CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “giugno, 2010”

Buon Compleanno

Francesco ha compiuto 70 anni. Allora? Anche nonno Eufrosio, zia Laudomia, la prozia Eucheria e anche il cugino Ghislano celebrano il genetliaco. Eppure certi compleanni sono con il botto. Vuoi per la statura e il peso, vuoi perché una simile presenza ti accompagna da anni, tanto da dichiarare, millantando, un certo grado di parentela. Son quelle che paiono nebulose e delle quali si avanza sempre un senso d’incompiutezza. Mha, sarà !
Sono le frasi scritte e cantate, quelle sì rimangono come comune lessico famigliare. Ti entrano nella testa e nel cuore. Le vivi e le senti come se tu le avessi concepite, pensate e poi cantante. Passo ineludibile, inevitabile. Ti ritrovi a specchiare certi momenti della tua vita in quella che è stata la sua. Non importa se gironzoli tra le colline di Montafia, oppure sguazzi felice accanto a Scilla o ti addormenti all’ombra di un nuraghe. Per te esiste una via che segna il confine tra la tua realtà e l’evidente desiderio fatto di possibilità. Ciascuno per un momento ha avuto un West. Un luogo della mente, dello spirito, dove poter cercare il modo di trasformare possibilità in realtà. Per alcuni questo modo è stato concreto, fattibile, anzi un dato di fatto. Per altri solo un’altra utopia, da cullare con la nenia dei “se”  dei “ma” o degli “invece”. Se non fossi vissuto in “una piccola città, bastardo posto”, ma piuttosto accanto ad un’osteria, anche fuori porta, non sarei forse diventato importante prima? Non avrei realizzato il mio sogno, invece sono qui; linea di confine tra Cirano e Don Chisciotte, a sputtanarmi per il vino, a tirar mattino a tentare di vivere, amare, pensare … grattarmi.
Nella vita abbiamo luoghi e pure persone, che ci caratterizzano. Danno spessore al nostro essere, ci segnano.
Fosse anche una semplice casa sul confine; dei ricordi, di carte che volano via per la stazione, oppure il dolore provato vedendo una macchina finita di lato. A quella casa da cui siamo partiti, che dopo un certo cammino, ritorniamo. Quasi a chiudere un cerchio, a voler ritrovare o a vedere se effettivamente abbiamo quell’identità, che abbiamo sbandierato tanto durante il cammino. Siamo veramente figli di quella terra, che orgogliosamente diciamo, esserci genitore? Oppure ci ha generati, connotati, ma non ci ha trasmesso, che il nome di un paese, senza donarci la cultura, quell’”humus”, che ci farebbe caratteristici, unici.
Ci raccontiamo, che ogni mondo è paese. Per rassicurarci delle amenità che ammansiamo agli altri e che riceviamo in egual misura. Sperando che una larvata identità, ci renda partecipi; eppure non manchiamo anche di distribuire distinguo, sottolineando il nostro tentativo di unicità, di diversità. Tale è il nostro innato individualismo.
“A pluribus unuum”. Unico tra molti, vien da tradurre, così a braccio, ma credo caratterizzi il nostro essere.
Forse proprio la scusa che non siamo ancora fatti come popolo, nazione ecco che in noi rimane sempre quel West, sognato, cercato e per qualcuno, trovato.
In questo caso, cantato.
Aderendo al mondo, che c’è e che si vorrebbe, anche quando non si era previsto tutto questo, all’ombra di osterie di fuori porta, ricordando improvvisamente che le tette al vento si erano portate tanti anni prima e un eskimo innocente riporta a un’epoca i fatti e qual’era il suo mestiere.
Mi ricordassi almeno che faccia avesse avuto allora.
Buon compleanno Francesco.
 

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Quota 81

Mi sono aggirato tra i miei pensieri, in mutande, con le mani in tasca  (Non quelle mutande ) .
Pensando e riflettendo che, avrei dovuto alzare la voce, fare “bassa macelleria” e una volta esternato il veleno, continuare.
Invece, come Cretino ISO9001, ho passato giorni, a scervellarmi su dove e come avessi sbagliato.
Quali terribili errori e scempi avessi perpetrato, continuando a voler, con acrobazie stancanti, mantenere un’equidistanza.
Cercando responsabilità e giustificazioni là, ove un semplice:
“ …. Ma vaffa culo veramente! “, oltre ad essere il minimo sindacale ammesso, assumeva anche i contorni di una perdita di tempo.
Tant’è; sono alla mia maniera.
Non per nulla giro tra i miei pensieri in mutande e mani in tasca.

Mi son stati essenziali alcuni giorni passati assieme ad Artemisia, la mia, lasciando che l’improvvisazione facesse la sua parte. Mescolando sana spiritualità, a camminate. Anche sotto la pioggia.
Avendo tempo per i propri pensieri e più attenzioni per l’altro.
Piccole cose significative.
E’ solo questione di modificare il proprio punto di vista.
Cercando nuove visuali.
Anche le storie di chi abbiamo incrociato, le abbiamo guardate con un diverso occhio. Né tentando di sottrarci, né abbracciandole in toto. Con un certo distacco, giusto per permetterci di essere più razionali che emotivi, le abbiamo affrontate e ci siamo consultati, tentando di approfondirne le ragioni.
Detto così sembra una riunione del G 2. Eppure è stata la scoperta che esiste ed è forte un NOI.
Ci sono brani del lessico famigliare, che inconsciamente ti legano e dai per scontato il comune sentire. Quando, a fronte di certe situazioni, quegli stessi li esterni, non so perché assumono il contorno di novità. Suoni a tempo la stessa musica, in modo armonico, senza acuti dell’uno o dell’altro e questa musica ha una sua logica, una sua intrinseca filosofia. Una parola sola: amore.

In questi pochi giorni ho apprezzato a guardare anche con amore gli altri e le cose.
Non sono solo strumenti per il nostro sentire, ma anche parte del nostro essere.

 Si dice “ Ciò che non strozza, ingrassa”.
Già, rischiavo l’obesità; troppe storie, troppe incombenze, troppe paranoie. Sentivo il laccio chiudersi e mancarmi l’aria.
Ho fatta mia, l’età di chi non deve dimostrare più nulla.
Non ho mulini da abbattere, donzelle da strappare alle fauci del drago.
Di questi tempi sopravvivere, anche a mia insaputa, è già un traguardo.
Scrivere poi, anzi cancellare ciò che hai scritto è segno di maturità.
Poco, denso e con un senso.
Sbrodolarsi addosso, val quel che vale. Anche “fatturare a cani e porci”, esser pronto a inseguire sbavando, qualunque chiappa, non fa più per me.
Spero di ricordare per molto il senso  e l'onta del ridicolo che ho provato.
Poi mi sono anche accorto che non solo c’é: chi non vuol sentire.

Ci sono anche quelli, che pur non sentendo ne parlano, professionalmente, come unici veri e certificati custodi.
 “Libera nos Domine”
 Diceva Dylan: “I tempi devono cambiare”.
Non è un lavoro, è un piacere e a furia s’inseguirlo, questo piacere diventa una droga. Si sa come va a finire. Mi son rimasti tabacco e Venere, però.
Bastano e avanzano, anche le paranoie che mi porto appresso.

“On the road”. Da quota 81.
Grazie.
 

L’ultima parete

Sono appeso qui, ad un chiodo la cui stabilità e sicurezza, è dubbia. Quante e quali certezze ti può dare un pezzo d’acciaio, infisso in una spaccatura della roccia. Anche questa  fessura sento che comincia a mostrare gli effetti del tempo. Le rugosità, che tanto danno un fallace senso di sicurezza le senti consunte sotto le dita. O forse queste hanno le callosità, date dall’uso, troppo marcate. La sensibilità non è più quella di un tempo e la sicurezza che prima ti apparteneva, che sentivi completamente tua , ora se ne è andata con il calore delle tanti estati e il gelo dei troppi inverni.  Anche quelli che porti dentro. Le stagioni si sono succedute e questa montagna l’ho salita da ogni parte. Convinto che raggiungere la cima fosse il premio di tante fatiche. Il lauro di cui adornarsi per rendersi vivo, di dichiararsi tale. Stupida convinzione che la meta fosse più importante del viaggio. Ogni appiglio, camino, placca superata aumenta quel delirio che ci portiamo dentro quando vogliamo dimostrare qualcosa. A volte non è solo e semplice accrescimento dell’autostima. E’ semplice presunzione di essere ciò che di meglio esiste. Nutriamo un ‘orgoglio tale che ci rende ciechi delle e nelle nostre piccolezze, delle nostre evidenti mancanze e dall’orgoglio piano scivoliamo, perché accecati, nella superbia. Convinti e contenti di quella inutile pletora di gradimento, chi viene donata con facilità. Per piaggeria, per accondiscendenza o per dileggio.
Per poi stupirci se troviamo sul nostro percorso ostacoli che non riusciamo a superare. A volte mai, oppure con grandi difficoltà.
Gli ostacoli stanno lì a indicarci quanto siamo fragili e stupidi. Fragili perché non sempre commisuriamo le azioni con l’effettiva difficoltà. Stupidi perché sbagliamo nell’uso della forza da spendere. Quante volte utilizziamo il cannone contro la mosca e agitiamo un fuscello contro il leone.
Dimentichiamo che il viaggio è l’atto del viaggiare, del compiere un passo dopo l’altro. Della scoperta e dell’attesa di questa. E’ osservazione e pudica attenzione di ciò che ci circonda . E’ la lentezza con cui assorbiamo le emozioni dalle quali siamo investiti. E’ la consapevolezza dell’esistenza di tali emozioni. Allora il nostro viaggio ha un senso e riusciamo a viverlo a farlo nostro.
Oramai queste pareti le ho salite tutte. Non mi rimangono che le varianti, ma il gusto della scoperta è scemato. Sarebbe ripetere meccanicamente gesti già vissuti. Poi quando ti rimango in mano certi appigli, allora viene il tempo di domandarsi se andare verso l’inutile sia vero divertimento oppure risulta  essere ciò che è: inutile. Se prima emozionava ora preoccupa. Se fino ad ora stabiliva il contatto con quell’ altro tuo io, quello profondo. Ora quel contatto imbarazza e un po’ angoscia. Senti che arrampicare e mostrare il tuo valore porta insoddisfazione. La meta è solo la fine di una salita, di una fatica e in fondo, mettere un chiodo dopo l’altro è questione di tecnica.
Mi chiedo se ha ancora senso salire questa parete, se ha ancora un valore. Di quella adrenalina che un tempo scorreva, ne trovo labili tracce e i muscoli si fanno più duri e la testa più vuota. L’illusione di salire l’apparente inutile di questa montagna, si scontra con la realtà di una vita che ogni momento ti pone innanzi le proprie regole. Grandi e meschine a seconda delle occasioni, delle circostanze. Spiegare le ragioni di una salita , dell’aver scelto un chiodo, piuttosto di nuts a volte diventa impossibile e le spiegazioni diventano solo il grottesco rincorrersi di discorsi tra sordi. Appeso a questo chiodo, sinceramente mi domando il valore reale di questa salita, di questa montagna, diventata di sapone.
Getterò una corda doppia. Che si perda pure nelle brume che salgono da valle. Tra poco avvolgeranno anche questa parete, che la fretta di un altro amante dell’inutile sarà scoperta e percorsa. Forse con la stessa gioia e stupore che mi avevano accompagnato e il ciclo riprenderà uguale ed usato. Capire quando arriva il tempo di smettere, prima che sia troppo tardi, prima che quell’appiglio sia l’ultimo appiglio è sempre meglio di una caduta rovinosa, dalla quale è più difficile risollevarsi senza ossa rotta.
Quelle che ho intere, vorrei rimanessero tali. Chissà che non mi servano in futuro.
 
 
 
 
Noi,quelli del ‘54

Comunicato 19 / 2010

Comunicato nr° 19
A volte proviamo a fuggire da qualcosa o da qualcuno.
Fino a quando questo non diventa uno dei nostri incubi.

Non sempre e non per sempre.
 
Ufficio Facce.
 

Riguardando

Preso da una strana nostalgia, mi sono riguardato i post precedenti. Vorrei scegliere i più significativi e riproporli. Non li ricopio; basteranno i rimandi. Nella scrematura mi sono accorto che non ho mai scritto nulla riguardo mia madre. Pensare che per noi ometti, mammà è  per sempre mammà. Quel cordone ombelicale, sembra mai reciso, sia che si provi un amore sperticato, viscerale, sia che i sentimenti vadano all’opposto, sconfinando anche nell’odio profondo. Definire la propria madre è sempre difficile, se non impossibile. Si scivola facilmente in ritratti agiografici, stentorei per i quali non si accettano discussioni. Nessuno tocchi mammà !
Questo nel bene come pure nel male.
Diventa una figura generata da un imperativo categorico e assoluto e diventata anch’essa tale.
Intoccabile, stella fissa del nostro empireo, di lei si dice solo tutto il bene o tutto il male e lo si afferma incontestabilmente.
Eppure capire una madre, significa capirne i figli, forse perché la società, o meglio il modello societario, nel quale mi sono bagnato, prevedeva la madre come educatrice, praticamente unica, della figliolanza.
A lei quel compito e il padre assunto come occasionale presenza, per lo più giudicante, per alcuni era ospite di casa propria.
E’ vero che non era e non è sempre e tutto come descritto prima, però la figura femminile nella casa, con quell’etichetta di “angelo del focolare” così forte, risultava e risulta difficile da cancellare dall’immaginario collettivo.
Mia madre, non ha conosciuto sua madre. Quei quindici giorni, il tempo che è intercorso dalla nascita di lei e la morte dell’altra, non so se sono bastati a che almeno una volta si risolvesse un abbraccio, una tenerezza. Tralascio i motivi di quella morte.
Quando la malattia di mia madre avanzava verso l’epilogo, mi confidò che per tutta la vita aveva avuto la sensazione che la sua vita fosse stata uno sbaglio, che non  avrebbe dovuto nascere. Che non si sentisse adeguata ai tempi, un po’ l’ha sempre sofferto. Forse gli anni dell’infanzia fino alla piena adolescenza, sballottata tra collegi e case di parenti pietosi, che facevano rimarcare quella pietà, come un macigno, dal quale mia madre non si è mai scossa del tutto. Forse perché nel mondo contadino che ha visto i suoi anni giovanili il fatto di aver conseguito un diploma è sempre stato visto come un fuoco rivoluzionario che covava sotto la cenere di un opprimente perbenismo, di una ipocrisia imperante.
Poi ancora più scandalosa ancora la scelta di mio padre come uomo con cui condividere un futuro, solo per il fatto che 15 anni di differenza, ai più parve un’enorme e abnorme anomalia Poi mia madre aveva il vizio del fumo e quindi equiparabile per quello a una donna di piccole virtù, negli anni a cavallo dei ’50 – ’60. Anni di quell’Italietta, che ancora sopravvive. Mia madre, forte di una vita costruita con le proprie forze e le proprie mani, alzava le spalle, dando priorità ad altre e più importanti cose. Dignità, pudore interiore, pulizia mentale e ricerca di miglioramento morale ed intellettuale. Le uniche e vere eredità che mi ha lasciato. Fardello pesante, lo riconosco, ma quello o il nulla. Mi ha offerto un modello di vita e se vogliamo di educazione, che tale con gli aggiustamenti e le aggiunte del caso ho riproposto a mia figlia. A mio parere è un modello valido e trovo a distanza di anni, che ciò in cui sono stato educato e ciò in cui educo, ha un valore che si è protratto sempre valido nel tempo.
Mi spiace che la Leonessa non abbia conosciuto nonna Mariù. So che, per il temperamento dell’una e dell’altra, sarebbe stato un bell’incontro, ma sono altrettanto certo che si sarebbe svolto all’insegna dell’assoluta correttezza. Né Artemisia, la mia, né io ci saremmo sottratti ad una certa gelosia, per quello speciale rapporto che si sarebbe instaurato. Mia madre ci sapeva fare con i bambini e il sapere di una nipote, avrebbe allargato finalmente il suo orgoglio. Lei che temeva l’orgoglio, sempre attenta a non tramutarlo in superbia, sempre prudente con una punta di pudicizia in tutte le cose, che a volte non capivo e che ora, solo ora intuisco a fatica e non completamente.
Ho capito più cose di mio padre, nell’inverno della sua vita, che non prima. Forse perché si sono ribaltati i ruoli, io , il figlio, assunto dal padre come tale e lui, rivestito dei panni del figlio.
L'ho ritenuto il gioco di un vegliardo, che passando le stagioni, ritorna ai primordi.

Non era un gioco. Mi accorgo ora di come fossi stato messo alla prova, di come dovessi parlare soprattutto a me stesso: da uomo.
Come figlio reale e come padre altrettanto reale.
La vita è una partita e devi cercare sempre di avere le carte migliori, ma soprattutto devi essere pronto a giocare quella partita a prescindere.
 
 
Noi, quelli del ’54  (Genitori e figli nel NordOvest della nostra umanità)
 

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