CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “settembre, 2010”

Comunicato 27/2010

Comunicato nr° 27
 
Il miglior biografo? La cattiva memoria.
 
Ufficio Facce

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Comunicato 26/2010

Comunicato nr° 26
Viviamo in un mondo che non ci piace.
Viviamo bene, ma non ci piace.
 
Ufficio Facce

Due anni dopo

E i santi Crispino e Crispiano da questo giorno alla fine del mondo non passeranno più la loro festa senza che insieme a loro non s’abbia a ricordarsi anche di noi;
 
Sono passati 731 giorni.
Il Duemilaotto era bisesto e i conti tornano.

Tanti sono i giorni scivolati, piano e silenziosi come la sabbia tra le dita.
Di questi giorni, di queste ore che li compongono, non so quante davanti alla tastiera e gli occhi incollati allo schermo.
A volte con i pensieri liberi di aggirarsi, tra righe scritte e lette, in mutande. Quelle ruvide d’orbace.
Oppure in lento pellegrinaggio, doverosamente tesi a quel NordOvest esistenziale, dove trovare conforto, nascondiglio, confusione. Cercare e cercarsi; trovare e trovarsi. Con costrutto, svolgendo il bandolo della matassa. Inutilmente, avviluppandosi nell’insoddisfazione. Eterno migrante, sempre curioso di e per nuovi paesaggi e altrettanto stufo dei medesimi.
In questo viaggio, portando il proprio fardello d’esistenza vissuta oppure sognata. Tra realtà e finzione. Camminando sul filo invisibile di un confine , cercato, vissuto, inaspettato. Allungando la mano anche quando c’erano tutti i motivi per ritrarla. Con la normale ingenuità che la vita regala a ciascuno. Confondendo, a volte vita reale, con quella virtuale; ricevendone giusto ridimensionamento.

Imparando, come sempre dai propri errori, ma non sottraendosi dal commeterne altri, per non rinunciare alla propria umanità, per non rinnegare la propria libertà.
Umanità  e libertà spalmate sulla pagina scritta, portate senza incertezza e pudicamente mostrate, a costo di sembrare un altro.
Pagare con l’ira, vissuta e lacerante, il momento in cui quest’umanità la si dimentica. La libertà la si soffoca. Esaltato da una falsa euforia.
Supponendo di essere. Arrogante nel supporre, come aggravante.
Il tempo, gli uomini e le cose poi mostrano il conto. Un conto doloroso, che impone scelte altrettanto dolorose.
La ricerca di una via d’equilibrio, attraverso una giusta catarsi, un bagno di quell’umiltà che è facile predica, ma di difficile vita.
Il ritorno a quell’equilibrio e riconoscere ai tanti, che hanno esercitato l’arte sublime della pazienza, il vero volto del buon compagno di viaggio. Di quello che ti accompagna nella tua ricerca, che suggerisce, che stimola e ti ricorda che il cercatore sei tu. Non sempre  indica cosa cercare, ma aiuta a trovare i mezzi e gli scopi migliori per la tua ricerca.
Ciò che sei e quello che diventerai è solo frutto delle scelte e della responsabilità che metti in quelle. Non hai capri espiatori. La moneta che spendi prima o poi ti ritorna. Quasi mai ha lo stesso valore, di quella spesa.
Il più delle volte avrà il valore assegnato da chi la spende per te.

Le ferite guariscono, se le curiamo con la volontà della guarigione. I cerotti non bastano a volte.
Occorre anche il coraggio di voltar pagina. Di essere ciò che si è fino in fondo.
Per essere credibili per noi stressi e per gli altri.
Queste poche righe, riassunto dei 731 giorni trascorsi, per dire di me e …
 
….. di noi felicemente pochi, di questa nostra banda di fratelli. ”  (W.S. Enrico V – a. IV – sc. III)
 
 
Noi, quelli del ‘54

 

 Per tutti quelli che buttano un occhio al passato 

Intermezzo di bassa macelleria

Voi tutti sapete della mia presenza in un luogo ove é pianto e stridor di denti, quale é il "Pazzificio".
Ora accade che vi voglio aggiornare sulle ultime del "Pazzificio", onde vi rendiate conto della mia evidente instabilità.

Serata di settembre, trillo come sempre imperioso del telefono-

RED BIG ONE (Il grande Boss) – Perché XYZW non é ancora andato via ? –
Stentoreo, grondante acido dalla cornetta.

ORGOGLIO BARBARICINO ( Master d'occasione) – Si è dovuto chiamare un'ambulanza per improvviso malore di una cliente. Parrebbe cosa saria. –
Compunto per l'occasione

RED BIG ONE – Bene. Benissimo. Ahhhh !!!  Si preoccupi di codificarlo causa esterna per non perdere di puntualità !! –
Assolutamente e come sempre ignaro degli altrui affanni

OGOGLIO BARBARICINO –  Sarei  orientato a preoccuparmi delle condizioni di salute della cliente ! –
Evidente compassionevole del dramma.

RED BIG ONE – Pfui ! Vabè ! Ma cause esterne, innanzitutto !! – 
Giusto per rimarcare quanto sopra descritto

Click. Chiusa comunicazione.

Morale : A noi quella mammola di  mister Hyde, sinceramente ci fa na …..

Un offerta difficile

Settembre, lo dice il poeta “ è il tempo del ripensamento … “. Chiude il periodo della leggerezza aprendo quello della riflessione. Sulla scia di quest’ultima, partendo da Terenzio, attraversando tempi barbarici, mi sono trovato a riflettere come, in questi periodi votati all’utilitarismo, di contraltare, vi è una diffusa gratuità delle persone e nelle cose. Di fronte ad una globalizzazione presente in ogni aspetto della nostra vita, per contro nascono e si rafforzano tribalismi eccessivi. L’adorazione del denaro porta a sapere il costo, in termini umani e di beni, delle cose, ma a ignorarne il valore effettivo in rapporto al’uomo. Eppure in questa generale schizofrenia emergono e si rafforzano sempre più esempi di “gratuità”.  Associazioni di volontariato, abbraccianti ogni aspetto comune, si pongono in atteggiamento di servizio. Persino la nostra presenza qui, adesso, in fondo s’inserisce in questo filone. Nella rete condividiamo progettualità e conoscenze, poniamo domande e diamo risposte, disinteressandoci alle esigenze mercantili, che governano questi tempi. La gratuità è una parola, che in fondo non fa “business”, ma è un potente collante, che non conosce frontiere. Siano esse confini di stato, razze, fede religiosa, credo politico, censo. Un livellamento verso l’alto alla ricerca di un bene finalmente comune e condiviso. Mi rifaccio ad un post di Wolfghost, nel quale si parlava della rosa. Ecco la rosa c’è perché mantiene una sorta di memoria attiva del suo essere, senz’altra ragione che esserci. Rappresenta, come gli altri fiori, la gratuità dell’esistenza di un qualcosa che va al di là dell’utile o dell’inutile. La loro essenza ci rallegra. Sono un opera d’arte svincolata dai profili meramente economici, per diventare un dono senza scopo di lucro alcuno. Questo dono è un’offerta inaspettata, estrema, trascendente il donatore e colui il quale potrebbe anche osteggiare tale offerta.
Il dono, posto in questi termini, svincolato cioé da riti culturali, diventa una merce rara. Più raro ancora il perdono. Parola del cui abuso, sinceramente, personalmente sono stufo.
Sono certo che il perdono è un atto tra i più grandiosi, che l’uomo può compiere. Ricondurre il perdono nell’ambito della gratuità costringe l’uomo a liberarsi dalla schiavitù dell’opportunismo (Per chi lo chiede), ma anche libera chi lo accetta da tale fardello.
Impetrare il perdono per qualcosa compiuto, a qualcuno che è stato oggetto di una gravissima ingiustizia è per l’uomo, o dovrebbe essere, un imperativo categorico. Assunta la piena responsabilità del dolore causato dovrebbe essere naturale chiedere perdono, come sorta d’emendazione.
Emendazione, ma non cancellazione, badate.
Perché se il male compiuto lo abbiamo metabolizzato quello rimane in noi come punto fermo a non ricadere, o dovrebbe essere tale.
Rimane anche come muro su cui piangere calde lacrime, per chi ha subito il dolore. Qui iniziano i grossi problemi. Da una parte a chi chiedere perdono? Alla vittima ? Ai suoi più intimi sopravvissuti? Alla comunità tutta? D’altro canto non è detto che i nostri sforzi siano destinati a ottenerlo quel perdono.
Potremmo aver male impiegato il tempo a cospargerci il capo di cenere. Ma nella gratuità dell’accettazione del perdono chi lo riceve ritrova la dignità d’essere riconsiderato persona e non immagine della propria colpa. Chi lo accorda trova una sanatoria all’oltraggio della propria vita interiore.
Vittima e carnefice attraverso il perdono emergono come persone, veri soggetti di diritti e di doveri, all’interno del consesso umano.

Perdono come concetto e prassi della giustizia, perché fondamento dell’esistenza comune. Non fine, bensì scopo.
Mezzo per riavvicinare chi, attraverso il porre in essere un dolore, si è allontanato non solo dalla vittima, ma anche dal prossimo, ponendosi ai margini , dai quali sappiamo è difficile ritornare.
Perdonare non è solo emendare un singolo, ma anche una comunità. Perdonare significa non patteggiare una pena, ma esprimere una solidarietà affinché si prevenga, si impedisca, si contenga un’azione delittuosa.
La sorpresa di chiede e di ottenere il perdono, ci avvicina di più all’immagine dell’uomo che riconosce la sua essenza umana, sapendo pregi e difetti, alla ricerca inesausta dei primi e alla dura strada del rifiuto dei secondi.
Credo che questo scritto dovesse essere necessario, visti i precedenti.
Abbiamo visto quali sono le nostre colpe, ne siamo consapevoli e responsabili.
Perdonateci. Sapremo essere buoni.
 

Comunicato nr. 25/2010

Comunicato nr° 25

Mettiamola così: tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare e il traghetto è naturalmente in ritardo.
 
Ufficio Facce

Comunicato nr. 24/2010

Comunicato nr° 24

C’è da chiedersi se difettiamo d’ignoranza.
 
Ufficio Facce

Comunicato nr. 23/2010

Comunicato nr° 23

Ricordiamoci di usare l’arroganza solo dopo esaurita la supponenza.
 
Ufficio Facce
 

Sulla carta da formaggio

Un tempo si diceva “fare i conti della serva sulla carta da formaggio”. Ora le “serve” non ci sono più. Al loro posto le “colf”. La carta da formaggio è stata sostituita dalle pellicole e i conti li hai pronti sullo scontrino.
Eppure i conti li devi fare. Non saranno una serie di numeri da sommare, dividere, sottrarre o moltiplicare, eppure a certi risultati devi arrivare.
Certe volte è un dovere, altre è un mero piacere personale e per me, ora, è il secondo che ho scritto. Riflettevo, nei miei viaggi ferroviari di questi giorni, su alcune immagini presenti di un giornale femminile che la mia vicina di posto, stava sfogliando. Pagine intere dedicate alla moda dei bambini. Naturalmente belli, sani con grandi sorrisi, emananti quella sicurezza di un fisico, al limite della perfezione. Sguardi carichi di un’intelligenza viva, pronta, piccoli specchi dei nostri desideri. Nel futuro, le voglie di un nostro passato.
Alcune pose però le ho trovate troppo stucchevoli. Bambine truccate, in pose da piccole adulte. Mannequin alte un palmo, strappate ad Hello Kitty, alla Barbie; ai giochi di ora, che non so neppure quali siano, ma immagino forme nuove di giochi antichi. Ragazzini alti un soldo di cacio, in posa da tenebroso, da iper sportivo, da giovane rampante a cui la vita non osa negare nulla. Nomi di “griffe” importanti, di fama mondiale, che annusato l’affarone, si son gettate a capo fitto. Ripropongono in chiave bambina, quie modelli che già propongono per noi adulti. Con l’aggravante che loro, i bambini, seppur smaliziati, non hanno ancora quel quid di cinismo che fa da confine tra loro e gli adulti. Vedere quei corpi fasciati da loghi ben in vista, ma fa pensare a genitori che acquistano il capo per avere un orpello in più. Il figlio non come tale, ma come “servo muto” per inscenare una personale egoistica sfilata. Mi è sembrato che non esistesse più un essere umano, bensì un manichino al capriccio di un baratro di noia. Sarà che son giorni che penso alla barbarie dei tempi, ma anche questa esibizione è un indicatore di questo periodo. Non è tanto l’offerta, un pull o un pantalone, ma come questa viene esibita. Anche ciò che è contestuale lo trovo imbarazzante, se non ripugnante. Il figlio “griffato” è sicuramente prodromo di successi futuri e arricchisce di valore aggiunto l’ambiente da cui proviene. Quasi che la confezione sia più importante del contenuto, non solo personale, del bambino, ma anche del contesto in cui vive. Viviamo è vero nelle poca dell’immagine, desideriamo tutti la notorietà, ma dimentichi che quel tempo è 15 minuti, come teorizzava A.W.
Pensare che il nostro è un mondo sempre più anziano se non vecchio. Ma di loro neppure due righe in cronaca. Quasi che la vecchiaia sia una stagione tutta da scoprire e se la scoperta è già stata fatta, per un complicato pudore, nessuno ne parla. Le rughe non sono “glamour”. I balbettii e i tentennamenti provocano imbarazzo, se non irritazione. Il cinismo dell’esperienza, mal concorda con quello della scoperta.
Nella vecchiaia, non c’è progressione, ma lenta inesorabile consunzione. In fondo c’è la morte.
Morte che a ben riflettere è molto più fantasiosa della vita. La vita per comporsi deve affrontare un lungo ed estenuante processo. Pensate alla gestazione. Sono 280 giorni nei quali migliaia di geni devono combaciare perfettamente o quasi e faticare a produrre miliardi di cellule, che saranno fondamenta, mura e tetti di arti, nervi, organi e sangue. Tutto per arrivare ad un essere che dovrà faticare per anni affinché cresca tanto da essere in grado di provvedere autonomamente a se stesso e poi anche ad altri suoi simili e forse a riprodurne altri. Per la morte invece basta un attimo. Una disattenzione, un muro che cede, una gomma che scoppia, un colpo di sonno.
Resterete basiti da quanto avete letto sin ora, eppure trovo ironico, ma crudele, che se per arrivare sino a questo che sto scrivendo, mi ci son voluti 56 anni.
Eppure basta un battito di ciglia ed è tutto finito.
Qualcuno obbietterà “ … e non potevi seguitare a fare altro. Aspettare altri 56 anni,  invece di ammorbarci con tutto questo !”  Avrei potuto si, ma non aveste letto, per chi l’ha fatto , quello che ho scritto prima; che è un percorso di vita in fondo. Dalle prime incerte parole a questo.
Pensieri come i conti fatti su carta da formaggio.

 

Attila non é morto

Leggendo e rileggendo gli ultimi scritti e i successivi commenti, mi sono accorto che Attila non è morto. L’arroganza di cui parlavo, mutuando Terenzio e le difficoltà a esprimere compiutamente nella “parola” ciò che lo “spirito” ci suggerisce quale “soffio vitale”, mi porta a pensare che i barbari non sono ancora andati via.
Sono rimasti, prolificando, in mezzo a noi.
Non so se siano nuovi o è un buon riciclo di un vecchio mai esaurito, eppure sento che lo “spirito” di questi giorni, si è fatto più arrogante di un tempo.

Non è solo l’arroganza, anzi la barbarie dei tempi, che spaventa o preoccupa. Non sono solo le manifestazioni più eclattanti come la sfacciata plutocrazia di oggi e le speculari e più ampie voragini di povertà conseguenti. Quello è la famosa macchia di grasso nel brodo della nostra civiltà. Macchia come tante che punteggiano il nostro vivere quotidiano. Credo che la barbarie vada cercata in profondità. Forse è lì che si annidano le sue radici. Non sono forse le fatiche delle radici, che permettono ai frutti di maturare. Eppure la maturazione c’è solo se le radici lavorano nel modo giusto. Basterebbe chiedere a un contadino e avremmo una esauriente spiegazione di come agiscono le radici e di cosa serve per farle funzionare al meglio.  Le aggiunte di concimi nella quantità desiderata ed ecco che il frutto diverrà più grosso o più colorato o maturerà in un tempo minore. Non è sbagliato sostenere che la “barbarie” aumenta o diminuisce in base al nutrimento che diamo alle radici stesse. Fatti, avvenimenti, che un tempo ritenevamo esecrabili, assolutamente indegni del consorzio umano, con il giusto concime, diventano a poco a poco appetibili e salutati come novità imperdibile. Un esempio: un uomo politico non deve avere un passato, o se lo ha, questo deve essere limpido specchio di moralità, non chiedo l’eccellenza bensì la normalità sia chiaro. Tale individuo che copre una carica istituzionale, sia un semplice consigliere comunale o deputato o senatore non deve mostrare il fianco a interessi particolari, avere camarille d’alcun genere; non deve essere implicato in nessun procedimento giudiziario, anzi non ne dovrebbe essere neppure sfiorato.
Ma a ben guardare l’elenco di tali individui notiamo come molti di loro, non solo hanno una vita così puntinata, ma alcuni addirittura hanno subito condanne che implicherebbero un allontanamento almeno da certi posti. Ciò però non succede. Anzi alcuni di costoro sono indicati come quella novità di cui dicevo prima. Diventano simboli di una nuova civiltà, fari di una estemporanea morale, tali da giustificare che tutto scorre e tutto si trasforma e il negativo deve diventare il prossimo positivo.  
Si invocano ragioni, incentrate sul semplice fatto della loro appartenenza a gruppi “forti” che reggono lo Stato e dunque non possono essere allontanati se non si vuole un repentino sfascio del medesimo. Si generano crasi e divaricazioni tra lo Stato e i sudditi e ciò che è peggio, tra i sudditi stessi , che diventano voragini e si perde di vista uno dei principi fondamentali della comunità civile: io sono soggetto di diritti a prescindere dall’essere cittadino di uno Stato piuttosto che un altro. Questo lo riscontriamo, quotidianamente quando viene riproposta, in maniera malevola purtroppo, l’incontro tra noi soggetti di diritti e gli stranieri che vengono ad abitare nel nostro paese, soggetti anch’essi dei medesimi diritti.
A questo punto avviene ciò che era naturale nel passato. Il clan, la tribù, il luogo fisico,politico ed economico del nostro consorzio si trova in pericolo. Almeno lo si percepisce così. Ecco che parole e sentimenti come accoglienza, empatia, benevolenza vengono immediatamente cancellati a favore delle più semplici: rifiuto, negazione, antipatia. Non vi é un salto in avanti, piuttosto una precipitosa ritirata verso il nostro piccolo o grande “particulare”. La paura alimenta con forza le radici della nuova barbarie. Riaffiorano vecchie ideologie, che credevamo sepolte, ma invece giacevano insonni e pronte a riprendere gli infausti effetti del passato. Neppure gli appelli a una responsabilità presente, che diventa indubbiamente viatico per le generazioni future e rappresenta il debito che abbiamo con quelle del passato, pare scuotere fortemente l’albero della paura. Rimane solo una vuota parola da colmare con sentimenti d’ irrisione nei confronti di chi va propugnando idee di civiltà.

La mala pianta della barbarie ha radici profonde ed estese, che captano e assorbono nutrimento, anche dove meno te lo aspetti. Attecchisce facilmente tra i giovani, che morte le ideologie del passato, di fronte alle nuove e più vuote del presente, non hanno mezzi tali da potersi porre domande su di esse e non avranno certo risposte da esse. Come potrebbe l’albero della cuccagna, rispondere a chi chiede come salire e rimanerci ? La barbarie colpisce soprattutto e innanzitutto la “pancia” e dove ha terreno fertile, anche la “mente” e da qui persegue il suo inarrestabile cammino di devastazione.
Come l’orda unna “d’antan”.

Quale potrà essere dunque la risposta, per poter fermare un tale abominio?
Forse dal “cuore”.
Sede dei sentimenti, di una mai sopita consapevolezza di se e degli altri; esiste un “noi”, ma questo rimane una voce nel deserto se non è affiancata dagli “altri”.

Per poter formare “insieme”.  La complessità delle situazioni, in questa nostra civiltà è tale e tanta che il “noi”, diventa l’ ”io” a livello tribale.
Solo l’unione di molti, con gli stessi scopi e gli stessi obiettivi riuscirà a smuovere e arginare quest’avanzata. Una coesione non ideologica, fondata sull’idea egemone perché ne sappiamo storicamente l’epilogo. Piuttosto il recupero di quegli ideali che cementano il consorzio umano: uguaglianza, giustizia, solidarietà.

Credo che sia giunto il tempo di opporci alla desertificazione barbarica dei nostri tempi.
Non possiamo lasciare una landa desolata, cimitero dei nostri ideali, come eredità alle generazioni future.
Non lo possiamo fare per il debito che ci lega al passato, che ce ne ha fatto dono a suo tempo.
I barbari sono tra di noi, inattesi e sgraditi ospiti. E’ ora di metter mano alle ramazze.
 

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