CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “aprile, 2010”

Cavalcando l’onda lunga ….. – note in calce

Cavalcando l'onda lunga di questi giorni e riflettendo sul Comunicato del mio molesto alter ego, mi chiedo se effettivamente, al momento di virare un'altra volta, sulla rotta della vita, ci si debba preparare per la successiva navigazione.
Cioè si é pronti e come ci si é preparati.
Immaginate di chiudere casa e dover partre per un viaggio. Rimettete in ordine ogni cosa, date giù la polvere, lavate i pavimenti, coprite i mobili, vi assicurate di aver chiuso acqualucegas, prima di dare due mandate alla porta. Giusto?
Ora siete scesi in strada e vi accorgete che:

 

  1. Non siete sicuri di essere automuniti, quindi il cercare le chiavi della macchina, vi pare pretestuoso.
  2. Vi domandate se avete chiamato un taxi e avete il sospetto di non sapere se la vostra prima destinazione sia la stazione, l'aeroporto o il terminal dei bus
  3. Avete indizi confusi che vi portano a sostenere di quanto siete fessi a lasciare casa, non sapendo neppure per quanto tempo, e la labile certezza che il viaggio che state intraprendendo non sia nelle vostre intenzioni.
  4. Avete dimenticato qualcosa di importante da fare, ma non ne avete più il tempo di farlo e le  o la dimenticanza, pregiudicherà il vostro imminente viaggio.
  5. Non ne avete voglia, anzi sbuffate già per tutti gli inconvenienti possibili, probabili, in cui vi troverete, pur mancando l'assoluta certezza di un plumbeo futuro.

Il resto lo potrete, con comodo, aggiungere voi. Sicuramente ci saranno cose che ho dimenticato, ma che per voi risultano essere imprescendibili. Bontà vostra.
Si perchè vi tocca ricominciare da capo. Porsi nuovi obbiettivi e non sono più quelli grandiosi dell'adolescenza, ma neppure quelli concreti della maturità. Ciò che é fatto, é fatto e la responsabilità é vostra, é mia. Punto.
Il punto é un'altro. 
Cioé come arrivo a questa ulteriore virata e quali sono le mie aspettative ?
Posso arrivarci contento, in fondo termina un'età con i pregi e difetti di quella; sta spirando il mio ciclo lavorativo, si apre quello da pensionato. Più tempo a disposizione per se stesso e per gli altri che non siano affiliati al "Pazzificio" di turno.
Oppure tremante e dubbioso in quanto pavido all'essere espulso da quella sorta di comodo utero che era il "Pazzificio" di cui prima.
C'é poi la visione squisiamente fisica del problema. Sono ancora integro, possiedo tutte le mie facoltà psicofisiche, oppure debbo dar credito a tutti quegli indizi che mi portano con più frequenza dal medico? Anche perché uno spera di non trovarsi diagnosticata una sindrome, isolata dal Real Collegio Medico della Curlandia Citeriore che dimostra di quanto il personale rincoglinimento é fermamente cassato.
In sostanza tutte le sindromi associate ad impronunciabili nomi di medici tedeschi, giapponesi (Che io sospetto falsificati dalle case farmaceutiche) portano di norma ad una miseranda fine. Fatta di impiastri di se, delle cose e persone che ci circondano, dimentichi d'ogni cosa.
"Poveretto l'arterio lo consuma". Ora, con simili prospettive la voglia di rimanere di quà dal guado e combattere sino ad esaurisrsi, mi pare la giusta applicazione del minimo sindacale di autosalvamento.
Eppure si levano voci, cui bisogna dare orecchio (Dar credito ora, data la situazione é un po' troppo, non convenite!) che occorre in ogni caso navigare.
Se giunge una svolta, svoltare. Mai opportsi alla corrente, bensì adoperarsi per seguirne il giusto corso.
Mi vien da obbiettare, immediatamente, che c'é corrente e corrente. Se é quella di una bonaria e placida roggia, sia. Ma se sono i flutti di un'impetuoso torrente montano, bè, parliamone.
Anche perché vi confesso che nella terza età vorrei entrarci, non tanto con piedi di piombo (Con la mia ricorrente scaitica, richio la carrozzella) piuttosto con un atteggiamento tale che mi possa permettere una vita comoda, ma non accomodante.
Perché accomodante lo son stato sin ora e adesso é giunto il momento di prendersi qualche sfizio, togliersi qualche voglia.
Qualche viaggio, molti buoni libri, continuare le tiepide molestie sul blog.
Ravanare nelle mutande altrui con l'alibi della vecchiaia, mi alletta e di molto !
Il noviziato in verità, si presenta problematico.
Siamo carichi di pregresse conoscenze, che ci hanno portato a maturare convinzioni sedimentate dagli anni e l'esperienza così formata, darà ben dare qualche frutto.
Ora tra i tanti, c'é anche qualcuno, che é abitato. Subdolo ed infido, sfugge ad un'attenta indagine e quindi rimane in eredità, con il rischio che permetta, o peggio, agevoli surrettizzie occupazioni.
Quindi presentarsi alla nuova avventura carichi di medaglie, si rischia che per il troppo peso delle decorazioni si avanzi a fatica. Mostrare un candida livrea, si presta troppo il fianco agli improvvisi rovesci della fortuna.
Come sempre "in medio stat virtus". Lasciamo a casa le inutili patacche, le cicatrici parleranno a sufficenza. Orniamoci dei nastrini più importanti a cui aggiungere, altre eventuali medaglie.
In ogni caso, culodritto, se dovremo sfilare in parata.
La nostra parte in prima linea l'abbiamo fatta e la stiamo facendo e poi nelle retrovie ci sarà sempre qualcosa da fare.
Ad esempio sapere se esite o meno il Real Collegio Medico della Curlandia Citeriore.

Noi, quelli del '54 (a NordOvest di se stessi, pronti a virare)

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Ufficio Facce 13/2010

Comunicato nr° 13
Visti i pregressi, sarà d’uopo di arrivare come un novizio, ad ogni età della vita.
Ufficio Facce
 

Quel filo …

Quel filo di bava, che oggi, mi è sceso, inaspettato e subdolo, frutto di uno sforzo lavorativo, piuttosto che di guatate birichine, mi ha fatto pensare.
Anche perché l’ho associato alle neppur più rade visite al
topos, scopo attendere alla punta di prostatite che mi sono regalato, in un attimo di distrazione. Tant’é.
Il tempo continua imperterrito a tessere ordito e trama e al bianco dell’onor del mento, si aggiungono chiazze sempre più evidenti di un bell’algido, tra quei pali che ho in testa e che io, beffardamente, sostengo essere capigliatura.
Ho pensato che la vecchiaia, mi ha già mandato una cartolina. Di quelle che i nonni scrivono ai nipoti, dai loro covili invernali. Un paesaggio assolato, il mare,, ombrelloni e i “Cari saluti da tutti noi” di prammatica.
Già, i vecchi, gli anziani, quelli che si sono calati nella terza e quarta età. Comincio ad intuire quanto sia importante l’ascolto delle loro parole. Solo adesso, che ancora non sono così lontano da quelle età, mi accorgo dell’importanza dell’ascolto delle loro storie. Così diverse eppure uguali alle nostre, per i giovani non sono più fonte di sapere, per i contemporanei è solo affondare il colpo in cose già vissute e viste. Tra di loro basta uno sguardo e scorre il film di una vita, troppo simile. Un giovane ha altre fonti cui informarsi o alla peggio, disinformarsi. Memorie che si diluiscono e piano piano si inaridiscono, sino a scomparire. Alla mia età iniziano i ricordi che si spingono sempre più indietro. Ombre, ancora sfumate della mia fanciullezza, ma che più passa il tempo più diventano nitide. Occasioni, fatti, persone incontrate e vissute emergono da un passato che credevo, a volte speravo, sepolto. Invece stavano lì, in un angoletto della mente, alcuni hanno messo l’abito buono, tanto sono limpidi. Altri ancora arruffati, si stano lisciando i panni. Tra qualche tempo saranno di compagnia. Discreta, amorevole o molesta, ma mi seguiranno come l’omino dell’ “Olio Sasso”.
Quando, come folate di vento, arriveranno, mi chiederò :”Ma chi me lo ha fatto fare?“.
Non gradirò l’inevitabile risposta: “Tu, incommensurabile cialtrone, e chi altri se no?”
Ecco la risposta doverosa a tutti quelli che si pongono quella domanda.
Oggi siamo ciò che abbiamo intrapreso d’essere.
Gli aggiustamenti sono tali per soccorrere gli eventi della nostra vita, ma la responsabilità è nostra. Nostri i sì e gli altrettanti no.

Non c’è dito così grande, dietro cui nasconderci.
 Quello che ho scritto, giusto un anno fa, comincia ad assumere la sua sempiterna validità e forse hanno ragione le parole di quella canzoncina, di mia scapestrata gioventù e che molti di voi hanno canticchiato sicuramente:
“Era meglio morire da piccoli, con i peli del culo a batuffoli, che schiattare vecchi e incazzati, con i peli del culo arruffati.”
 
 
Noi, quelli del ’54   (a NordOvest di noi me stesso)

 

Quante nubi

Quante nubi in questi giorni, tante da riempire il cielo, e non solo. Anche un po’ la testa e le coscienze. Una in particolare a mostrare la corda con cui ci siamo cinti i fianchi. A provare la nostra triste fragilità. Eh sì, perché di fronte alla nube vichinga, quel perfetto congegno che è la nostra civiltà tecnologica, prima ha avuto qualche sussulto, poi si é accasciata su di se. Nella corsa alla perfezione dei nostri meccanismi organizzativi, dove tutto è collegato, dove tutto parrebbe saldato l’uno all’altro, sono cominciati prima degli inciampi e poi una rovinosa caduta. Abbiamo avuto la dimostrazione che solo la nostra infinita autoreferenziale supponenza, ci fa dire che apparteniamo alla specie dell’ ” Homo sapiens sapiens”. La nostra tanto decantata sapienza, ci ha fatto forse prevedere, arginare, combattere, almeno alla pari, una semplice eruzione vulcanica. Eruzione di cui quasi immediatamente sappiamo i suoi componenti, ma non sappiamo assolutamente prevedere una fine. Conosciamo le cause e gli effetti, ma ignoriamo il tempo in cui si sono prodotte le prime, ignorando di quali dimensioni saranno i secondi.
Quella nube vichinga, alta e nera, così simile a tante che l’hanno preceduta e altrettante che la seguiranno è lì, monito della fragilità umana.
Nubi di cui sono stato testimone oculare, due in particolare ricordo. Quella di Seveso e la incurante ignavia, con cui fu trattata nei primi fatali giorni e quella di Chernobil, trattata con quel tanto di sufficienza.
Della prima posso capire la totale ignoranza che si aveva della nocività della diossina in breve e lungo periodo.
Della seconda l’assoluta tracotanza di un sistema politico e di quelli asserviti, che negarono anche l’evidenza del fatto.
Noi il popolo, eravamo semplici pedine di un gioco troppo grande e complesso. Tale si dimostra ora.
Solo che ora vediamo i bivacchi improvvisati, la gente gettata in una transumanza che è sempre più vissuta come una triste e feroce odissea, piuttosto che un momento per guardarsi dentro.

Mi fa specie che ancora nessun millenarista abbia fatto sentire forte le note di quella “java” impazzita cui s’abbandonano, invocando secondo credenza, i “penitenziagite” di prammatica.
Forse qualche sostenitore della “teoria del caos” gongola. Se è vero che un battito di ali di una farfalla a Sumatra, scatena un ciclone sulle Antille, questa nube dovrebbe essere guardata con terrore dall’altra parte del mondo.
Sinceramente vedo male gli australiani.

Solo il futuro così naturalmente oscuro, avvolto ancor più dalla coltre di nube, ci risponderà a quelle che sono ora le domande circa le conseguenze.
Si risolverà in pochi giorni, tanto da rammaricarsi di una vacanza perduta, di un incontro da rimandare. Oppure per settimane verranno a mancare materie, che si rivelano indispensabili ad un’economia così globalizzata. Non parlo solo di materie ma anche di uomini che s’incontrano, discutono, decidono. Verranno a mancare quei contatti, che a volte sono indispensabili. E’ vero che se questo stato si protrae in medio lungo termine, gli effetti sarebbero pesanti. Intoppi ed anomalie produttive, carenze o addirittura mancanze, epperò si andrebbe ad un aggiustamento, a compensazioni giusto per supplire alla quantità, anche alla qualità se ne è il caso. Storceremmo il naso, ma poi scrolleremmo le spalle e ci adatteremmo, come sempre.
Quella nube nera in fondo è solo il simbolo della nostra ignoranza e della nostra impotenza.
Piccole e fragili creature, nella nostra superbia abbiamo creduto di poter dominare, condizionare tutto e tutti, governando anche la natura.

Stolti che siamo non ci fa paura neppure l’aria che respiriamo, a patto naturalmente che sia condizionata.
Pensare che quella nube, è l’occasione per far piazza pulita delle troppe arie che ammorbano noi, asmatici immaginari, icari decidui, transumati spauriti.
 
 
Noi, quelli del ’54  (fossimo almeno a NordOvest di noi stessi)
 

Ufficio Facce – 12/2010

Comunicato nr° 12
La vita che viviamo é così breve, che non abbiamo il tempo per farcela bastare.
Ufficio Facce

Ci vediamo

Ci vediamo tra tre giorni, per le risposte ai vari commenti, le eventuali fanfole di chi é perso nella notte, persa,tranquillamente, inevitabilmente sempre e solo, a NordOvest di se stessi.

Noi, quelli del '54

Ufficio Facce nr. 11

Comunicato nr° 11
Mi chiedo se la menzogna serve a vivere o piuttosto, a sopravvivere.
Ufficio Facce

Il Cammino – Ringraziamenti

Giunto a questo punto, vien da dire: Fuori l'autore.
E l'autore esce.
Vi  ringrazio, per l'affetto mostrato per questo racconto e la pazienza con cui avete seguito  le vicende dei personaggi.
Vi ringrazio anche per la stima e le parole di questa, espressemi nei vostri commenti.
Hanno mitigato e molto le mia paure, la mia titubanza nel mostrare, quello che per me é stato divertimento prima e impegno nei vostri confronti dopo.
Confesso che prima di intraprendere questo cammino, mi sono confidato con una cara  e gradita estimatrice, che mi ha saputo ben consigliare, ma soprattutto mi ha stimolato a continuare anche quando le cose si facevano difficili.
Perché solo scrivendo  si apprezza come il racconto  sviluppa la trama. E ci si impegna duramente a rimanere fedeli a quello sviluppo. Cercando di migliorarsi e mai ingannare né il lettore, né se stessi.
Confesso che le fonti d'ispirazione sono state molte e alcune le avete immancabilmente trovate voi stessi. Autori dei più vari, mi hanno virtualmente sbirciato mentre scrivevo. Spero di non essermi fatto ulteriori … amici.
Non ho ceduto né al saggio storico-politico, né al manierismo fantasy. Non era il caso.
Ho sfiorato un momento storico, su cui rifletto ed in cui mi rifletto molto.
Il Medioevo e i suoi aspetti, per me hanno un fascino particolare.
Evvia, ciascuno ha le proprie debolezze.
Forse perché si ritornava ad interrogarsi sull'uomo e i suoi sentimenti, con occhi diversi. Forse perché é bello rileggere di echi lontani nel tempo, eppure continuamente presenti. Certi temi sono di un'attualità, a ben vedere imbarazzante.
E poi perché no? Far leva anche sulla curiosità di un'epoca che sta a cavallo tra due modi di essere. Una sorta di zona grigia, che poi tanto grigia non era. Un momento travagliato, come la vita di tutti noi.
Dove gioia e dolore hanno le loro parti e calcano il nostro personale palcoscenico.
Siamo un po' tutti Aiden, Osea, Margherita, Leoniero. 
Viviamo il nostro Medioevo, cercando sempre un Rinascimento, dopo momenti bui, mai dimentichi di crescere e sempre cercando in noi , negli altri e nelle cose la verità.
Quella che ci aiuta a vivere meglio, malgado tutto e tutti, forse malgrado anche noi stessi.

Con affetto, Carlo
 

Il Cammino delle Verità – Epilogo

Epilogo
 
 
 

Ciascuno porta un fardello ed è quello della verità e sa che la sua non è quella vera e unica.
Non serve avere la voce potente o gridare più forte. Non serve la spada o una fortezza dai grandi e possenti bastioni.
La verità tutto travolge.
Gli affanni per possederla a che servono se si vuole la verità, ma non si è verità?
La verità ci fa scoprire come gli affanni umani, poco servono e come si possono spegnere come fiammella al vento.
Leoniero giunse al fine dal suo Signore d’Incisa. Consegnò la bulla, abbracciò i genitori, ma non ottenne quel grado, cui tanto ambiva. Ripartì al seguito di Aiden per accompagnarlo sulla via Francigena sino a Roma. Di lui si perdono le tracce. Forse divorato dalla Morte Nera.
Aiden non riuscì nell’impresa. Sulle colline di Toscana, trovò finalmente la terra che accolse il suo corpo. Non straziato da pugnale di sicario, bensì martoriato dai bubboni.
Dumnall, pur provato dalla malattia riuscì a portare quelle pergamene ai fratelli di fede in San Patrizio. Ritornò a San Ciaran, così mi fu riferito e altro non so.
Vilfredo riuscì ad arrivare a Rodi. Fu Ospitaliere, passando il tempo a curare gli infermi e combattere gli infedeli, come era proprio dell’Ordine.
Tarik, raggiunse anch’egli la terra Santa e continuò il suo peregrinare, e mi fu riferito, fino alla Mecca. Dicono che sia la città santa e che ogni infedele debba recarvisi. Non so se vi giunse o se le sabbie del deserto lo abbiano inghiottito.
Margherita e Flavia, obbedendo alla Ragion di Stato l’una e come fedele seguito l’altra ebbero in sorte un matrimonio.
Dei due ragazzi, per la cui sorte gravi e significativi eventi intaccarono le esistenze di molti e anche con gravi conseguenze, so che rimasero all’Abbazia, ma di quegli anni terribile della Morte Nera, poco o nulla è rimasto. Furono travolti anch’essi, come tanti o tutti gli attori di questo dramma? Oppure sopravvissero, forse anche per una vita normale?
Ciascuno sul cammino delle verità, tentò di essere se stesso e combattè per esserlo.
Io nell’inverno della mia esistenza ancora adesso mi domando se ho seguito la verità, se ciò che ho scritto parrà vero agli occhi di chi legge, o se invece è solo un brandello, che nessuno cura di raccattarlo.
Sento ora il mo passo incerto sul quel cammino e il rumore che affievolisce ogni giorno che passa. 
Lascio ad altri il compito, il mio è terminato e non so quanta verità mi porto addosso. E se quella è la verità.
 
IL Monaco Bianco
 
 
Ora come d’ogni promessa è fatto debito, chiunque abbia avuto la pazienza di leggere fino in fondo e oppure voglia con calma rileggere queste righe o semplicemente voglia aver ricordo degli eventi, contatti in pvt l’ospite di queste stanze. 
Ha preparato, sotto mio consiglio, un PDF e sarà lieto di inviarlo all’indirizzo di posta elettronica che gli indicherete.
Vi ringrazio ancora per la cura e l’attenzione prestate.
Sono solo parole.
La verità e il suo cammino sta in noi.
 

Il Cammino delle Verità12/3

Capitolo XII ° – parte III a  
 
 

La giornata, sgranò le ore e terminata la funzione di compieta, Aiden, accompagnato da Dumnall, si recò nella sala capitolare.
L’abate Serafino, andò loro incontro, il volto sereno e nulla faceva trasparire, che quella conversazione prendesse o potesse prendere una piega contraria ai due ospiti.
        “Allora fratello Aiden, sei rimasto stupito dalle mie parole di oggi?” esordì Serafino, senza indugiare ai convenevoli.
        “Stupito e sorpreso” Ribattè Aiden “ E lo sono tuttora. Credo che tu abbia preso una decisione, senza minimamente pensare di ascoltare le ragioni dell’interlocutore. Tutto ciò getta ombre sul tuo operato e se permetti io diffido”
        “Le tue obbiezioni, da una parte le giustifico a pieno, dall’altra un po’ mi fanno sorridere” Continuò Serafino “ Soprattutto sorrido perché da troppo tempo sei in viaggio e ti mancano notizie su quanto sta avvenendo nel mondo che ci circonda.” Vedrai che dopo quanto ti dirò, converrai con me che la mia presa di posizione sia giusta e come ti sia favorevole.
        Ascolta stanno sorgendo tempi bui. Le notizie che ho sono tali da far tremare i polsi. L’Apocalisse è vicina. I quattro cavalieri stanno correndo nelle nostre terre. Inutile parlare di guerre, perché in ogni momento, gli uomini si combattono per i più svariati motivi, dimenticando che quel cavaliere, da sempre, è seguito da morte e carestia. Di questi, ogni giorno ne vediamo gli effetti. Uomini e donne che anche in tenera età si spengono tra i lancinanti morsi della fame. Genitori che non hanno nulla se non la loro schiavitù a padroni e terre avari d’ogni genere di cose. Dai prodotti, agli affetti. Ora a questi tre galoppa anche quello che metterà fine a tutto ciò. La peste. La peste si sta diffondendo, come un’onda nera, non risparmia nessuno. Ricchi e poveri, grandi e piccoli. Sta spazzando l’aia del Signore. Abbiamo saputo di contrade deserte, nelle quali i miasmi del morbo hanno distrutto tutto. Incuranti se di fronte avevano duchi o bifolchi. Città vuote di uomini e cose e nulla pare possa fermarla. Né preghiere, suppliche celebrazioni. Nulla.”
Qui si fermò e trasse un profondo sospiro, accasciandosi su di uno sgabello. Solo un silenzio, pesante, tangibile, faceva udire la sua voce.
Aiden corrugò la fronte e disse:
        “Ed è per questo che mi hai praticamente costretto a seguire madonna Margherita e la sua scorta? Per salvarmi da qualcosa che facilmente ci travolgerà tutti? Morire per mano di un sicario o tra gli spasmi del morbo, sinceramente non saprei quale scegliere?”
        Serafino drizzò la schiena e questa volta sogghignò:
        “ Credi che abbia ordito tutto questo, per allungarti la vita? Per toglierti dalle spire di una morte violenta e gettarti tra le braccia di una morte altrettanto atroce? No mio caro, sbagli. Ascolta il mio ragionamento e poi decidi dove sbaglio. Sei partito dai luoghi santi d’Irlanda per consegnare cose sacre e preziose per i tuoi fratelli quì in Italia. Hai un compito che Iddio ha voluto ed io interpretando, forse in maniera arbitraria il suo volere, desidero che tu porti a compimento questo cimento. Ho chiaro ancora il ricordo delle tue magnifiche prediche, che tenesti in vari conventi d’Inghilterra. Era l’avvento di una ventina d’anni fa. Quando ci conoscemmo ed io apprezzai il rigore del tuo pensiero, l’acume delle tue parole. Provenivano dal cuore e guidate dalla mente giungevano al cuore. Non ho dimenticato e non dimentico. Per quello e per l’amicizia che poi ci legò, non posso non attendere al meglio perché tu possa compiere questa missione.”
Aiden, sorrise mestamente. Improvviso il ricordo di quel gelido inverno inglese, balenò alla mente. Non ricordava esattamente le prediche, come avrebbe potuto farlo. Parole il più delle volte dettate da un’ispirazione, che al momento credeva divina e di cui sempre si angustiava. Non perché Iddio gli avesse posto in bocca tali parole, ma perché sentiva in cuor suo l’indegnità con cui le pronunciava. Dubbioso da sempre quante volte s’interrogava se e perché Iddio avesse scelto lui per parlare alle folle. E nella ricerca continua di migliorarsi, sentiva altrettanto forte un senso di superbia, che tentava di mitigare con la ricerca minuziosa di parole semplici, ma efficaci, da spendere affinché tutti capissero il senso del volere divino. Umiltà e temperanza, timor di Dio e fede cercata ogni momento.
        “Rimango confuso da quanto mi dici. Sembra che questa mia impresa. “ E sorrise apertamente “ Sia la cosa più importante per te. Tanto da spingermi a compierla e altrettanto da caricarti sulle spalle tute le incombenze, che possono farmi tralasciare. Immagino che tu abbia anche pensato su come farmi proseguire il viaggio, una volta che la compagnia si dividerà per l’ultima volta? O sbaglio?”
        Serafino si fece serio:
        “Non sbagli. Segui ciò che ti dico. Oltre alla peste, altre sono le trame del demonio. Roma deve affrontare l’Impero, che fa e disfa alleanze secondo il suo uzzolo. Ora con la Francia, ora con qualche stato Italiano, grande Comune o Nobiltato. Questa terra è divisa tra Duchi, Principi, Marchesi ed ognuno vuole per se potere e gloria e soccorre chi può dar loro tutto ciò. Saluzzo contro la Francia. Gli aleramici oggi con i Savoia e domani con gli Sforza. Intanto all’interno di tutto ciò albigesi, catari, bogomili, nestoriani, e dolciniani per citare gli ultimi, minano la Chiesa all’interno. Confusione e disperazione. Ognuno si alza gridando che è sua la salvezza, la gloria, la potenza. Eliminare la feccia, come nel tuo caso è stato un caso, un altro segno che la battaglia tra bene e male ci sovrasta, ci annichilisce. Ci fa compiere scelte che mai più avremmo compiuto e ci sentiamo sempre più dibattuti, sempre pi&
ugrave; abbandonati. Ora mi sono caricato il tuo fardello, non so perché, ma sentivo che l’amore caritatevole, che tanto predico, dovevo metterlo in pratica.”

E continuò:
        “E’ vero so come guidarti, ed ho già approntato i mezzi, fino a Roma. Troverai persone che ti guideranno e altre che t’indicheranno il cammino sicuro. Anzi con te hai chi può esserti fedele cane da guardia. Quel tedesco e il suo servo arabo, strana copia in verità, dove sono diretti?”
Intervenne Dumnall:
        “So che Vilfredo vuole raggiungere l’Oriente e porsi al servizio del Cavalieri Ospitalieri, credo a Rodi se non proprio a Gerusalemme. Tarik lo seguirà e finalmente potrà riunirsi alla sua gente. Non credere, mio buon Serafino, che ciò che vedi risponde alla realtà dei fatti. Il servo arabo è figlio bastardo del Sultano di Spagna. È sapiente, intelligente e curioso. Non ha mai dato segni di rivolta, mai ha consegnato frasi di disprezzo o dileggio nei confronti di Nostro Signore, anzi più volte si è accostato con umiltà alle Sacre Scritture, scegliendo ciò che unisce piuttosto che ciò che divide. E poi non è servo di nessuno se non di se stesso”.
Aiden annuì e soggiunse:
        “Anche il giovane arciere è da tempo lontano da casa e vuole raggiungere i suoi e il suo Signore e consegnargli la bulla che attesta il pellegrinaggio da lui compiuto a Santiago per conto del suo Signore. Alla luce di ciò che mi hai detto e di ciò che scoprirò di certo nei prossimi giorni, ciò che hai deciso è cosa giusta e si rivelerà cosa buona. Ho accettato di malagrazia il compito affidatomi. Non ho l’età per peregrinare, eppure l’Abate Erberto, mio superiore ha individuato in me, colui che poteva. Non ho potuto negarmi all’ubbidienza che devo e ora mi sento stanco e temo di non adempiere a questo compito.”
Serafino si alzò dallo sgabello e abbracciò d’impeto il monaco Aiden.
        “Pregheremo tutti perché tu possa adempiere al tuo ufficio e faremo di tutto perché tu possa seguire quel cammino, tracciato per te dall’Altissimo. Io credo in te e non dubito della bontà del tuo cuore e delle azioni, che esso, ti ha guidato a compiere. Ora il mio di cuore, è pieno di felicità, non perché hai accettato i miei ordini, bensì perché hai reputato giusti i miei suggerimenti.
Non sai come e quanto ho temuto che frapponessi ostacoli a quanto ho disposto. Non ho autorità che su quest’abbazia, su quanti vi abitano e su quelli che da essa traggono conforto, spirituale e materiale. Mi ha liberato da nodi che superbamente, mi ero cinto e stretto e tu, nella tua bontà e compassione, hai condiviso con me e me ne hai sciolto le spire.” A quel punto si mise a piangere.
 
Passò qualche giorno e la compagnia, ora forte di una nutrita e forte scorta data dai soldati di Eusebio da Vercelli e quelli inviati da Manfredo II °, riprese il cammino verso le varie destinazioni.
Serafino, con fra’ Nicolao li accompagnò, fino ai confini del territorio abbaziale.
Ritornando ebbe a dire al frate che lo accompagnava:
        “ Vedi Nicolao, ciascuno di loro porta con se una parte di verità e camminano verso quella che è la verità unica ed assoluta, portando quella che negli anni si son formati. Io ho la mia verità e tu la tua, ma assieme queste due formano una terza e assieme a quella di  Agostino e Uberto e Francesco ecco che la verità diventa più grande, più composta e noi tutti insieme, povere pecore smarrite in questo grande mondo, formiamo la verità. Quella di Dio. L’unica, quella vera, che tutti cercano; affannati di non possederla, desiderosi di farla propria, ma come potemmo noi, miseri, finiti, piccoli accogliere un simile peso. Solo l’Infinito ha tanta potenza. L’Eterno può accogliere in se la verità piena. Noi possiamo solo camminare sulla via della verità e cercare di coglierne quanta più possiamo. Amarla, studiarla e condividerla, affinché nulla venga perduta, ma possa continuare ad essere la via che dobbiamo percorrere.”
        Nicolao restò assorto per qualche momento:
“ Maestro Serafino, non credete che qualche brandello si possa perdere?”
Serafino fermò la cavalcatura e rispose:
        “No, caro discepolo, c’è e ci sarà sempre qualcuno che raccoglie i brandelli sparsi e li riconsegna, perché i colli debbono essere spianati e le valli colmate. Altrimenti non avremmo la verità che tutti noi cerchiamo e che portiamo come un insopportabile peso”.
 
 
Il Monaco Bianco
 

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