CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “gennaio, 2010”

POST IT

Primo post-it del 6 gennaio 2010
 
Voglio ringraziare tutti quelli che mi hanno aspettato. Incuranti della bufera, non solo metereologica di quei giorni, ma anche mentale e spirituale che mi ha attraversato. Ringrazio chi ha storto il naso, per una mia possibile sparizione dalla virtualità. E altrettanto il mio ringraziamento va sempre a quelli, che hanno tratto un sospiro di sollievo.
Ringrazio chi questo spavento non ha vissuto, ma più semplicemente si è seduto sulla riva del fiume e ha atteso paziente. Ringrazio anche quello che con splendida ironia, mi ha fatto osservare uno scampato pericolo e anche chi, quello non me lo avrebbe risparmiato, facendomi memore che la vita reale o virtuale che sia, si somigliano molto e nell’una come nell’altra i rovesci sono sempre dietro l’angolo. Come pure le gioie; bisogna avere occhi vispi e orecchie aguzze per vedere e sentire e non foderarsi pure il cervello. Ringrazio chi non ha voluto assumersi nessuna responsabilità, questo perché sapeva a priori che le responsabilità sono personali e non delegabili e in ogni caso, avrebbe accettato anche “obtorto collo”, quelle decisioni che mi spettano, come sempre.
Tutto questo perché non bisogna credersi troppo addosso, ma avere il coraggio di distaccarsi con ragione ed ironia.
 
 
Secondo post-it del 7 gennaio 2010
 
In un momento di calma, dovuto all’effetto benefico del passaggio della Befana, avvenuto anche nel Pazzificio, un giusto saluto a colleghe e colleghi da parte della tenera vecchina. si parlava dunque di happy hours.
Riconoscendo l’importanza sociale dell’evento. In una cornice scenografica che spazia dal minimalismo al rococò, atta a favorire una socializzazione, che la vita convulsa quotidiana non permette.
Tra cornucopie di piccoli mangiarini, cascate di piccoli bere e falansteri di piccola musica ecco che si vanno a creare piccole conoscenze, piccoli amori. Tutto mignon ripetuto, parrebbe, “ad libitum”.  
Parrebe una conquista sociale, ma riconosciamolo: è il vecchio che avanza.
Che incede tra cibi spacciati esotici, tra improbabili giapponesismi, ricavati sicuramente dall’usato merluzzo, del conosciuto ed apprezzato pescivendolo, o dalla più cialtronesca, industria del surgelato.
Arriva molto dopo quella che più rusticamente è, o forse era, conosciuta come “merenda sinoira”. Cioè quel mangiare in far della sera, nelle ultime ore del pomeriggio, nel quale si affettava un buon salame, si portavano sul tavolo acciughe e formaggette sott’olio e che potevano essere “al verde”, con prezzemolo e aglio e se veniva  aggiunta una buona dose di peperoncino, ecco che per miracolo assumevano il nome  di “elettric”. Proprio per la piccantezza della saporita pietanza. Cibi se vogliamo poveri, decisamente per palati non avvezzi ai trionfi di avocado, salmone, prosciutto, patée s’ogni gusto immaginabile. Al posto del “beautiful people”, qui avremmo trovato più semplicemente e sicuramente  proletariato e borghesia medio piccola. Tra bimbi urlanti e nonni, nostalgici di qualche guerra che avevano certo vissuto o combattuto, ma non certo per ripetere le gesta, ma per portare come sempre una memoria d’orrore per tali sciagure. Avremmo trovato canterini e “danseurs”
Non certo l’ambiente di un qualunque “Cocoa Beach” oppure “ L’altro Antro”, solo da “La Luisa, vino sfuso e gioco delle bocce”
Un’altra Italia, di altri tempi e forse di altre Befane.
 
 
Terzo post-it del 8 gennaio 2010
 
Lo so, a volte vi paio contorto e capzioso nei ragionamenti, eppure i due post-it, mi danno sicurezza.
L’aver deciso di rimanere ad abitare queste stanze da una parte. Quasi che parte della mia mente, in un certo verso, sia rivolta ad un futuro immanente. Ma contemporaneamente quella stessa, guardando la “merenda sinoira”, un rito anziano che diffonde nostalgia delle rincuoranti gite fuori porta, rimanga attaccata a ritmi dei quali si sta perdendo memoria. Viviamo, o almeno io lo sento, in un’epoca di mezzo. Non ci siamo ancora scrollati un passato, di cui non sappiamo se riporlo nei binari della nostalgica memoria, oppure liberarcene come un vestito frusto.
Il futuro un po’ ci inquieta, così cangiante, quasi paragonabile ad un cavallo al galoppo che incalza il tempo della nostra vita e lo divora, come l’aria di cui abbisogna per mantenere il ritmo di quella corsa. E la nostra insicurezza, invece di venir meno, aumenta. Ci ritroviamo ricchi di cose, ma sentiamo l’evidente pauperismo dell’animo. La socialità è assunta come mucchio di cose, più propinqua all’avere, non come tensione vitale, più consona all’essere. Per ritrovare quella tensione, occorre opera di sminuzzamento, di ricerca, di parcellizzazione. Questo si spinge fin alle estreme conseguenze e ci ritroviamo ancora una volta da soli. Con quell’ ingombrante noi stessi, che non vorremmo, ma di cui non possiamo fare a meno. Quasi che il peso della solitudine umana, nella moltitudine sociale, non sia ancora stato superato.
Il problema rimane irrisolto, mercé gli sforzi filosofici e sociali che la scienza ci ha e ci offre.
Che sia il balbettante uso che facciamo di noi stessi? Che sia l’ancestrale paura della solitudine?
Potere, volere, dovere. Come luoghi dell’anima, come esigenza dell’unicità e della singolarità di ciascuno di noi.
Cerchiamo gli altri per dimostrarlo e nel contempo aguzziamo l’ingegno per frapporre barriere sicure per non vederci rubato ciò che mostriamo. Sicurezza per avere un’immagine rassicurante, nello specchio in cui pavoneggiamo il nostro io.
Alziamo alte mura per allontanare sguardi che potrebbero rapinarci  delle nostre profondità spirituali.
Indossiamo una corazza perché i nostri veri sentimenti, non traspaiano e o non vengano, minimamente visti, usati e perché no, apprezzati.
Viviamo su di un confine che ogni giorno di più diventa difficile da attraversare e quotidianamente nuovi castelli si ergono, quasi che sentiamo imminente l’arrivo di quei tartari, dal deserto del nostro spirito che tanto amabilmente curiamo.
 
Noi,quelli del’54 ( a NordOvest di me stesso,in  76mm x 127mm, assolutamente giallo)
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A parte il fatto che ….

A parte il fatto che l’anno è cominciato da poco e i primo risultati sono sconfortanti. Tra piogge, mareggiate, nevicate e altre amenità metereologi che, qui l’inverno sarà lungo e duro. A parte questo, ma voi come siete messi in astrologia?
Mi spiego, domenica sera vengono alcuni amici a casa nostra. Due chiacchiere, una risata caffè e dolcetti vari. Un’ampia panoramica su chi ha lasciato chi e cosa, chi ha detto che cosa e via di pettegolezzo, bonario e senza acredine. Giusto per fa arrotondare la lingua. Ora una delle ospiti intavola il discorso sul capodanno, i buoni propositi e le previsioni ed ecco che arriva come una folgore, l’immancabile oroscopo annuale, su cui discettare. Ora il sottoscritto ha dell’oroscopo una visione pari allo zero assoluto. Già credo poco nel governo degli uomini, soprattutto di questi uomini, immaginatevi quello delle stelle.
Orbene la novella Nostradamus, in piena eccitazione stellare con il sorriso più radioso di questo mondo mi apostrofa: – Devo darti una bella notizia -.
Rispondo con altrettanto sorriso: – Stupiscimi! –
E lei, di rimando : – Non sei ariete, ma toro –
Apperò, c’è che d’essere basito a cotanta novella!
E magnanimamente, basisco: – Noooo. Io non sapevo niente, nessuno mi ha avvisato. Artemisia (la mia) potevi accennarmene? Anche solo due parole, farmi un fax, una mail. Niente! Ecco m’intristisco! –
Subito la fattucchiera mi dice: – No dai, è conseguenza della processione degli equinozi. Sei nato, il 20 di aprile? Sì! Ora non puoi appartenere all’ariete, bensì al toro! L’ho letto su “Astra” ! –
Nella mia piccolezza mentale, immagino immediatamente che tale pubblicazione sia una sorta di esaustiva enciclopedia onnicomprensiva di tutto lo scibile astrologico, dai Sumeri ai giorni nostri. Una sorta di “Libro delle Verità”, unico e imprescindibile.
Rispondo con un laconico: – Ah! – In quel momento mi son sentito sperso nell’universo e avevo voglia di di telefonare ad Houston. – Houston, abbiamo un problema. – poi la mia mente si è scatenata, l’interruttore da OFF è passato ad ON. Mi sono sorte domande che considero normali.
Se gli equinozi sono in processione i solstizi dove stanno? Sono figli della schifosa? Reietti e negletti rimangono immobili nei libri di fisica elementare?
Non contenta del mio quasi visibile imbarazzo, riguardo il silenzio dei solstizi, la fattucchiera riprende:- Però hai in prima casa il sole! – elargendomi l’ennesimo sorriso.
Ignaro della tempesta che si stava formando, chiedo: – Perché ci sono altre case? -.
Con un sorriso a 64 denti: – Dodici! –
E qui ho strambato, travolto da ICI, TOSAP, IRAP, IVA, 8 per mille, 5 per mille, aggio e plateatico, contributi straordinari per tutte le sciagure avute dal 1901 ad oggi, più le accise per la Campagna d’Africa e la lotta contro la malaria nell’Agro Pontino.
Devo essere sbiancato in volto, perché sempre lei mi apostrofa: – Dai che in quinta hai un Marte smagliante e Venere ti è benefica, in trigono con Giove e Plutone. –
E meno male che almeno loro ci hanno messo una pezza, mi conforto.
Poi s’oscura in volto anche lei: – Attento a Saturno, che è in opposizione e il suo transito porta inquietudine. –
E quando mai Saturno non è contro. Colpa di quegli anelli che si trascina da innumeri millenni, sostengo.
E poi, buon peso, aggiunge: – Questa luna, non è che mi piaccia molto, è ambigua! – Adesso anche la luna ci si mette. Ma interessarsi delle maree, ispirare poeti ed innamorati no! Pare brutto? Perché venirmi a ravanare nelle mutande? Vai a ravanare in quelle del pastore, che in Asia se ne va a zonzo senza un preciso motivo.
Poi con il volto, che pare una madonna di Della Robbia conclude:- Comunque il quadro astrale non poi così malaccio. Non sarà il tuo anno, ma avrai le tue belle soddisfazioni!-
A certo, che son soddisfazioni.
Mi è stato comunicato che ho cambiato taglia e da una M – L, ho assunto quella XL – XXL, peccato che non ho cambiato pettinatura e sento come sempre un forte peso in mezzo alla fronte.
Marte e Venere, che se i ricordi mitologici non mi fallano, avevano una tresca amorosa e non perdevano occasione di pulzellarsi a vicenda. Ora secondo voi, perdono del tempo a seguire la mia sorte? E Saturno? Passerà il suo tempo a sputacchiarmi in faccia qualunque schifezza, giusto per bullarsi di me? E la Luna, interromperà le grandiose maree della costa canadese, per fare la melliflua con me?
Mhmmmm, credo proprio che continueranno a fare ciò che da miliardi d’anni fanno. I pianeti e i satelliti di questo nostro sistema solare, punto.
Intanto io faccio una bella autocertificazione, nella quale dichiaro di non possedere immobili. La tengo lì, che non si sa mai.
 
Noi, quelli del ’54   (a NordOvest di me stesso, saldamente in trigono)

Non so

 Non so se queste righe arriveranno al destinatario. Non so se la regola dei sei passi sortirà effetti. Sarebbe più semplice cercare nel mare magnum della rete e mandarle direttamente all’interessato, ma cosa c’è di più intrigante che lanciare un messaggio in bottiglia ed aspettare. Forse il nulla, ma si alimenterebbe un altro motivo, per cui sperare.
Ho letto un libro. “Notiziona” avrebbe a dire qualcuno di voi. Eppure il libro che ho terminato stanotte è di un autore, che se inizi a leggerlo, non riesci a staccartene. Ti prende sotto pelle e quella presa è il cordone ombelicale che unisce il tuo al suo spirito. Al modo si concepire la scrittura, a vedere le persone, i luoghi. Parlo di Mauro Corona e della sua ultima fatica “Il canto delle manère”. Lo so benissimo che non è uno dei giganti della scrittura contemporanea, non passerà tra i grandi e imperdibili classici, quelli che servono per una buona educazione culturale. Eppure appartiene a quella schiera, che mi ha sempre fatto fremere. Innanzitutto Pavese e Fenoglio. Uomini delle mie terre che io conosco per DNA di famiglia, essendo nato tra quelle giogaie di colline tra Belbo e Tanaro.
Davanti Asti e alle spalle il principio delle Langhe che da Santo Stefano scivolano verso Alba. Anche lì una linea di confine, tracciato dal Belbo e dal Tinella. Di qua Nizza Monferrato, Costigliole d’Asti,Castagnole Lanze. Di là, attraversato i due torrenti, Neive, Canelli, Barbaresco, Santo Stefano il mondo cambia appena. Storie uguali a tante dei e nei luoghi di cui ho accennato in precedenza. Terre non sempre generose, ma quando lo sono divengono cornucopie e all’abbondanza dei frutti della terra, di conserva ci sono i frutti degli uomini. Come sempre l’amaro e il dolce, non camminano di pari passo. Queste storie di uomini e terra, mi hanno sempre affascinato e leggendo di Corona, ripenso a Revelli ai suoi ultimi, arroccati, avvinghiati a quelle terre dure delle montagne cuneesi. Storie di vite agre, passate a rubare alla montagna di che vivere. Uomini e donne che non possono, per un sortilegio indecifrabile, abbandonare quei prati, quelle “ciaplere”, quelle fonti. Così la vita di uomini e donne, in quell’unghia di Friuli, ficcata per caso a guardare la valle del Piave, diventa la vita di tanti che delle montagne sente il richiamo ammaliatore e di cui, a dispetto di una vita grama, a volte di stenti, non riesce a sottrarsi. Come incollato per sempre tra le bellezze di montagne veramente belle. Vi assicuro della loro bellezza, perché ho avuto l’occasione di soggiornare nelle zone. Era il ’77 e l’”Orcolat” aveva già fatto tutto il possibile l’anno prima, il 5 maggio. Ora la vita agra questa volta descritta è quella dei taglialegna e la “manèra” è il simbolo di un’arte che se ne va. L’ascia per il boscaiolo è il bisturi per il chirurgo. Il canto è il battere la lama nel tronco, fino a che questo non si piega e l’albero cade. Detto così parrebbe un lavoro meccanico e senza poesia, anzi sembrerebbe l’esaltazione all’ennesima forma distruttiva, che l’uomo si è inventato per incidere sulla natura. Eppure no, la “manèra” è un’arte. E’ un’arte che parte da lontano. Conoscere il bosco e gli alberi. I ritmi della crescita del carpine o del faggio, le lune per i tagli e soprattutto quando è il momento di dire basta. Questo e molto altro dell’arte dell’ascia, c’è nel libro. E c’è la vita disperata di un uomo, che ha chiuso il cuore anche a se stesso. Imponendosi di non amare, di vivere una vita indirizzata all’avere, piuttosto che all’essere. I ritmi delle stagioni sono in funzione della quantità di alberi abbattuti, di cubature di legname, passando sopra alla dignità di se, disconoscendo anche la natura in tutte le sue forme. Una sorta di vita distruttiva, perseguendo questa distruzione con un’attenzione maniacale. Alimentando i lati oscuri dell’uomo, cercando di reprimerne quelli migliori.
Forse perché troppo sentita la durezza di una vita, passata tra i silenzi, a volte troppo eloquenti, su terre aspre e ingrate, cui solo con rabbia tenace si riesce a rubare di che vivere. Solo guardando la piana di Longarone e salendo quello stretto budello che porta a Casso e poi ancora ad Erto e quello sputo che ora è il lago del Vajont si capisce quanto fosse difficile vivere quelle terre. Di una bellezza mozzafiato, ma da cui strappi con fatica il tuo bisogno. Ricordo la strada che dal passo di Sant’Osvaldo ti porta alla piana del Meduno Cellina. Pareti coperti di boschi e la strada stessa si infila in una serie di gallerie che in testa all’arco porta ancora i segni di un impero travolto dalla furia di una guerra.L’aquila bicipite asburgica e una data 1911.
 Come sono lontane le languide terre del Collio, o le basse di Aquileia o Trieste, elegante ed austera, imbevuta com’è di culture, che si danno la mano come in un minuetto o un rondò.
Quassù solo baschi e montagne e venti che di quest’ultime sono i fiati. Uomini e donne che abbandonano loro montagne per cercarsene altre, oppure per ingrassare un poco i loro magri giorni scendono in pianura con il frutto di ulteriori lavori, tratti dal legno che hanno precedentemente tagliato e trasportato, a volte anche con i mezzi che la natura dava loro. Attendere le grandi gelate e poi lanciare nei canaloni, diventati toboga, il tagliato dell’autunno precedente. Eppure quelle montagne, così detestate e odiate, sono sempre al centro dei pensieri. Per ciò che sono, madri matrigne, ma nel contempo generose amanti. Custodi gelose di segreti, anche inconfessabili, ma anche cantanti di gioie espresse, anche con la ruvida bellezza della riconoscenza allo stato puro.
Perché, com’è scritto su di un foglio regalato al protagonista dallo scrittore Hofmannsthal, “da vecchio quelle montagne ci verranno incontro nei ricordi dell’infanzia e il cerchio sarà chiuso”. Questo perché dalla montagna si può fuggire fisicamente, ma intimamente si rimane ancorati come le radici del mugo, a quei prati, a quei boschi a quelle rocce.
Tutto questo e altro che non dico, per mantenere il gusto alla lettura, troverete nel libro e concorderete con me che il nome del protagonista, mal si accorda con le sue vicende. Ma forse questa apparente distonia è la benvenuta per compattare un carattere che è già spesso di suo.
Buona lettura, dunque. A me rimane la segreta speranza che questa bottiglia, un giorno possa arrivare tra le mani di chi mi ha permesso di scrivere quattro sciocchezze su un libro che mi ha segnato, come tanti del resto.
 
 
Noi, quelli del ’54  (A NordOvest, come il mugo nella ciaplera)

E’ scaduto il tempo

Ci sono decisioni, che attendono del tempo e per maturare appieno e per sortire i propri effetti.
Questa è una di quelle che invece appartengono alla schiera delle “cotte e mangiate”.
Ora, lasciarsele scappare, quando le senti tue, profondamente a pelle, è da stupidi. Quindi stabilito, in modo molto arbitrario che stupido non sono e che la “pelle” difficilmente mi inganna ho deciso di continuare.
Eh allora, direte voi? Non avrete forse la dimostrazione provata del “Bosone di Higins”, ma per me personalmente è come se fossi giunto al nucleo vero dell’atomo. Ho trovato il mio “Bosone” (Con l a O, perché so e conosco chi è in agguato.)
Questo perché sommando gli effetti dei miei ultimi interventi, con la presunzione che in fondo ci si può divertire quando e come si desidera, non vedo perché non lo debba fare.
Questo è un discorso più per me che non per Voi. Andare o rimanere è una scelta che in ogni caso è di mia totale responsabilità.
Punto primo. Avrete visto come mi sono liberato dei vari orpelli di cui mi ero ornato fino allo scorso anno e prima del nuovo ho radicalmente tolto. Ho lasciato giusto quei due o tre che mi parevano più adeguati. Un po’ solleticano quel briciolo di vanità, che alberga in noi e un po’ per giusto omaggio ad Artemisia, la mia. Le rose me le ha dedicate e quindi rimangono. Come è rimasto “Prodotto di Nicchia”. E’ una mia creazione, ci sono affezionato. Qualcuno la ha anche preso, perché lo ha considerato un simpatico orpello. Anche se ha un suo perché, un suo significato. Ciascuno in fondo aspira ad essere una nicchia, ad essere speciale ed è giusto se non strombazzarlo a sette venti, almeno sussurrarlo, con quel pizzico d’ironia che non guasta. Poi mi sono inventato anche un altro orpello. Questo però non lo considero solo un fatuo abbellimento. Essere “Cape Hornier” ha un valore profondo per me. Fino a non pochi anni fa chi superava Capo Horn era ammesso in una sorta di “Club”. Gli Inglesi in questo ci sguazzano, infatti è una tradizione tipicamente “Old British”. Che poi, invidiosi, anche i Francesi ne hanno fondato uno anche loro, questa è storia di antiche rivalità, che non sto a rinvangare. Ciò che mi preme è significare quel logo. Fatto in casa e non sono né grafico, né posso vantare studi tali da spacciarmi chissà che. Quel logo significa che ad un certo punto si è riusciti a superare un Capo Horn della propria vita. A dispetto di tutti e di tutto, anche dei sonori calci in culo, che ti rifilano appena possibile. Su quelli nessuno ha mai micraniato, anzi arrivato il primo gli altri giungevano di conseguenza, anche fuori tempo massimo. Quindi ho superato un Capo Horn e in memoria anche degli altri che ho affrontato e quasi viatico di quelli che dovrò affrontare, questo logo, è una sorta di “Bonne Chance”. Naturalmente chi sente di aver superato il proprio o i propri Capo Horn personali e in cuor suo vuole mostrare, a se e agli altri, che non si è mai arreso, perché la vita è adesso, con noi e non con un semplice avatar, lo prenda o mi chieda i codici.
Non sarò certo io a negarli, anzi saprò che c’è qualcun altro che ha condiviso con me un’esperienza rimarchevole.
Ripeto non è un gradevole orpello, è segno d’impegno con e per se stessi e non ultimo con e per gli altri.
Punto secondo. Non è giusto che l’Ufficio Facce chiuda e per sempre. Qualcuno la cosa non l’ha digerita e riflettendoci bene se non ricompare quel cialtrone, come posso stuzzicare voi e anche me stesso?
Io devo trovare un argomento, almeno condivisibile di conversazione, voi la bontà e la voglia di parteciparvi.
Quindi all’occorrenza ecco che L’Ufficio Facce uscirà con un nuovo formato: Il Comunicato.
Sarà random, senza scadenze, ma secondo esigenza. Mi pare più divertente, sa meno di lavoro e di obbligo; che di quelli, ne siamo già pieni.
Riconoscerete immediatamente lo stile; eccovi il primo esempio:
 
Ufficio Facce 1/2010
 
Comunicato nr° 1
L’Ufficio Facce ricorda di rottamare i buoni propositi solo dal 7 gennaio in poi, utilizzando gli appositi contenitori. Grazie.
Ufficio Facce.
 
Avrete notato, che il comunicato è firmato dall’Ufficio in persona. E’ un maledetto al tavolo delle trattative e quella della firma è stata “condictio sine qua non”.
Punto terzo. Ho eliminato i link. Tranne quelli di Artemisia, la mia.
Non consideratelo un gesto d’inimicizia. Se voglio venire da voi, faccio passare i vostri avatar e arrivo. Le vostre immagini sono belle, simpatiche, le avrete scelte con cura e passione. Perché clikkare su di un nome? Così freddo ed impersonale. In più so se ci siete e chi lo sa che non scappi un bel botta e risposta.
Poi se non ci siete, sinceramente mi sento più libero.
Non so spiegare bene, è uno stato emotivo, mentale nel quale mi trovo a mio agio. mi pare d’essere d’ingombro. Saranno botte d’anzianità che esplodono improvvisamente.
Poi io credo che fare un giro tra gli amici di un blogger, di cui godi la vicinanza, si capiscano cose, che attraverso nei nik e gli avatar vengono espressi. Capisci come un nome susciti aggregazioni. La regola dei sei passi la vedi applicata e una teoria diventa vera pratica. Esiste, è dimostrata.
Punto quarto. Ho dato parola e per me la parola è sacra. Porto a termine la pubblicazione del racconto e alla fine di tutto, chi vorrà averlo come ricordo, mi farà piacere mandargli il PDF.
Giusto per non farvi star tranquilli, perché qui da me la tranquillità non è di casa, sto masticando l’abbozzo di un altro. Devo solo chiudere il cerchio teorico. Nel senso che inizio e corpo sono già abbozzati, ma il finale è perso ancora nei 40° Urlanti. Poi dovrò scegliere anche l’alter ego narrante e un monaco per ciò che ho in mente, è l’ultima persona possibile. Vedremo.
Se avete creduto o sperato che scomparissi, con quello che ho scritto ho fugato dubbi e incertezze. Sarò ancora qui, perché come si dice c’è più tempo che vita.
E poi sinceramente, chi vi relazionerebbe sul prossimo 6N; dite la verità, nessuno.
 
 
Noi,quelli del’54 ( a NordOvest di me stesso, ma giusto quel filo)

L’aria che tira

Sento aria di ammutinamento.

La ciurma sta puliziando l’artiglieria.

Noi, quelli del ’54 (Prigionieri di un ineludibile NordOvest)

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