CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Rimestando

Rimestando nei mesi passati ho trovato questo.
Mi son chiesto, in un empito di pigrizia: perché non riproporlo? In fondo é indicato per questo periodo, di questi tempi.

Perché uccido?

Parlare, raccontare di aver ucciso qualcosa di se, non implica necessariamente darne una spiegazione. Questa può essere letta tra le righe, cercata tra le parole o con più difficoltà tra i sottintesi. Così sfuggenti,  così labili nella loro essenza, tali da poter procrastinare le parole decisive in un momento stabilito, o meglio da stabilire. Come se la fuga possa collante di un “continuum” tra quelli e l’omicidio. L’omicidio di una parte di noi, in qualche maniera, si può paragonare a una fuga.  Fuga da una responsabilità, fuga da un evento, che in qualche maniera poteva essere foriero di un cambiamento o di un ristagno della nostra situazione. Cambiare porta sempre a un’ansia, a una paura, ancorché legittima, del futuro e di come ci si può presentare. Non sappiamo se volgere la nostra esistenza porterà gioia o affanno e in quale misura. Lasciamo una donna, perché il rapporto è diventato ingombro di macerie e ci rifugiamo nell’apparente solitudine. Abbiamo ucciso il nostro modo di amare, forse perché non all’altezza, forse perché desueto; o forse perché dietro l’angolo c’è un’altra occasione amorosa. In uno dei due casi ci siamo trovati inadeguati, ci hanno fatto sentire tali e il nostro piccolo o grande mondo si è sciolto come neve a primavera. Le aspettative riposte in noi, non si sono manifestate nella loro pienezza. Abbiamo sbagliato contesto, banalmente consumato il tempo, nostro e dell’altra. Nell’altro abbiamo riposto le speranze nella persona sbagliata, che non ha voluto leggere nel nostro fare, la nostra essenza. Per l’ultimo, abbiamo colto un’occasione, o ce la siamo regalata, e improvvisamente sparigliando le carte abbiamo deciso di troncare e di ricominciare tutto da capo, con un’altra persona. Il più delle volte, senza una spiegazione, senza rimorsi, senza rimpianti; non interessandoci della crudeltà del nostro atto. Sono da considerarsi vere queste considerazioni, oppure la semplice paura di agire in un verso o nell’altro soddisfa la risposta: perché uccido? Dobbiamo cercare più in profondo, se esiste questo profondo, se esiste il fondo, da cui poi possiamo innalzarci, come cetacei, per poter tornare a respirare? Oppure quelle banali considerazioni le traiamo per buone? Credo che ognuno di noi abbia forti e sentiti motivi, per compiere un omicidio. Per sopprimere una parte di se occorre ben pensare a ciò che si vuol eliminare. Come dicevo prima: un amore, divenuto molesto. Può essere pure un lavoro, ormai sentito solo e unicamente come ripetuta sequenza di azioni, scevro da motivi di orgoglio personale, senza incentivi d’ordine economico, che pur ci vogliono, senza insomma quella somma di cause che producono l’effetto desiderato. Ecco che l’omicidio si giustifica da se. Possono ritornare, però, le paure precedenti. Il passo che intraprendo potrà portare quel cambiamento tanto auspicato? Oppure la strada intrapresa, si risolve in un’altra preparazione per un ennesimo omicidio? Quasi che il cane si morda la coda, in un perverso gioco senza fine. Occorre allora spezzare questa spirale; bisogna avere la certezza di ciò che si vuol compiere, o comunque avvicinarsi il più possibile a essa, per non essere intrappolati, in un labirinto senza uscita. Darsi una motivazione. Io uccido perché … Senza, è solo suicidio. Una bella morte, foscoliana, ma sì perché no. Di suicidio, però, si parla. L’omicidio, come atto irreversibile, parte da più lontano. Affonda le motivazioni, in fatti, in situazioni, in epoche che possono sfuggire a un’attenta e minuziosa disamina. Se mescolati insieme, però, con attenzione o con affanno, quelli sono gli addendi che danno inevitabilmente la somma fatale. Ecco che è congrua la domanda. Ecco che è giusto andare alle radici del nostro agire. La “bella morte”, può essere un episodio, manipolabile da chiunque, che ne voglia trarre profitto o più tristemente, diletto. Nell’uno e nell’altro caso credo che rimanga in bocca il fiele di un’opera che deve considerarsi catastrofica per gli effetti. Si rischia di essere lo zimbello o trasformati artatamente in quello.
L’omicidio preordinato, pianificato, se vogliamo minuzioso, trova sempre chi è disposto a giustificarlo, noi per primi. Lo stato di necessità è il motore pulsante, vivo e apparente dell’azione.
Come in questo caso. Lo stato di necessità mi ha spinto a scrivere non tanto di cosa ho ucciso di me, ma di come sono venuto in contatto con l’omicidio e di come ho agito in vari momenti della mia vita. Una disamina del proprio essere della propria vita, fosse anche un episodio marginale, non è da tutti mostrarlo candidamente. Sciorinare i panni in piazza non è facile. Il coraggio, chi non ce l’ha, non se lo può fabbricare. Se di coraggio si deve parlare. La ritrosia può essere solo una sorta di pudore dei propri sentimenti, forse che parlando del perché alla memoria riaffiorano quelle azioni sanguinarie, che si sperava di aver dimenticato, cacciate in un angolo della memoria, in un sarcofago sigillato. Eppure l’occasione colta, quel narcisismo di cui siamo tutti forniti, in diversa misura, mi ha fatto ricordare i fatti e le occasioni avute e perdute. Per questo ho scritto dei perché e non di cosa o di chi mi son sbarazzato. Fare memoria delle proprie azioni e assumersene le responsabilità, penso sia più significante.
Non per questo sono di minor significato i racconti di chi, ha ammesso un suo omicidio. E’ stato altrettanto duro, difficile averne memoria; narrarlo con quella spietata immediatezza e sincerità che manifesta il dolore dell’azione compiuta.
A tutti i rei confessi vanno i sensi della mia più partecipe doglianza.

 

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7 pensieri su “Rimestando

  1. traelkom in ha detto:

    Hai fatto bene, a riproporre.Questo post fa al caso mio. Sono pigro e dipendente dalla morte…le mie morti sono le mie paure. credo di liberarmi dalle morti quando vinco le mie paure. Buon blog, amico…e Complimenti sinceri!Kleart!

  2. Diaktoros in ha detto:

    E' un bel pezzo e meriterebbe un'accurata e non estiva e frettolosa analisi. E' vero che ci si preoccupa più dei fatti che delle emozioni che li generano e ci si occupa di solito dei veri omicidi, di quando si uccide materialmente un altro essere umano, ma non di quando si uccide una parte della nostra vita, un desiderio, un sentimento. Questo tipo di delitti ha spesso le stesse motivazioni degli altri e anche gli omicidi reali hanno alla base il tentativo di eliminare qualcosa dalla/della nostra vita. Ma non sono sanzionabili legalmente e pertanto sfuggono all'osservazione.Il dramma, ora, è che a rifletterci bene anche a me sembra di aver compiuto un discreto numero di delitti e mi viene quasi voglia di condannarmi da solo; ma forse la vita stessa, alla fine, ci condanna.

  3. azalearossa1958 in ha detto:

    Hai ragione, è assai d'attualità.Basta aver voglia d'ascoltare un tg.Aver voglia, appunto.'menica.

  4. feritinvisibili in ha detto:

    Mi conto tra i rei confessi, forse ree confesse è più adatto.Però è vero pure che dagli omicidi di parti di se, quando sono questione di sopravvivenza, almeno nella mia esperienza nascono nuove parti di se che altrimenti non sarebbero potute esistere. In fondo vita e morte sono inscindibili, in qualsiasi ordine li metti…

  5. melogrande in ha detto:

    Più che di omicidi ho pratica di potature (nomen omen vale anche per i nick ?).
    Potature a volte subite a volte volute, o persino autopraticate.
    Qualcuna ha prodotto nuovi getti, come dica hannah. Qualcuna ha lasciato una cicatrice annerita.

  6. brumbru in ha detto:

    Si uccide per tanti motivi… molte volte non chiari nemmeno a noi stessi. Ma il più delle volte esiste una giustificazione. O forse siamo noi a volercela dare.

  7. Wolfghost in ha detto:

    C'e' uccisione e uccisione in effetti. Vero e' che si vorrebbe sempre essere certi al 100% prima di chiudere una parte di se', ma questo significherebbe non cambiare mai, e il cambiamento e' piu' che necessario, e' inevitabile, possiamo solo cercare di evitare che sia completamente casuale.Cosi' a volte l'uccisione e' atto di coraggio e/o di saggezza Vecchio scritto per vecchio scritto, mi hai fatto ricordare di uno dei miei primi post splinderiani che mi pare in tema…Morte e Rinascita

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