CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “gennaio, 2010”

Il Cammino delle Verità – 7/3

Capitolo VII ° – parte III a
 
 
P
 
 
oi gettò nel fuoco la punta del coltellaccio di Gaspare. L’interrogatorio stava per iniziare. Il fuoco, gagliardo riprese a scoppiettare, per i nuovi ceppi messi dall’arabo; intanto Vilfredo, presa una bisaccia piena d’acqua, versò il contenuto sulla faccia di Gaspare; che rinvenne , sputando acqua e sangue dalla bocca e si accorse con terrore di essere stato legato.
Leoniero lo fissò e poi, preso il coltello dalla lama arroventata, iniziò a tracciare segni nell’aria sempre più vicino a quella faccia.
         “Allora, Giuda “ sibilò il giovane” Ti cuocio la faccia oppure mi dici dove sono andati a finire i francesi?”
         “No signore “ gemette Gaspare” No parlo, subito. Non so dove andavano. Mi hanno pagato solo perché trovassi le vostre tracce, perché li conducessi da voi e così ho fatto. Non mi avevano spiegato il perché. “
E soggiunse:
         “Mi avevano detto che li avevate derubati e che custodivate cose preziose frutto delle vostre scorrerie. Non so altro, dovete credermi”
Così dicendo si abbandonò a terra e iniziò a strisciare e sporcarsi la faccia di terra, mescolando quella alle lacrime e lanciava grandi urla e implorava perdono, tra i singhiozzi e rinnovava continuamente la richiesta di perdono.
Il gruppo si guardò in faccia, poi Tarik, preso più dal disgusto che dalla furia di vendetta, gli assestò un calcio.
         “ Sì. “ Urlò ancora più forte Gaspare” battetemi, non merito altro. Lasciatemi qui, in pasto ai lupi. Voi andate, presto. Liberate la donna.”
Oramai era in preda ai deliri, di chi teme fortemente per la propria vita e fa di tutto per salvarsela. Sembrare pazzo, per impietosire, era una bella prova, che aveva già sostenuto. In fondo se la stava cavando con un semplice calcio. Una volta andati, avrebbe preso il coltello, che nascondeva nello stivale e sarebbe riuscito a liberarsi. Doveva solo piangere e lamentarsi più forte.
         “ Basta urlare” Lo ammonì Aiden “ Dicci piuttosto in che direzione sono andati”
         “ Oh, mio buon frate, come posso saperlo “ Ribattè tra i singulti.” Come potevo vedere la direzione, preso com’ero dalla voglia di saccheggio, che il maligno mi ha posto in cuore ?”
         “ Adesso ti saccheggio il cranio, con questa “ Sbottò irato Vilfredo, con il mano la sua fida ascia.
         “No, pietà. Vi imploro, pietà “ Urlò ancora il bandito.
         “Saranno ritornati sicuramente sui loro passi” Disse Flavia” Dovranno ben riprendersi i cavalli con le provviste, le tende. Ritorneranno sulla pista che abbiamo fatto all’andata. E’ l’unica strada che li riporta a casa. “
Leoniero fissò prima Vilfredo e poi Tarik .
         “ Voi cosa dite? “
Tarik in un soffio:
“ Io direi di andare”
Vilfredo annuì:
 “ Le tracce sono ancora fresche. Loro immaginano che siamo ancora legati, in balia di questo escremento umano. Non pensano più a noi e noi faremo in modo che non ci dimentichino più.”
Il monaco Aiden, intanto era arrivato con i cavalli. Furono fatti gli ultimi febbrili preparativi. Gaspare fu legato a un albero e intanto continuava la sua meschina messa in scena.
Aiden li avrebbe attesi a una locanda fuori Susa. Decisero di evitare il paese e prendendo per una pista nella foresta, si sarebbero diretti immediatamente verso il Pirchiriano, per mettersi sotto la protezione dei monaci.
Sarebbero andati i tre giovani, più Domnall, cui furono affidati i cavalli dei rapiti, li avrebbe seguiti a breve distanza. Flavia fu irremovibile, voleva assolutamente essere della partita e voleva essere protagonista, e così il gruppo formato dai tre giovani, la ragazza e il frate partì sulle tracce dei rapitori.
Il sole era alto.
“All’Abbazia, la campana avrà già battuto la terza “ pensò Aiden, mentre raccoglieva le poche cose ancora sparse, Montò in sella , raccolte le briglie del cavallo che fungeva da trasporto, diede di sprone e si allontanò, senza degnare nemmeno di uno sguardo Gaspare, che legato ad un larice, attendeva di rimanere solo.
Tentò, un ultimo appello, rivolto al monaco.
“ Buon padre! Vi supplico, allentate un poco questi lacci. Vi prego, lasciate che io possa difendermi dai lupi, che accorreranno … lasciate che riesca ad emendarmi con un buona morte …”
Ma la speranza di aver toccato il cuore del monaco, si confuse con il rumore del trotto del cavallo, che si spingeva sulla pista, tra gli alberi.
         “Che tu sia maledetto, figlio di serpe. Eretico, bogomilo, nestoriano, adoratore di Nembrotto. Sei figlio di mille padri. Possa l’inferno sputarti. Non accoglierti, perché indegno anche di quel luogo.”
Aiden, non capì bene le parole, ma ne intuì il senso. Scosse la testa e in cuor suo pensò, che un miracolo avrebbe potuto accadere anche per un peccatore come Gaspare.
 
Il Monaco Bianco
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Album

Il treno. Freddo serpente d’acciaio, che ingoia esistenze in partenza, le mastica in viaggio e le sputa in arrivo.
Mi faccio pasto per lui. Il compartimento è vuoto; posto lato corridoio, così sistemo meglio le gambe. Apro il giornale, quando arriva lui. Un gentiluomo, completo fumo di Londra, scarpa inglese, borsa da viaggio in cuoio, che di viaggi ne ha fatti. Si vede dalla pelle, un po’ consunta, con ombre scure; fanno vissuto. Si accomoda, accavalla le gambe, noto le calze, scure con due righe a richiamare i colori della cravatta, rigorosamente “regimental”. Apre anche lui il giornale, accenna un sorriso e s’immerge nella lettura. Arriva un altro di compagno di viaggio. Pantaloni e gilet mille tasche. Uno zaino pieno di scudetti. Una policromia geografica, di forme, di nomi e vari animali, quasi un bestiario. Si accomoda ed estrae un quaderno, una penna. Scorre la pagine color sabbia chiarissima. Corregge, cancella, chiosa. Passando dall’indecisione, alla determinazione. Guardo l’ora, ormai si parte. Arriva l’ultimo, anzi ultima, compagna. Giovane, piacente, francesine ai piedi nere e grigie. In sintonia con il pantalone, anche se venato di sottili righe rosse. Giacca e sotto, un gilet con alamari, giusto due catenelle per serrare i bordi e trattenere una camicia rosa. Stoffa pregiata; da una capace borsa esce un portatile, lei lo sistema sulle gambe e dopo poco inizia a battere freneticamente sui tasti. Indossa occhiali evanescenti. La osserviamo tutti noi, di sottecchi. Siamo attirati dal collo bianchissimo e da un filo di perle che sinuoso, si infila nella scollatura evidente, ma non sguaiata. Sugli scambi d’uscita per un attimo appare il solco che divide i seni. Abbiamo un leggero sussulto. Ci guardiamo distratti, fingendo, raccolti per un attimo verso quell’immagine. Lei imperterrita continua il suo lavorio. Prima stazione. Lei scende e ci abbandona, ma ecco un’altra che arriva. Diversa, sembra pettinata con i raudi, vestita alla cieca, scombinando forme e colori. Il gentiluomo, tutte le volte che mette una mano tra i capelli ha timore che ne sortisca qualcosa di pericoloso o inusuale . Guardo il viaggiatore professionista. Ricorda Paolo Conte :”Quanta strada nei miei sandali”. Ha fatto un disegno. Solo il volto della ragazza del PC incorniciato dal finestrino e un paesaggio, come quelli che sfilano. Si porta appresso il ricordo di un incontro. Ne farà un quadro? Rimarrà tra le pieghe di un quaderno? Intanto il viaggio continua. Arrivano due giovani. Si accomodano e tra i due inizia un soffuso parlottio. Accanto alla donna è pieno di fogli. Lei parla al cellulare e  sappiamo tutto di lei; siamo quasi parenti. Anche di un altro viaggiatore, sappiamo tutto, tranne il codice fiscale. Peccato. Poi una lunga frenata, il viaggio è finito, mi faccio sputare dal treno. Gli rimangono da masticare le esistenze del gentiluomo e del viaggiatore. Figurine sbiadite di un album mai finito.
 
 
 
 
Noi,quelli del’54 ( a NordOvest in viaggio)

Il Cammino delle Verità – 7/2

Capitolo VII ° – parte II a
 
I
 
 
niziò ad ispezionare le borse, incurante degli improperi e delle maledizioni, che i prigionieri, gli mandavano senza risparmio. Anzi sogghignando a ogni insulto. Via via che passava da una borsa all’altra, in cerca di denaro e di cose preziose, le sue risate si facevano più squillanti e più ravvicinate, finché non fu preso da un convulso.
Dall’ultima ispezione levò il viso, con le lacrime agli occhi e si accorse che i giovani legati avevano smesso la giaculatoria d’insulti contro di lui.
Un silenzio strano. Si voltò verso quelli e iniziò, con le mani sudice ad asciugarsi gli occhi, che spalancò di stupore quando si accorse che di fronte a lui stava il monaco Aiden. In mano teneva un bastone e fu l’ultima cosa che vide.
Il buon monaco, dopo aver calato sul capo di Gaspare, una violenta mazzata, subito si segnò e nella sua mente chiese perdono, per la violenza dell’azione. Poi immediatamente si diede da fare per liberare i ragazzi. Nella maldestra foga, con la lama del coltello che teneva in mano, strappò la camicia a Flavia e tutti ebbero la sorpresa di un seno candido, su cui occhieggiava un roseo capezzolo, che nell’aria frizzante delle prime luci della giornata, s’inturgidì.
Il più sorpreso e incantato di tutti fu Vilfredo, che ancora legato guardava ipnotizzato quel seno, non riuscendo neppure a deglutire.
         “ Cosa guardi” urlò piccata la ragazza” Caprone tedesco, ora che il frate mi libera, ti chiuderò quella boccaccia bavosa a calci”
Tarik, il primo che fu liberato, raccolse una coperta e la pose sulle spalle della ragazza e coprì l’inattesa visione.
         “Copritevi ora” disse” A malmenarlo penserete dopo”
Poi con precisi colpi di coltello, liberò Leoniero, mentre Aiden , sciolse i nodi di Damnall ed infine tagliò i lacci della giovane.
Appena fu ibera, lanciò via la coperta e si precipitò si tedesco, che ancora impegnato a liberarsi delle ultime corde, non s’avvide della furia che si avventava su di lui. Nello slancio, rotolarono ambedue poco lontano e malauguratamente in un cespo di ortiche. Le grida furono più per le maligne punture, che altro.
         “Pazza furiosa” si mise a vociare Vilfredo” Vi sembra questo il momento di attaccarmi ? E poi che credete? Di avere solo voi le mammelle? Piuttosto sono mesi che viviamo assieme e solo ora scopro che siete femmina. Volgare mentitrice, infida serpe, figlia del demonio.
Dovremmo lasciarvi qui insieme a quel Giuda, così che i lupi si sazino.”
Flavia a quelle parole, si strinse al petto i lembi della camicia e scoppiò in un pianto a dirotto, Il corpo era scosso da forti singulti, poi cadde in ginocchio. Non sentiva più il dolore delle foglie d’ortica, che si erano infilate anche nelle maniche. Non provava nessuna vergogna, in quel momento, per il suo corpo, offerto per bizzarro destino, ignudo agli occhi di tanti uomini, anche di Chiesa. No, sentiva addosso improvvisa, la mancanza di Margherita e il terrore, che quel rapimento fosse, questa volta definitivo. Non l’avrebbe mai più rivista viva, e forse non avrebbe neppure potuto piangere sulle sue spoglie. Sentiva tutto ciò pesante, improvvisamente greve da sopportare.
Aiden, si avvicinò ai due e prese tra le braccia Flavia.
         “Su, mia cara adesso calmatevi” Le disse con voce piana e calma”
Prima o poi tutto ciò, doveva accadere. Certo che se vi avessero visto in un altro momento e con altre vesti addosso, la sorpresa sarebbe stata sì grande, ma più piacevole. Avreste trovato un altro ambiente e ora tra di noi ci sarebbe felicità e non dolore e sgomento”
Poi rivolgendosi agli altri
         “ Non è il momento di pensare a tali cose. Hanno rapito madonna Margherita e i due fanciulli. Quei figli del demonio, dobbiamo inseguirli e riprenderci i nostri amici e fratelli”
Leoniero, con la spada in mano attendeva che Gaspare rinvenisse. Questa volta non ci sarebbe più stata zuppa e vino a deviare ogni possibile discorso. Questa volta avrebbe parlato, con ogni mezzo l’avrebbe fatto parlare.
         “Ravviva il fuoco, Tarik “ disse “ E’ il momento delle spiegazioni. “
 
 
Il Monaco Bianco

Ufficio Facce 4/2010

Comunicato nr° 4
Si auspica l’introduzione di un nuovo modulo d’insegnamento.
“L’Arte di voltare il letame senza sporcarsi”.
Ufficio Facce

Il Cammino delle Verità – 7/1

Capitolo VII ° – parte I a
 
I
 
 
l vagabondo, guardò terrorizzato il coltellaccio di Leoniero e deglutì rumorosamente.
         “ Allora “ – lo incalzò il giovane – Ti decidi a parlare oppure ….“ e così dicendo gli avvicinò ancor più minacciosamente la lama al volto.
         “Già, tagliagole “ – continuò Vilfredo – “ Cosa ti ha attirato, i cavalli? I soldi? Gli abiti o le armi? Parla che la mia pazienza sta esaurendosi.“
L’uomo continuava a fissare la lama di Leoniero, che fredda era ormai a pochi centimetri dal suo volto. Poi, quasi che avesse riunito tutte le forze rimastegli con un filo di voce esclamò:
         “ La fame, messeri, la fame . “
Leoniero fu interdetto da quelle parole e allentò di poco la presa.
Intanto anche gli altri, silenziosamente, si erano avvicinati e avevano udito quella frase. La prima a riprendersi fu Margherita
         “ Leoniero “ parlando con voce bassa e calma “ mi pare che più che un ladro, ci troviamo in presenza di un poveraccio affamato. Riponi quel coltellaccio, prima che qualcuno si faccia male”
         Il monaco Aiden, guardava il visitatore con un misto di simpatia e di condiscendenza. La fame era una brutta consigliera, amica di quei tempi, madre e padre di tanti in quella terra aspra e per un tozzo di pane, troppi erano disposti a fare cose tremende.
         “ Su venite “ intervenne con voce dolce “ Venite, siete tra amici, anche se non vi sembra. La fame fa commettere cose … Su venite senza timore, sono un uomo di Chiesa. Questi miei amici non vi torceranno un capello. Siamo viandanti come voi e non volgari tagliagole. “
Così dicendo si avvicinò, lo liberò dalla morsa di Leoniero e gli fece guida sino al fuoco.
Tarik intanto ravvivato le fiamme, aveva posto la pentola con gli avanzi della zuppa della sera precedente; Flavia prese una ciotola e un cucchiaio e Benoit, uno dei ragazzi, tagliò una grossa fetta di pane e la porse allo sconosciuto, che intanto si era accoccolato vicino al fuoco.
Intanto Aiden, fatto accomodare l’uomo accanto al fuoco, parlò brevemente all’orecchio di Donmall e si allontanò, non visto, dove erano i cavalli; in una valletta poco distante.
L’uomo continuava a guardare quella compagnia, e stranito, non capiva come mai da morte certa, ora era vicino a un’altra certezza: un pasto caldo.
Prese la ciotola che Flavia gli aveva porto. Spezzo alcuni bocconi di pane in quel brodo caldo e iniziò a mangiare avidamente, Si vedeva che aveva fame antica, tanto che quasi subito allungò il collo, occhieggiando la pentola sul fuoco. Flavia capì e gli versò il resto della zuppa. Con un sorriso di gratitudine, divorò ciò che restava. Infine preso il bicchiere che gli aveva offerto Domnall, bevve il vino d’un fiato, sporcandosi ancor di più la bazza.
         “ Grazie miei salvatori. Grazie dal profondo. Erano ormai giorni che vagavo in questa foresta e mi son nutrito solo di bacche e noci. Qualcosa di caldo è la mano di Dio, che mi ha raggiunto a salvamento.!
         “ Bene” iniziò Leoniero” Adesso che ti sei rifocillato, ci vuoi dire chi sei e dove te ne vai’”
         “Sono Gaspare da Arona” disse l’uomo” Chierico vagante, all’occorenza musico e retore, menestrello, poeta. suonatore di ghironda. Anzi se mi concedete, andrò a prendere il mio strumento così potrò dedicare la mia ultima composizione a questa bellissima fanciulla – indicando Margherita – la cui bellezza è onore e vanto d’ogni casa, la cui perizia in cucina sarà l’orgoglio di chi l’impalma”
Cos’ dicendo s’inchinò, ma nel fa questo gli scappò un sonoro peto.
Alla sorpresa degli astanti e l’evidente imbarazzo della ragazza, Gaspare rispose con una risata, scoprendo una dentatura rovinata e gli evidenti vuoti tra i denti. In aggiunta si prese la licenza di ruttare, in sovrappiù a ciò che aveva compiuto.
         “ Ora vado e prendo lo strumento, così allieterò voi e i nostri nuovi ospiti” concluse.
Gli astanti si guardarono stupiti e Tarik, volgendosi per vedere chi fossero i nuovi ospiti, si trovò davanti al naso la lama di una spada e dietro quella il ghigno di uno degli sgherri di Guy de Rochebrune.
La malvagità era a cavallo, dietro una selva di picche, puntate sui nostri.
“Così le nostre strade si incrociano ancora” Disse il Cavaliere ” Bene, sono venuto a riprendere ciò che è mio e che voi, figli di cani, ladri e tagliagole mi avete sottratto. Ma statene certi è l’ultima volta che ci incrociamo. Rimarrete qui, nell’attesa che i lupi facciano il loro dovere. Sia mai che una lama francese, debba illordasi di sangue gramo di volgari banditi. Orsù uomini, prendete i ragazzi e legate ben stretta questa feccia. Non vorrete che la foresta si sporchi ancora di più. ”
La soldataglia a tali parole si mise a ridere sguaiatamente.
I due ragazzini furono abbrancati e caricati su due cavalli e presi in custodia da altrettanti sgherri. Gli altri si lanciarono sul gruppo e in men che non si dica furono tutti legati, gli uni agli altri. Tranne Margherita.
         “ Cavaliere “ esordì Jacquot, con un ghigno malevolo sul volto” voi in questa battuta avete avuto le vostre prede. Un paio di leprotti, dolci e grassottelli. Lasciate che i vostri umili servi questa sera, abbiano nel piatto una fagianella, tenera e gustosa”
L’occhiata lasciva lanciata a Margherita, non presagiva nulla di buono.
         “E’ vero, siete fedeli servitori ed io ho già la mia di cena. E’ giusto che anche voi guastiate carne più tenera. Non sempre quella dura delle vacche che trovate in giro. E sia, la fagiana è vostra”
Terminò con una risata stridula, cacciando indietro la testa. Due uomini afferrarono Margherita, che divincolandosi gridava a più non posso
         “Maledetti lasciatemi, sporchi bifolchi, figli di scrofa. Il marchese del Monferrato, mio zio ve la farà pagare e sarò felice di dare un calcio agli sgabelli, quando vi appenderà alla forca. Vi impongo immediatamente di lasciarmi andare”
Jacquot si fece avanti e con un colpo deciso le affibbiò un manrovescio, tanto che iniziò a sanguinarle un labbro.
         “Zitta ! Da quando le fagiane ordinano. Non si è mai sentito che le bestie parlino o alla peggio, insultino. Basta così “ Con la sciarpa che avvolgeva il collo di Margherita, fece un bavaglio, che le strinse sulla bocca. I due armigeri la legarono e la gettarono sul cavallo di Jacquot.
         “ Bene” concluse il Cavaliere ” Possiamo andare .”
Gaspare si fece avanti e presa la briglia del cavallo di Guy con fare viscido lo apostrofò
         “ Perdonate sua Signoria , non dimenticatevi di me e se non v’incomoda, onorate quanto pattuito”
         “Giusto a Cesare ciò che è di Cesare e a Giuda altrettanto” Così dicendo lasciò cadere a terra una sacchetta, che dal tintinnio fu chiaro il contenuto.
Poi magnanimo aggiunse
“Prendete ciò che volete, ma lasciate ai lupi la parte più sostanziosa. ”
Poi speronato il cavallo, si lanciò al galoppo in mezzo alla macchia seguito dagli sgherri e dai prigionieri.
Gaspare, partito il gruppo dei razziatori, si volse e schioccata la lingua più volte, si diresse verso le bisacce dei prigionieri.
Finalmente dopo tante parole, anche per lui era arrivata l’estate.
 
 
Il Monaco Bianco

Il Cammino delle Verità – 6/3

Capitolo VI ° – parte III a
 
 
I
 
 
 due ragazzi, ormai sottratti alle malsane cure del Cavaliere, trovarono ospitalità in casa di Donna Anna, che li accolse come figli. Coccolati dalla matura signora e da Margherita, riuscirono a recuperare anche un pallido sorriso, di quando in quando.
I tre giovani amici, invece iniziarono i preparativi per riprendere il viaggio. Ora erano senza scorta e potevano contare solo sulle loro forze.
Guy de Rochebrune, con i suoi giannizzeri, aveva abbandonato l’Abbazia da un paio di gironi e Tarik, non fidandosi assolutamente di quell’uomo, si accordò per qualche moneta d’argento, con alcuni pastori. Li incaricò di seguire il gruppo per almeno tre giorni di cammino e poi ritornare a raccontare ciò che avevano visto e possibilmente udito.
La settimana che seguì passò in un lampo. I pastori tornarono, riferendo che la compagnia francese era oramai in fondo alla valle opposta la loro e si stava dirigendo sui propri passi. Ci fu un generale sollievo da parte di tutti. Osea, seguendo il consiglio di Aiden, aveva mandato dei messaggi in Francia e al Vescovo Giusto di Susa, con i quali spiegava sommariamente l’accaduto e come il monaco Aiden avesse perseguito la cacciata del Cavaliere. Per il buon nome dell’Abbazia e per prudenza, egli stesso si era convinto che l’allontanamento fosse la strada da percorrere.
Per ultimo sottolineava come era stato impossibile smuovere il monaco dall’idea, forte anche della presenza di uomini armati, suoi alleati e l’assenso formale di Margherita, che si era posta sotto l’ombra sicura del suo protettore. Sentendosi come un vaso di coccio tra vasi di ferro, pensando soprattutto all’integrità della’Abbazia e la salvezza degli abitanti della stessa, onde non permettere spargimenti di sangue, aveva accettato. Per ultimo ricordava ancora una volta come le accuse, che avevano portato all’esilio di Guy, non erano né potevano essere provate assolutamente. Sfruttando la magnanimità di Aiden, a suo favore, contava di aver salvato la propria posizione e il suo futuro. Roma forse non si era allontanata del tutto. Solo il tempo avrebbe dato giuste risposte.
Aiden, intanto passava le ore, diviso tra la chiesa, dove sostava lungamente a pregare e la biblioteca, dove Ildebrando e altri monaci stavano finendo di sistemare un “Letionarius”, che avrebbe dovuto consegnare ai suoi confratelli a Roma. Nel viaggio aveva subito lievi danni, qualche ammaccatura e il laboratorio dell’Abbazia avrebbe provveduto a sistemarli a dovere. La sua ombra rimaneva Domnall, il quale aggiungeva anche la visita ai fanciulli, rimanendo con loro a giocare e tentando di farli parlare. Aveva intuito, che parlando delle brutali aggressioni, di cui erano stati vittime, il ricordo si affievoliva e tutto era ricondotto nella giusta misura. Anche le due ragazze s’impegnavano nei preparativi, attente però a non lasciarsi sfuggire nessuna indicazione circa la vera identità di Flavia. Per ora tutti dovevano credere che fosse un uomo.
Il tempo della partenza era giunto e un bel mattino di metà settembre il gruppo dei pellegrini abbandonò l’Abbazia, tra un sospiro di sollievo di Osea e le calde lacrime di Anna. Era iniziata l’ultima parte del viaggio, forse la più pericolosa. Leoniero si guardò attorno; poteva contare sul braccio di Vilfredo e di Tarik e forse anche si quello di Domnall. Di certo non dei due ragazzini Cyr e Benoit e neppure su quello del monaco anziano. Forse la forza della disperazione avrebbe mosso Margherita e quel suo strano scudiero. Ben poca cosa se nel loro cammino avessero incrociato un vero pericolo. Pregò silenzioso, l’Altissimo e invocò la protezione della Vergine, poi diede di sprone e lanciata un’ultima occhiata all’Abbazia si inoltrò nel bosco, battendo il sentiero che gli altri avevano già percorso.
Li accompagnarono per tutto il giorno due giovani pastori, che conoscevano bene i sentieri della foresta e per molto tempo Vilfredo e Leoniero, conversarono con loro, mentre Tarik e Flavia sorvegliavano il gruppo dai fianchi. I due giovani diedero loro ulteriori indicazioni, affinché procedessero sicuri. Trovarono rifugio per la prima notte in una baita. Fecero turni di guardia, ma tutto filò liscio. Come pure il giorno e la notte successiva. Al terzo giorno la tensione cominciò a scemare. Anche ii discorsi si fecero più lievi e divertenti. I battibecchi scherzosi tra Vilfredo e Tarik, tenevano alto il buon umore e i racconti del monaco Aiden erano seguiti con un silenzio quasi irreale. I due ragazzini poi presero più confidenza e sollecitati dalle domande di Margherita raccontarono un po’ della loro storia, uguale a tante altre, ma con un ombra di mestizia ancora palpabile. La violenza subita, soprattutto da Cyr, diventato il beniamino delle morbose attenzioni di Guy, raffreddavano un poco gli animi ed erano parentesi di ulteriore meditazione, sugli abomini perpetrati dall’uomo sui propri simili.
La quarta notte Vilfredo si era alzato dal giaciglio di frasche e si era allontanato dal bivacco, organizzato ai piedi di un gruppo di faggi, per poter urinare. Fu colpito dal silenzio di quella parte di foresta. Non si udivano i versi degli animali notturni e i cavalli davano segni d’irrequietezza. Lo scalpiccio più, che nervosismo per la presenza di animali a quattro zampe, davano d’intendere che lupi a due gambe erano nei dintorni. Si liberò la vescica e avvicinatosi lestamente ai resti del fuoco, al tenue chiarore delle ultime braci accese, svegliò delicatamente Leoniero.
         “Abbiamo visite “ sussurrò al giovane appena sveglio.
Leoniero guardò interrogativamente il tedesco e lui continuò, sempre sussurrando:
         “ Odi forse il verso del gufo? Il grugnito di un cinghiale? Senti che silenzio. E i cavalli sono nervosi. “
Teribil, il loro cane si era svegliato e annusava nervosamente l’aria e mettendo un sordo brontolio.
         “Tarik, svegliati “ fece l’arciere, appena cosciente di ciò che stava accadendo. “ E sveglia anche gli altri” Il campo fu sveglio in un attimo.
Vilfredo impose di stare fermi, mentre lui e Leoniero si sarebbero addentrati nel folto del bosco, per scoprire quale fosse l’origine di tale silenzio. Così fecero e i due esploratori videro un corpo dietro ad un cespuglio che stava osservando il campo e che si muoveva quatto. Gli furono addosso, afferandolo per le braccia e Leoniero gli pose sotto la gola il suo coltello.
         “Allora, vagabondo notturno, dicci un po’ chi sei e chi ti manda” e lo disse con una voce che non prometteva nulla di buono.
 
 
 
Il Monaco Bianco

Ufficio Facce 3/2010

Comunicato nr° 3
L’Ufficio Facce si chiede se siamo all’altezza dei nostri sogni.
Ufficio Facce

Il Cammino delle Verità – 6/2

Capitolo VI ° – parte II a
 
 
L
 
 
a Sala del Capitolo era percorsa da chiaroscuri dati dalle poche finestre colorate. Le vetrate portavano simboli religiosi, ma da quel momento avrebbero tentato di illuminare, anche con la loro essenza, una pagina oscura dell’esistenza umana.
Sullo scranno centrale Osea osservava i convenuti. Alla sua destra Edgardo, il bibliotecario e alla destra Ildebrando, l’erborista. Ambedue scuri in volto. Volto che si intravedeva appena nell’ombra dei cappucci alazti. Sugli altri scranni, sempre a destra Aiden e il giovane Domnall. Poi Leoniero, Vilfredo ed anche Tarik, che per grazia dell’Abate poteva assistere. Nascoste, negli scranni più alti e avvolte in pesanti scialli le due ragazze, Margherita e Flavia.
Guy entrò, preceduto da un giovane monaco, che subito abbandonò la sala. Era seguito da Jacques, il capo degli armigeri e da un altro personaggio leggermente claudicante, con un ceffo che nulla faceva sperare in bene, Pauliot.
Si sedette si una poltrona, posta davanti all’Abate.
Guardò con sufficienza gli astanti e pronunciò uno sprezzante:
         “ Ebbene ?”
Osea, respirò a lungo. Ricordò in un attimo le parole che si era confidato durante le ore precedenti, ma non pose la propria anima in mani affidabili e si accinse ad un discorso che uscì contorto e ambiguo.
Lodò la Cavalleria e come i principi che la governavano fossero ispirati alla pietà che ogni timorato del Signore avrebbe dovuto avere e coltivare.
Tra rimandi, esempi e digressioni si avvicinò cautamente al nocciolo della questione. Sentiva in cuor suo che stava mettendo il piede in un terreno infido, foriero di gravissime ripercussioni sulla sua vita futura, anzi per un attimo paventò pericoli maggiori. Forse la sua stessa vita era rischiava più il filo della spada, che altro.
Il Cavaliere annoiato, non mostrava alcun interesse per quanto veniva detto.
Il monaco Aiden, stufatosi di quei traccheggi, di quegli inutili bizantinismi, si levò in piedi e rubò la parola all’Abbate.
         “ Basta così, Osea “ esordì “ Questa riunione l’ho richiesta io e per i fatti avvenuti in questa notte di tempesta. Abbiamo saputo da fonte certa che avete avuto un consesso carnale con un giovane fanciullo. Proviamo abominio per ciò che abbiamo udito e vogliamo sapere dalla vostra bocca la verità. Quella che sia, onde assumere una decisione irrevocabile. ”
Il Cavaliere, voltò appena il capo verso il monaco e ripeté:
         “Ebbene ?”
Lo stupore per quell’enormità di risposta non era neppure scesa sul volto degli astanti che Vilfredo, ormai con la rabbia agli occhi esplose:
         “ Cane rognoso, essere immondo. Ti chiediamo la verità e per risposta riceviamo l’insulto di un: ebbene? Se non ti proteggessero queste sacre mura, ti avrei già mozzato la testa. Demonio in velluto cremisi, credi forse di essere superiore a quest’assemblea? Credi forse che le tue azioni, siano superiori al giudizio, non solo degli uomini, ma anche a quello dell’Altissimo? Quale diavolo vive in te, quale bestia immonda ha banchettato con la tua anima? Ti si accusa di aver compiuto un’empietà, per cui hanno tremato le porte degli inferi e tu, con il tuo comportamento, sbeffeggi questi santi uomini? La vita non ti deve più appartenere. Tu non appartieni più a questa vita, a questo mondo. Il maligno si è incarnato in te.”
Il torrente di parole fuoriuscì dalla bocca del tedesco, salendo sempre più di tono tanto che l’ultima frase fu quasi gridata.
I due scherani del Cavaliere, fecero mossa di porre mano alle armi, ma Leoniero e Tarik, balzati in piedi, fecero altrettanto. Domnall, senza pensare a ciò che compiva, afferrò uno sgabello che trovò ai sui piedi.
Osea, scattato in piedi, con il volto paonazzo si mise ad urlare ancora più forte:
         “Come osi, come osate tutti quanti !!”
Il silenzio cadde improvviso e in quello la voce chioccia di Guy si udì chiaramente:
         “Da quando la Chiesa s’interessa delle mie proprietà ? Da quando un selvaggio vichingo, mi rivolge la parola ? E poi, una guida, un infedele, la cui presenza pone gravi interrogativi sulla figura di quest’abatino, osa presentarsi innanzi ai miei occhi ?
Ciò che è mio, di quello ne faccio ciò che voglio e lo uso come meglio credo. Forse debbo dar conto e a chi ? Le vostre ridicole parole già hanno avuto la benevolenza di un mio: ebbene? Volete forse che ne sciupi altre?
Vi siete coperto di ridicolo “abatino” – con tono sprezzante rivolto ad Osea – Avete dimenticato chi sono e ciò che rappresento per voi? O volete che lo dimentichi? “
Osea, sbiancò.
Il monaco Aiden, per nulla toccato da quelle parole riprese la sua requisitoria, perché tale a questo punto diventava il discorso.
         “ Guy, rappresentate solo voi stesso. Un pervertito, che del suo vizio, fa ipocritamente uso ed abuso. In voi non c’è speranza, non alberga carità e la fede già da molto l’avete calpestata sotto gli zoccoli del porco che amate cavalcare. Io vi ordino di abbandonare questa Abbazia, immediatamente. Voi e gli scherani che vi accompagnano. Essere indegno del consorzio umano, andatevene. Non prima di avermi affidato i due ragazzi che vi hanno fatto fin ora da paggi. Essi sono sotto la mia personale tutela, da questo momento. Qualunque cosa di male farete loro, pagherete voi o chi commetterà nequizia. Il monaco Domnall ha l’incarico di eseguire i miei ordini e voi li eseguirete apro paro, come ve li ho enumerati. “
         “Ebbene ?” rimbeccò Guy.
Aiden senza abbassare minimamente lo sguardo, con espressione dura e severa rispose:
         “Ebbene, voi eseguirete.”
Il tono era perentorio, non ammetteva ulteriore replica. Tanto che Domnall si avviò alla porta, ma Pualiot, gli si parò dinnanzi, mettendo mano sulla corta daga che portava alla cinta.
Dovette abbandonare l’elsa, perché la presa di Tarik, comparso come un fantasma al suo fianco, gli fece dolere il polso. Il moro fissò duro negli occhi lo zoppo e l’occhiata fu inequivocabile.
Calò ancora quel gelido silenzio di prima e la tensione, spessa e greve, si era fatta aria e tutti la respiravano con un certo affanno.
Guy si levò dalla sedia. Lanciò una fredda occhiata all’Abate, carica di significati. Guardò per ultimo Aiden, immobile ed ancora teso, con lo sguardo fisso su di lui e abbandonò la sala, preceduto da Domnall e seguito dai sui due fedeli.
         “Meno male che è finita” Dall’alto si udì la voce di Margherita “Non ne potevo più di tenere la corda dell’arco e la freccia incoccata. Devo avere un crampo alla mano. “
Terminò la frase, con un mezzo sorriso.
Aiden, fissò Leoniero e ne ottenne per risposta un’occhiata piatta, ma molto eloquente.
Si voltò verso Osea:
         “Avete fatto ciò che vi ho chiesto e la responsabilità è tutta mia. Non avertene a dispiacere. Fai partire immediatamente un corriere, con una lettera di spiegazione dell’accaduto a chi deve sapere di questo. Troverai le parole giuste ed addossa pure la colpa su questo frate. Quanto a Guy, la sua vita è appesa al filo della sua spada.”
Osea, abbandonato sul suo scranno, assentì con la testa. Si sentiva svuotato ed umiliato. Non aveva avuto la forza responsabile di imporre la sua volontà di abate e ciò che più era triste, che a ciò erano stati presenti due dei suoi più fidi collaboratori. Ora che fiducia poteva ancora trasmettere. Quale potevano cercare in lui i confratelli? In una manciata di minuti aveva rivelato tutta la sua pochezza, la sua pavidità, la sua voracità per le cose del mondo, non certo per quelle di Dio.
L’unica via d’uscita è riversare la responsabilità di quell’azione sulle spalle di Aiden, come lui stesso gli aveva suggerito. Ed è anche per questo che l’umiliazione era più forte. Per un attimo si disprezzò.

Il Monaco Bianco

 
 
 

Il Cammino delle Verità – 6/1

Terminate che sono le Feste, con il permesso dell’Abate, riprende il racconto delle vicende di un tempo lontano. Non per questo dimenticato o che in esso si siano dissolte quelle pulsioni, quelle resipiscenze, che ancor oggi ritroviamo in tanti e troppi episodi della nostra vita quotidiana. Come sempre ricordate che luoghi e persone, non sono poi così importanti e neppure le date da quelle carte emergono chiare e precise. I fatti sovrastano ogni altra imperfezione che sicuramente c’é, nascosta nelle pieghe del tempo.
Con osservanza, umilmente Vostro
MB

Capitolo VI ° – parte I a

 
A
 
 
iden, trasse un profondo respiro.
         “ Chiedo che ciascuno si raccolga in preghiera. Mediti su questi fatti. Ci ritroveremo qui dopo l’ora sesta. Sperando che l’Altissimo ci illumini, che ci dia la forza e la sapienza di rispondere con parole giuste alle troppe inquietanti domande che ci siamo poste”
S’incamminò, dunque, verso la chiesa, seguito dal giovane frate suo compagno.
Osea, chinato il capo in assenso, prese la stessa strada. Erano rimasti solo i quattro giovani, in silenzio.
         “ Che dobbiamo andare a chiedere? “ Esplose nuovamente Vilfredo” Non c’è nulla da chiedere. C’è solo da mozzare la testa a quella bestia immonda !”
         “Taci!“ Ribatté Leoniero, paonazzo in volto ”Taci, come osi pronunciare simili parole in questi luoghi. Ti rendi conto della minaccia che poco fa hai profferito, senza parlare? Volevi sguainare la spada dinnanzi agli uomini di Dio. Uomini di pace, di misericordia! Non hai timore di questo luogo e di ciò che rappresenta e racchiude? Io non voglio macchiarmi di un omicidio, non desidero essere un bandito. Considerato un volgare tagliaborse. Ci sarà una legge che punisce simili atrocità! Ci deve essere. Se non è scritta dagli uomini, sicuramente sarà scritta da Nostro Signore!“
         “Dobbiamo tener conto di queste parole” parlò per prima Margherita. E continuò
         “Di sicuro da qualche parte, nella biblioteca c’è un libro di leggi e ci sarà una legge che punisce chi abusa dei fanciulli! Occorre cercarla ed occorre che l’Abate faccia tutto per poter darle corso!”
Sia Flavia che Leoniero, assentirono con ampi cenni della testa. Solo Vilfredo, a quel punto si allontanò, imprecando nella sua lingua. La legge applicabile in quel caso era solo quella del taglione. Il resto gli parvero solo perdite di tempo, solo accademie filosofiche e ricerca di giustificazioni, ove non ve ne erano. Ove non potevano essercene.
Iniziò così uno strano balletto: Vilfredo a lunghi passi calcava il chiostro, sempre più furibondo. Gli altri tre giovani, allontanatisi l’uno dall’altro, si sedettero sulla balaustra che circondava il piccolo giardino e s’immersero nei propri pensieri.
I tre monaci nell’oscurità della chiesa, ciascuno per loro conto, seguivano la medesima strada dei tre giovani, pur percorrendola con modi diversi.
Domnall, confuso e non avvezzo a sottigliezze da giureconsulto, a quelle accademie tanto vituperate da Vilfredo, ma colpito dalla gravità dei fatti esposti, pregava l’Altissimo, perché Osea e Aiden, fossero illuminati dalla Sua grazia e trovassero le risposte giuste, venendo a capo della storia.
Osea, combattuto tra il fatto e chi lo aveva commesso, stava convincendosi che un processo era l’unica cosa di cui non aveva bisogno. Dell’alleanza della potente casa di Rochebrune, questo sì era ciò che più gli premeva. Oramai i tempi per una sua discesa da quelle montagne per andare nei Sacri Luoghi erano maturi. Forse lo attendeva anche un tocco porpora. Le notizie ricevute poco tempo addietro davano indicazioni precise. Avere e presentarsi con alleati potenti, nelle grazie di sua Maestà il Re di Francia, corroboravano ancor di più una posizione che oramai era alla portata. Con quello scandalo, tutto sarebbe andato in fumo e cosa più pericolosa avrebbe potuto terminare i suoi giorni, non nella gloria e nella pompa di Roma, bensì in qualche sperduto eremo, forse sotto la guida di qualche monaco ignorante, che a mala pena sapeva dir messa. La cosa lo fece rabbrividire e impegnare di più nell’escogitare un mezzo per salvarsi. Non erano certo le parole di un barbaro tedesco, più avvezzo alla spada che al libro, che avrebbero impedito la sua ascesa a gradini più alti e, diciamolo pure, più consoni alla sua figura. Occorreva opporsi a qualunque situazione che fosse nociva a Guy de Rochebrune. Ne sarebbe stato ricompensato al meglio.
Ad Aiden, tutto ciò pesava come un macigno sull’anima. Si sentì come se improvvisamente tutto ciò per cui era vissuto, tutto ciò in cui aveva creduto sino al qual punto, fosse schiacciato da un’azione che come un fulmine lo avesse colpito e schiantato. Ricordava in quei momenti, gli anni del suo noviziato e di come i suoi maestri si fossero succeduti senza che nessuno di loro avesse alzato un dito contro lui o i compagni. Così aveva fatto lui, preso com’era all’insegnamento delle sacre scritture, dei canti, dei lavori che occorrevano al convento o abbazia in cui aveva dimorato.
Improvvisamente, dalla parte più nascosta del suo animo emerse tragica una figura che credeva oramai sepolta. Che pensava di aver seppellito per sempre. La bieca figura di fratello Duncan, spettro che tante delle sue notti aveva abitato nella sua mente, prese forma. Fratello Duncan, che lo accarezzava anche senza ragione, che non perdeva occasione per appartarsi con lui, che gli stringeva le mani e lo guardava negli occhi, con la malizia di una meretrice. Non capiva Aiden, sulle prime. Non sentiva il pericolo di farsi succhiare in un gorgo putrescente. Poi spaventato dall’avances più audaci, si ritrasse da quel maligno gioco seduttivo. Si ribellò, forte dell’incoscienza di dodicenne, ma Duncan, forte della sua posizione, lo minacciò prima, poi non perdeva occasione per denigrare tutte le cose cui poneva mano, tanto da farne lo zimbello del gruppo. Ma ciò non sfuggì al severo sguardo indagatore dell’Abate Mariannus, che un bel giorno perché Aiden lo ritenne tale, lo chiamò dinnanzi a lui e iniziò a domandargli, a rendere spiegazione del suo improvviso cambiamento. Da giovanissimo monaco di sicuro avvenire nelle comunità, ora era un giovane scapestrato, un cattivo esempio e tale citato ogni momento.
Aiden si ribellò e finì per confessare, anzi per accusare con lucidità, gli sgarbi e il tentativo di seduzione operato da Duncan.
Mariannus, che già aveva raccolto voci e allusioni decise di allontanare il ragazzo e di mandarlo in un altro convento.
Di cosa successe poi e di quali furono i provvedimenti presi, lui, Aiden serbò solo il ricordo delle notti passate a pregare che nulla gli capitasse e il sapore amaro del rifiuto e dell’allontanamento da una comunità, nella quale sentiva di crescere al meglio. S’impose di dimenticare e altrettanto di essere sempre lontano da simili pensieri. Per qualche tempo, quando fu chiamato a sovraintendere ai novizi, si prese la cura del cilicio, proprio per imprimersi anche nelle carni quella promessa fatta.
Ora doveva nuovamente affrontare qui fantasmi, ripercorrere quella strada costellata di spine.
Si rese conto che non si poteva processare Guy. Nè potevano lanciargli contro maledizioni. Chi aveva assistito al fatto? Chi poteva testimoniare, anche in un giudizio di Dio, ciò che era successo? Se era successo. La disperazione stava per ghermirlo, ma Aiden si scosse da quelle paure; era il momento di fare altrettanto. Di scacciare Guy, come Mariannus aveva fatto a lui dodicenne. Sentiva l’acre sapore dell’ipocrisia riempirgli la bocca. Oh, come avrebbe voluto che l’ascia di Vilfredo, affondasse la sua lama nel cranio perverso del Cavaliere. Come lo avrebbe ben visto, legato dietro ad un mulo e portato dinnanzi ad una corte di suoi pari, perché lo giudicassero e, con la sua morte, lavassero l’infamia.
Doveva assolutamente allontanare il Cavaliere, ma trattenere i due giovani scudieri. Pensò di affidarli alle cure di Osea, ma qualcosa, una voce interiore, chiara e forte gridava il contrario. Nel pellegrinaggio verso il Luogo Santo avrebbe toccato altre abbazie e altri luoghi in cui conosceva persone buone, cui affidare i due fanciulli.
Gli venne in mente il buon Abate Serafino. Uomo pio e soprattutto buon amico; a lui avrebbe consegnato i giovanetti, certo che con Serafino avrebbero avuto un buon maestro di vita e forse anche quella pace che tutti i fanciulli dovevano avere, prima che il mondo con le sue lordure li afferrasse.
Sentì la campana dell’ora nona, era tempo. Veloce si recò nel chiostro, dove c’erano i giovani ad attenderlo. Giunsero anche Osea e Domnall. Li mise a parte, tutti quanti, dei suoi pensieri. Pur con qualche rimostranza da parte di Vilfredo, che credeva più nell’acciaio, che nell’esilio e qualche titubanza, mostrata da Osea, alle quali Aiden non ci fece troppo caso, preso com’era dalla risoluzione della faccenda.
Fu deciso di convocare il Cavaliere nella sala del Capitolo, di mostrare le accuse e i sospetti emersi e di allontanarlo dall’Abbazia il giorno stesso.
L’Abate avrebbe preso sotto la sua ala protettrice i due fanciulli che Aiden, al momento della partenza, avrebbe condotti con se, lontano e al sicuro da ogni possibile vendetta.
Iniziava ora la parte più difficile e sicuramente più dura dell’intera giornata. 

Il Monaco Bianco

Ufficio Facce – 2 / 2010

Comunicato nr° 2
L’Ufficio Facce ricorda che troppi sono i possessori del minimo sindacale d’intelligenza.

Ufficio Facce

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