CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “dicembre, 2009”

Un’altra musica é finita

Cari ospiti la musica per quest’anno è finita. Si ripongono gli strumenti, spartiti e l’abito di scena va nella sua custodia a odorarsi di naftalina, di essenze contro le tarme. Tempi di bilanci ed io non mi sottraggo, anzi credo che sia giunto il tempo per tentare di rispondere ad una domanda che da un po’ mi solletica.
Non ho il tormento, c’è ben altro con cui tormentarmi e non sto certo a tormentare voi. Voi avete i vostri e credo che vi siano già di troppo peso, per accedere anche ai miei.
In quest’ultimo periodo pensavo a cosa fare di queste mie stanze. All’inizio, lo dico serenamente, questo per me è stato il luogo di liberazione ed aiuto.
Liberazione di un mondo che ho dentro e che volevo in qualche maniera tirare fuori e perché no, sistemare.
Mi chiedevo se le domande che mi ponevo, fossero solo mie o ci fosse qualcun altro, che sentendo le stesse cose almeno conversasse con me.
Aiuto perché ho avuto la percezione che scrivere, interagire, affrontare un mondo che uscisse dalla banale e noiosa logica: casa, lavoro, poteva essere un’occasione in più per uscire da una depressione che già troppo era molesta mia compagna.
Riconosco la positività e la beneficità, di quanto ho posto in essere.
Aggiungo che ho scoperto anche cose, di cui non mi ero mai interessato e ho letto, sotto altre angolazioni, quelle che avevano suscitato in me curiosità e ciò che ho letto, le hanno rese più complete, a mio modo di vedere.
Ora dopo più di un anno mi son chiesto: adesso che faccio? Grande o Asilo Mariuccia? (nb i lombardi che leggono e i milanesi soprattutto sanno di cosa parlo)
Ora conoscete le mie regole d’ingaggio. Le ho giàesposte un paio di volte, quindi non mi dilungo.
Ebbene le voglio applicare fino in fondo.
Questo perché nel corso dei mesi e a fronte di fatti che mi sono personalmente accaduti e in alcuni in cui sono incappato, mi hanno fatto maturare alcune decisioni.
L’Ufficio facce ha chiuso. E’ stato un anno nel quale per 52 settimane mi sono sforzato di trovare ogni domenica un qualcosa da scrivere: divertente, pensieroso, un po’ fuori dagli schemi. Però stava diventando un lavoro e quindi mano a mano l’aspetto ludico, si era spento.
In una frase semplice e secca: mi sono rotto!
Fatevene una ragione.
In luoghi diversi ho assistito a scazzi e mazzi che nulla centravano con i post. Luoghi in cui da una parte il dileggio sistematico è moneta corrente e non ho mai capito l’”humus” di tutto ciò.
Mi sono imbattuto in persone, cui personalmente non stringerei neppure la mano, neanche se fosse un obbligo formale. Questo per dire la considerazione che ho.
D’altra parte ho trovato persone splendide, almeno da quanto scrivono e dalla passione che mettono nello scrivere.
Per alcune ho un’altissima opinione e questo perché la chimica della pelle difficilmente mi ha mentito.
Di altre perché la forza delle loro idee, me le hanno fatto apprezzare.
Di altre rimango solo stupito per la profondità di come esprimono queste idee e mi auguro che oltre alla bellezza di ciò che dicono, siano delle belle persone, pari almeno a quanto scrivono. Tutto ciò ben inteso senza che io conosca personalmente, se non in un caso specifico, voi che dall’altra parte dello schermo mi state leggendo.
A dire la verità anche di un altro ho conosciuto la voce, ma poi per motivi che ancor oggi mi sono oscuri si è dileguato. Saperne il perché, muterebbe la mia storia?
Forse. Così com’è mutata da quando ci siamo allontanati. O forse, non cambierebbe nulla.
Ti allontani perché senti che il tuo tempo è finito e desideri consumarlo in altre cose, con altre persone. Molto più semplicemente; senza tante paranoie e seghe mentali.
Ci sono stati degli interventi che mi hanno aiutato in questo processo e che per certi versi, mi hanno spinto a scrivere queste parole.
Interventi fatti in luoghi e occasioni una diversa dall’altra, ma messi insieme mi hanno chiarificato il quadro.
Mi sono sentito tirato anche per la giacca.
Ora è bene che lo sappiate tutti e in modo chiaro.
Non fatelo!
Normalmente vado da chi voglio io, parlo con chi voglio io. Senza se e senza ma !
Siamo tutti adulti, vaccinati e nel mio caso come credo anche in altri casi, abbiamo fatto il militare. Il venire chiamato per l’infantile: lui e detto e lei ha risposto, allora io ho dichiarato, mi riporta all’Asilo Mariuccia.
Già mi martellano le balle in ufficio con queste rivalità, pettegolezzi, piccole o grandi carognate.
Già vivo costantemente armato e con il giubbetto antiproiettile e purtroppo lo devo fare perché pagnotta è pagnotta.
Se il virtuale è uguale al reale, allora cancello tutto e risparmio sulla connessione internet!!!
Qualcuno a questo punto si è scandalizzato? Almeno ha di fronte una persona che non manda a dire il suo pensiero.
Tratto tutti con la stessa onestà e se a qualcuno non piace, non sarò io a trattenerlo.
Io prendo atto e me ne faccio immediatamente una ragione.
Sono già sposato e felicemente.
A proposito sono arrivato alla fine del X° capitolo del “Cammino”; ancora due, un epilogo ed è finito e sono in possesso di un programmino di conversione in PDF.
Qualcuno me l’ha chiesto per poterlo leggere tutto d’un fiato e per averne ricordo.
Quindi fino a che non avrò estinto questo, che sento come un doveroso debito nei vostri confronti, navigherò.
Non so quanta tela darò alle vele, non so cosa farò in seguito e come mi muoverò nei prossimi tempi.
Certo che ora come ora, il morto a poker l’ho seppellito e in linea con il significato del mio nome, Uomo Libero, come tale mi comporterò.
 
 
Noi, quelli del ’54(meno a NordOvest di quanto sospettiate)
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Ufficio Facce

Inizia l’ultima settimana dell’anno:
 
L’Ufficio Facce, chiude i battenti per cessata attività.
Ringrazia tutti.
L’ultimo spenga la luce e chiuda la porta.
Grazie !!!
 
Noi, quelli del ’54

Ufficio Facce

Inizia l’ultima settimana dell’anno:
 
L’Ufficio Facce, chiude i battenti per cessata attività.
Ringrazia tutti.
L’ultimo spenga la luce e chiuda la porta.
Grazie !!!
 
Noi, quelli del ’54

Il Cammino delle Verità – 5/3

Capitolo V ° – parte III a

“N
 
 
o mio buon padre” Esordì VIlfredo, più scuro in volto” ma ciò che stiamo per dirvi incupirà anche il vostro di volto. Una cosa gravissima, inaudita ….” troncò il discorso per prender fiato, intanto il volto iniziò a farsi paonazzo dalla rabbia non ancora smaltita.
Leoniero intervenne:
 “ Monaco Aiden, questa notte abbiamo assistito, bhè non prorpio assistito … pensiamo che sia avvenuto ed è per questo che siamo qui … Per avere conforto e fare chiarezza, sull’accaduto e sgombrare il campo e … eliminare il marcio da questo santo luogo, perché …”
“ Un momento “ Il monaco interruppe quel torrente in piena che era il discorso di Leoniero “fatemi capire, cosa è successo, dove è successo e quando? E cosa è questo marcio e dov’è il luogo santo? “
Intanto si girò verso Domnall e gli fece cenno di avvicinarsi. Con lui sopraggiunsero anche le due ragazze.
“Ora usciamo dalla chiesa e andiamo nel chiostro, così da parlare con calma e tranquillità. Così forse verremo a capo di questo guazzabuglio”
Così fecero, anche se i volti dei due giovani mostravano più disagio che preoccupazione a quel punto. Il monaco anziano scorse l’Abate e con un cenno lo invitò accanto a loro. Gli parve il momento giusto per chiarire molte cose. La posizione delle due fanciulle, così che Livia, non dovesse più mentire il suo stato e poi c’era questo sconclusionato discorso, che gli parve senza capo né coda.
L’Abate si avvicinò mostrando curiosità e Aiden, in poche parole gli spiegò cosa era accaduto alle due fanciulle, del loro attuale stato e le traversie che avevano dovuto affrontare e il sotterfugio che erano ancora costrette a vivere. Osea ascoltava e assentiva. Poi formulò brevemente parole più di circostanza, che altro, ma ritenne rimarchevole l’atteggiamento di prudenza estrema che avevano tenuto le due ragazze durante il viaggio e che non riteneva per questo mentoniero. Anche l’atteggiamento del buon monaco, votato anch’esso alla prudenza, era stato quello, che aveva permesso loro di arrivare sino lì, senza problemi di sorta, quindi le due ragazze dovevano essere grate al maturo monaco. Oramai era questione di qualche giorno, poi sarebbero arrivate finalmente a casa, attese con crescente trepidazione da coloro che, non avevano abbandonato le speranze di riabbracciarle.
“Però “ Interruppe Aiden “ Ora questi miei giovani amici, mi hanno anticipato che è successo un fatto grave, tra le mura di questo luogo. Non ho capito molto, anzi nulla e forse la tua presenza, potrà essere di stimolo per una spiegazione più sensata. Allora Leoniero , spiega cosa è successo con calma e vediamo di venirne ad una”
Leoniero, ancora scosso dalla sorpresa di sapere che Livio, non era un lui, bensì una lei, trasse un lungo respiro e iniziò il racconto della notte precedente. Non era da meno Vilfredo a quelle notizie.
Non omesse nessun particolare, ma per onor del vero rimarcò e più volte il fatto che loro non erano stati presenti alla violenza fatta al fanciullo, però le circostanze apparivano prove di fatto.
Cadde un cupo silenzio. Le due ragazze si abbracciarono inorridite. Il monaco Domnall, iniziò a ciancicare nervosamente il grosso sordone che gli cingeva il fianco e prese a sbuffare e soffiare. I due padri si guardarono fissi negli occhi, quasi a cercare risposte l’uno, nello sguardo dell’altro.
Osea per primo,con voce rotta dall’emozione ruppe quel silenzio così spesso e greve.
         “ Ciò che racconti é gravissimo. Non solo grave! In quanti passi delle scritture leggiamo che i piccoli, i fanciulli sono privilegiati dall’Altissimo. Sono loro che raccoglieranno l’eredità che lasceremo.
         Quale eredità di violenza, impudicizia, di abominio intendiamo lasciare al nostro futuro. Non sono questi i tempi di morte e di distruzioni inutili? Se mai ci siano stati tempi in cui guerre e stermini, si fossero rivelati di qualche utilità …”
Vilfredo a quelle parole, esplose tutta la rabbia che aveva in corpo.
         “ Abate, non è questo il tempo dei sermoni, non il momento di filosofie, di morali, di buona e dotta scienza. E’ il momento di agire, di eliminare la cancrena, di allontanare il lupo dal gregge. Se necessario, usare questa “ sibilò, velenosamente.
Così dicendo, fece stridere la lama della spada estraendola per una parte dal fodero.
Ritornò quel silenzio, doloroso, eppure così urlante.
Osea guardò con preoccupazione il volto di Aiden, che con lo sguardo fisso in un punto imprecisato, sembra va vivere un tempo sospeso. Domnall, aveva abbassato lo sguardo e di sottecchi, lanciava anch’egli sguardi alla sua guida. Gli occhi dei giovani passavano ritmicamente dall’uno. all’altro viso. Nessuno aveva il coraggio o le parole per spezzare quel silenzio.
 
 
Il Monaco Bianco.
 
 
La narrazione dei fatti s’ interrompe a questo punto.
Il periodo di Natale, induce a pensieri più lievi. Spinge alla compassione, al perdono, alla bontà. Nelle pagine che seguono, non troviamo questo spirito.
Prudenza e preghiera mi spingono ad interrompere dunque. Il buon Abate, mi ha concesso il permesso di riprendere la narrazione con l’anno venturo.
Per ora vi giungano i miei più sentiti e sinceri auguri di Buon Natale, che sia sereno ed allegro per voi e per le persone che più vi sono care.

Il Cammino delle Verità – 5/3

Capitolo V ° – parte III a

“N
 
 
o mio buon padre” Esordì VIlfredo, più scuro in volto” ma ciò che stiamo per dirvi incupirà anche il vostro di volto. Una cosa gravissima, inaudita ….” troncò il discorso per prender fiato, intanto il volto iniziò a farsi paonazzo dalla rabbia non ancora smaltita.
Leoniero intervenne:
 “ Monaco Aiden, questa notte abbiamo assistito, bhè non prorpio assistito … pensiamo che sia avvenuto ed è per questo che siamo qui … Per avere conforto e fare chiarezza, sull’accaduto e sgombrare il campo e … eliminare il marcio da questo santo luogo, perché …”
“ Un momento “ Il monaco interruppe quel torrente in piena che era il discorso di Leoniero “fatemi capire, cosa è successo, dove è successo e quando? E cosa è questo marcio e dov’è il luogo santo? “
Intanto si girò verso Domnall e gli fece cenno di avvicinarsi. Con lui sopraggiunsero anche le due ragazze.
“Ora usciamo dalla chiesa e andiamo nel chiostro, così da parlare con calma e tranquillità. Così forse verremo a capo di questo guazzabuglio”
Così fecero, anche se i volti dei due giovani mostravano più disagio che preoccupazione a quel punto. Il monaco anziano scorse l’Abate e con un cenno lo invitò accanto a loro. Gli parve il momento giusto per chiarire molte cose. La posizione delle due fanciulle, così che Livia, non dovesse più mentire il suo stato e poi c’era questo sconclusionato discorso, che gli parve senza capo né coda.
L’Abate si avvicinò mostrando curiosità e Aiden, in poche parole gli spiegò cosa era accaduto alle due fanciulle, del loro attuale stato e le traversie che avevano dovuto affrontare e il sotterfugio che erano ancora costrette a vivere. Osea ascoltava e assentiva. Poi formulò brevemente parole più di circostanza, che altro, ma ritenne rimarchevole l’atteggiamento di prudenza estrema che avevano tenuto le due ragazze durante il viaggio e che non riteneva per questo mentoniero. Anche l’atteggiamento del buon monaco, votato anch’esso alla prudenza, era stato quello, che aveva permesso loro di arrivare sino lì, senza problemi di sorta, quindi le due ragazze dovevano essere grate al maturo monaco. Oramai era questione di qualche giorno, poi sarebbero arrivate finalmente a casa, attese con crescente trepidazione da coloro che, non avevano abbandonato le speranze di riabbracciarle.
“Però “ Interruppe Aiden “ Ora questi miei giovani amici, mi hanno anticipato che è successo un fatto grave, tra le mura di questo luogo. Non ho capito molto, anzi nulla e forse la tua presenza, potrà essere di stimolo per una spiegazione più sensata. Allora Leoniero , spiega cosa è successo con calma e vediamo di venirne ad una”
Leoniero, ancora scosso dalla sorpresa di sapere che Livio, non era un lui, bensì una lei, trasse un lungo respiro e iniziò il racconto della notte precedente. Non era da meno Vilfredo a quelle notizie.
Non omesse nessun particolare, ma per onor del vero rimarcò e più volte il fatto che loro non erano stati presenti alla violenza fatta al fanciullo, però le circostanze apparivano prove di fatto.
Cadde un cupo silenzio. Le due ragazze si abbracciarono inorridite. Il monaco Domnall, iniziò a ciancicare nervosamente il grosso sordone che gli cingeva il fianco e prese a sbuffare e soffiare. I due padri si guardarono fissi negli occhi, quasi a cercare risposte l’uno, nello sguardo dell’altro.
Osea per primo,con voce rotta dall’emozione ruppe quel silenzio così spesso e greve.
         “ Ciò che racconti é gravissimo. Non solo grave! In quanti passi delle scritture leggiamo che i piccoli, i fanciulli sono privilegiati dall’Altissimo. Sono loro che raccoglieranno l’eredità che lasceremo.
         Quale eredità di violenza, impudicizia, di abominio intendiamo lasciare al nostro futuro. Non sono questi i tempi di morte e di distruzioni inutili? Se mai ci siano stati tempi in cui guerre e stermini, si fossero rivelati di qualche utilità …”
Vilfredo a quelle parole, esplose tutta la rabbia che aveva in corpo.
         “ Abate, non è questo il tempo dei sermoni, non il momento di filosofie, di morali, di buona e dotta scienza. E’ il momento di agire, di eliminare la cancrena, di allontanare il lupo dal gregge. Se necessario, usare questa “ sibilò, velenosamente.
Così dicendo, fece stridere la lama della spada estraendola per una parte dal fodero.
Ritornò quel silenzio, doloroso, eppure così urlante.
Osea guardò con preoccupazione il volto di Aiden, che con lo sguardo fisso in un punto imprecisato, sembra va vivere un tempo sospeso. Domnall, aveva abbassato lo sguardo e di sottecchi, lanciava anch’egli sguardi alla sua guida. Gli occhi dei giovani passavano ritmicamente dall’uno. all’altro viso. Nessuno aveva il coraggio o le parole per spezzare quel silenzio.
 
 
Il Monaco Bianco.
 
 
La narrazione dei fatti s’ interrompe a questo punto.
Il periodo di Natale, induce a pensieri più lievi. Spinge alla compassione, al perdono, alla bontà. Nelle pagine che seguono, non troviamo questo spirito.
Prudenza e preghiera mi spingono ad interrompere dunque. Il buon Abate, mi ha concesso il permesso di riprendere la narrazione con l’anno venturo.
Per ora vi giungano i miei più sentiti e sinceri auguri di Buon Natale, che sia sereno ed allegro per voi e per le persone che più vi sono care.

Ufficio Facce

Inizia la cinquantaduesima settimana dell’anno:
 
L’Ufficio Facce tace.
Mestamente vi augura Buon Natale !!!
 
Noi, quelli del ’54

Lasciate traccia

Cari ospiti, per questi ultimi scritti, in questi ultimi giorni dell’anno che muore, avrei preferito scrivervi dell’aria di neve, del sospiro della bontà, che dovrebbe aleggiare. Eppure quesa sera sono ripiombato indietro di due anni.
Natale 2007.
Vedevo che al fuoco di mio padre la morte aveva sottratto il ciocco del carpino, dal fuoco robusto, intenso e durevole, quello del faggio, dal fuoco vivo e potente, che scalda e ti fa amare la danza delle fiamme e poi il pino, il fuoco dei sentimenti, aromatici, intensi di quelle resine che trascini negli anni come memoria di un gran fuoco, cui spesso ti sei ispirato.
Di quel fuoco antico di allora, ne rimanevano da bruciare solo i rami contorti della vite, gli  sterpi del sambuco.
Fuochi fatui e troppo rapidi per lasciare segni degni del ricordo.
Sapevo che la morte, doverosa e necessaria compagna della vita, sarebbe giunta. Sapevo che non avrebbe mancato di bussare alla porta della nostra famiglia.
Credo nella necessità della morte; credo nell’inevitabilità sua e per questo che la vita ce la offre, come pegno inalienabile per il nostro passaggio terreno.
Sottrarci o facendo chissà quali artifici per procrastinare, sono solo larvali ed inutili tentativi.
Quella moneta a Caronte, bisogna pagarla.
Ripenso alla vita di questa persona e la sua naturale attenzione al suo mondo, contadino, circoscritto tra le giogaie delle colline monferrine.
Dei riti collegati a quella vita e del rispetto portato ai medesimi.
Quasi che il suo mondo, piccolo per un’osservatore distratto e disattento, fosse il mondo. 
Noi, abituati alla distonica vita odierna, assorbiti dall’evidente cacofonia di stimoli da cui non riusciamo a prescindere e forse non vogliamo.
Il suo mondo, rituale dei tempi della campagna, aggiogati  ai ritmi delle stagioni, attenta al pellegrinaggio delle stesse. Sempre uguali e sempre diverse. E le circostanze e le consuetudini, così cristallizzate, per un’occhiata veloce, avevano il senso della solidità. Punti fermi, imprescidibili e solidi, in quella tanto irrisa normale e banale  quotidianetà.
Gesti e rituali di cui mano a mano ne perdiamo il senso, dato che i custodi, uno dopo l’altro se ne vanno.
Loro avevano vissuto quelle stagioni, sapevano ragionare intorno ad esse e con esse.
Ora a poco a poco quel mondo si sfarina in una carovana di ombre.
Rimangono immagini, sfuocate, a volte illeggibili, incomprensibili. Eppure possono suscitare stupore e a volte imbarazzo, perché così lontane dal modo di vita attuale.
Era la loro vita, comprensible solo da chi viveva loro accanto.
Quei giovani adulti che siamo, ma che non riusciamo più ad essere ponte tra i primi e quelli che ci seguono.
A volte leggo perplessità nello sguardo di mia figlia quando ricordo e racconto di mio padre e della sua vita, quando rievoco quel mondo contadino.
Mi accorgo di rievocare, come un’arido testo e basta.
Non ho vissuto quel clima, non ho inspirato quell’aria, non l’ho masticata abbastanza per dichiararmi cantore.
Forse perché non c’era tempo per esserlo.
Non ci sono statate le condizioni per diventarlo e di quello spartito, di quella musica fischietto, fuori tempo solo alcune arie, dimentico come sono delle vere note che le componevano.
Addio zia, testimone, in ultimo muta ed assente del tuo mondo, che va scomparendo e del quale non rimangoo poi molti custodi.
Forse scuoterai il capo, vedendoci smarriti in queste ore. Ore in cui non si accetta la tua assenza, nelle quali desideriamo la tua presenza, anche se per te la vita era solo dettata dallo scandire di luce e tenebra, avvolta com’eri da una tenebra profonda che lasciava vedere il tuo corpo, ma non i pensieri, nutrimento di quel nulla.
Riposerai dove gli altri prima di te aspettano di vedere, con il tempo, riformarsi quella famiglia, che ti ha visto interprete di un ruolo e forse di un personaggio che avresti voluto diverso.
Conoscevi il copione e hai saputo interpretarlo al meglio. Hai ricevuto la tua dose di applausi ed ora il sipario é calato.
In sala oramai siamo rimasti in pochi a sapere della storia e non tutti potranno salire sul palco e recitare il seguito della commedia.
Verrà il giorno che calerà il sipario per l’ultima volta. La compagnia sarà sciolta definitivamente, così che Caronte potrà chiudere definitivamente i conti.

Cari ospiti ed amici, se sarete giunti fino a queste righe vi pregherei di una cosa.
Non abbiatene a male e comprendete ciò che scrivo ora.
Non lasciate commenti, basta solo il vostro avatar senza nulla di scritto.
Saprò del vostro passaggio e saprò, che condividete con me questo momento e compatite il mio dolore.
Sarà per me un grande regalo di Natale e vi ringrazio dal profondo del cuore.

Carlo

Il Cammino delle Verità – 5/2

Capitolo V ° – parte II a
 
 
A
 
 
nche Margherita si levò, quando la luce dell’alba filtrò, tra le spessi coltri dei tendaggi alla finestra. Si lavò e vestì, con l’unica veste femminile rimastale. Le altre, dono della madre del Cavaliere erano finite in un fiume che avevano guadato. La bestia che portava i bagagli finì trascinata dalla corrente. Lisciò il tessuto e si diresse in cucina, accanto al fuoco. Maria, la giovane servetta, la raggiunse con una tazza di latte e un tozzo di pane.
D’improvviso, come un fantasma evocato dal nulla, Margherita trovò accanto a se madonna Anna che le sibilò:
“ Giovane Margherita, giovane scapestrata. Siete dunque venuta a gettare abominio e discredito si questa casa?”
         “Che dite “ Esclamò la giovine. “ Io non ho mai fatto nulla di tutto ciò che mi accusate. Come potrei disonorare chi mi ha accolto come una figlia?”
         “Una figlia, dite?” Continuò Anna” Una figlia che introduce nella propria camera un servo, uno scudiero, che dopo poco si allontana, cambiato d’abito e profumato? La figlia di Satana, ecco cosa siete !!”
         “O mio Dio “Gemette Margherita” Cosa dite! Di cosa mi accusate! Lasciate che vi spieghi, anzi chiamerò anche Livia, quella che voi chiamate scudiero, ma per me amica grandissima e confidente.”
         “Poi” continuò la ragazza” ascolterete la nostra storia e vi prego fin d’ora di non rivelare nulla a nessuno.”
Intanto Livia era entrata nella grande cucina, e al cenno di Margherita si avvicinò.
La ragazza dai capelli fulvi, iniziò a parlare, come un torrente in piena, non lasciando modo a madonna Anna di controbattere o interrompere.
Livia, aggiunse del suo, colmando lacune e chiosando quelle parti che a lei parevano incomplete.
L’anziana donna, a quel punto, sbiancata in volto, cercò uno sgabello e si lasciò andare sopra. Quella storia aveva dell’incredibile. Due fanciulle cristiane, non solo erano rimaste in mano dell’infedele, non solo non erano state torturate, o peggio ancora e, a quel pensiero si era segnata più volte, violate. Anzi, trattate bene e con riguardo erano state alla corte di un Sultano. In più era il patrigno di quel giovane moro che li accompagnava, nel viaggio di rientro a casa.
         “L’unico che conosce tutta la storia; a cui ho detto tutto è il buon monaco Aiden. Lui mia ha promesso di non dire nulla sino al mio arrivo, nelle braccia dei miei genitori. E Livia se vorrà, rimarrà insieme a me come mia dama di compagnia, ma innanzitutto come mia amica e confidente particolare. Ora sapete tutto e lascio alla vostra coscienza il sapore acro del tradimento, o quello insapore del silenzio.”
Anna era frastornata, confusa. Si levò dallo sgabello e prima abbracciò piangendo, Margherita, poi strinse le mani a Livia. Tra in singhiozzo e l’altro, giurò che nemmeno una parola sarebbe uscita dalle sue labbra. Neppure a suo marito, avrebbe detto qualcosa di ciò che le era stato raccontato, se non tra qualche tempo. Quando loro sarebbero state lontane e sicuramente al sicuro nelle loro case, tra i loro cari.
Le due giovani abbracciarono la donna ancora una volta e poi uscirono, per raggiungere la chiesa. Era suonata l’ora terza.
Anna, con gli occhi ancora lucidi, respirò profondamente e si accorse della presenza della giovane Maria, la dodicenne ragazzina che fungeva da servetta. La chiamò a se, la strinse e subito quella iniziò a singhiozzare.
Anna le accarezzò i capelli
         “ Non piangere “sussurrò “Non piangere. Dobbiamo mantenere un segreto e tu mia aiuterai.”
Maria assentì, tra le lacrime.
Intanto le due giovani , attraversando quasi di corsa lo spiazzo d’innanzi alla chiesa dell’Abbazia, incrociarono Leoniero e gli altri due, che altrettanto velocemente si dirigevano verso la chiesa.
Se i volti delle ragazze erano ancora umidi per le lagrime, quelli dei tre giovani erano scuri e per certi versi minacciosi. Si salutarono solo con un cenno del capo. Tarik, rimasto un passo indietro, apostrofò gli amici dicendo:
“ Vi attenderò nell’officina del padre erborista. Debbo chiedergli alcune cose su dei fiori che ho visto giorni fa, in montagna”
Leoniero e Vilfredo assentirono e con le ragazze entrarono in chiesa. I padri abbaziali erano già nel coro e da lì si elevava un canto salmodiante.
Leoniero scorse il monaco Aiden, inginocchiato, concentrato nella preghiera. Ci fu il canto dei salmi e furono lette le Scritture, proprie dell’ora canonica. Quindi l’abate Osea, invitò tutti i confratelli alle rispettive occupazioni, sciogliendo così l’assemblea. I frati si recarono in silenzio alle loro faccende, mentre Aiden e Domnall furono avvicinate dalle due ragazze.
Leoniero dovette arretrare, ma con gli occhi lanciava sguardi ai due monaci, tali da indicare loro l’urgenza di parlare. Aiden assentì, poi improvvisamente si dipinse stupore sul suo volto e gli occhi andavano prima a Margherita e poi a Livia, alternativamente.
Anche il buon monaco Domnall, dapprima gli si dipinse in volto stupore, poi il suo volto assunse un’espressione divertita, infine, non sapendo più trattenersi, scoppiò in una risata. Il vecchio monaco, si voltò verso di lui, con sguardo fosco, disturbato da una simile manifestazione, ma poi, scuotendo il capo, anche a lui si allargò il sorriso sul volto. Disse brevi frasi, che né Leoniero né Vilfredo capirono, poi lasciate le due ragazze alle prese con il più giovane compagno d’ordine, si diresse verso i due giovani che lo attendevano, impazienti.
         “ Allora, miei giovani amici “ disse “ Qual’ è questa urgenza? Di cosa mi dovete parlare e cosa sono questi volti cupi? Ne avete combinata una grossa e venite a confessare il vostro peccato? “ E lo disse con il sorriso sulle labbra

Il Monaco Bianco.

Il Cammino delle Verità – 5/1

Capitolo V ° – parte I a
 
C
 
 
ome il buon Dio volle, quella notte di tempeste, cessò. L’aurora cedette il passo velocemente ai gialli raggi di un’alba, pronta a ricordare al mondo che il sole, non si era dimenticato del mondo e delle sue creature e che quella notte di tempesta, apparteneva alla Natura. Leoniero e suoi compagni si levarono alle prime luci e con loro anche gli abitanti dell’abbazia, ripresero le faccende quotidiane. Il fuoco del fabbro, già mandava fiamme alte e quell’uomo, gettava carbone preparava il ferro che avrebbe battuto. Dai forni già usciva il primo fragrante aroma di pane che terminava la cottura. I pastori avevano già ultimato la mungitura e i casari riempivano i calderoni per il nuovo formaggio. Uomini e donne ridavano vita a quell’ambiente. Qualcuno aperto il portone si diresse verso il bosco che circondava le mura abbaziali e cominciava la conta dei danni. Un pino smozzicato, un leccio schiantato, faggi privati dei rami, qualche spalla con più acclivio, con evidenti segni di frana. L’acqua copiosa della notte, aveva fatto la sua parte.. Si aprì anche un altro portone e le greggi di pecore e mucche furono liberate verso i pascoli , seguite nel loro andare da pastori e cani.
I giovani, andarono alla vasca d’acqua, posta accanto alle cucine e riempiti tre secchi iniziarono a lavarsi, dopo aver preso la cenere dei fuochi del giorno prima.
Una donna si avvicinò loro:
“Olà, giovani, meglio che mi diate i vostri panni. Non sentite il puzzo che emanano. Siete dei capri. Volete forse andare al cospetto dell’Abate odorando di stalla e di sterco? Orsù date a me i vostri panni”
E rivolgendosi ad altre donne, che si apprestavano a lavare i panni in grandi mastelli, colmi d’acqua e cenere e ranno:
         “Venite donne. Prendete queste camicie e queste braghe. Il Signore ci salvi da questi odori. Sembrano puzzo d’inferno! “
Disse, prendendo i panni che mano a mano i tre giovani le davano.
Una delle lavandaie butto loro addosso, una coperta ciascuno. I tre si accucciarono vicino ai fuochi. Si erano spogliati senza fare molte storie. Erano ancora presi dai pensieri che avevano affollato le poche ore dedicate al sonno. L’immagine del ragazzo piangente era stampata nelle menti. Più il tempo passava e più la rabbia saliva, per poi svanire, lasciando spazio a riflessioni più pacate. Occorreva trovare parole che potessero spiegare, che potessero chiamare a rispondere di un delitto. il Cavaliere di Rochebrune. Leoniero era sempre più intento a pensare su quali fossero le parole più giurte e soprattutto come avrebbe potuto raccontare al buon monaco Aidan ciò, che in fondo non aveva visto. Già in fondo loro non erano stati presenti a quell’orrore. Loro lo avevano immaginato, lo avevano pensato, ma non ne erano stati testimoni. Le parole avrebbero avuto il sapore di una diceria? Di sottecchi guardò Vilfredo. Questi con le mascelle ancora chiuse fissava un punto lontano; sembrava cercasse qualcosa sulla facciata scabra della chiesa. Anche Alì, taceva e con la testa china, appoggiato sui talloni, ruotava prima a destra poi dall’altra parte, per far giungere in ogni parte del corpo, il calore del fuoco del calderone. Tutti e tre persi nei medesimi pensieri. Già nella notte ne avevano accennato. Non erano testimoni oculari e se lo avessero dichiarato o giurato sarebbero stati spergiuri. Bollati per tutta la vita. Eppure Leoniero doveva trovare in se le parole giuste, per spiegare e per permettere al monaco di denunciare, senza ombre alcune, l’obbrobrio di quei fatti.
         “Maledizione” Esclamò all’improvviso Vilfredo” Dannazione, ma perché abbiamo dato i nostri panni a quella megera?
         “Perché il tuo odore è insopportabile, o almeno i tuoi panni emanano un lezzo ….” commentò a bassa voce Tarik.    “Come i miei d’altronde…”
“Come quelli di tutti noi” Rimbeccò Leoniero piccato.
Poi riprese:
”Come e quando parliamo con il monaco Aiden, con quali parole potremo descrivere ciò che non abbiamo visto? Perché non abbiamo assistito a scene abbiette. Immaginiamo che si siano svolte. L’atteggiamento dell’uno e dell’altro, ma né io, né voi abbiamo sorpreso il Cavaliere. Ciò è un fatto che ci costringe alla prudenza e a deporre la nostra sete di vendetta. Per ora, solo per ora”.
         “Sì, per ora la nostra vendetta dovremo addormentarla, d’un sonno leggero però. Un sonno leggero”
Questa frase uscì dalla bocca di Vilfredo come un soffio. Alì annuì ed emise un grugnito di approvazione.
         “Allora gioventù, che fate lì impalati, accanto al fuoco “
Si udì nuovamente la voce della donna che li aveva costretti a spogliarsi.
         “Andate a prendere i vostri panni. Avrete dei panni di ricambio? Andate a prenderli e rivestitevi. Domani vi darò questi puliti e mi darete questi che ve li lavi. Su andate forza che l’Abate non aspetta i vostri comodi”
I tre si guardarono e avvolti dalle coperte, guadagnarono le stalle. Oltre a rivestirsi avrebbero dovuto provvedere anche al rigoverno dei cavalli.
La giornata, un’altra giornata era cominciata e di cose ce n’erano da fare.
 
Il Monaco Bianco

Ufficio Facce

Inizia la cinquantunesima settimana dell’anno:
 
L’Ufficio Facce intravede la fine del tunnel e si dispiace di sapere che sono cazzi amari per tutti !!!
 
Noi, quelli del ’54

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