CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “marzo, 2010”

Il Cammino delle Verità – 11/2

Capitolo XI ° – parte II a  
 
 

Non così Tarik.
Forse Padre Alberto, il padre guardiano, che al mattino lo ritrovò alle stalle intento ad accudire ai cavalli.
        “ Fratello” Lo aveva apostrofato ” Vieni, la mensa è pronta per la colazione. Sappiamo che non hai abbracciato la nostra religione, ma siamo uomini di pace e d’amore. Ti prego condividi con noi, quel poco e in quel poco troveremo gioia e letizia e sapremo  essere amici e vivere nella pace.”
Tarik, abbandonata la forca con cui stava distribuendo il fieno ai cavalli, sorrise al buon frate:
        “ Fratello, non so come ringraziare il tuo buon spirito e come ripagare la pietà, la generosità delle tue offerte. Per noi, seguaci del Misericordioso, è venuto il tempo del digiuno e della penitenza. Dall’alba al tramonto, non mangeremo né berremo, non toccheremo armi e donne e disattenderemo a quei lavori come ci ha ordinato il Profeta. Anzi sono io che mi sento in obbligo e ti prego di accettare questi doni. So che siete attenti a tutti quelli che bussano alla vostra porta. So che le richieste sono tante, ma le forze possono mancare. Accetta dunque questo denaro. So che lo adoprerai per il bene di tanta gente e questo mi permette di soddisfare uno dei precetti di questo mio periodo di preghiera e penitenza.”
Così dicendo dalla fascia che gli cingeva i fianchi Tarik prese una borsa, il cui contenuto era inequivocabilmente del denaro.
Frate Alberto, soppesò un attimo la sacchetta di cuoio; era abbastanza pesante e quindi l’elemosina era decisamente consistente.
Poi Tarik riprese:
        “ Ciò che è accaduto nei giorni passati, doveva accadere. Così ha voluto la volontà del Misericordioso e noi semplici servi e strumenti nelle sue mani, dobbiamo solo accettarla. Era scritto che doveva succedere ed era altrettanto scritto, che noi ne fossimo gli attori. Nulla poteva cambiare le cose, perché la volontà dell’Altissimo è molto più forte della volontà degli uomini. Scontarsi con la sua volontà è un atto di presunzione tale, che sarei finito schiacciato e calpestato. Ciascuno di noi ha una via da percorrere. Sia essa il bene come il male. Ambedue sono moniti per gli altri, che il Misericordioso è con noi e ci insegna sempre quali siano le vie da seguire o da abbandonare.”
        “ Ma allora” interloquì Alberto” Dov’è la libertà di abbandonare una via per prendere l’altra. L’empio può e deve seguire la via della giustizia. Deve convertire il proprio animo, chiedere perdono a Dio del proprio peccato e da Lui esserne liberato. Tu mi dici invece che non v’è possibilità alcuna. Chi è nel peccato rimane in quello, chi è giusto lo sarà per sempre. Non v’è salvazione, dunque? ”
Ribatté Tarik:
        “Colui che pecca é monito del peccato e gli altri faranno di tutto per non seguire quella strada. Meglio un peccatore e cento salvi, che cento possibili peccatori. L’Altissimo li guida sulle vie della purezza e abbandona l’altro sulla via della perdizione. Questi potrà però pentirsi all’ultimo e ricevere una punizione più mite. Questo perché con il cattivo esempio ha salvato cento fratelli, che non hanno percorso le sue vie.  E’ di difficile comprensione a anch’io ho dubbi in proposito, ma questa è la sua volontà e chi sono io per andarvi contro? Seguo i precetti e ciò mi basta. Quando sarò chiamato al cospetto del Misericordioso, avrò le risposte alle mie domande, sempre che ci siano le une e le altre siano tali e non semplici esercizi per solleticare la vanità dell’uomo.”
Padre Alberto rimase senza parole. Fissava il giovane moro, ma intuì che la fede di quell’uomo era profonda. Pur lontani sentiva che erano più vicini di quanto potesse apparire ai loro occhi. Erano è vero solo sensazioni eppure c’era un filo segreto che li univa. La piccolezza dei sui studi non gli permetteva grandi discorsi teologici, non si sentiva preparato per dibattiti e dispute, non era il suo ruolo quello, eppure pur nella differenza, sentiva che qualcosa li univa. Forse la fede nel proprio dio, forse il gesto di carità appena fatto, forse il rispetto per il luogo e le persone. Aveva notato nei pochi momenti trascorsi, che quell’uomo era sempre in disparte, ma mai altezzoso, disinteressato, piuttosto partecipe del suo ruolo e consapevole del posto che occupava.
D’istinto lo abbracciò e disse:
        “Grazie, nobile cavaliere, per il denaro che mi offri. Non capisco il perché e il fondamento della tua religione. Ma capisco che la compassione e la bontà d’animo, sono caratteristiche di ogni uomo. Ciò che mi offri con tanta generosità permetterà ad altri uomini un pasto, degli abiti, delle medicine. Siamo strumenti nelle mani di chi sta operando un disegno di cui non conosciamo se non quel pezzo toccatoci in sorte. Forse è questo che intendevi o che io ho inteso nelle tue parole. Rimangono i gesti, mentre le parole sono solo un vento improvviso. Grazie ancora”
Tarik sorrise e si inchinò davanti al frate in segno di rispetto e nella mente sua si formò improvviso un pensiero:
        “Le parole possono diventare pietre, amico caro”
 
 
Intanto a Susa, Giusto e Severino discutevano ancora sull’assalto e la morte di Guy. Il cavaliere e il suo braccio destro erano stati cosparsi di unguenti da imbalsamazione e composti in casse di legno forte. I feriti tranne Pauliot, si rimisero in piedi e presto sarebbero partiti per ritornare alle loro terre, prima che venisse inverno. Quella nubi nere e la pioggia ormai battente, di quella giornata, era sicuramente neve in quota, la prima dell’anno.
Il Vescovo a un  certo punto chiese a Severino:
        “Capitano, secondo voi, dove possono essere finiti? Perché non credo che la foresta li abbia inghiottiti. Di sicuro le nostre terre non le hanno abbandonate così, improvvisamente.”
Severino guardò il prelato e pensieroso rispose:
        “Ci sono due frati con loro e sicuramente si saranno diretti alla Sacra, sul Pirchiriano. E’ un luogo dove sfuggire, chiedendo asilo, a ogni possibile nemico. Voi stesso, e non che gli siete nemico, avreste delle difficoltà. Io sarei andato là.”
Il Vescovo rimase soprapensiero alcuni minuti, poi prese una campanella che era sul tavolo e la scosse. Comparve un converso, a lui chiese che fosse portato uno scrivano. Quando questo comparve, Giusto gli ordinò di ricopiare la missiva di Osea e di riportargliela appena pronta. Confidò a Severino che avrebbe aggiunto di proprio pugno alcune osservazioni. Alla fine della mattinata la lettera era stata ricopiata e il Vescovo aggiunse molte righe. Pensieri ed osservazioni che gli parvero acconce. Chiamò Germano il Balivo.
        “Prendi un cavallo il più veloce e robusto delle stalle e galoppa fino alla Sacra e consegna nelle mani dell’Abate Chiaffredo questa lettera. Non attendere risposta, omaggialo della mia benedizione e se dovesse dirti qualcosa appena torni vieni in mia presenza immediatamente. Non ha importanza se è giorno o notte, Vieni subito. Vai prima che la pioggia sia troppa.” Così dicendo lo licenziò e dopo poco Germano galoppava sotto una fastidiosa pioggia alla volta dell’Abbazia.
 
Il Monaco Bianco
 

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Ufficio Faccie nr. 8 – 9 – 10/2010

Comunicato nr° 8
Troppe volte si attribuisce agli altri, gli effetti della nostra pochezza
Ufficio Facce
 
 
Comunicato nr° 9
E’ duro diventare adulti, diventa problematico rimanere adulti, ma di più esserlo.
Ufficio Facce
 
 
Comunicato nr° 10
Divisi tra un glorioso passato e un incredibile futuro, ci sfugge il presente, inevitabilmente.
Ufficio Facce

Il cammino delle Verità11/1

Capitolo XI ° – parte I a  
 

La luce di un’alba livida, dal cielo che si caricava sempre più di nuvole gonfie di pioggia, era entrata anche nella stanzetta dove Margherita e Flavia avevano trascorso la notte. Le due ragazze la sera precedente erano crollate, subito dopo il frugale pasto. Ora Margherita si svegliò e dapprima sorpresa e poi quasi intimorita dal luogo a lei sconosciuta, cercò subito il conforto di un volto amico. Livia destatasi di soprassalto, parve spaesata, ma riconosciuta Margherita, acquietò lo spirito. Si abbracciarono, a suggellare l’amicizia e la vicinanza l’una all’altra. Rimasero in silenzio e tendevano l’orecchio a percepire i suoni, che potevano provenire da dietro l’uscio. Poi levatesi, presero a fare un poco di toilette. In un angolo scoprirono una brocca e un bacile e a turno si rinfrescarono. Cercarono poi le bisacce e tratti panni puliti, si cambiarono. Si pettinarono anche, tentando con questo di rimanere attaccate a un’immagine femminile, per quanto flebile fosse. Non vollero rinunciarvi; anche in quello stato di prostrazione apparire donne, dava loro il senso d’identità, di appartenenza al consesso umano. Loro che per un lungo e doloroso momento l’avevano abbandonato. L’una, gettata su un tronco, pronta per diventare olocausto di barbare voglie, l’altra imbracciata un’arma e trasformatasi in una sorta di angelo vendicatore e mortifero. Intanto l’uscio di dischiuse e il volto sorridente di madre Caterina, la più anziana tra le suore, che in quel momento vivevano all’Abbazia, fese capolino. Guardò le du giovini alzate e ancora un po’ impaurite e scosse dagli ultimi avvenimenti.
        “Buon giorno, mie care” Le apostrofò “ Vedo che siete già in piedi. Bene e spero tanto che il riposo di questa notte vi abbia giovato. Orsù, venite, che nel refettorio ci sono latte e pan dolce e dopo colazione, se vorrete parleremo un poco. Perché credo che il vostro cuore sia gonfio di tristezza ed amarezza. Parlarne servirà a scacciare la nube nera che vi sovrasta e troverete serenità. Quella che spetta a due giovini come voi. Venite, dunque”.
E presele sotto braccio le spinse nel corridoio e poi a destra, scesa una rampa di scala, le fese accomodare in una stanza a sinistra. Là, un vivace fuoco scoppiettava e le consorelle, quattro monache di diversa età e due novizie le attendevano. Furono portate due scodelle di latte caldo e alcune pagnottelle, che profumavano di spezie e coperte da un cucchiaio di miele. Le due ragazze mangiarono piano e intanto guardavano quel gruppo e un po’ titubanti sorridevano. Le consorelle, in silenzio ricambiavano i sorrisi e con gli occhi le invitavano a mangiare e scaldare il corpo. Terminata il breve pasto, madre Caterina, prese a recitare alcune orazioni. Ringraziando per il cibo donato e per i pericoli scampati dalle giovini. Poi con modi spicci, ma non burberi, le invitò a parlare di se e di quanto era accaduto.
Margherita, non riusciva a capire come quella donna sapesse i fatti, ma aveva l’animo ancora gravato da un peso e sentiva il desiderio di liberarsene. A Flavia, invece, spuntarono due lagrimoni, che si asciugò subito con la mano.
Madre Caterine sorrise e prese le mani delle due giovani disse:
        “Coraggio, parlate, liberatevi l’anima. Solo condividendo saprete liberarvi di quel peso. Solo parlando allontanerete le ombre che vi affliggono. Questo non vuol essere una richiesta di confessione. Non potremmo. Non vuol essere un abbandono alla maldicenza, al pettegolezzo. Cercate in voi le ragioni e non preoccupatevi di come sappiamo che avete attraversato grandi tribolazioni. Il buon Padre Chiaffredo, mi ha chiesto di sentire anche la vostra storia. Dovrete raggiungere tra breve le vostre case, riabbracciare i vostri affetti più cari. Portare a loro i dolori, renderà la vostra riunione un momento non di gioia,ma di mestizia. Dovrete essere felici di riabbracciare le persone che via hanno sempre amato e non via hanno mai abbandonato, nel ricordo, in ogni momento. Lasciate che queste mura siano le uniche testimoni delle vostre tribolazioni. “
Margherita prese a parlare, d’impeto e più il discorso fluiva e più sentiva che l’angoscia, che l’aveva posseduta, la stava abbandonando. Sentiva che parlare degli ultimi giorni era la medicina che le occorreva. E con lei iniziò a parlare anche Flavia. Travolsero le suore con un fiume di parole e più il racconto assumeva i cupi contorni della tragedia che sappiamo, più le consorelle si sentivano travolte da quell’ondata terribile. Soprattutto le due novizie, si stringevano l’una all’altra, spaventate da quanto udivano.
Madre Caterina, mano a mano che il racconto fluiva, corrugava la fronte e stringeva le labbra. Ricordava quanto lei stessa ebbe a patire in tempi abbastanza lontani e come quel dolore, che lei pensava rimosso, ancora faceva sentire i suoi morsi crudeli.
Scese un silenzio insopportabile, alla fine di tutto. Ogni donna era immersa nei propri pensieri ed anche il fuoco, ormai ridotto a poche braci rosseggianti, sembrava essere sommerso da quei fatti e agonizzava, nel camino. A spezzare quell’immobilità ci pensò Flavia, che afferrato un ciocco, lo gettò sul fuoco insieme a una manciata di foglie secche. Subito quello, riprese gagliardo e diede una sorta di sveglia a tutte quante.
Madre Caterina si rivolse alle consorelle:
        “ Avete sentito, che terribile storia, ci è stata narrata e avete udito come ancora una volta l’uomo diventa una belva per gli altri uomini. Ancora una volta noi donne siamo diventate merce di scambio, di gioco, di soddisfacimento degli appetiti più vieti dell’uomo. Preghiamo dunque per le anime di queste due nostre sorelle, che il buon Dio ha permesso che fossero salvate, da chi ha visto in loro, non balocchi, ma corpi ed anime pure e sante. Future spose e madri e a Lui piacendo, docili strumenti della Sua gloria. Ora andiamo a lodare e ringraziare l’Altissimo per i pericoli scampati da queste due giovani e meditiamo sulla bontà della scelta compiuta, di ascoltare e affidarsi sempre alla volontà di Dio.”
Margherita e Flavia, si guardarono di sottecchi, non riuscirono a capire il senso dell’ultima parte del discorso della Madre. Che volesse suscitare in loro una curiosità verso la vita monastica? Che tentasse di chiamarle ad una vita votata solo ed esclusivamente al Signore, disinteressandosi del mondo e così rifuggire i pericoli di esso? Ecco, uscite da un’angoscia, per essere poste tra dubb
i ed incertezze, non era quella di certo la medicina che andavano cercando. Forse era stato più per le consorelle, per riaffermare e rinvigorire una scelta da loro compiuta o forse per far capire la bontà di quella alle due novizie.

Certo è che rimasero perplesse.
 
IL Monaco Bianco
 

In Bocca al Drago

Piume_Galles

Così è finita. E’ finita con i nostri in bocca al dragone, in una partita nata sotto buoni auspici e continuata così per i primi dieci minuti, con gli azzurri schierati a falange, desiderosi di dimenticare e far dimenticare la bevuta di “pastis” di sette giorni fa. Poi i primi sbandamenti, i primi cedimenti. La nostra fanteria è caduta prima sotto gli impietosi tiri del cecchino Stephen  Jones, cinico fromboliere. Poi anche l’arbitro ha messo del suo, non frenando con il giusto polso le cariche della cavalleria gallese, a volte troppo rude, con una fisicità nel gioco sempre al limite. Ma sappiamo che i gallesi, non sono mai domi; per loro esiste solo una fase di gioco: l’attacco.
L’Italia questa volta non ha saputo arginare l’onda rossa, così come aveva fatto conto l’Inghilterra prima e la Scozia dopo. Anche gli infortuni hanno pesato. In settimana Del Fava e Derbyshire, che dovevano sostituire chi non aveva brillato con la Francia, si sono acciaccati, tanto da rendersi indisponibili. Poi sotto i rudi attacchi delle furie rosse prima Canale (sospetta frattura di una costola) e poi Canavosio, anche lui toccato duro, ci hanno privato di due pedine importati. Nel secondo tempo poi l’espulsione temporanea di BergaMauro, per un fallo che sinceramente era da attribuire al gallese che impediva il rotolamento esterno di Garcia da un maul, ci ha privato per dieci minuti di una pedina fondamentale e costretto a soffrire in quattordici.
Ecco che ai dodici punti nati dal piede di Jones, e la meta di Hook nel primo tempo, si aggiungono le due mete del secondo tempo; Hook prima e di Shane Williams con le ineluttabili trasformazioni di Jones. Pensare che avevamo avuto anche la possibilità di accorciare le distanze nel primo tempo, con il solito piazzato di BergaMirco. Abbiamo atteso fino al 65’ del secondo tempo per vedere infilata la porta, prima con Mirco con un piazzato, poi al 75’ alla fine di un buon attacco corale ecco che McLean schiaccia il pallone oltre la linea di meta.
Partita dura dalla quale i nostri ne sono usciti a pezzi, riconosciamolo. Oltre al risultato, che a mio parere non è assolutamente veritiero delle forze in campo. Riflette se vogliamo la diversa mentalità dell’approccio alla partita. Il Galles portato all’attacco, sempre e comunque. Noi a difenderci con tenacia. Credo che la nostra difesa abbia risentito delle battaglie angloscozzesi e di quella sciagurata passeggiata sui boulevards, la scorsa settimana. C’eravamo di testa ma fisicamente stanchi e anche sfortunati. Per un torneo rivelatosi particolarmente duro, é venuta a mancare una pedina importante, Parisse.  In campo sono scesi sempre i soliti, ma quelli abbiamo e i rincalzi non hanno purtroppo uno spessore internazionale. Le occasioni per dimostrare che non siamo i parenti poveri le abbiamo avute e nel possibile le abbiamo sfruttate. Ora si aprono nuovi scenari.
Che sia la Celtic League, dove finalmente due compagini italiane sono approdate, a dare quella svolta che da tempo tutto il movimento aspetta? Vedremo dal settembre prossimo. Con due squadre italiane potremmo assistere ad un’immigrazione di ritorno. Cioè, dai campionati inglese e francese potrebbero rientrare i vari Castrogiovanni, i due Bergamasco, Parisse, Perugini, che militano anche con buona fortuna al di qua e al di là della Manica. In Celtic , attualmente giocano i grandi nomi delle nazionali inglese,scozzese,irlandese e gallese. Avversari da anni al 6N. Una possibilità in più per conoscere il “nemico”, ma soprattutto una grande possibilità di crescita per i nostri giovani più promettenti. Reggere 60,70 minuti nel corso di 22 partite in un anno, con la possibilità dei playoff (per ora ammettiamo, remota possibilità) vuol dire non  commettere più gli odierni errori nelle prossime edizioni del 6N e andare ai Mondiali del 2015, con un’altra nomea e forse con maggior rispetto.
Sicuramente non saremo più un “appetizer” in bocca al dragone.
Concludendo, alla Francia va il trofeo vinto con lo Slam (5 partite, 5 vittorie) e il trofeo Garibaldi, dopo la strapazzata che ci ha dato.
La Calcutta CUPnon è stata assegnata, per il pareggio tra Inghilterra e Scozia a Murrayfield.
La Triple Crownrimane non assegnata infatti le compagini del Regno Unito hanno subito almeno una sconfitta ciascuna.
Ci ritroviamo a febbraio del prossimo anno. Mi raccomando, tonici come sempre. Anzi con uno zinzo in più. A giugno ci sono i mondiali nel paese della Grande Nube.
 
Noi,quelli del ‘54 (ovalmente a NordOvest di me stesso,per un terzo tempo meritato)
 
 

Il Cammino delle Verità 10/3

Capitolo X ° – parte III a  
 

 
Su di una panca, in chiesa Leoniero, meditava. Di quelle meditazioni, non riusciva a venirne a capo. Quando si sentiva pronto per almeno giustificare le sue scelte e le conseguenti azioni, ecco che spuntava un nuovo pensiero, una nuova idea e tutto era rimesso in discussione.
Da una parte sentiva che arrivati a un certo punto, nella vita oltre che con le parole occorreva battersi con le armi. Dall’altra riteneva l’uso delle stesse, come contrari ai principi cui era stato educato. Aveva utilizzato le armi per attaccare, non per difendersi. Ma nel contempo si sentì obbligato della scelta. L’onore, la vita di Margherita erano state, per un momento nelle sue dita, nel suo occhio d’arciere, nella sua scelta di combattere. Combattere e accettare anche di uccidere. Contro chi aveva tirato, non erano i paglioni su cui si allenava. Non era l’agile cervo o l’ispido cinghiale, che rincorreva nelle cacce al seguito del Conte, suo signore. Erano esseri umani, corpi pulsanti di vita, cuori che battevano per uguali sentimenti. L’amore di una donna, la risata di un bimbo, la bellezza della natura, questi erano le cose per cui il cuore batteva. Lui con lo scoccare della freccia aveva interrotto per sempre tutto ciò. Si rese conto che altrettanto avrebbe potuto fare il suo avversario. Non ci sarebbero più state battute di caccia, gli sguardi compiaciuti di suo padre, non avrebbe più visto il sorriso di sua madre e non avrebbe più riso e scherzato con i fratelli e le sorelle, che aveva lasciato a casa. Tutto si sarebbe risolto in un ultimo fugace sguardo all’asta di una freccia conficcata nel suo petto, o forse il barbaglio della lama che gli avrebbe spaccato il cranio. Le sue ultime immagini sarebbero state d’odio e di morte, non il rosso di un papavero, non le figure snelle delle giovani servette al castello del Conte, né l’ispido muso di Teribil, il suo cane, che aveva affrontato con lui quel viaggio, così lungo e non ancora concluso, se mai si fosse concluso.
Assorto così nei pensieri, non si accorse della comparsa di Vilfredo.
Anch’egli aveva il volto segnato e si leggeva che stava attraversando anche lui la terra del tormento, dell’incertezza, del dubbio, su quanto era accaduto.
Vilfredo gli si avvicinò e pose la su amano destra sulle spalle del giovane  arciere. Che girò appena il capo e afferrò d’istinto quella mano. Era il segno di una compassione profonda, di un’amicizia sentita e che gli ultimi avvenimenti avevano cementato fortemente.
        “ Come va? “ disse in un soffio. “ Sei riuscito a riposare?”
        “ Un sonno senza sogni e un risveglio che mi ha portato pensieri e domande a cui non riesco a rispondere. “ di rimando Vilfredo.
Poi continuò:
        “ In questi giorni di viaggio, dopo il combattimento, passata la buriana dell’azione, mi sono chiesto più volte se le mie azioni sono state dettate dalla mente o dal cuore. La mente, che ci dicono sede della ragione, ha guidato la mia mano. Ha spazzato e spezzati quelli che ho considerato nemici. Ha guidato il mio braccio, le mie azioni. Ha rammentato tutti gli insegnamenti ricevuti dai miei maestri d’armi. Ho combattuto e vinto, ho ucciso, quasi che non fossi più io ma un automa. Una macchina cui impartisci un ordine. Un buratto che agiti secondo uno schema, secondo il copione del dramma. Ero io, oppure un demone si è insinuato in me e ha compiuto ciò che è stato fatto? Il mio cuore dov’era? IL cuore, la sede dei sentimenti, quelli che inscindibili dalla mente governano le nostre azioni, l’ho ascoltato solo per placare una sete di vendetta?
Cosa abbiamo fatto infine? Abbiamo abbattuto un mostro o ne abbiamo creati altri. Noi stessi siamo destinati a essere mostri? Per una sete, apparentemente insaziabile, abbiamo stravolto le nostre vite? “ Sospirò profondamente, poi dopo un breve silenzio riprese.
        “Mi rendo conto di essere sul baratro. Ho coinvolto tutti voi in una caccia maledetta. Ho creduto che scacciare da quel consesso, avrebbe riportato la serenità. Ho creduto che quello che ho compiuto non solo fosse il bene, ma lo fosse soprattutto per me. Non ho mai amato Guy. Ho avuto ripulsa fin dall’inizio. Avevo la sensazione della putredine del suo essere. L’ho scacciato più per me che per un senso di giustizia. Quando poi si è ripreso i ragazzi e rapito Margherita, nel mio cuore ho letto solo odio e vendetta. Sete di sangue, di omicidio, di distruzione e non ho dato più spazio alla giustizia, alla pietà.
Ed ora, per soddisfare quella sete ho gettato in grande pericolo, le persone più care che la vita mi ha posto accanto” E improvvisamente, scoppiò in un òlungo e disperato singhiozzo.
Leoniero, davanti a quel fiume di parole e quella reazione improvvisa, rimase di sale. Mai avrebbe immaginato quella sorta di confessione, mai avrebbe pensato di vedere l’amico scosso da un tormentato rimorso.
Rimorso poi di cosa? Anch’egli pensava che uccidere, non fosse un bene? Tutti loro lo pensavano, anzi lo credevano fermamente. Avere il rimorso di aver eliminato un essere immondo e spregevole, indegno di sedere nel consesso umano? Era una cosa che andava fatta e quello era toccato in sorte a loro. Quindi perché quelle lacrime, quegli inutili patimenti a posteriori. Ciò che è fatto è fatto. Non si torna indietro e in verità non sarebbero tornati indietro. Quando partirono per liberare i prigionieri, non si erano resi conto di tutto ciò. Volevano solo riavere con loro le perone care, gli amici di un lungo viaggio. Dare speranza a chi era condannato a una vita d’inferno, accanto a mostri umani che banchettavano a piacere con i loro corpi. Non avevano sentimenti, cuore, pietà, ma solo desideri da soddisfare in modo turpe, abominevole. Le persone erano cose e quelle servivano per un immondo piacere.
Leoniero si levò dalla panca.
        “Basta.” Disse “ Basta piangere, fare delle nostre azioni, continui momenti di tormento. Abbiamo compiuto ciò che il cuore ci ha comandato. Abbiamo creduto e cediamo che ogni essere umano è tale e non una cosa. Non possiamo gettare l’uomo come un ciocco, che si butta nel fuoco. Come non dobbiamo consumare gli altri per il nostro diletto, così non dobbiamo consumare noi, che abbiamo agito per spezzare quella perversa spirale. Dio ci ha guardato mentre combattevamo e sa che la nostra è stata una giusta battaglia. Che potranno fare gli altri uomini? Bandirci, considerarci malfattori? Io non mi sento una malfattore, piuttosto un uomo che si è ribellato ai tormenti che un altro uomo infliggeva ai deboli, ai piccoli agli indifesi. Ho compiuto un atto di giustizia, non ho derubato nessuno. Non ho ucciso per depredare, ma piuttosto per riavere ciò che il mio cuore sentiva mancante.”
Vilfredo alzò il volto, rigato di lacrime. Strinse le mani all’amico e in silenzio annuì.
        “ Sì, abbiamo fatto la cosa giusta” disse.
 
Il Monaco Bianco
 

Ici Paris

Galletto_Francia

Non so voi, che partita a vete visto domenica pomeriggio. Io di  certo ho visto scorrazzare per il campo dello Stade de France quindici sanculotti, con tutto l'armamentario del caso, ghigliottina inclusa, che al grido di "ça irà", hanno fatto il bello e il cattivo tempo. Dall'altra parte quindici turisti più attenti al "pastis" che si può bere  "Aux Deux Magot" o il calvados del "Procope", che interessati ad una parita di rugby.
I saculotti, hanno bevuto a garganella lo champagne, che si sono offerti senza risparmio. Nei nostri bicchieri hanno mesciuto un vino spesso che sapeva di tappo.
E' vero che in due occasioni, ma giusto quelle due, BergaMirco, da bravo scolaretto, ha eseguito un compitino giusto per la sufficenza.
Ma per 65 minuti, ci siamo aggirati in quel rettangolo verde, quasi come al Campo di Marte, a cercere la Tour Eiffel, più che palloni giocabili. Come ebbe a scrivere una mia professoressa di francese su un mio compito, riuscitissimo per il 4 che mi appioppò: "quelle honte!".
E neppure una risibile scusa per imitare Cambronne.
Poi all'improvviso, madame Italia, svegliatasi e forse sazia di "pastis"si é messa a giocare a rugby.
Forse i saculotti, sazi di tanta ordalia consumata, avranno detto, in cuor loro, che sì potevamo mostrare al pubblico di cosa eravamo capaci.
Così prima un Canavosio, che aveva già provato e quindi desideroso di rifarla, la via della meta, appena ha trovato un buchetto giusto giusto, non si é certo fatto scrupolo di segnare.
Quindi Del Fava, rocciosa seconda linea, alla fine di un bel gioco corale, servito sontuosamente da un giovane Derbyshire, entrato da pochi minuti, come la locomotiva di gucciniana memoria ha lasciato tutti al posto portando a 2 le mete italiane.
BergaMirco, dal piede sempre meno quadro, trasforma.
Tirate le somme 46 loro, 20 noi … però.
Eh sì, perché il però ci va tutto. Abbiamo preso la bellezza di 26 punti in 25 minuti. Un punto a minuto. Dopo 20 minuti avevamo sul groppone 2 mete trasformate e un piazzato. Le aperture inguardabili, in preda ai fumi dell'assenzio. I tre quarti con gli occhi bassi, faticavano in copertura. Il punto d'incontro era sempre e solo francese. Sembrava la Beresina e noi avvolti nella bandiera dei quattro mori.
Mi viene da pensare che aver battuto i Clan dei Pitti, non sia stata una bella cosa. Siamo entrati in campo già decisi a perdere, più che pronti a vender cara la pelle. Demotivati, stanchi, con la testa alle nostre docce, più che ai pali ad "H" avversari. Forse é stato così. Visto che per ques'anno facciamo a meno della posateria, facciamo a meno di faticare. Questa poi non la digerisco proprio.
Adesso abbiamo sei giorni per ripensarci e pensare seriamente che al Millenium, non ci aspetta il Galles strapazzato dall'Irlanda, sabato.
I Dragoni, come sempre venderanno cara la pelle, soprattutto a casa loro. Sanno cos'é l'orgoglio, sanno che a Cardiff, una sconfitta sarà molto mal digerita. Loro non mollano e fino all'ultimo ci credono. Visto cosa son riusciti a fare agli scozzesi.
Battuti negli ultimissimi secondi. Mai domi, mai piegati.
L'italia dovrà essere San Giorgio, più che la principessa.

Noi, quelli del '54 (meno ovalmente del solito, ma sempre a NordOvest di se stessi)

Il Cammino delle Verità – 10/2

Capitolo X ° – parte II a   
 

L' alba si alzò livida. Il cielo, iniziava a velarsi, L’aria sempre più fresca aveva odore di pioggia. Sicuramente in quel giorno si sarebbe scatenato un temporale. Intanto i frati e le suore dell’Abbazia si erano già levati. Chiaffredo passeggiava sotto il portico del chiostro, attendendo che gli ospiti si levassero per poter parlare loro, ma soprattutto voleva parlare con Aiden, prima di chiunque altro. All’improvviso il suo interlocutore fece l’ingresso nel chiostro. Mostrava ancora i segni della stanchezza accumulata nei giorni precedenti e la fatica e le preoccupazioni si leggevano bene tra le evidenti rughe del volto.
        “Allora, caro fratello, sei riuscito a riposare, finalmente” Chiese con un  sorriso appena accennato, CHiaffredo.
        “Sì “ Rispose Aiden “ Sì, finalmente. Gli ultimi giorni sono stati veramente terribili. E per le cose successe e per come le ho vissute”
Riprese l’altro monaco:
        “Infatti di questo ti volevo parlare e chiedere di cosa ti ha spinto fino a questo luogo. Ne sono passati di anni e all’improvviso, compari come una gradita in verità, meteora. Quasi un’ombra che sale dal passato a vederti ier sera.”
        “Sì “ Di rimando il secondo monaco.” In verità avevo già intenzione di fermarmi presso di te, prima di proseguire il cammino verso il Santo Luogo. Ho con me alcuni commentari del Venerabile Beda, che reco in  dono ai fratelli d’Irlanda a Roma. Se fossi passato in queste terre senza neppure porgerti un saluto, per breve che fosse, non me lo sarei perdonato. Quindi eccomi qui e se avrai la pazienza di ascoltare, ora ti narrerò in breve, i dolori di questi giorni.”
Così iniziò il racconto dei giorni passati, senza omettere nulla, senza tralasciare nulla, se non alcuni insignificanti dettagli.
Sul volto di Chiaffredo transitarono stupore e perplessità, angoscia e raccapriccio, dolore e sofferenza, ma anche rabbia ed indignazione. Al racconto per sommi capi dello scontro nella foresta, si segnò più volte, scuotendo il capo in preda a viva emozione.
        “Questo è quanto è successo” Disse Aiden, con un ultimo sospiro. “Come ha sentito, non sono messaggero di immagini edificanti. So di avere portato sconcerto nel tuo cuore e ti chiedo per questo perdono. Ora però è importante che io ed i miei compagni riusciamo a raggiungere l’Abbazia di Staffarda.
Là donna Margherita è attesa. Il marchese del Monferrato ha mandato emissari a prelevarla, per riportarla a casa dopo un esilio lungo e difficile, per la ragazza. So che chiedo troppo alla tua generosità, ma sapessi cosa si dibatte nel mio cuore. Quali pensieri, quali tormenti. Mi sento indegno dell’abito e anche di essere uomo. Ho abbandonato un mio simile in mezzo alla foresta. Ero carico di rabbia, di livore e temo di odio. Ho benedetto uomini ed armi che andavano contro altri uomini. Portavano morte e distruzione. Sicuramente le loro azioni hanno generato lutti e dolori in altre persone e in altri luoghi lontani da questi. Forse io stesso, ora, sono considerato un fuorilegge.
Se non agli occhi degli uomini di certo davanti all’Altissimo e non ho occhi per implorare il Suo perdono.”
Concluse chinando il capo e stringendolo tra le mani.
Lente, scendevano lacrime di dolore, di pentimento e anche di sfogo per la troppa tensione accumulata.
Era rimasto apparentemente saldo, per infondere fiducia ai propri compagni, per non vederli abbandonarsi alla disperazione, eppure ora, sentiva quel peso che si era calato sulle spalle, come troppo per le sue forze.
Chiaffredo stette in silenzio per vari minuti.
Anch’egli a capo chino fissava le pietre del pavimento claustrale.
Non trovava le parole, quel conforto che sentiva di dover dare all’amico. Forse perché le cose raccontate e accadute erano così enormi, così lontane dal quotidiano, che non riusciva a delimitarle.
Non riusciva a porle nei giusti confini.
O forse perché il protagonista di tanta follia era un amico e non accettava che un amico avesse posto in una tale tormenta.
Intanto il cielo si era fatto scuro e i primi goccioloni di pioggia cominciavano a scendere.
Chiaffredo pose una mano sula spalla sinistra di Aiden e in un sussurro disse:
“Come amico, ti capisco e compatisco e vorrei in un abbraccio che tutto ciò che hai vissuto scomparisse per sempre. Le prove a cui ti sei sottoposto, insieme agli altri, vorrei che svanissero come la nebbia con il sole.
Come confratello, condividendo la tua angoscia, sono certo del perdono dell’Altissimo. Giudica in modo completamente diverso dal noi. Saprà vedere la bontà delle tue azioni e queste sono sicuramente mattoni del Suo disegno, che a noi sfugge, che ci appare sempre più misterioso.
Se questa era una confessione, chi sono io per non assolvere i tuoi peccati, se tali devono essere percepiti? E’ vero hai abbandonato un malfattore, ma lui sapeva del male che compiva. Era cosciente che il demonio albergava nella sua anima. Percorreva le vie oscure della perdizione. Ha mostrato forse voglia di ravvedersi, di rientrare nei sentieri del Signore?
No, anzi voleva saccheggiarvi e forse avrebbe anche ucciso i tuoi compagni, se tu non fossi intervenuto. E poi non ti sei battuto, per salvare quei due fanciulli? Non hai forse osato opporti, ed eri disposto a fare anche di più, ne sono sicuro conoscendoti, all’autorità dell’Abate Osea.
Hai accusato un cavaliere di Francia. Ti sei attirato forse, se non l’ira, certo la malevolenza di un potente della terra.
In nome della verità e della giustizia.
Lo hai fatto con fede, cercando la carità per due esseri umani, nella speranza di sovvertire e anche sconvolgere l’empia vita di molti.
Fino a che sei qui, tra queste mura o percorrerai le terre dell’Abbazia, che nessuno osi alzare la mano su di te e su quelli che ti accompagnano. Pregherò affinché la collera di Dio si abbatta su chiunque voglia compiere una simile empietà.” 
Da sussurro, il tono della sua voce, mano a mano che il discorso fluiva dalle labbra, si alzava sempre di più fino a rimbombare, tre le pareti del chiostro, alla chiusa finale.
        “Ora esprimi i tuoi desideri e io vedrò di accontentarli. La nostra amicizia non si fermerà di certo perché un sodomita infiocchettato ha avuto ciò che si merita. Non saranno certo le maledizioni di un escremento  d’uomo, quelle che potranno intaccare l’animo di un figlio di San Ciaran. Ti aiuterò a portare a termine la tua impresa.”
Aiden si passò l amano sul volto e asciugandosi le lacrime disse:
        “Grazie fratello, sapevo di contare sul tuo aiuto, ma non immaginavo quali potessero essere e quanto profondi fossero i legami di amicizia che ci uniscono” E lo abbracciò.
 
 
Il Monaco Bianco

V’é qualcuno ? note in calce

Oh donne ed uomini, che del badile, in questi momenti, ne avete e ne fate arma onde affrontare, nell’inutilità del gesto, la copiosa epifania invernale che da ore tormenta il Bel Paese.
 Orsù fermativi. Traccheggiate un momento, cavalcate l’onda lunga del riposo da quell’affanno, inutile e dannoso per le vostre povere ulcere duodenali.
Vi chiedo se qualcuno di voi si compiace di ingaggiar tenzone con il ditirambo giambico, o il semplice giambo. Vi chiedo se c’è chi ama allo spasmo l’endecasillabo sciolto, oppure quello compresso. Ci sono, tra voi, coloro che fanno del verso sciolto opera somma? Oppure soggiacciono alle spire voluttuose del mottetto, della canzone, del madrigale?
Amate i carmi, le elegie, godete del verso georgico o d’impronta bucolica? Sciogliete i vostri ardori nel sempre amato sonetto?
Ebbene se tra di voi, vi sono tali amanti di ciò che ho detto, elevi, lo supplico, un poema, un’allegoria, un carme all’Inverno. Ne decanti la beltade, l’inarrivabile sua apodittica presenza nel panorama stagionale dell’uomo e dell’Orbe Terracqueo. Lo innalzi alle vette sublimi del bello, del prezioso. Affermi che Lui, è l’unica stagione vivibile dall’uomo, nel suo peregrinare. Acciò che finalmente esausto e satollo di tanto, abbandoni le sue furie, consumante tra gelo e malo tempo. Si adagi verso il riposo, che gli spetta dopo tanto suo infuriare. Affinché, pallida e diafana Primavera, giunga a mostrare l’esangue suo volto e con il cavalcar dei giorni, assuma i colori, che tanto aspettiamo.
Che l’Inverno, nel suo infuriare, abbia scordato ciò che da immemori il saggio declama: “Unicuisque suum”.
Dimentico forse delle parole delle Sacre Scritture che dal profondo delle ere ammoniscono: “C’è un tempo per …”
Inverno, maledetto imbornito, tra pochi giorni Primavera danzerà, con e sul riso del tuo disgelo. Esecrando cialtrone, termina la tua fornitura di neve. Abbiamo tastato con mano ferma, anzi oramai esausta, che ne puoi produrre di bianco manto, ennumeri.
Ora sinceramente ne abbiam piene le balle. Scusa se te lo dico, e se non scusi, frega nulla.
Ti rivelo che non siamo più disposti a pararci come Inuit, agghindarci come Sami. Siam stufi di foraggiare indarno renne e affilare pattini di slitte. Abbiamo terminato le scorte di sciolina. Vorremmo udire il richiamo dell’allodola, il trillo del merlo in amore. Ubriacarci di zefiro leggero e non di vecchia e scorbutica tramontana. Basta con quel maestro e libeccio, sinceramente un po’ troppo brontoloni.
Dove sono quell’aere leggere che il Tempo, della cui onestà mi vien di opinare, ci ha promesso?
Suvvia riposati, giaci tra i tuoi geli di un dicembre ormai trascorso, tra i freddi di un gennaio esausto, tra le caligini di un febbraio passato.
Ne parliamo a dicembre prossimo. Ti accoglieremo con i nostri nasi rossi, le sciarpone e i berrettoni di lana, giusto per non farti spaurire. Tra luci ed alberi parati a festa, per l’incombente Natale. TI accoglieremo con gioia, non sei contento.
Ora però ritirati in buon ordine, lascia anche agli altri il loro momento di gloria.
Permettici di abbandonare pale e badili, cappottoni spigati degni di un iuguro, più che di un italiano.
Che giunga Primavera, anche se timida e a prima vista impacciata, la accoglieremo con giubilo. Sbatteremo i tappeti dalle polveri invernali e le assicuriamo fin d’ora la nostra più ampia disponibilità ad inspirare quell’aria tiepida delle sue giornate, mai esausti, sempre allegri con il sorriso sulle labbra.
Non chiediamo molto, solo un raggio di sole, che riscaldi al fine queste quattro ossa.
La mia sciatica ringrazia fin d’ora.
 
 
Noi, quelli del ’54( nevosamente a NordOvest di noi stessi)

Ufficio Facce 5 – 6 – 7 – 2010

Comunicato nr° 5

Sì, sì. Io qua che scrivo, mentre voi lì a vivere.
Non è mica così che funziona, però.


Ufficio Facce©®

 
Comunicato nr° 6

Siate parchi.
Anzi giardini.
No meglio,  vasi.

Adesso voglio vedere voi, se riuscite a battere una simile scemenza.

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Comunicato nr° 7

In questi tempi di ristrettezze, anche i pensieri stupidi, sono di scarsa qualità

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Il Cammino delle Verità- 10/1

 Capitolo X – parte I° 
 
N ella sala preparata, nei sotterranei del Vescovato, al grosso tavolo erano seduti, severi ed impettiti il Vescovo Giusto, il Capitano di Città Severino e Germano Il Balivo.
Oltre il tavolo, su di una lettiga giaceva, Gaspare da Arona, ancora tramortito dalle ultime ore, passate tra vita e morte
Il Vescovo Giusto, non perse tempo:
        “Allora Gaspare “Lo apostrofò il prelato” Racconta orsù, che hai visto e vissuto”
Gaspare, risvegliato dalla voce stentorea, guardò con espressione vuota ciò che gli era d’intorno. Il Vescovo, il Capitano, il Balivo erano per lui figure indistinte, ma subito mise a fuoco il cappuccio del boia, che intanto armeggiava con i suoi ferri da supplizio.
Si riprese immediatamente e cercò frate Gaudenzio, per un minimo conforto. Il frate era lì, ma non gli sorrideva, anzi ammiccò per farlo parlare.
        “Ebbene, attendiamo il tuo racconto” ribadì Severino, che mostrava i primi segni d’impazienza.
Gaspare esordì con un fil di voce, gnaulante ed addolorato:
        “Mio buon Vescovo, padre generoso … “ esordì.
Germano si levò in piedi e proteso sul tavolo esplose:
        “Basta, scempio d’uomo !!! Parla e racconta la verità, altrimenti non potrò trattenere il boia più a lungo. Non siamo venuti per sentire farneticazioni o piagnistei! Neanche quelli ti salveranno dalla collera di Dio, quando ti spedirò al suo cospetto. Ti conviene vuotare il sacco subito e alla svelta. La verità, voglio udire, la verità”
E per buon peso, calò il pugno guantato di ferro sul tavolo, che rimbombò, sotto quelle scure volte. Il boia intanto, per calcare la mano, attizzò il fuoco, e gettò altri ferri affinché si arroventassero.
Gaspare, preso dal terrore, non trattenne la vescica e gli intestini e il conseguente puzzo di feci, entrò a far parte della compagnia.
Si forbì le labbra, con gesti febbrili, lanciando occhiate ora al tavolo, ora la boia, ora al Guadienzio.
Tutti avevano solo un’espressione pietrificata.
        “ Sono stato battuto e legato da un ladrone vestito da frate, dopo che mi avevano dato anche da mangiare” disse d’un fiato e preseguì:
        “Volevo persino cantare per loro. Per ringraziare di quella tazza di zuppa. Per loro e per i loro amici francesi. Poi i francesi, come d’accordo, se ne sono andati con i ragazzi e la donna. Io sono rimasto, dopo che li hanno legati e poi il frate mi ha colpito ed io sono morto !”
Aveva gli occhi fuori dalle orbite, tremava, piangeva, sbavava, si contorceva.
Mostrava tutta la sua disperazione e riprese a biascicare parole, troppo piano perché fossero udibili.
        “Allora tu conoscevi i francesi?” Disse il Vescovo.
Gaspare annuì, guardando con terrore l’asta di ferro che il boia stava impugnando, la punta della quale oramai era al calor bianco.
        “I francesi ti avevano dato ordine di seguire quelli che tu chiami ladroni? Immagino che ti abbiano anche pagato, per seguirli e trovarli?” Incalzò Severino.
Altro sì con la testa.
“ Tu sei un uomo dei boschi, sono anni che bazzichi da queste parti e la foresta la conosci e so anche che sei taglialegna e bracconiere, ma non è questo che mi interessa per ora “ Interloquì Germano.
“Piuttosto dicci sui ragazzi e la donna? E poi perché un frate avrebbe dovuto colpirti? E perché ti abbiamo trovato legato a un albero, giusto premio per i lupi?”
Gaspere capì che oramai, non era più tempo di menzogne, neppure le più innocenti:
        “I francesi, li ho travati un mattino. Il loro capo mi chiese se avevo incrociato un gruppo di viandanti con due frati, una ragazza e due fanciulli. Dissi di si e loro mi chiese di rintracciarli, ma di nascondere la loro presenza al gruppo. Erano dei banditi, mi dissero, che avevano rapito una donna e i suoi due figli. Loro volevano riprenderseli. Una volta presi li avrebbero abbandonati e io potevo prendermi ciò che volevo. Era una guerra ed io avevo diritto di saccheggio, per l’aiuto dato. Li hanno legati, hanno preso la donna e i ragazzi, mi hanno pagato ed io cercavo solo dell’altro denaro. C’è anche un uomo dalla pelle scura, un infedele sicuro, tra di loro. Poi un frate mi ha picchiato e adesso sono qua”
I tre uomini, assisi dietro il tavolo, si scambiarono occhiate significative.
Iniziava a formarsi un quadro ben preciso. Anche uno dei francesi. Tale Jean d’Oursy, che fungeva da comandante oramai, aveva già detto per sommi capi le identiche cose. Aggiungendo che i due ragazzi erano il tragico gioco del Cavaliere, così dicendo sputò perfino per terra, quasi a togliersi il disgusto dalla bocca. Che il rapimento di Margherita era avvenuto perché Jacquot la voleva per se e per gli uomini e lui non era stato presente al momento della morte del cavaliere e che sperava che quest’ultimo arrivasse presto all’inferno e ci restasse per sempre.
Il Vescovo Giusto si alzò in piedi:
        “ Gaspare da Arona, giuda e traditore. Noi non ci macchieremo del tuo sangue. Noi e i nobili uomini qui presenti. Neppure il boia ha da lordarsi le mani. Sarai bandito per sempre da queste terre. Tu frate Gaudenzio, mettilo in piedi e in grado di andarsene. Il Balivo o un suo uomo, attenderà il giorno in cui lo accompagnerà ai confini dei Nostri possedimenti.
Se verrai trovato a vagare, anche per errore sulle nostre terre sarai appeso al primo albero e neppure un salvacondotto sarà per te scudo, anzi, se ti passeranno a fil di spada, ci sarà assoluzione ed indulgenza plenaria per cinque anni per chi compirà il gesto.
Voglio che le mie parole siano scritte e ciò che è scritto affisso al portone del Duomo e letto ogni domenica prima e dopo la messa maggiore, per un mese almeno da oggi.
Guai a te e guai a chi ti inseguirà, al di la delle mie terre.
Così abbiamo deciso Noi, Vescovo Giusto”
La barella con il corpo di Gaspare, fu riportata nell’Ospizio. Frate Gaudenzio, lo rimise in piedi dopo alcuni giorni e due uomini del Balivo lo accompagnarono ai confini del Vescovato di Susa. Gaspare fu lasciato al suo destino. Non tornò più in quelle terre e di quel traditore si perse ogni traccia.
 
Il Monaco Bianco

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