CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “agosto, 2010”

A proposito di Terenzio

“Obsequium amicos, veritas odium parit”
“ Il rispetto genera amici, la verità odio”.
Questo tradotto con lo spannometro di massa, diceva, anzi scriveva Terenzio secoli fa.
Io aggiungerei che se il rispetto genera benefici effetti, dalla verità, non solo sorge odio, ma tra le altre, l’arroganza.
E’ vero che la verità è madre matrigna. Nelle sue manifestazioni anche al bene è mescolato il male. Quasi che, non si possa spendere una moneta con un solo verso. O un solo dritto, a piacere. Credo che l’arroganza stia in come la verità è proposta e conseguentemente ricevuta.
Dire che l’eroina fa male è affermare una triste verità, ma è parallelamente arrogante sostenere la gestibilità di questa droga, soprattutto da chi ne fa uso.
Il drogato ne è assolutamente certo che potrà smetterne l’assunzione in ogni momento. Eppure tralascia la conclamata dottrina in proposito, che dice chiaramente di quali siano gli effetti fisici e psicologici. Di quanto sia duro uscirne e quali siano i passi opportuni. Questo è l’esempio più banale ma indicativo di quanto sia arrogante l’uomo e come non si sottrae dal nutrirla.
L’arroganza viene da lontano; da quando siamo scesi dagli alberi e abbiamo colonizzato questo nostro mondo. Una cosa l’abbiamo imparata subito e subito ci siamo affannati, e ancora lo facciamo, a procrastinare. Rimandare al domani ciò che potremmo fare oggi, subito. Ci affidiamo all’incertezza di un futuro, che sappiamo aleatorio, perché tale da noi codificato attraverso la millenaria esperienza di vita, certi e convinti che nel domani ci sia la risposta alle pressioni dell’oggi. E’ certo che molte delle risorse terrestri, di cui ci siamo serviti a piene mani, andranno esaurendosi. Il petrolio ad esempio. Eppure siamo convinti che domani, la scienza sicuramente ne scoprirà altro in altri luoghi. Non ci prepariamo un alternativa, piuttosto ci sfianchiamo a cercarne altro. Ci ingegniamo a trovare sistemi sofisticati, che ci permettano di risparmiare quello che abbiamo. Siamo troppo arroganti per seguire altre strade. La scienza cui domandiamo, già ci risponde che sì, un domani attualmente lontano, potremo imbrigliare le forze del mare, del vento del sole e piegarle ai nostri voleri; con alti costi, togliendo necessariamente oggi, risorse al nostro benessere, per spenderle adesso, in un benessere futuro. Di questo, non ne godremo i frutti, ma solo certezze delle ipotesi formulate e forse qualche smunta primizia. Dunque perché toglierci, privarci oggi di qualcosa, per un domani nel quale non saremo, per ragioni naturali, i protagonisti. Lo potranno essere forse i nostri figli o forse i nostri nipoti. Per noi solo sacrifici, quindi? Se i nostri eredi, di questi sacrifici, non sapranno che farsene?
Con arroganza, oggi, rispondiamo che domani é un altro giorno, con nuovi e meravigliosi accadimenti e quindi rimandiamo, procrastinamo.
Illudendoci e continuando a coltivare e inculcare tale illusione.
Arroganza e illusione, formano quindi una coppia e danno vita a una danza, demoniaca direi; tale da formare, da evocare altre simili trame. Abbiamo creato sistemi filosofici, teologici, scientifici tali da soddisfare la sete di conoscenza e appartenenza a questo nostro mondo.
Spingendoci a ipotizzare anche quella al nostro universo.
Non fermandosi solo al miglioramento in ogni direzione dell’uomo, ma anche cercando, con l’arroganza che ci contraddistingue, quale fosse il meglio per l’uomo stesso. Qui è vero entrano in gioco altre e più forti forze, che con i secoli ci siamo alimentate. Le grandi scoperte geografiche erano un mezzo per soddisfare ambizioni personali e anche di un’intera classe politico economica.
Il proporre obbligatoriamente un modello di vita, nei luoghi e alle popolazioni che si andavano via via incontrando era un’ecclattante manifestazione d’arroganza dell’uomo sui suoi simili.
Arroganza, illusione a cui aggiungere ignoranza, superstizione, violenza, avidità; nuovi ed inesausti ballerini a volteggiare in quella danza.
Con tutto ciò, il rispetto per se e il prossimo veniva codificato nella legge, piuttosto che nel vissuto. Veniva e, per certi versi viene, posto come esterno all’uomo. Come categoria è soggetta a una sempre più radicale e continua revisione, interpretazione.
Dovuta a quanto l’arroganza sia o non sia preminente nell’oggi dell’umanità.
Abbiamo una legge morale, ma in quanto tale, la legge, viene interpretata e piegata se occorre alle situazioni contingenti.
Ci abbandoniamo al consunto “ Ai miei tempi …” ignari, volutamente a volte, che quei tempi erano evoluzione di quelli precedenti e quelli che viviamo oggi sono il frutto di questa evoluzione.
I cambiamenti sono l’elastico su cui danza l’uomo. Un filo mai uguale che si dilata e si restringe, seguendo il ritmo di un’evoluzione, che non ha mai punti certi.
L’origine rimane indefinita, tale è l’indefinitezza, la corporalità di quei ballerini di cui ho parlato.
Cambia l’ordito, ma la trama, pur sbiadendo in certe occasioni, rimane pronta a rinvigorisi. Più attenta alle minime variazioni. Molto di più di quello che pensiamo.
Forse perché ci culliamo con arroganza nell’alea del domani.
Ci siamo detti e abbiamo ripetuto che è meglio fare oggi ciò che potremmo fare domani.
Naturalmente non ci abbiamo creduto, né tanto meno ci crediamo oggi; con giusta arroganza, concludo.
 

Comunicato 22/2010

Comunicato nr° 22
 
Se i rimpianti sono le occasioni perdute, i rimorsi sono …..
 
Ufficio Facce
 

Comunicato nr. 21/2010

Comunicato nr° 21
 

C’è da domandarsi se ai pensieri occorre un sospensorio per poter circolare liberamente.
 
Ufficio Facce.

Cercate un titolo

Cercate un titolo voi a questo post.
Uno vale l'altro, o forse quello che più vi piace, che più calza. Sento l'acqua che cade e scorre dalle gronde. Il rumore non mi ha abbandanato da stamattina. Sembra quasi rifare il verso a Silvio Notaro: " Che dice la pioggerillina di marzo che picchia argentina sui coppi bagnati etc …." cui rispondono altretanti versi, che alcuni dicono di Di Giacomo: "Chiove da mane a sera, chiove sulla ringhiera, chiove … 'iii che rumpimento e' ca….". ma visto che non siamo quì a contare le corna di un cesto di lumache aggiungiamoci, giusto per far trentuno, il Vate: "Piove sulle tamerici salmastre, sui pini riarsi etc … "  Insomma piove e questa sera la sottile melanconia che prende nelle giornate piovose, si é trasformata in un epocale trituramento di zebedei.
In fondo sarei più contento se potessi lamentarmi del caldo di qualche giorno fa. Senza un alito di vento, in una bolla d'aria tropicale, con il rumore dei grilli e il fastidioso ronzio delle zanzare. Credo che questa sera me ne sarei andato fuori. Sarei rimasto con il naso all'aria, nella speranza di riuscire ad acchiappare le ultime Leonidi, che come ogni anno di questi tempi transitano.
"Lacrime di San Lorenzo", banali stelle cadenti di un immaginario collettivo che non si sottrae, ad una fallace richiesta di buona ventura. "Se ne vedi una esprimi un desiderio, ma non dirlo in giro, altrimenti quel desiderio non si avvererà!"
Di quante ne ho viste e di tutti quei desideri, non é rimasto neppure il ricordo.
Sono anni che ne ho vista una. Quella scia luminosa che per un'attimo illumina l'irrazionale che ci abita. Un'occasione per farci sentire legati ad antichi antenati, che speravano che il cielo, non cadesse loro in testa. Meravigliati e spaventati, che improvvisamente le stelle iniziassero una corsa notturna impazzita e mostrassero, in un baleno, il loro splendore.
Invece, per questa sera mi accompagna il solo il rumore dell'acqua, tanto che penso a Verlain e al suono dei violini d'autunno, che gli ferivano il cuore di un  monotono languore.
Anche quella notte era una notte di quasi estate. Una di quelle che segnano un'era, un luogo, la memoria di molti, perché da quella notte cambiò il corso della storia.
Forse a qualcuno stanotte cambierà la vita. In bene, in meglio o come un incubo, ma certamente qualcosa cambierà.
L'acqua pulisce, purifica, a volte distrugge.
Demolisce anche ciò che abbiamo faticosamente costruito. Quasi a ricordarci, ad ammonirci, che come costruttori siamo poca cosa. Così che domani nell'alba livida raduneremo le idee. Quelle che l'acqua non ha spazzato via e ricomincieremo da capo. Dalla finestra aperta sento che la pioggia ha cambiato ritmo, non ha in se le balalaike del placido Don, nè i violini del bel Danubio blu. Adesso ha il ritmo sincopato del Missisipi. Più che evocare il Ring di Vienna e la Sacher torte, il mare di grano ucraino, le gocce che cadono, incalzano come Bourbon Street e la cornetta di Satchmo.
Riflesse nelle luci dei lampioni, nelle pozzanghere che si son formate, le goccie formano cerchi e non riesci neppure a contarli. Passa una macchina e nelle pozzanghere tutto viene rimesso in discussione. I momenti di questa notte scivolano via tra quei cerchi, affogati dall'acqua che continua imperterrita a cadere. Incurante  della inquietudine umana, indifferente ai pochi e disordinati pensieri che il tedioso ticchettio mi ha suscitato. Tanto profondi e tanto significativi che cercate voi un titolo a questo post. Per me, uno vale l'altro.

Notte galeotta e conseguenti secchiate

Miei cari, come troppo spesso mi capita, mi ritrovo nuovamente normalmente perso, in una, altrettanto, notte persa; come sempre a NordOvest di me stesso, in balia dei miei due pseudoneuroni, Tranzo e Sciallo. Accompagnati, ça va sans dire, dalle ineluttabili e indispensabili Ciampornie, ultime di una legione di sinapsi che mi hanno tenuto tiepida compagnia fin poc’anzi. Ora trovandomi casualmente a passeggiare tra i miei pensieri, con indosso le usuali mutande di orbace, di cui mi orpello nottetempo, mi assale la voglia di farmi una secchiata di affari vostri. Le vacanze impazzano e sicuramente ricordate  quei nobili esempi di vacanzieri di cui ebbi già a parlare.
Orbene, mi assale la vaghezza di sapere come conducete la vostra esistenza, ora che il lavoro e gli affanni quotidiani sono un lontano e vago ricordo, mentre presi dagli affanni dell’ozio sfrenato conducete una vita, che definirei in modo amabile, giustamente scioperata. Questo perché roso dall’invidia di chi ha già goduto delle ferie di giugno, guarda a voi, con malcelato desiderio di seguire il cammino da voi tracciato, verso le alte vette degli sfaccendati.
Quindi ditemi, o miei diletti, a quali vette di fancazzismo siete giunti?
Siete come quei nobili esempi oppure v
i giacete sulle distese silicee, unti e bisunti di creme e oli, tali che a breve potreste essere confusi con il croccante, che fa bella mostra di sé, sui banchi di Nino il Croccantaro, noto sodale di tutti i dentisti e fornitore ufficiale di carie dell’ Unione Dentisti Italiani?
Ovvero, scarpinate per monti e valli, dando disturbo a flora e fauna montana, che in questo periodo a ben altri pensieri, che non una turba di salitori dell’inutile, cui badare?
Vi immagino, con l’occhio torpido d’innanzi ad un dolmen di cozze che vi siete scofanati, ingannando l’attesa tra il cornetto e granita delle 11 e la mezza anguria delle 16. Tanto il bagno non lo fate, in quanto sapete di essere dei “RARI NANTES” con la bracciata degna del miglior gatto di marmo in circolazione. Suvvia non indignatevi, per questa celia. Va bene, siete gatti d’alabastro, giusto quel quarto di nobiltà che non si nega a niuno.
Oppure vi scoprirò con la bazza unta di sughi di selvatico e dalle orecchie qual giallo che scorgo, non è da attribuirsi a un’improvvisa sovra produzione di cerume, d’eziologia incerta, ma piuttosto dalla troppa abbondanza di polenta ingurgitata.
Non oso pensare poi alle vostre manifestazioni notturne. Non trovo le giuste parole per sapervi con gigantesche cornucopie di cremacioccolatopuffomentapassionfruits adorno di cialde, ombrellini, tricchetracche e lariulà vari, per forma e colori.
Oppure m’appare la visione di voi ometti, che mostrate fieri il petto più o meno moquettato e l’evidente testuggine delle Galapagos che vi onora l’epa e quindi catenati, medagliati vi abbandonate al turbinio delle danze, tentando di accalappiare, pitoneschi come non mai, le altrettante fanciulle, che con evidenti decolté, despansé, deschiné, tentano a loro maniera di mostrare quello scampoletto di tessuto, che una commessa fainesca e melliflua, ha rifilato loro poco prima delle vacanze e che hanno pagato a peso d’oro.
Il resto dell’esposizione è tale e quale a quello che mostrano di norma sulle distese silicee, di cui prima; quindi cose già viste e non degne d’attenzione ulteriore, se non per l’occhio lupesco di chi non vede tanta epidermide, da almeno l’anno passato.
Eppure quel turbinio ha generato in voi una scossa ormonale.
Avrete sicuramente scoperto, dopo attenta e convulsa lettura del Manuale degli Ormoni, che alcuni vi erano completamente ignoti e con il gusto dell’inedito, la voglia della scoperta addosso, vi siete sicuramente abbandonati alle irrequietezze amorose.
Di certo, sarete di quelli che desiderano sovvertire le elementari leggi della fisica.
Non contenti del ripasso generale del Kamasutra, avrete di certo inventato nuove e più eclatanti posizioni per poter godere del carnale frutto di cotanta fatica. Ora non ditemi che siete di quella schiera, che obbligati quasi dai giorni e dai luoghi, attendete allo sbattipanza, più come atto dovuto e sacrificate alla dea estate, giusto qualche sospiro, un paio di grugniti e il desolante russamento conseguente?
Se così è, mi dispiace, ma siete un danno!
E’ come avere l’aragosta in bellavista e voler proterviamente mangiare la minestrina fatta col dado, vegetale per di più! Questo pensiero, sinceramente mi perplime.
Eppure va dato conto anche dell’impossibilità di staccare quel cordone ombelicale dalla e della rassicurante quotidianità, che taluni si portano in vacanza.
Convinti che tale periodo faccia bene anche ai riti che implacabili, compiamo per 350 giorni l’anno.
Impossibilitati a distaccarcene, anzi timorosi che se così dovesse accadere, avverrebbe una catastrofe di proporzioni tali, che neppure il miglior psichiatra potrà mai metter fine al disordine delle e nelle vite, sì tanto ingiuriate.
Quindi anche in vacanza, la trimurti del rito carnale: “Scusa cara. Grazie cara. Ronfffff !! ” implacabile, macina quanti lo celebrano. Imbarazzante, vero.
Quindi miei cari, siete entrati prepotentemente nella schiera di coloro che abbandonano ancorché per breve periodo ogni freno, reputando la vacanza, giusta anche da se stessi, oppure timorosi d’ogni possibile perturbazione dello stato catatonico, che vi ha sospinto sino ad ora, continuate a coltivarne i deleteri effetti?
Due sono le scuole di pensiero. Due sono gli atteggiamenti. Ove ve ne fosse un terzo, non frenatevi e dichiaratemelo.
Ne pr
endo atto e lo terrò buono per la prossima volta, che perso nella notte persa, avrò voglia di farmi una secchiata di affari vostri.

Sempre che non ci sia qualcuno, che si voglia fare una secchiata di affari miei.
Comunque: Buone vacanze, se potete.
 

Il vento é tornato

In questa notte persa e per una volta meno a Nordovest di me stesso; per una volta tanto, mi sorprendo a ripensare ai giorni passati.
Al respiro profondo del mio spirito.
Alle tessere di un puzzle, che avrò tempo di accostare, per trovare il quadro che esse celano. Di certo non so se quel quadro sarà completo, oppure sarà solo un’ennesima occasione offertami.
Certo che avrò tempo per ricomporre una figura che per ora è solo macchie di colore. Quando si parte per un pellegrinaggio, si tenta di darne un senso e di seguire quella traccia , labile o forte che sia. Darne cioè un senso, soprattutto a se stessi.
Io pure sono partito con un canovaccio, ma dalle maglie larghe, intendendo così dare spazio all’improvvisazione, alla casualità degli incontri. Sapevo che importante era l’incontro con il mistero, ma non ho escluso che si potesse arrivare, non solo attraverso una personale e se vogliamo egoistica ricerca, bensì anche attraverso gli altri che mi hanno accompagnato.
Non precludendo nulla e nessuno. Che poi è impossibile lasciare fuori gli altri. Il meccanismo ti coinvolge, sei chiamato alla verifica continua.
Per passare dall’io e gli altri al noi, insieme.
E’ uno strano posto Lourdes, quasi una matrioska.
C’è una cittadina che vive e pulsa per suo conto, staccata, ma consapevole che esiste un punto intorno al quale tutto ruota, anche quell’esistenza che pare sonnacchiosa e indifferente.
Poi una più consapevole e per certi versi sfacciata, che del mistero e di quell’aura ne trae profitto. Offendo anche ciò di cui non sia ha bisogno; creando anzi il bisogno.
Come se il quotidiano si ripete in un malefico specchio, all’infinito.
Poi esiste il cuore, il mistero, dove tutto ciò che ti circonda si annulla tra una grotta e un fiume.
Tra serpenti di gente che camminano sotto un sole a volte imperioso, ma non impietoso.
Gente che si siede paziente in lunghe file, per accedere all’altro mistero: quello dell’acqua.
Acqua come segno di purificazione. Segno antico che ci  riporta ai tempi dei tempi. Acqua come simbolo, ma anche come veicolo di guarigione, almeno di noi stessi.
E’ un luogo dove sei trascinato a confrontarti con i sensi, che vedono e ascoltano e toccano la protervia del mondo in cui abitualmente vivi e lo spirito, che felicemente in agguato attende le tue domande, ma soprattutto le tue risposte.
Se non arrivi con domande, qui te le porrai, non forzatamente, ma naturalmente e ti chiederai il senso di ciò che stai vivendo e se avrai il coraggio, otterrai risposte.
Avere il coraggio di darsi delle risposte. A volte non si riesce, a volte sono confuse anche le domande che ci poniamo. Forse perché miriamo in alto, ai grandi sistemi eppure il sistema primo siamo noi.
Abbastanza piccoli, fragili, incompiuti. Cerchiamo qualcosa al di fuori di noi che ci completi. Giustamente. Se siamo poveri e troviamo una fonte di arricchimento perché non sfruttarla, ma non dobbiamo con ciò abbandonarci alla brama di possesso.
Lo spirito in questo caso, non è bulimico né può essere anoressico.
Deve essere alimentato il giusto.
Qualche domanda me la sono posta anch’io, prima fra tutte il perché volessi ritornare in un luogo che conosco. Nel quale ho partecipato a tutti i riti proposti. Eppure ancora una volta, sono stato sorpreso dalla molteplicità delle risposte ottenute. Ho capito che esiste una via alla sofferenza, che non è solo dolore e macerazione, anzi è tutto l’opposto. Ho capito che i gesti compiuti, le parole dette non erano rivolte al malato, che si guarda con tenerezza ed indulgenza, bensì all’uomo, alla donna che attraversa uno stato particolare della propria vita e che in questo stadio ha solo bisogno di qualcuno che percorra con lui, compassionevolmente, amorosamente un tratto di strada. Ho trovato che al di là dei gesti compiuti per qualcuno, che questo qualcuno voleva condividere con me il suo stato, senza farmelo pesare, senza opprimermi colpevolmente, anzi chiedeva, senza chiedere, una vera vicinanza.
Il caso, oppure un disegno, di quelli che una madre opera di nascosto ai figli con un sorriso ben celato, ma con gioia nel cuore, mi ha fatto incrociare queste persone e da queste, senza che me ne parlassero apertamente, ho appreso questa grande verità. Chi soffre non vuole commiserazione, ma compassione. Compassione come partecipazione attiva e responsabile ad una fase della sua vita. La malattia lo intristisce, lo avvilisce già fin troppo. Desidera ritornare ad essere cosa viva, nuovo fermento. Ritornare ad impossessarsi di quelle cose che il suo stato gli fa sfuggire dalle dita.  Pensavo negli anni passati che il servizio ai malati, si concludesse in quelle poche tante ore trascorse con loro; però convinto che la mia compagnia, fosse tale.
Rimanevo inconsciamente distaccato. Ora invece mi si è aperto un mondo. Saranno gli anni e una supposta maturità, che mi fanno vedere e dire certe cose. Di certo, questo pellegrinaggio, mi ha dato una risposta intensa e della quale ho un po’ di timore. Forse perché ho attraversato, con la malattia di mio padre, quel sottile confine, che fino a ieri sentivo, ma non vedevo o cercavo in tutti i modi di non vederlo.
E’ difficile parlare di queste cose, in maniera razionale.  Sono le emozioni, fresche, che ancora fanno sentire gli effetti.
Le tessere di quel puzzle sono lì sul tavolo della mia vita e dovrò armarmi di pazienza, per trovare le une che si uniscono alla altre ed ignoro, se ne uscirà un disegno e quale.
A volte capita di ottenere delle risposte oggi, a domande vecchie, cui non pensavi minimamente ed improvvisamente tutto si fa più chiaro, tanto da avere la forza di liberarti di idee, di supposti principi ormai obsoleti o che comunque offrono un fianco troppo evidente.
Ti rimetti in gioco, con una nuova carica, con nuovi obbiettivi o semplicemente con le forze giuste per raggiungere quelli che hai di fronte da molto, ma che, per svariati motivi, hai affrontato male ed occasionalmente, senza un costrutto, senza una volontà risolutrice.
Tutto questo fino al prossimo anno, fino al prossimo tempo in cui risenti l’esigenza di rimetterti in cammino.
Senti l’urgenza di ricercare altre tessere.
Perché il disegno è incompiuto e quel disegno in fondo, sei tu.
 

Navigazione articolo