CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Un offerta difficile

Settembre, lo dice il poeta “ è il tempo del ripensamento … “. Chiude il periodo della leggerezza aprendo quello della riflessione. Sulla scia di quest’ultima, partendo da Terenzio, attraversando tempi barbarici, mi sono trovato a riflettere come, in questi periodi votati all’utilitarismo, di contraltare, vi è una diffusa gratuità delle persone e nelle cose. Di fronte ad una globalizzazione presente in ogni aspetto della nostra vita, per contro nascono e si rafforzano tribalismi eccessivi. L’adorazione del denaro porta a sapere il costo, in termini umani e di beni, delle cose, ma a ignorarne il valore effettivo in rapporto al’uomo. Eppure in questa generale schizofrenia emergono e si rafforzano sempre più esempi di “gratuità”.  Associazioni di volontariato, abbraccianti ogni aspetto comune, si pongono in atteggiamento di servizio. Persino la nostra presenza qui, adesso, in fondo s’inserisce in questo filone. Nella rete condividiamo progettualità e conoscenze, poniamo domande e diamo risposte, disinteressandoci alle esigenze mercantili, che governano questi tempi. La gratuità è una parola, che in fondo non fa “business”, ma è un potente collante, che non conosce frontiere. Siano esse confini di stato, razze, fede religiosa, credo politico, censo. Un livellamento verso l’alto alla ricerca di un bene finalmente comune e condiviso. Mi rifaccio ad un post di Wolfghost, nel quale si parlava della rosa. Ecco la rosa c’è perché mantiene una sorta di memoria attiva del suo essere, senz’altra ragione che esserci. Rappresenta, come gli altri fiori, la gratuità dell’esistenza di un qualcosa che va al di là dell’utile o dell’inutile. La loro essenza ci rallegra. Sono un opera d’arte svincolata dai profili meramente economici, per diventare un dono senza scopo di lucro alcuno. Questo dono è un’offerta inaspettata, estrema, trascendente il donatore e colui il quale potrebbe anche osteggiare tale offerta.
Il dono, posto in questi termini, svincolato cioé da riti culturali, diventa una merce rara. Più raro ancora il perdono. Parola del cui abuso, sinceramente, personalmente sono stufo.
Sono certo che il perdono è un atto tra i più grandiosi, che l’uomo può compiere. Ricondurre il perdono nell’ambito della gratuità costringe l’uomo a liberarsi dalla schiavitù dell’opportunismo (Per chi lo chiede), ma anche libera chi lo accetta da tale fardello.
Impetrare il perdono per qualcosa compiuto, a qualcuno che è stato oggetto di una gravissima ingiustizia è per l’uomo, o dovrebbe essere, un imperativo categorico. Assunta la piena responsabilità del dolore causato dovrebbe essere naturale chiedere perdono, come sorta d’emendazione.
Emendazione, ma non cancellazione, badate.
Perché se il male compiuto lo abbiamo metabolizzato quello rimane in noi come punto fermo a non ricadere, o dovrebbe essere tale.
Rimane anche come muro su cui piangere calde lacrime, per chi ha subito il dolore. Qui iniziano i grossi problemi. Da una parte a chi chiedere perdono? Alla vittima ? Ai suoi più intimi sopravvissuti? Alla comunità tutta? D’altro canto non è detto che i nostri sforzi siano destinati a ottenerlo quel perdono.
Potremmo aver male impiegato il tempo a cospargerci il capo di cenere. Ma nella gratuità dell’accettazione del perdono chi lo riceve ritrova la dignità d’essere riconsiderato persona e non immagine della propria colpa. Chi lo accorda trova una sanatoria all’oltraggio della propria vita interiore.
Vittima e carnefice attraverso il perdono emergono come persone, veri soggetti di diritti e di doveri, all’interno del consesso umano.

Perdono come concetto e prassi della giustizia, perché fondamento dell’esistenza comune. Non fine, bensì scopo.
Mezzo per riavvicinare chi, attraverso il porre in essere un dolore, si è allontanato non solo dalla vittima, ma anche dal prossimo, ponendosi ai margini , dai quali sappiamo è difficile ritornare.
Perdonare non è solo emendare un singolo, ma anche una comunità. Perdonare significa non patteggiare una pena, ma esprimere una solidarietà affinché si prevenga, si impedisca, si contenga un’azione delittuosa.
La sorpresa di chiede e di ottenere il perdono, ci avvicina di più all’immagine dell’uomo che riconosce la sua essenza umana, sapendo pregi e difetti, alla ricerca inesausta dei primi e alla dura strada del rifiuto dei secondi.
Credo che questo scritto dovesse essere necessario, visti i precedenti.
Abbiamo visto quali sono le nostre colpe, ne siamo consapevoli e responsabili.
Perdonateci. Sapremo essere buoni.
 

Annunci

Navigazione ad articolo singolo

18 pensieri su “Un offerta difficile

  1. Un post ampio, complesso e articolato. Difficile da commentare a causa degli innumerevoli quesiti che pone. Il perdono è stato predicato dal Cristo, e a livello etico, esso rappresenta un gesto capace di subliminare l'essenza umana, distanziandola dalla sua origine animale. Perciò sarebbe da perseguire, a ogni costo senza badare al prezzo.Tuttavia, in molti casi, risulta assai difficile elevarsi al di sopra della propria umanità, intesa come essenza umana, e pertanto intrisa di sentimenti e non soltanto di logica o di aneliti all'empireo morale.Perdonare chi ha stuprato, molestato bambini e/o bambine, terrorizzato popolazioni inermi, sganciato ordigni nucleari, ucciso persone care, spezzando in tal modo lo spirito stesso della nostra vita?La rosa rappresenta la bellezza, pura e incontaminata; nel cielo le stelle sembrerebbero guidarci lungo la via della consapevolezza.Ma l'uomo è fatto anche di carne, sangue e rancore.

  2. Un post ampio, complesso e articolato. Difficile da commentare a causa degli innumerevoli quesiti che pone. Il perdono è stato predicato dal Cristo, e a livello etico, esso rappresenta un gesto capace di subliminare l'essenza umana, distanziandola dalla sua origine animale. Perciò sarebbe da perseguire, a ogni costo senza badare al prezzo.Tuttavia, in molti casi, risulta assai difficile elevarsi al di sopra della propria umanità, intesa come essenza umana, e pertanto intrisa di sentimenti e non soltanto di logica o di aneliti all'empireo morale.Perdonare chi ha stuprato, molestato bambini e/o bambine, terrorizzato popolazioni inermi, sganciato ordigni nucleari, ucciso persone care, spezzando in tal modo lo spirito stesso della nostra vita?La rosa rappresenta la bellezza, pura e incontaminata; nel cielo le stelle sembrerebbero guidarci lungo la via della consapevolezza.Ma l'uomo è fatto anche di carne, sangue e rancore.

  3. Gran bel post. Ineccepibile.A proposito del concedere il perdono, personalmente, credo che sia importante l'intenzione. Lo stesso gesto è perdonabile o meno a seconda che ci fosse consapevolezza, nel farlo. O del fatto che almeno ci sia stato pentimento dopo averlo compiuto.E questo, detto da uno che non perdona… sa molto di incoerente, lo so.A proposito del chiederlo… bisogna sempre farlo, quando ci si rende conto di aver sbagliato.

  4. Gran bel post. Ineccepibile.A proposito del concedere il perdono, personalmente, credo che sia importante l'intenzione. Lo stesso gesto è perdonabile o meno a seconda che ci fosse consapevolezza, nel farlo. O del fatto che almeno ci sia stato pentimento dopo averlo compiuto.E questo, detto da uno che non perdona… sa molto di incoerente, lo so.A proposito del chiederlo… bisogna sempre farlo, quando ci si rende conto di aver sbagliato.

  5. Ciò che mi colpisce maggiormente , nel tuo ragionamento , è il riconoscimento che le ferite inferte comunque non si cancellano con il perdono…mi piace questa considerazione perchè spesso l'abuso di questa parola o la facilità con cui il perdono si chiede non ne tengono conto . E così spesso non si comprende che la difficoltà nel perdonare sta nella paura di esser feriti nuovamente, magari nello stesso modo…credo che perdonare sia un modo di riincontrarsi, di fare un passo l'uno verso l'altro ma senza nascondersi dietro alibi che ridimensionano le responsabilità. E bada bene non parlo di colpe, ma di responsabilità…un riincontrarsi che sicuramente implica il coraggio di chiederlo da parte di chi ha sbagliato ed il coraggio di rischiare ancora da parte di chi deve concederlo.

  6. Ciò che mi colpisce maggiormente , nel tuo ragionamento , è il riconoscimento che le ferite inferte comunque non si cancellano con il perdono…mi piace questa considerazione perchè spesso l'abuso di questa parola o la facilità con cui il perdono si chiede non ne tengono conto . E così spesso non si comprende che la difficoltà nel perdonare sta nella paura di esser feriti nuovamente, magari nello stesso modo…credo che perdonare sia un modo di riincontrarsi, di fare un passo l'uno verso l'altro ma senza nascondersi dietro alibi che ridimensionano le responsabilità. E bada bene non parlo di colpe, ma di responsabilità…un riincontrarsi che sicuramente implica il coraggio di chiederlo da parte di chi ha sbagliato ed il coraggio di rischiare ancora da parte di chi deve concederlo.

  7. "dono" e "perdono"due parole sulle quali si possono scrivere tomila capacità di donare credo sia estinta, tutto ha un prezzo, tutto deve essere ricambiato, pagato…mi viene in mente, forse perchè vivo in campagna, quello che accadeva un tempo per esempio al tempo della mietitura dove le cascine si aiutavano fra loro, gratis, era una collaborazione che migliorava la vita a tutti, il pane e la minestra non si negava a nessuno, sempre gratis…ora anche un sorriso "costa"sul perdono il discorso è ancora più difficile, da un lato io credo si perdoni e ci si perdoni troppo e con troppa facilità, perdonare dovrebbe significare "condonare", "assolvere", credo che questo sia un compito che spetta a Dio. Noi possiamo cercare di dimenticare un torto e sarà molto se ci riusciremo davvero, col cuore e non solo con le paroleUn saluto, sempre belli i tuoi postMarina

  8. "dono" e "perdono"due parole sulle quali si possono scrivere tomila capacità di donare credo sia estinta, tutto ha un prezzo, tutto deve essere ricambiato, pagato…mi viene in mente, forse perchè vivo in campagna, quello che accadeva un tempo per esempio al tempo della mietitura dove le cascine si aiutavano fra loro, gratis, era una collaborazione che migliorava la vita a tutti, il pane e la minestra non si negava a nessuno, sempre gratis…ora anche un sorriso "costa"sul perdono il discorso è ancora più difficile, da un lato io credo si perdoni e ci si perdoni troppo e con troppa facilità, perdonare dovrebbe significare "condonare", "assolvere", credo che questo sia un compito che spetta a Dio. Noi possiamo cercare di dimenticare un torto e sarà molto se ci riusciremo davvero, col cuore e non solo con le paroleUn saluto, sempre belli i tuoi postMarina

  9. Il dono dovrebbe essere sempre, per definizione, un fine e non un mezzo, il dono fatto come mezzo per raggiungere un fine, o anche solo per creare un' obbligazione, non fa certo piacere riceverlo.Il per-dono è un iper-dono, un dono al quadrato perchè è dato in cambio di un male ricevuto.A maggior ragione dunque dovrebbe essere gratuito, senza altri fini, neppure quello, magari inconsapevole, di una consolatoria autocelebrazione da parte di chi lo concede.E' proprio questa teatralità che talvolta si scorge in un atto che, se autentico, è estremamente intimo, a provocare il fastidio di cui parli.Ma chiedere ed accordare perdono come atto assoluto e gratuito, fine a se stesso è davvero pratica difficilissima e merce rara.

  10. Il dono dovrebbe essere sempre, per definizione, un fine e non un mezzo, il dono fatto come mezzo per raggiungere un fine, o anche solo per creare un' obbligazione, non fa certo piacere riceverlo.Il per-dono è un iper-dono, un dono al quadrato perchè è dato in cambio di un male ricevuto.A maggior ragione dunque dovrebbe essere gratuito, senza altri fini, neppure quello, magari inconsapevole, di una consolatoria autocelebrazione da parte di chi lo concede.E' proprio questa teatralità che talvolta si scorge in un atto che, se autentico, è estremamente intimo, a provocare il fastidio di cui parli.Ma chiedere ed accordare perdono come atto assoluto e gratuito, fine a se stesso è davvero pratica difficilissima e merce rara.

  11. @ 1 = La concessione del perdono, anche nei casi più gravi quali quelli che rimarchi, sì, ci distingue e ci fa fare il salto da condizione animale a condizione umana. Credo soprattutto nei casi di genocidio, di terrore ingiustificato per interi popoli, l'olocausto nucleare. Chi chede perdono non si vuole lavare la coscienza, benzì cerca un aiuto affinché possa trovare in se la vigilanza, la prevenzione a che ceeti atti non si possano più compiere.@ 2 =  La consapevolezza é decisamente il primo gradino di questa scala dolorosa che é il perdono. Ad essa non possiamo esimerci se vogliamo essere perdonati. Come pure chi perdona, deve essere consapevole che l'altro si assume la responsabilità piena del male commesso.@ 3 = Il rischio di cui parli é reale. Frutto anche di una nuova concezione di vita. Si tende ad evitare al massimo situazioni di dolore, quasi che non sia assolutamente di moda. Non siamo capaci di soffrire e qundi non siamo capaci di comprendere il dolore provocato, né vogliamo assumercene la responsabilità. Se poi provochiamo dispiaceri o altro di peggio, immediatamente cerchiamo di trovare un capro espiatorio. Viviamo di assenze più che di presenze.@ 4 = Bene indichi il mondo rurale. Anch'io ho ricordi che mi portano ad assertire a quanto dici. L'aiuto reciproco nelle campagne era pilastro fondamentale di quel modo di vivere. Poi, vuoi l'urbanizzazione e l'abbandono dei campi hanno fatto lentamente tramontare quel modo di essere, di vivere, partecipando della vita degli altri. La solidarietà é un'altro convitato assente alle nostre tavole.@ 5 =  Mi trovi concorde nell'arricciare il naso davanti alle manifestazioni plateali di richiesta e concessione del perdono. E' un atto intimo, che nasce da una sofferenza e in quel solco si trasforma piano piano in una gioia. E' la somma di consapevolezza, solidarietà, responsabilità; sentimenti che sono del singolo, pur riflettendosi, o dovrebberlo  fare, anche nella comunità nella quale questi singoli sono innervati. Quando diventa un colpo di teqtro, lo si banalizza e lo si vuota di quel carico di significato che invece deve avere. Soprattutto per gli attori che vivono quel momento speciale. E' trasformare il "Kooh-I-Noor" in uno zircone e tutta la rarità e la preziosità del gesto si liquefa nella più assoluta banalità.

  12. @ 1 = La concessione del perdono, anche nei casi più gravi quali quelli che rimarchi, sì, ci distingue e ci fa fare il salto da condizione animale a condizione umana. Credo soprattutto nei casi di genocidio, di terrore ingiustificato per interi popoli, l'olocausto nucleare. Chi chede perdono non si vuole lavare la coscienza, benzì cerca un aiuto affinché possa trovare in se la vigilanza, la prevenzione a che ceeti atti non si possano più compiere.@ 2 =  La consapevolezza é decisamente il primo gradino di questa scala dolorosa che é il perdono. Ad essa non possiamo esimerci se vogliamo essere perdonati. Come pure chi perdona, deve essere consapevole che l'altro si assume la responsabilità piena del male commesso.@ 3 = Il rischio di cui parli é reale. Frutto anche di una nuova concezione di vita. Si tende ad evitare al massimo situazioni di dolore, quasi che non sia assolutamente di moda. Non siamo capaci di soffrire e qundi non siamo capaci di comprendere il dolore provocato, né vogliamo assumercene la responsabilità. Se poi provochiamo dispiaceri o altro di peggio, immediatamente cerchiamo di trovare un capro espiatorio. Viviamo di assenze più che di presenze.@ 4 = Bene indichi il mondo rurale. Anch'io ho ricordi che mi portano ad assertire a quanto dici. L'aiuto reciproco nelle campagne era pilastro fondamentale di quel modo di vivere. Poi, vuoi l'urbanizzazione e l'abbandono dei campi hanno fatto lentamente tramontare quel modo di essere, di vivere, partecipando della vita degli altri. La solidarietà é un'altro convitato assente alle nostre tavole.@ 5 =  Mi trovi concorde nell'arricciare il naso davanti alle manifestazioni plateali di richiesta e concessione del perdono. E' un atto intimo, che nasce da una sofferenza e in quel solco si trasforma piano piano in una gioia. E' la somma di consapevolezza, solidarietà, responsabilità; sentimenti che sono del singolo, pur riflettendosi, o dovrebberlo  fare, anche nella comunità nella quale questi singoli sono innervati. Quando diventa un colpo di teqtro, lo si banalizza e lo si vuota di quel carico di significato che invece deve avere. Soprattutto per gli attori che vivono quel momento speciale. E' trasformare il "Kooh-I-Noor" in uno zircone e tutta la rarità e la preziosità del gesto si liquefa nella più assoluta banalità.

  13. Forse semplicemente viviamo : l'assenza per essere avvertita deve essere stata percepita come presenza…

  14. Forse semplicemente viviamo : l'assenza per essere avvertita deve essere stata percepita come presenza…

  15. Aggiungo una tesserina a questo importante post sul perdono, che però non riguarda il chiederlo, ma il concederlo. Penso che sia come una medicina al miele che cura prima di tutto chi lo concede, guarendolo dal rancore, dal desiderio di vendetta, permettendogli di rivivere. Questo, sia che il 'perdonando' lo chieda oppure no, lo sappia oppure no, magari non glie ne importa nulla.A me ci vuol tempo: perdono più con la testa che col cuore, in fondo resta un malessere gelato, soprattutto -o forse solo- quando il male è arrecato a persone a me care: sono impotente di fronte al loro dolore, per me stessa mi difendo meglio.Ma non mi son mai trovata in situazioni tragiche come quelle descritte da Hanneheche. Mi viene in mente (spesso) il funerale di un ragazzo dei centri sociali, ucciso. La madre, che non ricordava neppure l'esistenza della parola perdono, esprimeva tuttavia compassione per la madre dell'assassino.Qui ci vorrebbe Feriteinvisibili, per parlare del 'perdono' nella religione ebraica, che deve essere fattivo e non limitarsi alle parole, o alle intenzioni.Per ciò che riguarda il chiederlo.. un'altra volta, sennò mi dilungo. Ciao 

  16. Aggiungo una tesserina a questo importante post sul perdono, che però non riguarda il chiederlo, ma il concederlo. Penso che sia come una medicina al miele che cura prima di tutto chi lo concede, guarendolo dal rancore, dal desiderio di vendetta, permettendogli di rivivere. Questo, sia che il 'perdonando' lo chieda oppure no, lo sappia oppure no, magari non glie ne importa nulla.A me ci vuol tempo: perdono più con la testa che col cuore, in fondo resta un malessere gelato, soprattutto -o forse solo- quando il male è arrecato a persone a me care: sono impotente di fronte al loro dolore, per me stessa mi difendo meglio.Ma non mi son mai trovata in situazioni tragiche come quelle descritte da Hanneheche. Mi viene in mente (spesso) il funerale di un ragazzo dei centri sociali, ucciso. La madre, che non ricordava neppure l'esistenza della parola perdono, esprimeva tuttavia compassione per la madre dell'assassino.Qui ci vorrebbe Feriteinvisibili, per parlare del 'perdono' nella religione ebraica, che deve essere fattivo e non limitarsi alle parole, o alle intenzioni.Per ciò che riguarda il chiederlo.. un'altra volta, sennò mi dilungo. Ciao 

  17. @ 9 = il travaglio di chi "concede" il perdono é sicuramente doloroso.E' l'espressione di chi, da una parte soffre per il dolore subito e dall'altra soffre per capire le ragioni di una tale azione. I ripagare un male con il bene, non credo sia solo fattivo. Anche, ma deve provenire innanzitutto da chi é disposto al perdono. E' facile a questo punto richiamare le Scritture, nelle quali troviamo esempi mirabili di perdono, ma altrettanto facile indicarli come stridenti nella nostra attuale condizione umana.Come indica bene @ 8 la presenza del perdono sta nell'assenza della vendetta.Percepire questo sentimento e viverlo in pienezza vuol dire superare ciò che di negativo ci ha colpito in passato, annullarne gli effetti e restituire quallo, alla sua essenza.E' un male da evitare e non commettere ancora.

  18. @ 9 = il travaglio di chi "concede" il perdono é sicuramente doloroso.E' l'espressione di chi, da una parte soffre per il dolore subito e dall'altra soffre per capire le ragioni di una tale azione. I ripagare un male con il bene, non credo sia solo fattivo. Anche, ma deve provenire innanzitutto da chi é disposto al perdono. E' facile a questo punto richiamare le Scritture, nelle quali troviamo esempi mirabili di perdono, ma altrettanto facile indicarli come stridenti nella nostra attuale condizione umana.Come indica bene @ 8 la presenza del perdono sta nell'assenza della vendetta.Percepire questo sentimento e viverlo in pienezza vuol dire superare ciò che di negativo ci ha colpito in passato, annullarne gli effetti e restituire quallo, alla sua essenza.E' un male da evitare e non commettere ancora.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: