CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “luglio, 2010”

Il vento va e poi ritorna

Per qualche tempo non ci sarò.
Sicuramente in quest’ultima settimana di luglio. Mi sono ricavato del tempo, giusto da lunedì a domenica, per dedicarmi alla famiglia. Una settimana, però importante. Soprattutto per la Leonessa. Viene a Lourdes con Artemisia, la mia e il sottoscritto. Da scriversi negli annali? Notiziona epocale? Forse, però è il coronamento di una piccola speranza covata da noi genitori. Sono anni che facciiamo pellegrinaggi e quest’anno con un po’ di fortuna e qualche sacrificio che farò in futuro, parto. So che qualcuno rimarrà stupito e qualcuno sorriderà sotto i baffi alla facile battuta: “Va a Lourdes, ma trova chiuso! Almeno per lui”. Vi piacerebbe eh, birichini. Invece no, troverò aperto e non so cosa troverò. Il bello del pellegrinaggio  sta proprio nelle sorprese che andrà ad offrirti. Quello è un luogo in cui vado per respirare. Non so se troverò quell’aria spessa, carica di sale come quella di una mareggiata. Oppure avrò fame d’aria, quella stessa che ti prende in quota, quando è fatica soprattutto respirare. Mi è difficile spiegare, non trovo le parole adatte, ma sicuramente avrete capito. Oltre a quello non mi aspetto altro se non la forza di andare avanti per un altro anno. Intanto masticherò le parole udite e ripenserò ai discorsi fatti. Rivedrò gli sguardi, le immagini che sono riuscito a cogliere. Perché ci vuole tempo, per riuscire a capire cosa è successo durante un pellegrinaggio. Bisogna avere la pazienza di riunire tutte le tessere di quel puzzle, che si è formato in pochi giorni e rimetterle nel giusto verso. Lo so sono lento, ma mi ci vuole un annetto circa. Giusto il tempo per arrivare all’ora di partenza per un altro viaggio, un’altra esperienza  e con quella altri insegnamenti. Non vado certo a chiedere grandi cose; solo la forza di continuare a credere. Non perdere di vista quelle due o tre regole morali che mi sono dato e l’orientamento sotto il cielo stellato sotto cui vivo. Il resto è per gli altri, soprattutto per chi soffre  non solo nel fisico, anche nell’anima. Per quanti hanno chiesto un pensiero o semplicemente lo hanno fatto capire con un ammiccamento. E’ sempre difficile chiedere una preghiera, un pensiero per se, la propria situazione. La paura di scoprire una debolezza, il frantumarsi di un’immagine che diamo agli altri o forse il confronto con se stesso, pesano. Eppure per me è motivo di gioia, nel sapere che  ho cura di un altro. Che un altro mi ha affidato un bene prezioso: una preghiera per se. Non voglio neppure sapere il perché, non mi interessa. Sarebbe, da parte mia, usare una violenza. Chi chiede sa perché chiede. Sono solo un tramite e contento di esserlo. Punto. Qualcuno obbietterà, che viene a mancare la mia di responsabilità.

“No” rispondo io. Mi assumo la responsabilità di pregare per lui in un luogo costruito sulla e per la preghiera.
Posso dare più  o meno enfasi alla stessa, ma gli effetti non cambierebbero.

La sostanza è tutta di chi mi ha chiesta, la preghiera.
Ricordiamo il monologo di Amleto e chi l’ha scritto, piuttosto che gli attori, che hanno interpretato il personaggio.
Quindi parto e sa a qualcuno scappa un pensiero per il sottoscritto: grazie. Contraccambio.
Poi arriveranno i primi giorni di agosto e il Pazzificio mi ha già presentato il conto preventivamente, ma era nei patti.
Quindi a spizzichi e bocconi, forse riuscirò anche a rispondere a quanti mi avranno lasciato un pensiero. Poi arriverà Ferragosto e allora …. Buone vacanze miei cari.
 

Il vento va e poi ritorna

Per qualche tempo non ci sarò.
Sicuramente in quest’ultima settimana di luglio. Mi sono ricavato del tempo, giusto da lunedì a domenica, per dedicarmi alla famiglia. Una settimana, però importante. Soprattutto per la Leonessa. Viene a Lourdes con Artemisia, la mia e il sottoscritto. Da scriversi negli annali? Notiziona epocale? Forse, però è il coronamento di una piccola speranza covata da noi genitori. Sono anni che facciiamo pellegrinaggi e quest’anno con un po’ di fortuna e qualche sacrificio che farò in futuro, parto. So che qualcuno rimarrà stupito e qualcuno sorriderà sotto i baffi alla facile battuta: “Va a Lourdes, ma trova chiuso! Almeno per lui”. Vi piacerebbe eh, birichini. Invece no, troverò aperto e non so cosa troverò. Il bello del pellegrinaggio  sta proprio nelle sorprese che andrà ad offrirti. Quello è un luogo in cui vado per respirare. Non so se troverò quell’aria spessa, carica di sale come quella di una mareggiata. Oppure avrò fame d’aria, quella stessa che ti prende in quota, quando è fatica soprattutto respirare. Mi è difficile spiegare, non trovo le parole adatte, ma sicuramente avrete capito. Oltre a quello non mi aspetto altro se non la forza di andare avanti per un altro anno. Intanto masticherò le parole udite e ripenserò ai discorsi fatti. Rivedrò gli sguardi, le immagini che sono riuscito a cogliere. Perché ci vuole tempo, per riuscire a capire cosa è successo durante un pellegrinaggio. Bisogna avere la pazienza di riunire tutte le tessere di quel puzzle, che si è formato in pochi giorni e rimetterle nel giusto verso. Lo so sono lento, ma mi ci vuole un annetto circa. Giusto il tempo per arrivare all’ora di partenza per un altro viaggio, un’altra esperienza  e con quella altri insegnamenti. Non vado certo a chiedere grandi cose; solo la forza di continuare a credere. Non perdere di vista quelle due o tre regole morali che mi sono dato e l’orientamento sotto il cielo stellato sotto cui vivo. Il resto è per gli altri, soprattutto per chi soffre  non solo nel fisico, anche nell’anima. Per quanti hanno chiesto un pensiero o semplicemente lo hanno fatto capire con un ammiccamento. E’ sempre difficile chiedere una preghiera, un pensiero per se, la propria situazione. La paura di scoprire una debolezza, il frantumarsi di un’immagine che diamo agli altri o forse il confronto con se stesso, pesano. Eppure per me è motivo di gioia, nel sapere che  ho cura di un altro. Che un altro mi ha affidato un bene prezioso: una preghiera per se. Non voglio neppure sapere il perché, non mi interessa. Sarebbe, da parte mia, usare una violenza. Chi chiede sa perché chiede. Sono solo un tramite e contento di esserlo. Punto. Qualcuno obbietterà, che viene a mancare la mia di responsabilità.

“No” rispondo io. Mi assumo la responsabilità di pregare per lui in un luogo costruito sulla e per la preghiera.
Posso dare più  o meno enfasi alla stessa, ma gli effetti non cambierebbero.

La sostanza è tutta di chi mi ha chiesta, la preghiera.
Ricordiamo il monologo di Amleto e chi l’ha scritto, piuttosto che gli attori, che hanno interpretato il personaggio.
Quindi parto e sa a qualcuno scappa un pensiero per il sottoscritto: grazie. Contraccambio.
Poi arriveranno i primi giorni di agosto e il Pazzificio mi ha già presentato il conto preventivamente, ma era nei patti.
Quindi a spizzichi e bocconi, forse riuscirò anche a rispondere a quanti mi avranno lasciato un pensiero. Poi arriverà Ferragosto e allora …. Buone vacanze miei cari.
 

Ci sono scampoli e scampoli

Ci sono scampoli e scampoli. Scampoli d’estate, di ferie o più usuali di stoffa, ma ci sono anche quelli di televisione. E da questi ultimamente bisogna difendersi. Anzi dovete difendervi. Sì, dico a voi splendide …entenni e magnifiche …arantenni.
Ora io mi domando e come me molti di noi attoniti ometti, ma le donne che fine hanno fatto.
Spiegazia. La televisione, onnisciente e onnipresente, mi sta dicendo che Voi donne siete affette da una stranezza che non ha eguali. Per un tempo determinato e ciclico nel tempo, anche misurabile in un periodo però scostante della vostra esistenza, all’interno di voi si viene a creare una sorta di camera magmatica, forse fuoco primigenio, essenza biofora che parrebbe incontrollabile, se non fosse perché dai laboratori di ricerca della “ACME Inc. Ltd” menti acute hanno, con mirabile tecnologia, approntato alcuni centimetri quadri di una sorta tessutale, che contiene, argina, minimizza forse, quest’arsura che vi divora. Tutto ciò spiegato con dovizia di una scenografia che avviene in un tripudio di fiori, tra musiche celesti e una voce suadente ma allegra, accompagna le gesta mirabolanti di questa poca superficie all’uopo preparata. Ricca di ali e barriere, con doppi e tripli strati di morbidezza impareggiabile, ma che rilascia anche sostanze riequilibranti.
Eppure rimane inevasa la domanda di come per un tempo  limitato e ciclico voi, o mie leggiadre, possiate trasformarvi in epifanie di nubi vichinghe.
Di come quel fuoco, apparentemente inestinguibile non arrechi più danni dei soliti, ma anzi con poche ed accorte manovre riduca i suoi esecrabili effetti.
Ora però, converrete con me che accanto al fuoco, da giusto contraltare, ci sia il suo acerrimo nemico: l’acqua.
Qui in parte basisco, o meglio basisce l’altra parte che non lo ha fatto precedentemente.
Rimango sconvolto nel sapere che a un certo punto della vostra sfolgorante vita, siate preda dell’incontrollabilità del gruppo idraulico secondario e tra gli altri effetti, possiate lasciare oltre che macchie evidenti di questa incontrollabilità, possa assurgere a livelli epici, lo scontro epocale tra sentori forti e decisi di tuberose ed effluvi mefitici d’ammoniaca.
Questo secondo caso, parrebbe più grave e inquietante. Il primo è determinato e circoscritto nel tempo. Nel secondo, si può appalesare beffardo, anche adesso che leggete, lasciando evidenti disagi nei vostri abiti e nei vostri spiriti, ciò cagionandomi un aumento d’ansia e innescare una spirale malevola.
Nulla è però perduto. Anche in questo caso i noti laboratori iper tecnologici “ACME Inc. Ltd” sono intervenuti con la solita pezza.
Anche questa volta erigerà barriere, seppur precarie, però le erigerà aggiungendo profumi e olezzi che leniranno quell’odore indicativo. E via, in un trionfo olfattivo di tamerici di Samoa, di essenza di frangipane della Malacca, di sentori di felce tasmanica. Ciò per attutire, evanescere, minimizzare afrori dubbi e incontestabilmente urfidi e murfidi, che mal s’addicono alle vostre graziosissime persone.
La lotta è dura; il gioco è duro, ma si sa chi la dura la vince e sento che anche questa volta riuscirete a erigervi come trionfatrici sull’abiezione corporale ed eleverete più in alto il vostro spirito.
Se non che, a sentire quanto afferma la diabolica scatola, tra un epifania ciclica e un’altra asintomatica può sorgere un altro incomodo fatto che getterà alcune di voi, quando saprete, nell’angoscia e nell’imbarazzo più grande.
Perché pare che siate affette da una sintomatologia, indiscreta e manifestatamente maligna, contro cui siete poco avvezze, o se lo siete, agite con quella discrezione, quella pudicizia di cui da secoli siete porta bandiere indiscusse.
Noi ometti, invece, così ostinatamente allevati e acculturati da modelli che impondono una epifania di virilità, poco ci curiamo e proprio per riaffermare l’esuberanza, anche fuori luogo e tempo, dell’abbondanza ormonale di cui siamo pregni, non ci nascondiamo al momento di ravanarci il predetto gruppo idraulico. Anzi a volte ostentiamo con sicumera saccente lo scartavetramento dell’”imbarazzo”.
Convinti che questo sia un’evidente apoteosi della maschia virilità.
Non temete, non tremate, o mie meravigliose creature, la nota casa “ACME Inc. Ltd” ha provveduto anche in questo caso alla bisogna. Ecco, in un tripudio di odori e profumate essenze, che si sono materializzati spry e creme contro questo ulteriore e surrettizio tentativo di abrutirvi.
Essenza di camomilla patagonica, sublimato di licheni antartici, profumo di buganvillea papuasiana, estratto probiotico di salicornia della Kamcyatka con un nonnulla di malvacalendulamelissa di agricoltura biologica del Burkina Fasu, per un commercio equosolidale. Perché voi avete una coscienza cui rispondere e ne rispondete in maniera responsabile.
Noi invece si tocchiamo.
Questa è una delle diversità antropologiche di cui dobbiamo farci una ragione.
A questo punto una parte della dottrina accreditata sul problema, ha indotto il dubbio che più che di un’estetista, avete bisogno di un esorcista.
Tali e devastanti sono i problemi del vostro corpo, presentati testé, che questo sembra posseduto da un demone proteiforme.
Obbietterete, a queste risibili accuse, che avete già provveduto attraverso i laboratori della nota ditta di cui sopra. Ditta che, essendo fatta essenzialmente di donne, queste sanno e rispondono a pieno ai vostri più intimi desideri.
Piuttosto noi, ometti impauriti e in fondo “rosiconi” di tante attenzioni c
he vi vengono riservate dalla natura umana.

A noi non rimarrà che drappeggiarci, a suo tempo, in altrettanto tessuto di color verde mestizia e quello, senza ali né barriere, sarà l’ultimo sacello di ciò che spudoratamente abbiamo creduto essere, il centro dell’azione e del pensiero virile.
Il volto matrigno della natura, non farà sconti o eccezioni e non avremo neppure il conforto del tarassaco andino a lenirci gli ultimi scampoli di un io ferito.
 

E ritorniamo punto a capo

Anch’io non sono riuscito a sfuggire ai corsi e ricorsi di vichiana memoria. Un simile incipit d’approccio filosofico, per una volta concedetemelo. In fondo perso nell’ennesima notte perso riesco a riannodare le fila di quel me stesso, che con la mente percorre i sentieri del NordOvest. Quasi fossi il Maggiore Roger, che nel ‘700 cercava affannosamente, come altri per altro, quel  passaggio.  In fondo una nuova porta che permettesse di accedere in modo nuovo, al nostro vecchio caro mondo. Sì che erano tempi di scoperte e chissà, che non scopra qualcosa anch’io. Almeno di me stesso. In fondo mi è stata posta una domanda e dalla notte dei tempi: “Conosci te stesso”. Prima o poi dovrò dare una risposta. Che sia proprio questo fatto, essere cioè a NordOvest di se stessi, quella prima inconscia, inattesa domanda cui rispondere? O piuttosto rispondere al perché mi trovi lì, sia il prodromo per proseguire. Dovrò riflettere.
Dovrò tentare di capire perché questo stato d’animo, mi fa vivere adesso, in questa stagione della mia vita, la vita stessa.
I rapporti che ho con il mio io e quelli in rapporto con gli altri. O forse sono solo le solite seghe mentali che uno si fa, convinto che solo interrogandosi, almanaccando, tentando si sviscerarsi fino in fondo si da un tono?
 Ottenere, magari, una visibilità di cui fa finta di schermirsi, ma che agogna sotto sotto.
Come il solito mi sto perdendo in un brodo autoreferenziale.
Il pastrocchio parafiliosofico è dovuto al fatto che ho letto sulle pagine di “Tutto Scienze” un bell’articolo. Per meglio dire un bel racconto, vincitore del primo premio di un concorso indetto proprio da TS: “La scienza narrata”.  Bastava scegliere un argomento e trattarlo oltre che con rigore scientifico riportandone le basi su cui poggiava la trattazione, ma anche svilupparlo, se possibile, con una dose d’ironia, un pizzico di lievità giusto per rendere lo scritto appetibile. Questo a sensibilità personale, c’è da supporre.
Scritti da studenti delle scuole superiori, i primi tre classificati, balzano agli occhi innanzitutto perché scritti in lingua fluente, con i congiuntivi apposto. La “consecutio” impeccabile e la parte “tecnica” che non fa una grinza. Un sentito grazie ai loro insegnanti, alle famiglie, agli scrittori, che hanno capito come lo studio non sia solo un elencazione arida di fatti, ma questi sono concatenati gli uni agli altri. Che non esiste la matematica senza il disegno e viceversa. Che la storia va a braccetto con le lingue straniere e con la geometria e strano a dirsi sono compagni di greco e latino. Veniamo però alla vincitrice. Una ragazza che ha scritto del classico triangolo amoroso: lui (Trovatosi normalmente cornificato). Lei (Che si diletta nell’adornargli la fronte). L’altro, che non recede e procede all’ampliamento del palco. E allora, mi direte: “Nihil novi sub sole” ?
Bene, provate voi ad avere un approccio epistemologico a tale questione.
Ora la giovin fanciulla abbraccia tre teorie filosofiche e le sviscera con pennellate decise, senza tanti fronzoli.
Il sottoscritto si è eviscerato, al contrario. I miei studi filosofici, si perdono nella notte dei tempi. Di prima dell’apparizione della trimurti d’Atene (Socrate- Platone -Aristotele) ricordo, non so perché un tale Teofrasto (Il nome forse evoca in me un qualcosa) e una frase che cito a braccio e forse sbagliando pure: “L’essere è, il non essere non è”.
So per certo che Aristotele fu l’incubo d’intere generazioni (Filosofi e studenti, nessuno escluso) tanto che per farla breve qualcuno s’invento “Ipse dixit”.
Questo per non menarsela troppo. E la sua ingombrante presenza si spinse fino al Rinascimento ed oltre. Poi arrivarono Giordano Bruno, Cartesio, i Lumi e quegli insopportabili di Kant ed Hegel.
Con le mutande il primo e i calzini il secondo. Non chiedetemi il perché. E’ così e basta e se siete curiosi interrogate la mangusta. Il sottoscritto si cita: “Ipse dixit“.
Poi e chiudo l’excursus, sulla mia pochezza filosofica dottrinale, arrivò Popper e il suo flipper. Cambiò tutto o quasi.
La ragazza invece, sapendo di filosofia, dimostra come, con metodo epistemologico, Lui sia felicemente cornuto sia a livello neopositivista, sia con il metodo Popperiano che con quello Kuhniano.
Ora prima di affrontare questo scritto ho compulsato santa Wiki, giusto per farmi un’idea di come si portano le corna in tre modi diversi. Non voglio fare più brutta figura di quella che sto facendo ora. Ho scoperto cos’è il neopositivismo. Qual’è l’approccio di Popper e quello di Kuhn. Ora sapete cosa leggere dopo queste sciocchezze. Giusto per rifarvi il palato.
Se vi capita tra le mani il numero 1429 in data 14 luglio 2010 di Tutto Scienze (Inserto settimanale de “La Stampa”, per intenderci) non perdetevi l’occasione di sorridere e di riflettere come ogni teoria, non è poi così sfiancante se esposta con l’arguzia un po’ spiazzante di una giovane mente.
Il secondo classificato ha descritto il viaggio di un gruppo di elettroni che percorrendo un filo di rame fanno amicizia con atomi d’idrogeno ed ossigeno, legati ad una catena d’amminoacidi. Dieci righe di seria e stringente scienza, che si conclude con la visuale “elettrica” di un’esecuzione capitale. Con la sedia elettrica naturalmente. Da brivido.
Il terzo è il racconto, a tratti poetico, dei primi tentativi di volo da parte dei primi pallonauti. Ironia, poesia e rigore dottrinale si sposano in un matrimonio ben riuscito.
 A me è rimasto il mal di testa e non per quello che pensate voi, malpensanti.
Ho la fronte libera io. Anche se mi sorge il dubbio della veridicità del detto che l’interessato di norma è l’
ultimo a sapere le cose.

Però protuberanze non ne sento e se permettete di ciò ho la prova empirica, che va  oltre ogni ragionevole dubbio.
Anche se sono perso, in una notte inevitabilmente persa, a Nord Ovest di me stesso.
 

Comunicato 20/2010

Comunicato nr° 20
 
Quanti geni incompresi!  Anche dall’intelligenza.
 
Ufficio Facce.

Una notte, un’estate

Di questi caldi ho memoria.  Le giornate a rotolarsi da un’ombra all’altra, sperando in un refolo d’aria, che portasse via quella patina greve, untuosa di sudore. Sudore, come sudario dall’odore dolciastro della propria anima, che piano strabordava dai pori e scivolava in un rivolo sulla pelle. Un gusto salato, quelle gocce, cui si mescolava un senso di disfacimento. Sembrava che anche l’anima subisse una lenta e inesorabile liquefazione. Neppure l’acqua bevuta a grandi sorsi poteva allontanare quel lento fluire, anzi aumentava viepiù lo sgocciolio dei sentimenti. Quel disco bianco, sputato in mezzo ad un cielo, che d’azzurro aveva solo i lontani contorni da quell’accecante biancore, come un tamburo batteva inesorabile il calore.
Attendevi la notte, sperando che quella rabbia di calore, svanisse e il buio coprisse con un mantello gelido tutto quel fuoco masticato durante il giorno. Ho memoria di notti di luglio passate tra le antiche mura della casa in cui ho trascorso fette di vita. Dopo quella guerra di raggi infuocati, arrivava la notte e la sentivi giungere una collina dopo l’altra. Al rombo delle cicale si sostituiva dapprima un silenzio assordante e poi lento, inesorabile il concerto monocorde dei grilli. Quasi che la natura stessa, per il troppo calore, si smarrisse dentro quell’improvviso silenzio e bisognasse di un altro rumore, per accompagnarsi in quelle ore di buio. La compagnia di quel zinzire pareva allontanare la sottile inquietudine e paura della notte. Pigra, una falce di luna si alzava; dapprima rossa, ancora stordita dalla volgarità della luce del giorno. Poi lentamente cangiava, assumendo l’argento, suo proprio. A volte mi è capitato di vederla tutta, finalmente capace d’illuminare, almeno quello. Una rivalsa e forse contenta della sua luce, bastante per regolarsi delle ombre, fredda, riuscendo anche ingannevolmente a rinfrescare. Ho visto anche il solo tappeto di stelle e mi spingevo a leggere la volta nella speranza di cogliere Rigel, Beltegeuse o la più semplice Stella Polare. Gioco per ingannare la notte, la sua inevitabile brevità, l’innaturale paura a essa associata. A volte scendevo in giardino, non contentandomi di guardare finalmente in alto, senza paura. Riconoscevo gli alberi. La “Lea” d’ippocastani e il cedro del Libano. Il ciliegio dove, da che mi ricordi, c’è sempre stata l’altalena. Accanto, memento d’Asia e dei suoi misteri, come canne d’un organo silenzioso, c’era un bambù. Non so se fu piantato o nato per caso. Era lì, intricata quinta, sipario o scenario d’interminabili giochi di fanciullo. Poi la magnolia, altro segno di un’Asia lontana e, a corona, fiori: come i tulipani e le rose. Un lauro gigantesco, guardiano all’entrata del giardino e stele di un antico pozzo in disuso, che il tempo e gli uomini aveva chiuso. Testimone di antica vita. Alle sophore poco scostate dalle mura amiche, guardiane anche loro, ma di ben diverso e più alto lignaggio, il compito di vegliare sulla casa e sugli abitanti. Guardiane della casa superavano il tetto, due vecchie centenarie che avrebbero potuto narrare gli anni di quelle colline attorno, oltre alle storie di chi aveva goduto di quella fresca copertura. E poi ancora i filari, uno di meli e l’altro di peri, che portavano alla casa.  Sul grande ginepro sapevamo del posatoio di una civetta e quante volte ho sentito il suo richiamo e quante volte, stupito, ho visto veloci segni di croce da parte di mia nonna. Ingenui esorcismi, tramandati dalla forza della consuetudine della cultura contadina, che io scambiavo, superficiale e supponente, come superstizioni. Sentivo però, in quei vagabondaggi notturni, oltre all’umido tartufo dei cani di mio zio, accostati alle mie gambe nude, anche l’aria frizzante e fresca che saliva dalla valle, finalmente libera di dimostrare ancora una volta di esserci per calmare quella vampa, che in precedenza ci aveva consumato. Tendevi l’orecchio, certo che sull’onda di quel refolo giungessero anche i rumori usati del mondo di cui sentivi la realtà dietro quelle luci che spezzavano la notte, in cui ti eri immerso. Vedevi i lampioni che dal paese, anche lui disteso su di una collina, correvano giù da un suo fianco e sapevi che introno a quelle luci, ogni notte si consumava l’usato scontro tra vita e morte. Insetti attratti da quel lucore e predatori. Attratti e certi della ripetuta abbondanza. Improvvisa una luce correva più forte. Appannaggio di chi era obbligato a quella corsa o forse di un altro, attardato e spaurito da quel buio. Il rombo lontano trascinava via il rapido pensiero, la minima storia che ti eri raccontato. Ti raccontavi storie per avere qualcosa o qualcuno che ti tenesse compagnia in quei momenti di sottile e inevitabile tensione. La notte faceva riemergere piccole o grandi paure. L’oscurità ottundeva i sensi e potevi affidarti all’udito e solo quello aiutava a distinguere lo stormire delle foglie, il sommesso fischio del vento tra i rami. Riconoscere il trillo acuto dell’usignolo. Le sue sorprendenti acrobazie vocali. Così ammalianti e così diverse e lontane dai toni bassi e cupi degli strigidi che abitavano la casa e quelle vicine, oltre agli alberi del giardino. Sapendo che l’alba ti avrebbe regalato la melodia dell’allodola. Nel cielo, oltre alle stelle scenario incomparabile, ricamavano voli i pipistrelli. Animali ancor più misteriosi. Anche loro sul confine tra magia e superstizione. Gli ultimi di quella tua personale scala. Frutto più che altro di quanto appreso per sentito dire. Non vissuto o ricercato personalmente.
Tra tutte queste emozioni e ricordi aleggia e la sento forte un’intensa quiete, che pervadeva tutto e tutti. Pareva che finalmente liberi da quella cappa piombigna ciascuno, nella notte, potesse attendere alle proprie occupazioni. Tra quelle note, sospirate dal vento, arrivava anche il sonno. Quasi che quei rumori fossero il motivo principale, la musica tanto attesa, perché potesse finalmente dispiegare tutte i suoi attesi effetti.
Mi ritiravo e sbirciando un’ultima volta tra le fessure degli scuri, quella notte speravo non dovesse mai finire. Avrei voluto che non finissero mai i suoi falansteri, forse per la bellezza o forse perché, ci sarebbero toccate in sorte, con il nuovo giorno, ore feroci, spese a rotolarci da un’ombra all’altra.
 

Un pomeriggio d’estate

Sempre rimestando nel passato, ma incerto della pubblicazione in queste pagine, mi pare appropriato proporre un ondata di fresco. O di caldo ulteriore. In basa alla personale percezione, naturalmente.

In quest’afoso pomeriggio, con un refolo d’aria, perplesso per la sua esistenza, mi sono ricordato improvvisamente di un’estate di anni fa. Ho chiara l’immagine della “topia” di luglienga che costeggiava il muro della casa di mia nonna. Il rombo delle cicale sparse tra la sophora japonica, e gli ippocastani della “lea” in fondo al giardino, fin su al cedro. Un gigante che mio padre ed io, insieme, non siamo mai, stai capaci di abbracciare insieme.  Disteso su di un’amaca, fatta di teli vecchi, quelli dei materassi e corde rimediate e tirate tra un anello infisso nel muro e un grosso ramo della sophora, sto lì a oziare. Rimbambito, bhè ci voleva poco e ci vuole poco tuttora, dal caldo di un luglio che avvampa, predisponendosi alla calura d’agosto. Le colline intorno alla casa, immobili come le gobbe di un cammello nel deserto, sono coperte dai serpenti dei filari di barbera.Sotto i pampini, gli acini annerivano, piano, cotti dal riverbero di quella terra argillosa, che a poco a poco si spaccava. Da quelle ferite sembrava quasi che la terra buttasse fuori il calore opprimente. Intanto non un alito di vento, anzi ti arrivava una boccata d’aria calda. Come quelle che lanci sui vetri d’inverno e il vapore ti permette di disegnare un cuore o le tue iniziali o stupidi sghiribizzi. Avrei avuto la voglia da andare alla pompa del pozzo e sfidare il caldo per pochi litri da mettere in un catino e poi rovesciarne il contenuto sul mio corpo accaldato. Ma il ricordo di quando fatto il giorno precedente e di come il tuo corpo si fosse coperto ancora una volta di quel sudore, spesso e salato, che entra negli occhi e te li fa bruciare. La sensazione di fresco dura un lampo e il caldo ritorna, veloce, feroce e ti attanaglia la gola; schiacciandoti il petto e il respiro si fa corto. Non avevo voglia di accendere neppure la classica sigaretta. La distrazione per una tensione, da cui non sapevo distaccarmi. Quasi che quel caldo maligno, giocasse con me un gioco perverso nel quale da bravo schiavo, non riuscivo a decidere di dire la parola che interrompesse il gioco stesso. Non ero neppure più io il vero padrone del gioco. Forse neppure lui, il caldo, era più interessato a giocare. In fondo la vittima c’era; poi il gioco è bello finché dura poco. Dopo è noia. La noia di un afoso pomeriggio di fine luglio, sotto una “topia” di luglienga ad ascoltare il monotono ronzio delle vespe che si attaccavano a tutti gli acini, compresi quelli acerbi. Le più sono ferme, incapaci di volare e attendevano che si smorzasse un po’ la fornace. Aprivo distratto il libro che mi ero portato, convinto che la quiete della campagna favorisse la lettura. Certo però non in quelle condizioni. Anche le parole, con chi mi stava attorno, uscivano già calde a impastare la lingua ai denti. Erano un sibilo, un rantolo, un borbottio che otteneva altrettanti borbottii, come risposta. Avessi avuto la forza, sarei andato dietro casa, sotto le prugne a cercare quelle più mature; oppure avrei fatto due passi a guardare sotto il fico per indovinare i migliori. Mi accorgevo come la testa fosse vuota; anche di quel minimo d’attenzione che avrei dovuto impegnare. Mi sembrava di fare lo strozzino nei suoi confronti. L’interesse per una susina matura era troppo alto da spendere, in quel momento. A quel tempo non c’era neppure un PC per dar noia a qualcun altro, con questi ricordi, che tengono caldo in questi momenti e non compagnia, come avrei voluto che fosse.
 

Rimestando

Rimestando nei mesi passati ho trovato questo.
Mi son chiesto, in un empito di pigrizia: perché non riproporlo? In fondo é indicato per questo periodo, di questi tempi.

Perché uccido?

Parlare, raccontare di aver ucciso qualcosa di se, non implica necessariamente darne una spiegazione. Questa può essere letta tra le righe, cercata tra le parole o con più difficoltà tra i sottintesi. Così sfuggenti,  così labili nella loro essenza, tali da poter procrastinare le parole decisive in un momento stabilito, o meglio da stabilire. Come se la fuga possa collante di un “continuum” tra quelli e l’omicidio. L’omicidio di una parte di noi, in qualche maniera, si può paragonare a una fuga.  Fuga da una responsabilità, fuga da un evento, che in qualche maniera poteva essere foriero di un cambiamento o di un ristagno della nostra situazione. Cambiare porta sempre a un’ansia, a una paura, ancorché legittima, del futuro e di come ci si può presentare. Non sappiamo se volgere la nostra esistenza porterà gioia o affanno e in quale misura. Lasciamo una donna, perché il rapporto è diventato ingombro di macerie e ci rifugiamo nell’apparente solitudine. Abbiamo ucciso il nostro modo di amare, forse perché non all’altezza, forse perché desueto; o forse perché dietro l’angolo c’è un’altra occasione amorosa. In uno dei due casi ci siamo trovati inadeguati, ci hanno fatto sentire tali e il nostro piccolo o grande mondo si è sciolto come neve a primavera. Le aspettative riposte in noi, non si sono manifestate nella loro pienezza. Abbiamo sbagliato contesto, banalmente consumato il tempo, nostro e dell’altra. Nell’altro abbiamo riposto le speranze nella persona sbagliata, che non ha voluto leggere nel nostro fare, la nostra essenza. Per l’ultimo, abbiamo colto un’occasione, o ce la siamo regalata, e improvvisamente sparigliando le carte abbiamo deciso di troncare e di ricominciare tutto da capo, con un’altra persona. Il più delle volte, senza una spiegazione, senza rimorsi, senza rimpianti; non interessandoci della crudeltà del nostro atto. Sono da considerarsi vere queste considerazioni, oppure la semplice paura di agire in un verso o nell’altro soddisfa la risposta: perché uccido? Dobbiamo cercare più in profondo, se esiste questo profondo, se esiste il fondo, da cui poi possiamo innalzarci, come cetacei, per poter tornare a respirare? Oppure quelle banali considerazioni le traiamo per buone? Credo che ognuno di noi abbia forti e sentiti motivi, per compiere un omicidio. Per sopprimere una parte di se occorre ben pensare a ciò che si vuol eliminare. Come dicevo prima: un amore, divenuto molesto. Può essere pure un lavoro, ormai sentito solo e unicamente come ripetuta sequenza di azioni, scevro da motivi di orgoglio personale, senza incentivi d’ordine economico, che pur ci vogliono, senza insomma quella somma di cause che producono l’effetto desiderato. Ecco che l’omicidio si giustifica da se. Possono ritornare, però, le paure precedenti. Il passo che intraprendo potrà portare quel cambiamento tanto auspicato? Oppure la strada intrapresa, si risolve in un’altra preparazione per un ennesimo omicidio? Quasi che il cane si morda la coda, in un perverso gioco senza fine. Occorre allora spezzare questa spirale; bisogna avere la certezza di ciò che si vuol compiere, o comunque avvicinarsi il più possibile a essa, per non essere intrappolati, in un labirinto senza uscita. Darsi una motivazione. Io uccido perché … Senza, è solo suicidio. Una bella morte, foscoliana, ma sì perché no. Di suicidio, però, si parla. L’omicidio, come atto irreversibile, parte da più lontano. Affonda le motivazioni, in fatti, in situazioni, in epoche che possono sfuggire a un’attenta e minuziosa disamina. Se mescolati insieme, però, con attenzione o con affanno, quelli sono gli addendi che danno inevitabilmente la somma fatale. Ecco che è congrua la domanda. Ecco che è giusto andare alle radici del nostro agire. La “bella morte”, può essere un episodio, manipolabile da chiunque, che ne voglia trarre profitto o più tristemente, diletto. Nell’uno e nell’altro caso credo che rimanga in bocca il fiele di un’opera che deve considerarsi catastrofica per gli effetti. Si rischia di essere lo zimbello o trasformati artatamente in quello.
L’omicidio preordinato, pianificato, se vogliamo minuzioso, trova sempre chi è disposto a giustificarlo, noi per primi. Lo stato di necessità è il motore pulsante, vivo e apparente dell’azione.
Come in questo caso. Lo stato di necessità mi ha spinto a scrivere non tanto di cosa ho ucciso di me, ma di come sono venuto in contatto con l’omicidio e di come ho agito in vari momenti della mia vita. Una disamina del proprio essere della propria vita, fosse anche un episodio marginale, non è da tutti mostrarlo candidamente. Sciorinare i panni in piazza non è facile. Il coraggio, chi non ce l’ha, non se lo può fabbricare. Se di coraggio si deve parlare. La ritrosia può essere solo una sorta di pudore dei propri sentimenti, forse che parlando del perché alla memoria riaffiorano quelle azioni sanguinarie, che si sperava di aver dimenticato, cacciate in un angolo della memoria, in un sarcofago sigillato. Eppure l’occasione colta, quel narcisismo di cui siamo tutti forniti, in diversa misura, mi ha fatto ricordare i fatti e le occasioni avute e perdute. Per questo ho scritto dei perché e non di cosa o di chi mi son sbarazzato. Fare memoria delle proprie azioni e assumersene le responsabilità, penso sia più significante.
Non per questo sono di minor significato i racconti di chi, ha ammesso un suo omicidio. E’ stato altrettanto duro, difficile averne memoria; narrarlo con quella spietata immediatezza e sincerità che manifesta il dolore dell’azione compiuta.
A tutti i rei confessi vanno i sensi della mia più partecipe doglianza.

 

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