CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Sai da dove parti, ma incerto é l’arrivo.

Di norma, sappiamo da dove partiamo.  Non mi riferisco al semplice tragitto casa – ufficio o casa – scuola. Piuttosto a quei percorsi che facciamo quando cerchiamo noi stessi. Perché siamo fenomeni porgendoci domande. Dove falliamo è nella originalità delle risposte. O meglio crediamo che le risposte che diamo siano originali, uniche e fondamentalmente oggettive. Mentre ciò contrasta con quello che detto in precedenza. Ci sono valori “aggiunti” dai quali non possiamo sottrarci, benché si facciano tutti gli sforzi possibili. Il gatto non si mangia la coda, ma un paio di morsi se li concede. Il perché di queste parole sta nell’osservazione di due post dell’amico Melogrande, anzi su una serie di osservazioni che ha fatto riguardo al “mito”. Proponendocene alcuni tra i più conosciuti. Orfeo ed Euridice, Sisifo e sicuramente tra non molto ci delizierà con Damocle e Prometeo, forse anche Pandora. O forse no, in quanto le risposte, i commenti sono stati giudicati esaustivi.
Già i commenti. Commentare un post non è facile come sembra. Leggi e s’innescano meccanismi tali che ti possono portare ad avere chiara la risposta, per cui di getto rispondi. Al contrario la lettura t’impone una seria riflessione, per cui solo dopo qualche tempo riesci a trovare le parole giuste da inanellare, senza rimanere nel campo delle parole di circostanza.
Già trovare le parole.
Partire da un’idea e intorno a quella, meditare, animandoci a tal punto da trovare infine le parole.
Compiere quel processo che vede protagonisti due attori dalle peculiarità assolutamente diverse.
L’anima, l’agitatrice per eccellenza e la parola il suo opposto. Perché se è l’anima ciò che rende vivo l’uomo, lo spinge a manifestarsi, la parola imbriglia l’anarchia emotiva. Mi spiego con un esempio. L’atto del pensare, di per se è una manifestazione emotiva. Sia che si abbiamo pensieri in libertà, sia che il pensiero sia focalizzato ad uno scopo.
Quindi l’anima suscita un pensiero. Dal caos all’ordine. Ma non possiamo dire il contrario. La parola, l’ordine, senza un caos cui darne un senso, appare vuota di significato.
Non ha basi su cui poggiare la propria azione. Rimane un contenitore vuoto. Quindi esiste una necessità dell’uno per l’altro. Se perdiamo l’uno, lo spirito, necessariamente perdiamo l’altra, la parola. La memoria, che appare come sintesi necessaria, vanifica la sua esistenza. La nostra anima, pur nella sua unicità, oltre alla propria singolarità, attinge alle anime di chi ci ha preceduto e chi ci circonda. Questa attinzione lo fa attraverso la memoria, perché riesce a cogliere nella parola precedente, quel caos nel quale trova elementi per lei vitali. La memoria è tale perché sistemata dalla parola. Con questo non dobbiamo credere che per la memoria sia essenziale lo spirito e questo giustifica quella. Non è che senza spirito è vanificata la parola e conseguentemente la memoria. Non è così meccanicistico. Esiste un filo sottile che ricongiunge tutti i vertici del triangolo esposto, se ci reputiamo noi tutti, come delle “tabulae”. Ricordate il detto “ tabula rasa”. Le tavole dove gli scrivani prendevano appunti e, siccome cosparse di cera, erano di facile cancellatura. Ecco noi siamo come delle tabulae, ove spirito e parola trovano sintesi nella memoria e questa ripropone all’azione dello spirito nuovamente un giustificativo perché la parola intervenga. Ora qualcuno potrebbe obbiettare che non è condizione sufficiente la presenza di una memoria perché spirito e parola agiscano o si confrontino o discendano l’uno dall’altra. La memoria pura è vero non è condizionale, ma condizionata da un altro elemento che deve spingerla ad agire.  Potrebbe essere il dolore questo catalizzatore. Attraverso questo, la memoria s’impegna a tradurre nella parola, a volte nel segno grafico, quei moti dell’anima che altrimenti rimarrebbero semplici emozioni e fini a se stessi. Anche la memoria di una gioia, in fondo è dolore. Evocare oggi un momento spirituale che ci ha fatto bene e non poterlo più rivivere se non attraverso un ricordo, che andrà sbiadendosi con il tempo. Tempo che divora e cancella, ma che trova un ostacolo là, dove meno se lo potrebbe aspettare. Nello spirito, nel cuore. In molte lingue imparare a memoria, quindi mettere in movimento il catalizzatore della “tabula”, si dice “imparare per cuore”. Francesi, inglesi, persino gli arabi utilizzano quest’espressione. Hanno trovato nella parola la giusta espressione per indicare un’azione spirituale.  Solo quest’intimità spirituale ci permette di fare agire la memoria, così che possa trovare nella parola quei sostegni tali da poter continuare quel processo che lega spirito e parola. L’educazione. Ciò che ci contraddistingue da ogni essere vivente è l’educazione. Quel sistema di regole, codificate nel tempo, che ci ha permesso di avere, seppur a volte fragile, la possibilità di vivere con i nostri simili in una certa armonia. L’educazione non è semplice insegnamento e apprendimento di nozioni, bensì un sistema complesso, con regole complesse e in questa complessità che la memoria ha buon gioco. Rimane l’unico mezzo di raccordo non solo tra il nostro spirito e le nostre parole, ma anche tra noi e gli altri. Tra altri spiriti e altre parole. Diveniamo una somma esperienziale di una memoria collettiva, che negli anni ci ha donato le pitture di Altamira, la stele di  Rosetta, l’arco di Costantino, il Codice Atlantico, Il Capitale e il PC.
Ecco, sapere che quanto il mio spirito è riuscito a tradursi in parola e a finire nella memoria di un server, chissà dove; e che qualcuno leggendo sarà attraversato anch’egli da una sorta di spiritualità, che si tradurrà in altre parole, che finiranno in una memoria, volteggiando in una danza infinita mi dona un senso di vertigine e mi ricorda ora che ho finito di quanto dolore e di quanto cuore ho messo in tutto ciò.
Ignorando naturalmente all’inizio del mio viaggio dove sarei andato a parare, ben inteso.
 

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14 pensieri su “Sai da dove parti, ma incerto é l’arrivo.

  1. E'  venerdì pomeriggio.Potrei limitarmi ad augurarti buon fine settimana?!Mica ti offendi vero?!

  2. @ 1 = detto da te assolutamente no !!Se ti scappa pensaci ! Se scappi, però …  allora ottimo w.e.ps: io lavoro sabato e domenica – tragico turnointerza, ma la vita continua.

  3. Denso questo tuo post Carlo. Riguardo alla memoria mi viene in mente che per quelli che fanno il mio mestiere un dato che necessariamente dobbiamo sempre prendere in considerazione è la sua fallibilità, come ogni cosa della mente umana  ((: Mi spiego meglio: in genere la mente se li "aggiusta" i ricordi, o si imprimono nelle fibre del nostro essere in una forma che è sempre condizionata dalle nostre dinamiche psichiche, soprattutto dalle difese che utilizziamo per proteggerci, inconsapevolmente, da pensieri e memorie "scomode" o intollerabili.Detto questo il poter comunicare il dolore mi sembra un passo verso la libertà da quelle difese, e a parte le interpretazioni di genere psico, leggendoti quel sentimento prezioso è ciò che di vivo mi arriva di te, che condivido e verso il quale mi metto in ascolto e che mi permette di sentirti vicino.Ecco adesso mi immagino piccola come una formica al tuo fianco, gigante seduto su un grande sasso, in silenzio e guardando l'orizonte.Infine, dopo queste mie elucubrazioni un po' sconnesse, ti mando un abbraccio e ti auguro buon lavoro, a presto Carlo, hannah

  4. Onorato della citazione, lo sono ancora di più per essere servito da punto di partenza per questo tuo viaggio.in cui hai messo anima, memoria e molto cuore.In fondo, il confrontarsi è il senso ultimo di questo vagare fra servers, cercando se stessi, analizzandosi nello specchio di un altro, chi almeno ritiene che la propria vita non debba limitarsi a funzioni biologiche.E se il dolore e la contraddizione fanno parte di tutto ciò, pazienza.Dice Galimberti che : “La condizione umana in null’ altro consiste se non in quel compito infinito di porre domande, di problematizzare l’ esistente, di non assopirsi in quei sogni beati di chi ritiene che la vita debba essere senza pensieri quando invece l’ uomo è un prodotto di lotte intime e sociali, la cui soluzione provvisoria va cercata in quel dialogo continuo con gli altri, capace di allargare la sua visione del mondo, la cui angustia è la vera responsabile dell’ acuirsi del dolore nell’ insolubilità dei problemi.”.

  5. leggendo questo tuo scritto, mi viene in mente una cosa che mi succede spesso: e cioè di non riuscire a tradurre in parole ciò che provo nell'intimo…ovvero, a volte mi piacerebbe dire certe cose…ma non riesco a trovare le parole, è come se le parole banalizzassero i miei sentimenti, le mie sensazioni…quindi preferisco tacere…ecco, ma a te succede, questo?o sono io che ho incapacità di comunicare i miei pensieri?

  6. Le parole spesso non rendono l'intenzione… ossia l'emozione che vogliono esprimere. Ok. Ma non abbiamo altro. Dunque semmai dobbiamo sforzarci di capire che non è detto che l'altro/a abbia necessariamente voluto dire quello che ci pare che abbia detto. Tutto qui.Dobbiamo cercare di tener presente che possono spesso nascere dei malintesi. Nel web più che altrove.

  7. sono troppo ignorante per poter commentare senza far brutta fugura

  8. mi associo al commento di Zazà… cioè, non che anche io sono ignorante, ma concordo sul fatto che lui lo è… io non faccio brutte figure a prescindere e questo fa di me una persona intelligente… comunque volevo dire che nel 305 d.C. un uomo andò a sbattere con la testa contro un capitello dorico… ecco, tanto per…

  9. @Brume concordo. spesso nascono malintesi,e sul web ancora di più, proprio perchè qui le parole sono l'unico mezzo di comunicazione.effettivamente, il web è limitatissimo, in questo senso…me ne accorgo sempre di più. il mio problema è che cmq le parole spesso non riesco a trovarle neppure nella vita di tutti i giorni…e però in certe situazioni è proprio vero che "un bel tacer non fu mai detto"…come si suol dire; quindi forse qualche volta è meglio tacere..uhm

  10. A mio parere, esiste una sostanziale differenza fra parola "detta" e parola "scritta". Nel primo caso, l'emotività, l'impulso e la reazione più o meno immediata sono raramente filtrate da un più ponderato uso della ragione; nel secondo caso, invece, l'analisi è maggiormente meditata, qualche angolo può essere smussato, e soprattutto il messaggio che portiamo è frutto principalmente della ragione mediata, e non già di quella istintuale. Anche scrivendo di getto, laddove poi si rilegga quanto si è inteso comunicare, è inevitabile apportare alcune modifiche, sottraendo con ciò la parte inconscia, se non del tutto almeno in parte, e irrobustendo viceversa il processo comunicativo logico, dotato di un punto di partenza e di un punto di arrivo, secondo un tragitto più o meno elaborato con razionalità, anche perché privato di tutta una serie di meccanismi -espressione del viso, postura del corpo, inflessione della voce- che accompagnano il linguaggio parlato.Mi soffermo solo su questa parte.Un caro saluto 🙂

  11. c'è gente talmente ignorante che non sa neppure di esserlo

  12. @ 3 = Come gigante valgo solo nel mio 1,90. Per il resto ….   lascio al buon cuore di chi mi legge. Però é vero, almeno io lo sento, che ciò che esprimiamo é il valore soggettivo di quelle. Rapportandoci con le cose e le persone, ne trasmettiamo la nostra personalissima interpretazione, che assommata alle altre possono dare di ciò che osserviamo e di cui parliamo un senso più ampio e profondo. Ciascuno di noi é un mosaico  e ciascuna tessera  forma il tutto.@ 4 = Caro Melo, la citazione era soprattutto perché in questo maremagno, le idee circolano, con una libertà, non ancora attaccata sì fortemente. Colpito dai commenti ho solo riflettuto su come commentiamo e siamo sollecitati a farlo. Anzi come sollecitiamo noi stessi. Le tue idee sono state un'ottima occasione per formularne altre e variare così la conversazione, senza per questo abbandonare il "focus" circa la "condizione umana", non tradendo la possibilità di trovare risposte alle molte e forse a volte, troppe domande che ci poniamo. Tuttavia contento di saperlo fare in ogni momento.@ 5 =  la difficoltà da te indicata, credo che non stia nelle parole, ma nei pensieri, che si accavallano e si confondono, rendendo un quadro nebuloso tale che la parola sfugge, anzi non ha o non trova quella forza necessaria per imbrigliare lo spirito. Bisognerebbe avere sempre quella calma, quella lucidità tale da poter esprimere con parole opportune le nostre emozioni. Le chiariremmo a noi e agli altri.Ricordo faber in un suo verso "Tu prova ad avere un mondo nel cuore, e non riesci ad esprimerlo con le parole …. "  – Il matto – da "Non al Denaro, non all'Amore, né al Cielo.@ 6 =  Rifacendomi alla risposta precedente, v'é da aggiungere che non tutti riescono in egual misura ad esprimersi in maniera compiuta ed esaustiva.C'é chi da il meglio di se parlando, chi scrivendo e chi disegnando. Ciascuno ha i prorpi limiti e gli interlocutori devono avere l'onestà di capire e interpretarli, questi limiti.Soprattutto in occasioni come il web, dove tra le persone esiste, giocoforza, il filtro di uno schermo ed una serie di byt che già mettono seri paletti alla comunicazione.@ 7  = Zaag escludo a priori, anzi denuncio come falso ciò che mi hai scritto .Credo piuttosto che non tutti hanno la stessa sensibilità verso i problemi. Almeno non a tutti vengono gli stessi pensieri. Credo piuttosto che il problema tu non te lo sia posto nei miei termini.Le tue priorità in questo momento sono altre e dunque, altettanto posso dire della mia spaventosa ignoranza riguardo il dahù e le storie che lo accompagnano. Se non ti avessi frequentato non lo avrei mai scoperto e sarai rimasto gnorante!@ 8 =  Il caso da te espresso evidenzia invece di come la parola diventa memoria dolorosa. Perchè evocare un tragico fatto di epoca ellenica? Perché angustiare le nostre anime, esacerbarle con sì tristi ricordi?Non ne trovo né senso, né motivo. O forse vuoi emendare, quale nemesi, ciò che operasti nella tua maturità?@ 9 =  Confermo e concordo su quanto detto riguardo la difficoltà del web ad essere il mezzo migliore per comunicare. Lo dico per averne provati un paio di volte  i dolorosi effetti. A volte é meglio tacere, anche se ilrospo da inghiottire é di quelli grossi.Lo stesso accade nella realtà quotidiana. Ci sarebbe l'occasione per parlare, rsipondere eppure le parole rimangono un groppo in gola e si fa la classica figura degli allocchi. O almeno così ci si sente. Eppure é la miglior scelta.@ 10 = il processo da te descritto calza a pennello. Soprattutto se legato a quanto sostenuto nei precedenti interventi. Dinnanzi allo schermo possiamo sbracciarci, assumere un'aria ilare oppure dimessa, ma solo il ticchettio della tastiera trasformerà quelle emozioni in qualcosa d'intelleggibile per i nostri interlocutori. Occorere quindi dedicarci seriamente ad una disciplina, tale da sgomberare il campo da possibili equivoci, fraintendimenti. Porre cuore nelle parole, ma altrettanto nella sistematicità di esse. Prestare attenzione al sistema comunicativo, che di giorno in giorno diventa più difficile e complesso.La mancanza della fisicità nostra e degli altri, sicuramente rende più difficile lo sforzo di rendere appieno il nostro "spirito", attraverso la "parola", venendo ad inficiare anche la "memoria" e il sottostante "dolore."@ = E quì anch'io mi  fermo, per ora !!

  13. si, la difficoltà forse sta proprio nel fatto di avere tanti pensieri in testa,e di non riuscire ad esprimerli con le parole giuste, in modo che tutti intendano…che poi, appunto, qui su internet la comunicazione non è poi così semplice ed immediata come potrebbe sembrare, già… 

  14. @ 14 = per l'appunto. Sono oramai passati tre giorni dal mio commento fiume e l'iimediatezza va via via sparendo.

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