e dei crauti che aveva tolto da un’altra cesta, coperta da fine panno con lo stemma del casato di Guy, e non da una copertaccia. Guy piluccò una fetta di carne, assaggiò il vino che intanto l’altro paggio gli aveva versato in una coppa e poi lasciò il resto ai due ragazzi che si sfamassero.
Margherita e Livio si contentarono invece dei frutti che avevano raccolto lungo il cammino; salendo avevano trovato una distesa di cespugli di mirtilli e ne avevano raccolto una buona quantità. Accettarono un poco di miele che fratello Domnall, offrì loro, assottigliando le magre provviste dei due frati. Per Domnall quel viaggio stava diventando una penitenza per i suoi troppi peccati ispirati alla gola. Per fratello Aidan il cibo era una molesta necessità cui avesse potuto, si sarebbe sottratto ben volentieri.
Vilfredo e Tarik si appartarono con Leoniero e iniziarono anche loro un pasto fatto degli avanzi che avevano preso tre giorni prima, nell’unica locanda che avevano trovato prima di inerpicarsi sulla montagna. Il nostro arciere aveva già mangiato, ma fu attratto dai mirtilli di Margherita e, preso coraggio, le si avvicinò, sperando, che quelle nere bacche lo aiutassero a vincere per una volta la sua timidezza.
“Madonna Margherita, buona giornata, mi domandavo com’era andata la cavalcata di questa mattina? Siete molto affaticata?”
“Buona giornata a Voi messer Leoniero. Veramente no. Sono stanca ma questa sosta non potrà che giovarci. Gradite qualche mirtillo?”
La voce era squillante e fresca. Accompagnò le parole, con un accattivante sorriso.
“Grazie madonna, non vorrei però approfittare del vostro pasto. Perché mi pare che oggi sia l’unico sostentamento, per voi e per il vostro scudiero.”
“E’ vero, questo è il nostro pasto. Cavalcare a stomaco pieno, non mi piace e poi preferisco cenare, perché si dorme meglio con qualcosa nello stomaco.”
Leoniero sorrise. Accettò pochi mirtilli e li scelse tra i meno maturi che trovò nella cestina. Alzò lo sguardo al cielo, come per osservare chissà cosa, ma era solo l’imbarazzo di non avere altri argomenti.
La giovane lo trasse da quell’impaccio.
“Che dite, riusciremo ad arrivare all’abbazia prima che faccia notte?”
Intanto Guy si avvicinò per omaggiare la donna che aveva l’ingrato compito di scortare fino alla pianura. Doveva sopportare quell’imbarazzo sino all’abazia di Staffarda, dove finalmente avrebbe trovato gli emissari del Marchese e avrebbe affidato loro lei e quell’insulso, così considerava Livio, del suo scudiero.
“Cavaliere” salutò Margherita e quello le fece un abbozzo di saluto. Lei per nulla toccata dal quel gesto di malcelata sopportazione, che aveva già da tempo indovinato, continuò
“Chiedevo adesso alla nostra guida se riusciremo a raggiungere l’abbazia prima di notte.”
“Non credo proprio” la raffreddò Guy.
“Semmai dovremo fare una tappa appena sotto questo vallone”
Leoniero annuì e soggiunse
 “Nella valle sottostante ci sono alcuni covili di pastori. Lì potremo dormire al coperto e poi in giornata raggiungeremo Novalesa. Fratello Aidan, lì ha un buon amico nell’abate e potremo finalmente riposare come conviene. Gli ultimi giorni sono stati pesanti per tutti. Se mi posso permettere.”
“Sì, in effetti, sono stati giorni duri” Convenne Guy, poi aggiunse:
 “E’ meglio levare le tende e affrettarci prima che la notte ci sorprenda. Spero che questi covili non siano troppo lontani.”
Leoniero aggiunse:
 “ Ancora tre ore di buon trotto e, ci saremo. Chiedo licenza per poter andare in avanguardia”.
Guy allontanò il giovane con un cenno della mano e con un altro cenno della testa salutata Margherita, si ritirò verso i suoi uomini.
I cavalieri tutti risalirono in arcione e la fila a poco a poco si riformò e con Leoniero in testa la lunga fila di uomini e cavalli prese la via per scendere a valle. Buoni ultimi, Vilfredo e Tarik vegliavano la retroguardia. Intanto il sole aveva preso a scendere e le ombre si allungavano sul terreno. La strada scese in maniera repentina e tutti quanti di buon grado smontarono da cavallo. In fondovalle s’intravedevano dei tetti; i famosi covili e in cuor loro, tutti speravano di trovare vuoti d’animali e persone.
 
 Il Monaco Bianco

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