CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “febbraio, 2010”

Il popolo del rugby

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Cominciamo a dire che la partita non mi é piaciuta molto. Un’ItaliaRugby, che come la sora Cesira, al mercato di Piazza dei Fiori, salta da un banco all’altro, cercando quelle puntarelle, quei carciofi, quei broccoletti, alla fine prende la prima verza, anche un po’ passa e se la fa bastare.
E pensare che la cornice era di quelle da gran spolvero. Gradinate piene all’inverosimile.
Tra tricolori e kilt, fiumi di birra e cori l’atmosfera era sì frizzante, ma…
Qualcosa non andava e me la sentivo profonda quella sensazione. Eppure i numeri erano dalla nostra. Under 20 e Nazionale A avevano già portato punti in cascina. Due incontri con la Scozia, due vittorie. La situazione era dunque favorevole, non c’é il due senza il tre, eppure …
Eppure ci siamo incasinati la vita, come il solito. Troppi passaggi gettati al vento, una touches inguardabile come non mai e in mischia, paghiamo ancora dazio, assolutamente non voluto, che risale a novembre. Se gli AB ci avessero castigato e non il contrario, ora, sicuramente il nostro pack farebbe la solita paura a tutti.
No perché mi dovete spiegare come mai da novembre in avanti uno come Castrogiovanni, tra i migliori nr. 3 (pilone destro) al mondo, diventi improvvisamente una ciofeca inguardabile. Ancora ieri, quante volte il suo avversario ha fatto di tutto, per ostacolarlo. Qualcuno me lo spieghi, grazie.
Il campo lo abbiamo tenuto, ma ai punti d’incontro andavamo non convinti, come 15 giorni fa. Sì perché ci fossimo messi in campo con la testa di quindici giorni fa, allora agli Scoti, avremmo annullato ogni velleità.
Comunque dopo i primi scoppiettanti minuti, subito in vantaggio di 6 punti, grazie al magico piede di BergaMirco, ecco lì che ci adagiamo, ondeggiamo, pasticciamo, pur recuperando, difendendo. Manca il guizzo e quando appare ecco che i kilt si arruffano, più confusi di noi. Però costruiscono e arrivano due volte oltre i pali. Per due volte però, ci arrivano, facendo sì che non si capisca se é meta o meno. Due grattacapi per il TMO che per due volte dice no.
Condannati loro, assolti noi per insufficienza di prove.
Poi c’é chi droppa come Parks, che già aveva firmato le precedenti segnature e per la  mole di lavoro svolta si é giustamente guadagnato la palma di "men of the match" e ci ritroviamo sotto. 12 a 9 .
I commercianti di posateria, già si sfregavano le mani.
Noi invece ci proviamo e alla grande. Prima BergaMirco sulla fascia sinistra parte come missile, tanto che per fermarlo sono andati giù duri gli Scoti e un cartellino giallo ci stava tutto. Poi, iniziati i cambi con forze fresche in campo e decisamente incattivite in modo giusto, all’ennesima ripartenza e questa volta con la grinta giusta e la determinazione giusta da un Canale stile "Tuono Blu" ad un Canavosio "Libera nos Domina e fulmine e tempestatis": META !!!!  Trasforma BergaMirco. 16 a 12.
Gli ultimi minuti vissuti con l’anima tra i denti da tutti. Noi e loro. Gli Scoti, che in Red Time, non potevano andare in tuoches. Noi che non riuscivamo a prender palla per andare in touches e concludere la partita. Poi finalmente il fischio finale.
Applausi per tutti. Vinti e vincitori.
Tra quattordici giorni allo Stade de France a Parigi.I galletti ci aspettano.
Il pellegrinaggio del popolo del rugby non é ancora finito.

Si ringrazia per l’occasione la Leonessa che pittatasi il volto con i colori nazionali e un cuore azzurro, per guancia ha onorato il campo.
Un saluto affettuoso a Skifezza che con la sua simpatia e il suo obbiettivo fotografico ha immortalato i due ribaldi che hanno gridato e sudato, ma goduto di tanta giornata sportiva.
Chapeau alla "City of Rome Pipeband". 
Grazie per l’interpretazione eccezionale di "Flowers of Scotland" al momento degli inni e per i momenti di vero piacere musicale offerto anche dopo la partita.
Credo che anche al di là del Vallo di Adriano, abbiano apprezzato.

Dal Flaminio é tutto. A voi studio.

ps: Riflessioni dallo studio:
E’ vero, abbiamo sfarfallato nei minuti tra il 20 e il 40 del primo tempo. Fin lì eravamo sempre al punto d’incontro.
La parola d’ordine: Difesa, l’abbiamo onorata e anche bene.
Abbiamo placcato per 110 volte contro 76.
Ora però occorre oltre che placcare, oltre ad  utilizzare la filosofia cara ad ogni squadra italiana: Primo, non prenderle; Secondo palla lunga e pedalare; ecco credo che si possa passare al pedalare, che di non prenderle siamo maestri.
Come siamo maestri nel contropiede, che sfruttiamo pochino. Però quando lo sfruttiamo allora i risultati arrivano e allora perché non sfruttarla di più.
Gowan più passa il tempo, più si rivela l’uomo chiave della nostra compagine. Occorrerà ancora un po’ di tempo perché certi meccanismi girino meglio. Forse con più lavoro con le terze linee sicuramente i risultati positivi si vedranno di più e … gongoleremo, felici di farlo.
Questa mancanza o meglio poca sintonia con i trequarti, mi ha lasciato con la bocca un po’ amara, ma si sa altra nostra caratteristica é la geremiade. Avessimo vinto ennumeri a pochi, avrei sicuramente trovato il pelo nell’uovo.
Mi sento arcitaliano, inconentabile, forse troppo.
Ma che volete farci, amo questa Nazionale Ovale, amo questo gioco e vorrei vedere ogni azione concludersi alla Canavosio.
Bon, questa volta é proprio tutto.

Noi quelli del ’54  (ovalmente a NordOvest di noi stessi)

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Il Cammino delle Verità – 9/3

Capitolo IX ° – parte III a  
 
I
 
 
l sole illuminava già da tempo l’intera valle e al riparo della foresta, il nostro gruppo si dirigeva abbastanza veloce verso la meta desiderata. Trottavano in silenzio, immersi ciascuno nei propri pensieri. Abbandonarono più volte la pista, gettandosi nel profondo del bosco, quando ebbero la ventura di incrociare altri viandanti; una volta furono sfiorati anche da una pattuglia di sgherri del Balivo, ma sparirono presto e non degnarono neppure uno sguardo nel bosco ai lati della strada.
La fretta può essere una cattiva consigliera, ma Aiden impose prudenza ed attenzione:
 “Meglio un giorno in più e tutti vivi, che errori di cui dobbiamo pentirci amaramente”.
Andando si fecero ancora più prudenti e serrarono le fila. Quel poco cibo che avanzava fu diviso tra le ragazze e fanciulli. Gli altri digiunarono, forse per penitenza o forse per lasciare qualche forza in più a chi si sentiva ancora provato.
Era ormai giunta la sera quando le prime balze del Pirchiriano li attendevano.
Le ultime miglia furono coperte al galoppo e Leonero e Vilfredo che chiudeva il gruppo, si voltarono molte volte all’indietro, per vedere se caso mai fossero seguiti. Non c’era nessuno, e nessuno incrociò il loro cammino.
Si fermarono al fine dinnanzi alla porta della cinta di mura che circondava le case ai piedi della Sacra. Tarik, batté con l’elsa della spada sul duro legno di quercia. Si aprì uno sportellino e un volto inquadrò i viandanti.
         “Chi siete messeri? “ Chiese una voce “ Cosa vi spinge a quest’ora della sera a bussare a questa porta?”
Aiden si fece avanti e si presentò e chiese udienza all’Abate Chiaffredo, dichiarando la sua antica amicizia con il buon padre.
Lo sportellino si chiuse e passò del tempo prima che il portone, questa volta, si aprisse e che i viandanti potessero entrare al sicuro delle mura.
L’Abate Chiaffredo era venuto loro incontro e subito abbracciò con gioia il monaco Aiden. L’abbraccio fu lungo e fraterno, troppi erano gli anni, che li avevano visti divisi, ma in quell’abbraccio si stemperò la lontananza e si riaffermò l’antica comunanza spirituale.
         “ Vieni, fratel mio, accomodati. Che splendida sorpresa, che incontro insperato, che gioia che il Signore mi ha voluto donare in questi giorni di fine estate. Anzi venite tutti quanti. Certo sarete stanchi e vorrete mangiare e riposare innanzitutto.” Disse Chiaffredo tutto d’un fiato, tant’ era l’emozione palpabile che lo avvolgeva tutto.
E continuò:
         “ Su smontate da cavallo tutti quanti e andate subito al refettorio, seguite in padre guardiano. Non preoccupatevi delle vostre cavalcature, c’è chi se ne prenderà cura, Anzi voglio “Rimarcando questa parola rivolto al padre guardiano” che le loro bestie siano trattate benissimo. Date loro da mangiare e bere. Su adesso andate. Poi parleremo con tutto comodo e se la stanchezza del viaggio si fa sentire, parleremo domani.”
Aiden, frastornato da tanta eloquenza, riuscì solo alla fine di quel torrente di parole, prendere in disparte Chiaffredo e sussurrare brevi parole, circa Margherita e Flavia.
L’abate, al momento si stupì, ma sorrise.
“Non ti preoccupare le affido ad alcune sorelle che di questi tempi sono qui in meditazione “ Disse ” E voi Alberto” Rivolto al padre guardiano “ Vi prego accompagnate queste due ragazze “indicò Margherita e Flavia” dalla cara madre Caterina. Ella saprà rifocillarle e farle riposare come conviene. Poi tu “ disse con un fil di voce e abbozzando un sorriso “ Mi dovrai delle spiegazioni”
Aiden ricambiò con un sorriso a fior di labbra.
         “Avrai tutte le spiegazioni, che vuoi e quando vorrai”
Smontarono tutti da cavallo. Presero a salire sull’erta che portava al convento vero e proprio e una volta dentro le due ragazze presero per una porta. Dall’apertura si intravide per un momento un volto coperto da un pesante velo, mentre il resto della compagnia fu fatto accomodare nel refettorio dei frati. Si abbandonarono sugli scranni e attesero fiduciosi ed ecco che un giovane novizio portò in tavola un paiolo, dal qual l’aroma di una zuppa di verdure saliva lento ed invitante. Dietro di lui un altro novizio posò un cesto con del pane e un’altra con della frutta. Poi il primo iniziò a riempire le scodelle e a servire la compagnia.
Aiden pronunciò il “benedicite” e poi tutti si diedero da fare con i cucchiai.
Alle ragazze toccò ugual sorte. Prima chiesero di potersi rinfrescare almeno le mani e il volto. In un angolo, mangiarono quello che le suore, silenziose mettevano loro innanzi.
 Alla fine del pasto su ambedue le tavole scese un pesante silenzio.
Aiden fu il primo a parlare:
“Chiaffredo mio buon fratello, ti chiedo licenza e la stessa chiedo per i miei amici, di andare a riposare. Abbiamo cavalcato per giorni e siamo stanchi. L e ultime ore poi sono state veramente pesanti per tutti noi. Se puoi mostrarci i nostri pagliericci, te ne saremmo grati e prima di addormentarci, le ultime nostre preghiere saranno di ringraziamento per la tu ospitalità.”
Aveva il volto segnato e neppure il caldo pasto aveva spianato il volto e allontanato le preoccupazioni, che tristi lo abbellivano.
Chiaffredo annuì.
         “Alberto, accompagnali ai loro giacigli e assicurati che ci sia un braciere di bel fuoco, caldo e scoppiettante.”
La compagnia seguì il frate, lungo i corridoi del convento e giunti nella stanza, ciascuno si prese un pagliericcio e dopo poco si udì solo un leggero russare.
Intanto le ragazze si addormentarono direttamente al tavolo e le suore le accompagnarono in una cella, le coricarono, coprendole con delle coperte.
         “Devono aver vissuto difficili momenti “ Disse tra sé e sé madre Caterina.
Il Monaco Bianco

Il Cammino delle Verità – 9/2

Capitolo IX ° – parte II a
 
I
 
 
l sole si levò ad illuminare la valle. I viaggiatori nella sicurezza della foresta levarono il campo e al riparo degli alberi s’incamminarono verso l’ultima meta di quei giorni duri.
La Sagra, livida di pietra, si stagliava al loro orizzonte e le ombre risalivano svelte i fianchi della montagna. Tra poco, tutto sarebbe stato luce e i colori dell’autunno imminente già facevano capolino, sulle coste più alte.
         “Dormito, in qualche maniera? “ Chiese Aiden a Vilfrtedo, che già aveva sellato il cavallo.
         “Poco e male.” Rispose il tedesco” Poco e male. Mi sono chiesto più volte se l’ira delle passate ore, sia stata giusta. Se sia stata giustizia o solo vendetta, ciò che abbiamo compiuto.” E scosse il capo, andando verso gli altri cavalli, che aspettavano anch’essi di essere sellati.
Leoniero, spuntò da dietro dei cespugli dove aveva lasciato le scorie della notte. Fischiò sommessamente a cavallo e cane. Aveva il volto tirato e negli occhi la medesima espressione che Vilfredo aveva avuto sulle labbra.
Tarik, una maschera di cera, stava bruscando il suo cavallo, in silenzio, non facendo trasparire nulla.
Il piccolo Benoit, uscito sall’eremo, si guardò in torno e visto il monaco, gli si avvicinò. Lo abbracciò subito e poi pianse, senza gemiti. Un pianto liberatorio, sperò in cuor suo Aiden. Carezzò la testa del fanciullo e gli si strinse il cuore.
         “ Quante prove, dovrai affrontare ancora ? Quanti patimenti, per il gioco crudele di chi ha giurato di soccorrere i poveri, aiutare gli indifesi e di quel giuramento ne ha fatto strame dei più fetidi? “
Così si interrogava Aiden e quella domanda muta, ma vivida nei suoi occhi, incrocianti quelli di Domnall, che gli si era avvicinato, chiesero al frate una risposta.
Domnall, scrollò il capo. Aveva capito, in quello sguardo, ciò che gli si chiedeva, ma altrettanto, nel silenzio di uno sguardo ricambiato, pose il mutismo delle sue risposte.
In breve la compagnia fu pronta.
Anche Margherita, con gli occhi gonfi di un dolore ancora insuperato, salì in arcione.
Accanto a lei si pose Flavia, mentre i due ragazzi si accompagnarono immediatamente a Domnall.
         “ Sto dietro io. “ Disse Tarik, con un tono che non ammetteva repliche.
Aiden diede di sprone, Vilfredo e Leoniero ai lati, nel bosco, come cani da guardia.
Non c’era nulla d’aggiungere e le parole sarebbero state vane. La tensione non era ancora allentata e così doveva rimanere, fino a raggiungere le mura amiche sul monte Pirchiriano.
 
 
A Susa intanto, Il vescovo Giusto, saputo dell’arrivo dei morti e dei feriti, impartì immediatamente ordini, affiché gli uni e gli altri fossero tutti accolti nello Ospizio.
Mandò emissari al Capitano di Città e al Balivo, per un’urgente abboccamento di prima mattina. Occorreva fare chiarezza, capire e poi agire di conseguenza.
Il corpo di Guy, durante la notte, fu lavato e preparato dai monaci dell’Ospizio, come pure quello di Jacquot e poi composti su di un freddo tavolo marmoreo.
Il cappellano dello Spizio celebrò all’alba la prima messa di suffragio. Poi i beccamorti, si presero cura delle due salme, avvolgendoli in tele, impregnate di balsami che favorissero una minima imbalsamazione, che aiutasse il trasporto in terra natale.
Altri frati intanto si erano presi cura di Pauliot. Gli avevano rabberciato la ferita al petto e grazie alle lamelle di bronzo del corpetto, la lama della “franzosa” aveva causato danni, sì, ma non così fatali.
Estrassero pure la punta della freccia dalla coscia del manigoldo. Il sangue perduto era molto, ma molto forte era la tempra di quel malnato.
Frate Gaudenzio era abbastanza fiducioso nella guarigione, anche se lunga.
In ogni caso quell’uomo doveva rimanere lì, tutto l’inverno. Se non altro sarebbe stato sepolto in terra consacrata e non affidato all’avidità delle fiere.
Il Vescovo Giusto e Germano il Balivo, accolsero Severino dei Gracis, il Capitano di Città, nella sala privata del Vescovo.
         “ Mio caro “ Disse il Vescovo, porgendo la mano per il bacio” Accomodatevi e sentite quanto narra il nostro balivo, sulle atrocità compiute in queste ultime ore.”
Germano ripeté un’altra volta il racconto, ma ebbe la prudenza di non aggiungere null’altro se non ciò che gli era stato raccontato.
Alla fine di quelle parole il silenzio aleggiò per molti minuti. Severino non era uomo che s’infiammasse. Non era avventato, né sprovveduto e quella volta intuì che la narrazione era sì terribile, ma qualcosa stonava. Il suo sesto senso che lo aveva fatto rientrare dalla Terra Santa, vivo e con lui molti degli uomini della valle che lo avevano seguito nell’impresa di riconquistare Gerusalemme, gli suggeriva che quella era una verità, che doveva essere visitata ben bene. Espresse così i propri dubbi e le proprie perplessità:
         “Buon pastore; Vescovo Giusto. “ Esordì” Credo che al buon Germano, qui presente non sia stata raccontata la verità, che tutti noi cerchiamo ogni giorno. Sì che ci fu uno scontro asperrimo, sì che i nostri uomini hanno accompagnato morti e feriti. Ma qualcosa m’induce a pensare che questo scontro sia l’atto finale di ben altro e avvenuto in altra sede.”
Così si mise a spiegare ciò che era avvenuto nell’Abbazia, poco tempo addietro. I suoi informatori gli avevano spiegato per sommi capi gli accadimenti e certo l’interrogatorio dei sopravvissuti avrebbe fugato eventuali dubbi e avrebbe dato delle certezze.
Il Vescovo Giusto rimase attonito e perplesso, ma l’improvvisa comparsa di un chierico, recante una pergamena e le sue parole “Una missiva dall’Abbazia” lo fecero trasalire.
Presa la lettera, aperta e letta con fretta prima e poi con attenzione e dovizia la seconda, si scurì in volto. Da ciò che aveva letto e dalle parole del Capitano si insinuò il pensiero che le osservazioni avanzategli, non fossero del tutto peregrine. Anzi le due cose cominciavano a combinarsi e a formare quel quadro veritiero che tanto stava a cuore a Severino.
         “ Sì mio caro Severino “ Fece Giusto “ Hai ben ragione. Le parole che leggo su questa missiva lanciano un’altra luce sui fatti descritti da Germano.”
E per sommi capi raccontò ciò che Osea, aveva scritto. Tralasciò alcune parti, giudicandole non pertinenti, ma importantissime in chiave politica e di alleanze che in quei giorni stava faticosamente intessendo.
Alla fine i tre uomini concordarono di interrogare i sopravvissuti, anche quel tal Gaspare che Germano aveva trovato in fin di vita.
Tutti avrebbero dovuto parlare e per essere sicuri del fatto, non sarebbe stato un male, la presenza del boia, agli interrogatori.
Germano il Balivo, chiese licenza per approntare una sala all’uopo e diede ordini ai suoi uomini di ricercare e radunare gli scherani sopravvissuti, nel minor tempo possibile. Avvisò anche frate Gaudenzio, che rimettesse in piedi quel Gaspare, giusto per interrogarlo.
Il Vescovo e la verità sugli accadimenti, non potevano aspettare, neppure i comodi di un moribondo.
 
Il Monaco Bianco

27 Febbraio 2010


Ora, per tutti coloro che sono interessati e anche per quelli cui frega nulla, ma ve lo beccate lo stesso.

Il sottoscritto il 27 febbraio 2010 sarà allo stadio Flaminio, in compagnia della Leonessa, of course.
Eventulamente se non leggete bene sarò al settore 3D – fila 16 – posto nr.15.
Questo perché , scaramanzia vuole che fosse il numero con cui ho calcato ai suoi tempi i campi di basket, ruolo "pivot" e musa ispiratrice naturalmente Big Dino.
Al posto nr.13, scaramanzia vuole siederà la Leonessa. E’ nata il 13 agosto, ha portato sulle spalle quel numero sui campi di pallavolo e in ogni caso é il suo portafortuna a suo dire, e chi sono io per contraddirla. Quindi non contraddicetela, perchè ha preso dal padre il gene della malmostosità e oltre a quello vedendoci assieme si capisce subito che siamo padre e figlia.  Il fisico non mente. Lei é naturalmente molto più bella di me.
Quindi sappiate che per la solita nota post partita dovrete attendre. Anche perché il giorno dopo sono al *Pazzificio*, ma vedrò come fare.
Mi raccomando per quel giorno vi voglio tonici come sempre.

Noi, quelli del ’54 (ovalmente a NordOvest di noi stessi)

Il Cammino delle Verità – 9/1

Capitolo IX ° – parte I a
 
L
 
 
eoniero si sveglio di soprassalto. La luna aveva già compiuto una buon cammino nel cielo. Orione sfavillava in tutto il suo splendore. Il giovane si strofinò gli occhi , si stirò e avvicinatosi a Tarik, lo scosse leggermente:
         “Sveglia anche gli altri.” Disse
Poi con passo incerto, addosso i dolori della cavalcata e il sonno arretrato entrò nella capanna. Flavia, Margherita e i ragazzi dormivano in un angolo. La donna, con la testa sul tavolaccio, russava sonoramente. Con passo leggero, si avvicinò alle due ragazze e scosse leggermente Flavia :
         “ Svegliati, e sveglia agli altri. Dobbiamo andare”
Poi uscì. Flavia accarezzò le teste dei due ragazzini e piano sussurò:
         “Andiamo, forza in piedi “ Poi altrettanto dolcemente scosse Margherita, che aveva passato un sonno pieno d’incubi, popolato di mostri che volevano la sua morte. Con fatica si mise in piedi e barcollando, uscì nella notte. L’aria fresca e pungente la fece rabbrividire, poi sentì la manina tiepida di Cyr afferrarle la sua. Anche gli altri si stavano riunendo davanti a casa. I cavalli sbuffavano, sentivano di aver bisogno ancora di riposo, come i loro padroni. Ma era tempo di ripartire.
La donna si mostrò anch’ella sull’uscio della casa. In mano, un pezzo di pane nero, che diede a Benoit.
“Dividilo con tuo fratello “ Disse con un mesto sorriso.
Leoniero, si avvicinò alla donna, con in mano un altro poco di monete.
         “Prendete queste monete,l’inverno è lungo. Non bastano per ciò che avete fatto per noi, ma è tutto ciò che abbiamo. Ditemi chi siete e vedrò di farvene avere delle altre.”
La donna, abbassò il capo:
         “Sono Berta, la moglie del capraio. Il mio uomo è l’unico che ha le capre in questa valle.”
Anche Margherita era a fianco di Leoniero, con un piano singhiozzò abbracciò la donna e le sussurrò:
“Grazie, ti sarò riconoscente per sempre”.
Domnall traccio il segno di benedizione sulla donna e poi verso la piccola compagnia.
Poi tutti montarono a cavallo e con un leggero trotto, si allontanarono nella notte. La luna intanto illuminava la pista, che si dipanava nel bosco. Le ombre degli alberi scurivano il cammino, a tratti. Udirono distinti i cupi richiami del gufo e il grugnire dei cinghiali, in cerca di ghiande e radici. Se una foresta dormiva, l’altra vegliava sul cammino di quel manipolo.
Vennero le ore fredde e il sole, dopo aver colorato l’aurora, lentamente si levò dal suo sonno.
Con lo stesso passo, raggiunsero anche il vecchio campo. Gaspare, con occhi spiritati se li vide innanzi, temette che fosse arrivata la sua ora.
Margherita sola, gli si avvicinò e guardatolo con disprezzo, si chinò dall’arcione quel tanto da sputargli in faccia, poi proseguì, incurante dei farfugliamenti di quell’uomo.
Passarano ancora alcune ore, quando finalmente Vilfredo scorse uno dei segnali convenuti con Aiden.
         “Da questa parte. “ Disse “ Il buon monaco ci indica quale strada dobbiamo prendere. E’ bene affrettarci. Tra poco potremmo trovare compagnia. E potremmo dare spiegazioni, che non ho assolutamente voglia di dare. Neppure sul filo della mia spada. “
Il gruppo svoltò a sinistra, nel folto del sottobosco e dopo qualche tempo, in quei luoghi regnarono solo il canto degli uccelli, che salutavano il nuovo giorno.
 
 
 
Intanto nel luogo dello scontro, gli armigeri stavano raccogliendo i resti dell’accampamento. I corpi di Guy e di Jacquot, furono composti uno accanto all’altro. Gli fu tolto dal cranio il dardo di balestra all’uno e la lancia di Vilfredo all’altro. Furono attrezzate due barelle per trasportare i corpi, mentre quello di Pauliot, adagiato su di un’altra, ricevette le prime cure. Uno degli armigeri, una volta radunati i cavalli, si lanciò di gran carriera verso l’accampamento principale. Al seguito c’era anche lo speziale del Cavaliere. Avrebbe saputo che fare per lenire le ferite profonde dello zoppo e quelle di quanti avevano subito la furia di quei tre giovani. Passò la notte ed oltre ad un gruppo di altri armigeri capitanati dall’araldo di Guy, cui era stato affidato il compito di comandare il grosso dei francesi, giunsero pure un gruppo di altri armati. Recavano le insegne del Comune e del Vescovo di Susa. Una pattuglia che girava per i boschi, per riscuotere le tasse, controllare il legnatico e all’occorrenza essere d’aiuto e perché no giustiziare malfattori.
Germano da Chiomonte, il balivo del Vescovo, comandante quel drappello di susini, ascoltò con attenzione il racconto e bevve le falsità che i reduci raccontavano. Erano stati attaccati da banditi,numerosi come formiche e feroci come lupi. Avevano rubato cavalli, ucciso il Cavaliere e Jacquot e tutti quelli che avevano osato opporsi. Belve furiose e assetate di sangue. Germano consigliò di recarsi immediatamente a Susa. Là, nell’Ospitale del Vescovato, avrebbero trovato cure appropriate. Li avrebbero scortati. In quanto ai morti i monaci dell’Ospitale, li avrebbero composti e reso trasportabili nelle loro terre.
Ben presto la carovana prese la pista verso la città e solo al tramonto, passando nel luogo del vecchio campo di Leoniero e compagni, trovarono anche Gaspare, ormai allo stremo delle forze e riuscirono anche a fugare dei lupi, che aspettavano il tempo per il banchetto. Anche lui fu caricato su di una lettiga. A un giorno di marcia il resto della compagnia di Guy, stava discendendo verso Susa, per scortare l’ultimo viaggio del Cavaliere.
 
 
 
 
Era quasi buio, quando finalmente il gruppo di Leoniero, si riunì con il monaco Aiden. Erano stremati e desiderosi di cibo e sonno. Le ultime ore erano state sfiancanti per tutti, uomini e animali.
Il monaco aveva trovato un vecchio eremo. Nell’unica cella trovarono posto le donne e i ragazzi. Subito si gettarono sulle foglie, che Aiden aveva radunato e si addormentarono di colpo. Gli uomini, si ripararono alla meno peggio sotto una tettoia, che era usata per il ricovero degli animali. Anche qui sparsero erba e foglie, per farne giacigli. I cavalli furono, asciugati, strigliati abbeverati e lasciati liberi di pascolare.
Non era ancora il crepuscolo che già tutti erano addormentati. Tranne Aiden, che si prese l’incarico di vegliare il sonno dei compagni. Un’altra lunga notte si avvicinava. Più densa di riposo che non di pericolo.
 
Il Monaco Bianco

Era notte a Roma …


Potrebbe intitolarsi così questo commento ovale. Come il titolo di un filma di anni fa. Eppure così non è stato, anzi se mai si fossero fermate le nuvole sul Flaminio, bhé il ponentino capitolino le avrebbe spazzate via. In parte così è stato. Perché per più di 40 minuti quel vento è spirato, un po’ gagliardo e un po’ beffardo, sui contendenti.
I miasmi della palude mentale e fisica del dopo Dublino, per tutta la settimana hanno fatto da padrone nell’ItaliaRugby. Le armate sassoni incutono paura e siamo scesi in campo convinti che prendere tra le quindici e venti pappine sarebbe stato onorevole. Eppure dopo quaranta minuti il punteggio è chiaro come un bicchiere di Frascati, di quello ottimo.
Tre a tre. Il Flaminio ruggisce e quei quattro leoni sotto la statua di Nelson, sembrano quattro gatti, quelli dei Fori, che sornioni attendono le gattare Ci si domanda se c’è da crederci, invece di farlo.
Infatti il secondo tempo si apre con un pasticciaccio brutto, come quelli di via Merulana.  Break di Haskell  e Masi non acchiappa Money e la freccia d’ebano cambia passo e s’invola servendo un pallone d’oro a Tait, e sì che il buon Tebaldi si è scagliato come Sandokan sulla tigre, ma nulla di fatto.
Andiamo sotto di 5, ma anche Johnny “Gold”  Wilkinson ha le cartucce sottodimensionate. Ribattiamo colpo su colpo e teniamo gli albionici sotto il break e siamo sempre lì sul punto di contatto, per ricordare e ricordarci che ci siamo. BergaMirco intanto infila due castagne pesanti. Poi Johnny si sveglia e maramaldo infila un piazzato e il drop, salva partita per loro. Finale 17 loro, 12 noi.
Non male per una squadra che conta uno Zanni grandioso, man of the match e badate bene quel numero 8 sulle spalle pesa maledettamente e BergaMirco ha temperato ben bene il piede e da quadro è diventato il piedino d’oro e nello scontro con Johnny “Tomaia Divina” è uscito vincitore. 4 calci su 5, mentre per “l’oltremanica” 3 su 5.
Un’Italia per nulla doma, questa volta dura e decisa in campo con una difesa in linea pari a quella inglese. Sul pacchetto di mischia poi nulla da eccepire. Ancora una volta i bianchi lo hanno sofferto e si è visto. Si è vista un’altra squadra anche quando, fuori il nostro gigante Martin, non abbiamo mollato né il ritmo, né la caparbietà di avanzare. Per nulla domi, per niente paurosi dell’inferiorità numerica, ci siamo lanciati anche in pericolose incursioni a percussione. Insomma gli inglesi, per dirla sporca: si sono cagati in mano. E sì, perché la spocchia solita l’hanno rimangiata e mal digerita nelle “touches” perse, nell’asfissiante pressione difensiva che siamo riusciti a costruire, non permettendogli di operare in quei grandi spazi a loro congeniali. Se loro sono stati presentati come una divisione corazzata, bhé i nostri controcarro oggi hanno funzionato a dovere. Alcune volte, riconosco, un po’ guasconi, ma i nostri proprio in 14 hanno tenuto botta e anche banco, per nulla intimoriti e assolutamente presenti in campo. Ha avuto ragioni Dondi il RugbyPresidente. La differenza l’ha fatta un cartellino giallo.
Grandi gli azzurri, forse anche per l’evidente smarrimento che ha preso gli inglesi in molte delle fasi della partita. Certo che la classe non è acqua e il peso di quella ha supplito a certe deficienze. Non era certo l’Inghilterra del Millenuim di sette giorni fa, che ha tritato il Galles, ma ogni partita è un mondo a parte, non dimentichiamolo.
Ma non dimenticheremo certo questo pomeriggio romano. Non dimenticheremo facilmente questa maiuscola prova, perché oggi a Roma non è scesa la notte.
La mia Leonessa, impegnata per gli esami universitari, sentendo il succinto resoconto della partita  è stata lapidaria come sempre: “ Ah gli inglesi. Paura eh. Tanta paura e …. il solito buco di culo! Noi (L’ItalRugby) come sempre: tanta roba, tantissima. Oggi poi, un pullulio!”
Parole criptiche, di difficile decifrazione, ma data la giornata credo esprimano un incondizionato amore per la maglia e una fiducia per il ventisette prossimo.
Giorno di paga e sinceramente meglio pagare che essere pagati.
Sarò sugli spalti del Flaminio (Ne darò evidente ed inconfutabile prova) e voglio crederci, come ci ha creduto il Galles sabato contro la Scozia.
Voglio credere a quel vento di ponente per poter sentire ancora che era notte a Roma.
 
Sugli altri campi:
Il Galles ci ha creduto fino alla fine e quel 31 a 24 contro i cardi di Edimburgo è la sofferta testimonianza, di una partita giocata allo spasimo dai due contendenti.
La Francia dopo la partita di Murrayfield, che ho veduto sabato scorso proprio contro gli scozzesi e: chapeau ai transalpini, si è resa conto di essere una compagine forte, seconda a nessuna e ieri lo ha dimostrato infliggendo un sonoro 33 a 10 ai figli di San Patrizio. Ora Italia e Scozia sono a zero punti e la sfida del Flaminio è importante per non portarsi a casa il detestato cucchiaio di legno. Francia e Inghilterra a 4 punti e Irlanda e Galles a due. In corsa per lo Slam è rimasta la Francia, ma contro i dragoni dovranno sfoderare ancora una volta tutto il loro, per ora evidente, “allure”. La mano sulla Triple Crown, l’ha messa l’Inghilterra battendo il Galles, ma non ha ancora incrociato il campo né di Scozia e con l’Irlanda, proprio il 27 rinverdirà antiche contese.
Vedremo quale sarà il verdetto di Twickenham. Agli irlandesi brucia la scoppola di ieri, ma anche gli inglesi non hanno di che gioire.
Le penne d’oltre manica, se ironizzavano sul fatto che noi italioti avremmo ucciso per avere Johnny il Bello, credo che non gronderanno miele e qualcuno a Ink Street, il boccetto l’ha riempito di fiele. Anche per l’opaca prova di Johnny, sopra tutti.
Alla prossima, fratelli dell’ovalità del mondo.
 
Noi,quelli del ‘54 ( ovalmente a NordOvest di me stesso,nel giorno declinato all’amore)

Il Cammino delle Verità – 8/3

Capitolo VIII ° – parte III a
 
G
 
 
alopparono senza fermarsi, per molto. La luna contendeva al sole, il dominio del cielo, quando a un trotto sostenuto arrivarono ad una capanna. Si gettarono a terra esausti. La schiuma dai destrieri, mostrava di quanto fosse stata senza respiro la fuga e quanto avessero cavalcato senza posa.
Margherita e i due ragazzi furono portati all’interno. Vilfredo, che entrò per primo, si trovò di fronte una donna, con alcuni marmocchi, qualche paia d’occhi sgranati dalla paura, dallo spavento lo osservarono.
Dietro di lui apparve Domnall, in braccio il piccolo Cyr e per mano Benoit, più grandino. Si affacciò anche Flavia, che timidamente sorrise :
         “Non abbiate paura buona donna. “ Disse. “ Siamo stati assaliti da banditi. La mia padrona – indicò il fagotto di Margherita – è stata ferita. Vi prego di ospitarci per curarla. Almeno qualche ora. Vi pagheremo il disturbo. Poche ore soltanto.”
Da una saccoccia, prese due monete d’argento e le mise nelle mani della donna, a testimonianza che ogni parola è debito.
La donna, si guardò attorno ancora stordita dall’irruenza di quella entrata, poi con pochi gesti imperiosi, mandò i figlioli in fondo alla stanza. Indicò un rozzo paglione su cui adagiare Margherita.
Prese dalle braccia del frate, Cyr e sospinse delicatamente Benoit, verso quel giaciglio. Poi ripreso il comando del suo ambiente, imperiosa scacciò, tranne Flavia, tutti di casa.
Gli uomini uscirono e presi i cavalli, li portarono in un macchione lì vicino. Tolsero loro le selle e iniziarono ad asciugarli. La stanchezza cominciò a farsi sentire. Le ossa e i muscoli indolenziti dal rapido scontro, ma soprattutto dalla dura cavalcata, chiedevano anch’essi riposo. I cavalli furono asciugati, poi uno per volta abbeverati al ruscello lì vicino. Si divisero le ultime magre provviste. La notte intanto scendeva, come ogni notte i rumori del bosco, piano si amplificavano.
         “Quanto saremo distanti ? “ interrogò Tarik.
Vilfredo, seduto su di un sasso, con la testa tra le mani ebbe la forsa di sussurrare un:
 “ Non ne ho idea. ”
Leoniero, osservò il cielo e la posizione della luna e poi :
         “Abbiamo cavalcato un paio d’ore, sicuro. Avremo fatto dieci, dodici miglia. Ci fermeremo ancora un paio d’ore, poi riprenderemo la marcia “
Domnall, alzati gli occhi al cielo e vedendo che oramai la notte era padrona aggiunse:
         “ Mezzanotte non più tardi “
Tarik annuì, poi si distese sull’erba e di colpo si addormentò.
Nella casa intanto, Flavia e la donna, avevano lavato le ferite alle braccia di Margherita, che rinvenuta aveva gli occhi rossi di pianto e vedendo l’amica, china su di lei, l’abbracciò riprendendo a singhiozzare.
Flavia con gli occhi pieni di lacrime anch’essa la prese a consolare.
         “ E’ tutto finito. Sei tra di noi. Non temere adesso; riposa e non pensare. Quando sarà il momento riprenderemo il viaggio. Vedrai tra pochi giorni sarà solo un brutto ricordo. Guarda ci sono anche i due ragazzi. Li abbiamo strappati dalle mani di quei bruti. Non avere paura, non temere e non piangere più”
La donna guardò i ragazzini, che abbracciati oramai dormivano. Scosse la testa, poi dalla pentola che era sul fuoco, prese un mestolo di zuppa e la offrì a Flavia:
         “Prendete, è zuppa d’ortiche. Sono ormai le ultime. Mangiate. Poi ne daremo anche a loro – indicò Margherita e i ragazzi – Gli uomini, mangeranno più tardi. “
         “Grazie di cuore” di rimando Flavia “ ma non dovete privarvi del cibo, soprattutto i vostri bambini devono mangiare.”
La donne sorrise amaro.
         “ Sanno cos’è la fame. Su mangiate un poco”
Flavia posò la scodella a terra e appoggiò la testa alla parete di sasso della casa. Chiuse gli occhi e tentò di asciugarsi le lacrime, ma il sonno la rapì in un lampo.
Finalmente, la quiete dopo la tempesta.
 
Il Monaco Bianco

Il Cammino delle Verità – 8/2

Capitolo VIII ° – parte II a
 
 
F
 
 
ecero, come deciso, ma con cambiamenti dell’ultimo mometo. Ai lati dell’accampamento francese, si posero i due arcieri. Vilfredo al centro e l’asciutta figura di Flavia, con la balestra trovata al vecchio campo. Domnall, silenzioso, malgrado il corpaccione e il bastone, che un poco l’ostacolava, si diresse ai cavalli. L’agguato era pronto. Margherita intanto, era stata legata a faccia in giù, si di un ceppo e tutti quelli che passavano, si sentivano in diritto di toccarla. Chi le stringeva un seno, chi una natica tra le risa e i lazzi di tutti. Lei prima tentò di svincolarsi, poi passò agli insulti, infine oramai sfiancata, iniziò un pianto sommesso e il corpo di tanto in tanto era scosso dai singulti. Desiderava tanto non piangere, non dimostrare la sua paura, per orgoglio e per dare una chiara dimostrazione, che elle era erede di una casata di uomini e donne, che avevano saputo sempre mostrare coraggio e ignoravano la pavidità. In quel frangente poi doveva dimostrarne ancora di più, ciò che era per non aumentare l’angoscia evidente dei due ragazzini. Sentiva che qualcuno era lì, pronto a trarla in salvamento, ma ora era sola. Sentiva il peso grande di quella solitudine e non le rimaneva che piangere e pensare che forse, quelli erano gli ultimi momenti di vita. Passati legata come un animale, in balia di altri peggiori animali.
Non le importava dello scempio che avrebbero fatto del suo corpo, ma una parte pur piccola di se, gridava di rabbia, per non aver nulla per potersi difendere.
A un certo punto le si avvicinò Jacot, che con una mossa rapida le sfilò i pantaloni, mostrando a tutti le natiche della ragazza.
         “ Allora mio Signore” urlò forte, perché tutti sentissero “ Che dite, volete favorire, un assaggio, anzi perdonatemi, vogliate prendere ciò che è giusto, per il vostro lignaggio e per la legge, che nostr’Iddio vi ha generosamente e giustamente donato?” e rovesciò la testa in una risata isterica.
Il vino era corso copioso a festeggiare la vittoria.
Il cavaliere, malfermo, perché già visibilmente ubriaco si avvicinò al luogo del supplizio e con voce alterata dall’alcool trangugiato gridò:
         “Per il sangue di Giuda, voglio sì la mia parte. Piangi donna? Che ne è del tuo blasone ora che mostri il culo a tutti. Ti sfonderò e poi gli altri dopo di me ti abuseranno. Piccola impertinente puttana, avrai ciò che meriti. Io Guy de Rochebrune, coglierò il fiore del tuo culo, perché solo quello, posso cogliere. Di sicuro la tua fregna è come una caverna. Griderò in tutte le corti d’Europa che è tuo piacere, provare lussuria come i più sconci dei sodomiti. Neppure il tuo confessore ardirà avvicinarsi a te. “
 Poi con un tono isterico:
         “ Uomini, voi sapete farvi valere sul campo di guerra. Anche qui dovrete dimostrare di essere quei tremendi guerrieri che conosco !”
Detto questo si avvicinò fino a sfiorare Margherita e con un’incerta mossa si calò le braghe, mostrando una virilità approssimativa.
Poi cacciò un urlo belluino, ma rimase con la bocca aperta.
La voce si spense in uno strano singulto.
Si udì distintamente uno schianto di denti e ossa.
Vacillò all’indietro e dalla bocca, invece di oscenità, sgorgò un fiotto di sangue.
Cadde scomposto in posa oscena, all’indietro.
Evidente in mezzo alla faccia il dardo di una balestra gli aveva definitivamente devastato i lineamenti.
Flavia dalla parte opposta della strada stava in piedi, imbracciando ancora quell’arma micidiale.
Fu il segnale.
Leoniero scoccò la freccia che colpì Jacot appena sotto le spalle e la punta uscì dalla schiena.
Tarik, inizò a lanciare contro ogni cosa che vedeva in movimento. Vilfredo uscì dalla boscaglia urlando come un ossesso; a destra stringeva una corta lancia e al braccio sinistro, scudo e sotto la sua ascia.
Si fermò un attimo, giusto per scagliare la lancia nel petto di Jacot, che trafitto si rovesciò all’indietro e rimase lì con in corpo ad arco.
Domnall, intanto, dopo aver abbattuto a randellate il guardiano dei cavalli, con mosse rapite recise le briglie agli animali e cominciò a strepitare per farli allontanare.
Poi anch’egli come un ossesso, si lanciò nella mischia. Si trovò a fronteggiare prima un armigero, che impaurito dal gigante in saio, tentò un timido attacco, rimediandone una tremenda bastonata tra capo e collo, poi il frate si trovò contro l’altro sgherro di Guy, Pauliot.
Questi memore di quanto era successo all’Abbazia, non vedeva l’ora di uccidere il frate.
Il francese sguainò la spada e si scagliò conto al gallese.
Quest’ultimo parò con il bastone e poi lo toccò duro su di un braccio. Pauliot, accecato dall’ira, menava fendenti e Domnall, pareva soccombere.
Leoniero, se ne avvide e scagliò una freccia, che colpì il francese a un polpaccio.
Il dolore, accuì ancora di più l’ira di quello e preso com’era per il desiderio di uccidere il frate, non si accorse che Vilfredo, piombato a ridosso dei due, lasciata la sua ascia, gli aveva scagliato addosso la “franzosa”.
La lama tagliente, scagliata con forza, penetrò come il burro, nel corpetto di solo cuoio e si conficcò nel petto dello sgherro.
Cadde, con dipinto lo stupore sul volto.
Vilfredo raccolta l’ascia, passando strappò la sia accetta da lancio e corse disperatamente verso Margherita.
Accanto a quella già era arrivata Flavia, che con una daga stava tagliando le corde, che oramai avevano segnato i polsi alla giovane. Domnall,  si accorse di Cyr e Benoit e in quattro salti fu loro vicino. Saio e volto erano coperti di sangue e da quella bocca spalancata uscivano frasi terribili in lingua gallese.
Il frate non perdeva occasione di maledire con la lingua chi si avvicinava e nel contempo di benedirli con il suo bastone, menando botte micidiali. Tarik, intanto abbandonato l’arco, si era anch’egli avvicinato al gruppo, che oramai aveva campo libero, questa volta con i cavalli.
Domnall, presi sotto le braccia i due ragazzetti, come se fossero due sacchetti, li caricò sul suo cavallo e montato in arcione, diede sprone e si lanciò in un galoppo forsennato sulla strada del ritorno.
Flavia dopo aver alzato le braghe a Margherita, la avvolse in un mantello che l’arabo le aveva lanciato.
Vilfredo montò in sella e preso il fagotto con la ragazza oramai svenuta, postalo in arcione seguì a spron battuto il frate.
Così pure Flavia; Leonero uscito dai cespugli, lanciò le ultime frecce verso quella compagnia oramai allo sbando.
Fischiò a Falabrac e mentre quello passava al trotto veloce, agilmente saltò in sella, poi seguito da Tarik, si lanciò all’inseguimento degli amici.
Ora, oltre a quella degli innocenti, avrebbero dovuto salvare la propria di pelle. La strada da questo momento diventava più aspra e dura.
 
 
Il Monaco Bianco

Il Cielo d’Irlanda

Trifoglio_Irlanda

Il cielo d’Irlanda questa sera é una tavola di grigia ardesia dove il gesso della storia del rugby ha scritto il risultato:

Irlanda  29  – Italia 11

Non poteva essere da meno, anche se a tratti ci abiamo creduto. Forti, i figli del Muster e dell’Ulster, sono forti. Con uno schieramento tattico che rispecchiava quello del 6Nazioni passato e non per nulla hanno fatto lo Slam, in campo organizzati e presenti sempre in ogni momento, hanno avuto vita facile. Ma non perché gliela abbiamo consegnata su un piatto d’argento. Piuttosto dopo un primo tempo  giocato all’irlandese, in maniera cinica e accorta, nel secondo si sono limitati a controllare la situazione. Difesa accorta, chiusura feroce di ogni possibile smagliatura difensiva e poi quel distruttivo gioco dei calci piazzati di un Ronan O’Gara, in gran spolvero, hanno fatto la differenza. Gente pratica i figli di San Patrizio, segnano una prima bellissima meta, sfruttando un gioco alla mano veloce e fantasioso e con astuta forza la seconda.
Fortissimi in rimessa, poche quelle concesse all’Italia, se non dopo l’inserimento di Bortolami, che ha dato un senso migliore a questa importante fase di gioco. Si sono dimostrati buoni padroni di casa in quanto al possesso territoriale, per niente sciuponi.
Gli italiani hanno condotto un primo tempo che era partito con le più rosee prospettive. Difesa aggressiva, che i "Trifogli" patiscono e buon marcamento di quelli che più facevano paura: O’Gara e O’Driscoll. Poi il cecchino biondo ha preso a tirare con una cadenza spaventosa. Ronan, ha messo in carniere qualcosa come 143 punti, da che inconta gli azzurri e si é dimostrato il vero cannoniere del 6Nazioni accumulandone più di 500 in 8,9 anni.
Ma se per la prima meta contro, abbiamo di fatto lasciato le maglie un po’ troppo larghe, certo é che l’espulsione di Garcia alla fine de 1° tempo, ha segnato e condizionato la partita da quel momento. Altra meta di conseguenza all’inferiorità numerica e i terribili piazzati di Ronan. E’ vero eravamo sotto di due mete, ma la cattiveria di stare in campo c’era tutta. Solo che abbiamo giocato in attacco con un modulo un po’ scontato e le rimesse perse e un gioco al piede, fin troppo alla garibaldina, hanno dato i loro cattivi frutti. Però, pur in 14, proprio il nr. 14, Robertson sfruttando un banale errore di Trimble, ha piratato una palla e ci ha consegnato una meta allegramente cialtrona. Peccato per la trasformazione mancata, anche se Mirco si é rifatto nel secondo tempo. Cosa manca alla nostra compagine?  Un pizzico di cinismo sicuramente. Le manovre a volte troppo involute, quasi a dichiarare la beltà del nostro ombelico, possono essere gradevoli, ma lla fine sortiscono l’effetto contrario. Dopo 3, 4 fasi ci perdiamo e perdiamo la palla  e ci regalano brividi, che non vorremmo provare, noi spettatori. Forse abbiamo trovato due cecchini: Cowan dalla lunga distanza e BergaMirco sulla breve, ma come mi diceva il mio istruttore di tiro con l’arco, "Dopo che hai tirato mille frecce allora puoi iniziare ad allenarti, tirandone altre duemila, naturalmente."
Sconfitta questa che in fondo l’abbiamo subita sul campo e non già nello spogliatoio, come tante in precedenza. Dobbiamo credere di più nei nostri mezzi, perché il potenziale c’é tutto, ma pare che abbiamo paura di mostrarlo, abbiamo paura che l’avversario, come si dice "si caghi in mano". Se lo fa, che si preoccupi lui di portarsi la carta igienica, o no!
La nostra prossima preoccupazione é il 14 p.v.
Adesso io non so come sono messi in Paradiso, ma non vorrei che tra San Patrizio, San Giorgio, san Davide e San Dionigi non ci sia più posto per San Valentino.
Sarebbe proprio un bel regalo d’amore, per tutti quelli che credono nell’ovalità del mondo, ricevere in regalo la rosa inglese.
Al Flaminio, una vittoria anche risicata, sarebbe come dice la Leonessa "Tanta roba, mai troppa!".
E…. se avesse ragione.

Noi, quelli del ’54 (inevitabilmete ovalizzati anche a NordOvest, soprattutto lì)

Il Cammino delle Verità – 8/1

Capitolo VIII ° – parte I a
 
I
 
 
l gruppo degli inseguitori, da orami qualche ora era sulle evidenti tracce lasciate dalla soldataglia francese. Dalla profondità delle tracce dei cavalli Tarik, che si era posto in avanscoperta, capì che stavano avanzando oramai a piccolo trotto. Sicuri di aver lasciato alle spalle solo dei
morti, potevano prendersela con tutto comodo. Trovarono pure una fiasca di vino esaurita. I festeggiamenti erano già iniziati. La rabbia del gruppo aumentò ancora di più.
Erano le prime ore del pomeriggio e il sole iniziò a scendere. L’aria rinfrescava, presto il crepuscolo sarebbe giunto e le tracce si sarebbero confuse con la notte. Erano fermi in una radura, bevevano e si rifocillavano un poco, prima del combattimento. Nessuno parlava e si udiva il monotono stridio della cote, sulla lama dell’ascia che Vilfredo, stava facendo scivolare, per avere un bel filo. Flavia, si stava allenando a tirare la corda della balestra, che uno dei soldati aveva perduto e che lei aveva ritrovato; c’erano anche alcuni dardi. Pochi, ma quelli sarebbero bastati. Leoniero aveva tolto dalla custodia di pelli il suo arco inglese e tesa la corda, ritrovava la sua mira, scagliando frecce contro un grosso ceppo. Dumnall pregava sottovoce e teneva calmi i cavalli.
Arrivò Tarik con un grosso sorriso stampato sul volto:
         “ Ci siamo amici, miei, sono poco lontani di qui. Si sono fermati per la notte. Hanno piantato una tenda. Oltre a quelli che abbiamo visto, ci sono anche tre servi di cucina. Il grosso dev’essere più lontano ancora.”
Leoniero sorrise amaramente:
“ Noi siamo solo in quattro. Loro quindici armati, più tre ostaggi e tre servi di cucina. Adesso non so proprio cosa fare.”
Vilfredo si chinò e spazzò con la mano la terra davanti a lui e rivolto all’arabo disse:
         “ Dimmi com’é il campo? Dove la tenda, dove il fuoco e dove i cavalli? “
Tarik sorrise maligno:
“ Questo è parlare di guerra! Allora la tenda è posta verso nord, vicino a degli alberi. Accanto un rivolo d’acqua. Il fuoco è posto a destra della tenda, ma l’hanno acceso secondo me troppo vicino. I cavalli sicuramente li porteranno a sud della tenda e in mezzo a quegli alberi si metteranno a dormire gli uomini. A sinistra c’è il ruscello, oltre il fuoco ancora alberi e la pista si perde tra di essi. Praticamente hanno organizzato il campo in una rientranza della foresta.”
         “Quindi davanti alla tenda, il campo è aperto “ interloquì Domnall.
         “Abbiamo la possibilità di piazzare due uomini davanti al campo, uno che faccia fuggire i cavalli verso il campo stesso e altri due che svelti liberino i prigionieri.”
         “Già i prigionieri.” Intervenne Flavia “ Oh Tarik, hai visto Margherita e gli altri due ragazzini? Hai visto le loro condizioni? “
         “ Sì, li ho visti .” Rispose lui ” Sono legati davanti alla tenda. Seduti e guardati a vista da uno degli armigeri. Ho lanciato un richiamo, quello dell’astore e Margherita è stata toccata dall’Altissimo. Ha riconosciuto il grido e ha alzato la testa. Non ha guardato intorno, ma ho capito che lei ha capito che siamo qua e ci stiamo preparando! Che donna magnifica” E sorrise.
Leoniero si riprese:
         “Va bene siamo in cinque ma venderemo cara la pelle. Io e Tarik ci porremo ai lati del campo e con gli archi scaglieremo più frecce possibili. Flavia tu penserai ai cavalli. Falli fuggire verso il bosco,Vilfredo e voi, frate Domnall, a cavallo vi lancerete sui prigionieri. Non curatevi di ciò che si sta svolgendo intorno. A creare ancora più scompiglio ci penseranno le nostre frecce. E’ una pazzia, ma è l’unica che abbiamo come alleata.”
Salirono a cavallo. Domnall, levò il braccio e benedisse gli astanti:
         “Dio Misericordioso, fa che la nostra opera, porti a casa i prigionieri e che la Tua ira colpisca senza pietà, come hai colpito gli egizi al Sinai e i nemici di Gedeone sotto le mura di Gerico.”
Tracciò una gran croce, poi spronò il cavallo. Il difficile iniziava ora.
 
 
Il Monaco Bianco

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