CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivio per il giorno “gennaio 15, 2010”

Il Cammino delle Verità – 6/2

Capitolo VI ° – parte II a
 
 
L
 
 
a Sala del Capitolo era percorsa da chiaroscuri dati dalle poche finestre colorate. Le vetrate portavano simboli religiosi, ma da quel momento avrebbero tentato di illuminare, anche con la loro essenza, una pagina oscura dell’esistenza umana.
Sullo scranno centrale Osea osservava i convenuti. Alla sua destra Edgardo, il bibliotecario e alla destra Ildebrando, l’erborista. Ambedue scuri in volto. Volto che si intravedeva appena nell’ombra dei cappucci alazti. Sugli altri scranni, sempre a destra Aiden e il giovane Domnall. Poi Leoniero, Vilfredo ed anche Tarik, che per grazia dell’Abate poteva assistere. Nascoste, negli scranni più alti e avvolte in pesanti scialli le due ragazze, Margherita e Flavia.
Guy entrò, preceduto da un giovane monaco, che subito abbandonò la sala. Era seguito da Jacques, il capo degli armigeri e da un altro personaggio leggermente claudicante, con un ceffo che nulla faceva sperare in bene, Pauliot.
Si sedette si una poltrona, posta davanti all’Abate.
Guardò con sufficienza gli astanti e pronunciò uno sprezzante:
         “ Ebbene ?”
Osea, respirò a lungo. Ricordò in un attimo le parole che si era confidato durante le ore precedenti, ma non pose la propria anima in mani affidabili e si accinse ad un discorso che uscì contorto e ambiguo.
Lodò la Cavalleria e come i principi che la governavano fossero ispirati alla pietà che ogni timorato del Signore avrebbe dovuto avere e coltivare.
Tra rimandi, esempi e digressioni si avvicinò cautamente al nocciolo della questione. Sentiva in cuor suo che stava mettendo il piede in un terreno infido, foriero di gravissime ripercussioni sulla sua vita futura, anzi per un attimo paventò pericoli maggiori. Forse la sua stessa vita era rischiava più il filo della spada, che altro.
Il Cavaliere annoiato, non mostrava alcun interesse per quanto veniva detto.
Il monaco Aiden, stufatosi di quei traccheggi, di quegli inutili bizantinismi, si levò in piedi e rubò la parola all’Abbate.
         “ Basta così, Osea “ esordì “ Questa riunione l’ho richiesta io e per i fatti avvenuti in questa notte di tempesta. Abbiamo saputo da fonte certa che avete avuto un consesso carnale con un giovane fanciullo. Proviamo abominio per ciò che abbiamo udito e vogliamo sapere dalla vostra bocca la verità. Quella che sia, onde assumere una decisione irrevocabile. ”
Il Cavaliere, voltò appena il capo verso il monaco e ripeté:
         “Ebbene ?”
Lo stupore per quell’enormità di risposta non era neppure scesa sul volto degli astanti che Vilfredo, ormai con la rabbia agli occhi esplose:
         “ Cane rognoso, essere immondo. Ti chiediamo la verità e per risposta riceviamo l’insulto di un: ebbene? Se non ti proteggessero queste sacre mura, ti avrei già mozzato la testa. Demonio in velluto cremisi, credi forse di essere superiore a quest’assemblea? Credi forse che le tue azioni, siano superiori al giudizio, non solo degli uomini, ma anche a quello dell’Altissimo? Quale diavolo vive in te, quale bestia immonda ha banchettato con la tua anima? Ti si accusa di aver compiuto un’empietà, per cui hanno tremato le porte degli inferi e tu, con il tuo comportamento, sbeffeggi questi santi uomini? La vita non ti deve più appartenere. Tu non appartieni più a questa vita, a questo mondo. Il maligno si è incarnato in te.”
Il torrente di parole fuoriuscì dalla bocca del tedesco, salendo sempre più di tono tanto che l’ultima frase fu quasi gridata.
I due scherani del Cavaliere, fecero mossa di porre mano alle armi, ma Leoniero e Tarik, balzati in piedi, fecero altrettanto. Domnall, senza pensare a ciò che compiva, afferrò uno sgabello che trovò ai sui piedi.
Osea, scattato in piedi, con il volto paonazzo si mise ad urlare ancora più forte:
         “Come osi, come osate tutti quanti !!”
Il silenzio cadde improvviso e in quello la voce chioccia di Guy si udì chiaramente:
         “Da quando la Chiesa s’interessa delle mie proprietà ? Da quando un selvaggio vichingo, mi rivolge la parola ? E poi, una guida, un infedele, la cui presenza pone gravi interrogativi sulla figura di quest’abatino, osa presentarsi innanzi ai miei occhi ?
Ciò che è mio, di quello ne faccio ciò che voglio e lo uso come meglio credo. Forse debbo dar conto e a chi ? Le vostre ridicole parole già hanno avuto la benevolenza di un mio: ebbene? Volete forse che ne sciupi altre?
Vi siete coperto di ridicolo “abatino” – con tono sprezzante rivolto ad Osea – Avete dimenticato chi sono e ciò che rappresento per voi? O volete che lo dimentichi? “
Osea, sbiancò.
Il monaco Aiden, per nulla toccato da quelle parole riprese la sua requisitoria, perché tale a questo punto diventava il discorso.
         “ Guy, rappresentate solo voi stesso. Un pervertito, che del suo vizio, fa ipocritamente uso ed abuso. In voi non c’è speranza, non alberga carità e la fede già da molto l’avete calpestata sotto gli zoccoli del porco che amate cavalcare. Io vi ordino di abbandonare questa Abbazia, immediatamente. Voi e gli scherani che vi accompagnano. Essere indegno del consorzio umano, andatevene. Non prima di avermi affidato i due ragazzi che vi hanno fatto fin ora da paggi. Essi sono sotto la mia personale tutela, da questo momento. Qualunque cosa di male farete loro, pagherete voi o chi commetterà nequizia. Il monaco Domnall ha l’incarico di eseguire i miei ordini e voi li eseguirete apro paro, come ve li ho enumerati. “
         “Ebbene ?” rimbeccò Guy.
Aiden senza abbassare minimamente lo sguardo, con espressione dura e severa rispose:
         “Ebbene, voi eseguirete.”
Il tono era perentorio, non ammetteva ulteriore replica. Tanto che Domnall si avviò alla porta, ma Pualiot, gli si parò dinnanzi, mettendo mano sulla corta daga che portava alla cinta.
Dovette abbandonare l’elsa, perché la presa di Tarik, comparso come un fantasma al suo fianco, gli fece dolere il polso. Il moro fissò duro negli occhi lo zoppo e l’occhiata fu inequivocabile.
Calò ancora quel gelido silenzio di prima e la tensione, spessa e greve, si era fatta aria e tutti la respiravano con un certo affanno.
Guy si levò dalla sedia. Lanciò una fredda occhiata all’Abate, carica di significati. Guardò per ultimo Aiden, immobile ed ancora teso, con lo sguardo fisso su di lui e abbandonò la sala, preceduto da Domnall e seguito dai sui due fedeli.
         “Meno male che è finita” Dall’alto si udì la voce di Margherita “Non ne potevo più di tenere la corda dell’arco e la freccia incoccata. Devo avere un crampo alla mano. “
Terminò la frase, con un mezzo sorriso.
Aiden, fissò Leoniero e ne ottenne per risposta un’occhiata piatta, ma molto eloquente.
Si voltò verso Osea:
         “Avete fatto ciò che vi ho chiesto e la responsabilità è tutta mia. Non avertene a dispiacere. Fai partire immediatamente un corriere, con una lettera di spiegazione dell’accaduto a chi deve sapere di questo. Troverai le parole giuste ed addossa pure la colpa su questo frate. Quanto a Guy, la sua vita è appesa al filo della sua spada.”
Osea, abbandonato sul suo scranno, assentì con la testa. Si sentiva svuotato ed umiliato. Non aveva avuto la forza responsabile di imporre la sua volontà di abate e ciò che più era triste, che a ciò erano stati presenti due dei suoi più fidi collaboratori. Ora che fiducia poteva ancora trasmettere. Quale potevano cercare in lui i confratelli? In una manciata di minuti aveva rivelato tutta la sua pochezza, la sua pavidità, la sua voracità per le cose del mondo, non certo per quelle di Dio.
L’unica via d’uscita è riversare la responsabilità di quell’azione sulle spalle di Aiden, come lui stesso gli aveva suggerito. Ed è anche per questo che l’umiliazione era più forte. Per un attimo si disprezzò.

Il Monaco Bianco

 
 
 
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