CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Una notte, un’estate

Di questi caldi ho memoria.  Le giornate a rotolarsi da un’ombra all’altra, sperando in un refolo d’aria, che portasse via quella patina greve, untuosa di sudore. Sudore, come sudario dall’odore dolciastro della propria anima, che piano strabordava dai pori e scivolava in un rivolo sulla pelle. Un gusto salato, quelle gocce, cui si mescolava un senso di disfacimento. Sembrava che anche l’anima subisse una lenta e inesorabile liquefazione. Neppure l’acqua bevuta a grandi sorsi poteva allontanare quel lento fluire, anzi aumentava viepiù lo sgocciolio dei sentimenti. Quel disco bianco, sputato in mezzo ad un cielo, che d’azzurro aveva solo i lontani contorni da quell’accecante biancore, come un tamburo batteva inesorabile il calore.
Attendevi la notte, sperando che quella rabbia di calore, svanisse e il buio coprisse con un mantello gelido tutto quel fuoco masticato durante il giorno. Ho memoria di notti di luglio passate tra le antiche mura della casa in cui ho trascorso fette di vita. Dopo quella guerra di raggi infuocati, arrivava la notte e la sentivi giungere una collina dopo l’altra. Al rombo delle cicale si sostituiva dapprima un silenzio assordante e poi lento, inesorabile il concerto monocorde dei grilli. Quasi che la natura stessa, per il troppo calore, si smarrisse dentro quell’improvviso silenzio e bisognasse di un altro rumore, per accompagnarsi in quelle ore di buio. La compagnia di quel zinzire pareva allontanare la sottile inquietudine e paura della notte. Pigra, una falce di luna si alzava; dapprima rossa, ancora stordita dalla volgarità della luce del giorno. Poi lentamente cangiava, assumendo l’argento, suo proprio. A volte mi è capitato di vederla tutta, finalmente capace d’illuminare, almeno quello. Una rivalsa e forse contenta della sua luce, bastante per regolarsi delle ombre, fredda, riuscendo anche ingannevolmente a rinfrescare. Ho visto anche il solo tappeto di stelle e mi spingevo a leggere la volta nella speranza di cogliere Rigel, Beltegeuse o la più semplice Stella Polare. Gioco per ingannare la notte, la sua inevitabile brevità, l’innaturale paura a essa associata. A volte scendevo in giardino, non contentandomi di guardare finalmente in alto, senza paura. Riconoscevo gli alberi. La “Lea” d’ippocastani e il cedro del Libano. Il ciliegio dove, da che mi ricordi, c’è sempre stata l’altalena. Accanto, memento d’Asia e dei suoi misteri, come canne d’un organo silenzioso, c’era un bambù. Non so se fu piantato o nato per caso. Era lì, intricata quinta, sipario o scenario d’interminabili giochi di fanciullo. Poi la magnolia, altro segno di un’Asia lontana e, a corona, fiori: come i tulipani e le rose. Un lauro gigantesco, guardiano all’entrata del giardino e stele di un antico pozzo in disuso, che il tempo e gli uomini aveva chiuso. Testimone di antica vita. Alle sophore poco scostate dalle mura amiche, guardiane anche loro, ma di ben diverso e più alto lignaggio, il compito di vegliare sulla casa e sugli abitanti. Guardiane della casa superavano il tetto, due vecchie centenarie che avrebbero potuto narrare gli anni di quelle colline attorno, oltre alle storie di chi aveva goduto di quella fresca copertura. E poi ancora i filari, uno di meli e l’altro di peri, che portavano alla casa.  Sul grande ginepro sapevamo del posatoio di una civetta e quante volte ho sentito il suo richiamo e quante volte, stupito, ho visto veloci segni di croce da parte di mia nonna. Ingenui esorcismi, tramandati dalla forza della consuetudine della cultura contadina, che io scambiavo, superficiale e supponente, come superstizioni. Sentivo però, in quei vagabondaggi notturni, oltre all’umido tartufo dei cani di mio zio, accostati alle mie gambe nude, anche l’aria frizzante e fresca che saliva dalla valle, finalmente libera di dimostrare ancora una volta di esserci per calmare quella vampa, che in precedenza ci aveva consumato. Tendevi l’orecchio, certo che sull’onda di quel refolo giungessero anche i rumori usati del mondo di cui sentivi la realtà dietro quelle luci che spezzavano la notte, in cui ti eri immerso. Vedevi i lampioni che dal paese, anche lui disteso su di una collina, correvano giù da un suo fianco e sapevi che introno a quelle luci, ogni notte si consumava l’usato scontro tra vita e morte. Insetti attratti da quel lucore e predatori. Attratti e certi della ripetuta abbondanza. Improvvisa una luce correva più forte. Appannaggio di chi era obbligato a quella corsa o forse di un altro, attardato e spaurito da quel buio. Il rombo lontano trascinava via il rapido pensiero, la minima storia che ti eri raccontato. Ti raccontavi storie per avere qualcosa o qualcuno che ti tenesse compagnia in quei momenti di sottile e inevitabile tensione. La notte faceva riemergere piccole o grandi paure. L’oscurità ottundeva i sensi e potevi affidarti all’udito e solo quello aiutava a distinguere lo stormire delle foglie, il sommesso fischio del vento tra i rami. Riconoscere il trillo acuto dell’usignolo. Le sue sorprendenti acrobazie vocali. Così ammalianti e così diverse e lontane dai toni bassi e cupi degli strigidi che abitavano la casa e quelle vicine, oltre agli alberi del giardino. Sapendo che l’alba ti avrebbe regalato la melodia dell’allodola. Nel cielo, oltre alle stelle scenario incomparabile, ricamavano voli i pipistrelli. Animali ancor più misteriosi. Anche loro sul confine tra magia e superstizione. Gli ultimi di quella tua personale scala. Frutto più che altro di quanto appreso per sentito dire. Non vissuto o ricercato personalmente.
Tra tutte queste emozioni e ricordi aleggia e la sento forte un’intensa quiete, che pervadeva tutto e tutti. Pareva che finalmente liberi da quella cappa piombigna ciascuno, nella notte, potesse attendere alle proprie occupazioni. Tra quelle note, sospirate dal vento, arrivava anche il sonno. Quasi che quei rumori fossero il motivo principale, la musica tanto attesa, perché potesse finalmente dispiegare tutte i suoi attesi effetti.
Mi ritiravo e sbirciando un’ultima volta tra le fessure degli scuri, quella notte speravo non dovesse mai finire. Avrei voluto che non finissero mai i suoi falansteri, forse per la bellezza o forse perché, ci sarebbero toccate in sorte, con il nuovo giorno, ore feroci, spese a rotolarci da un’ombra all’altra.
 

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12 pensieri su “Una notte, un’estate

  1. brumbru in ha detto:

    Una tiratina d'orecchi te la devo fare: non si monta l'altalena sull'albero di ciliegio: ha un legno tenero.

  2. maubauis in ha detto:
  3. morellina in ha detto:

    lo sai che mi ci ritrovo, in questi tuoi ricordi?e mi viene pure un pò di malinconia…perchè erano bellissime notti d'estate, quelle che descrivi… sono un pò anche mie:)

  4. archmdl in ha detto:

    a parte che leggendo mi è venuto ancora più caldo…be'…. azzo…. wow….. bello assai….vado ad ingurgitare una granita alla mela verde

  5. capehorn in ha detto:

    # 1 = ciliegfio centenario. I pesi poi erano distribuiti anche su di un palo piantato vicino.# 2 = # 3 =  forse le mie avevano meno zanzare. Forse.  # 4 = Granita alla mela verde? Come cambiano i tempi. Io ero rimasto alla meeenta.

  6. anneheche in ha detto:

    Un brano importante che ho letto con molto piacere.Io, però, adoro il caldo :-)))

  7. melogrande in ha detto:

    ll rimedio c' è ….

  8. brumbru in ha detto:

    Stia attento, che ha una certa età…

  9. capehorn in ha detto:

    # 7 = ah no, così non vale # 8 = tutta invidia tzé.

  10. azalearossa1958 in ha detto:

    Può servire?

  11. SAMOTHES in ha detto:

    Eccola, trovata! la notte magica che ristora. La notte dei pipistrelli e delle civette e delle preghiere mormorate come scongiuri. Sono le sensazioni che provavo da bambina, quando si tornava a casa alla sera dopo il lavoro nei prati, sotto la luna che sapeva di fieno e di polvere di pollini che si appiccicavano alla pelle, ma che alla sera si asciugavano e lasciavano solo l'odore dell'erba addosso. E' una meraviglia questo post! grazie! 🙂

  12. capehorn in ha detto:

    @ 11 = Prego e spero che tu riesca a serbarlo, quando per il caldo ti vedrai costretta a  rotolarti da un'ombra, all'alra.

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