CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “dicembre, 2010”

Comunicato 35/2010

“Nel prossimo anno se invece di essere pessimisti, iniziassimo ad essere ex ottimisti, potrebbe funzionare?”
 
Ufficio Facce.

Di altri orpelli

Ora che il Natale e il suo mistero li abbiamo archiviati, ora che l’occhio si è fatto meno lucido ed evidente che è riuscito a superare, non senza difficoltà, quell’ordalia di mense apparecchiate all’uopo, vogliamo tracciare un seppur minimo bilancio?
Anche no, direte voi. Anche sì, v’impongo io, in quanto mi sapete molesto q.b.
Orbene, domandinadomandan, a regali come va? Avete provveduto, oppure qualcun altro ha provveduto per voi. Nel senso che l’imbarazzante Trimurti bollettaria LuceTelefonoGas e gli ineffabili sodali MutuoCasaMacchina hanno provveduto al rapinoso saccheggio di fine d’anno, privandovi così del minimo indispensabile?
Se così è stato, allora siete come me. Messi male.
Eppure in questi ultimi giorni, apodittica, si è palesata l’ancora di salvezza, il porto di sicuro approdo, la baia della felicità inaspettata.
La mutanda.
E’ la carta della disperazione, convengo, ma è l’unica, che è giocabile, in ogni momento.
Orbene attenzione, qui nel core business dell’intervento, non si parla della mutanda mesto impiegatizia.
Di quelle che mammina cara, ha acquistato in pacchi da ventiquattro e che noi siamo costretti a indossare e coprire ciò che rimane di un antico orgoglio.
Quella che di norma suscita un’irrefrenabile ilarità prima, costernazione dopo e ripugnanza sempre.
Quella che ci ferisce profondamente e ci fa rimpiangere il giorno in cui ci siamo recati, innocenti olocausti, alle nostre nozze, mentre disdegnando i più suadenti richiami, avremmo dovuto andare a massacrarci sul campo dell’onore e lenire, poscia, le ferite con birraesalciccia ad libitum.
Neppure stiamo a disquisire intorno alle più serie e d’altissimo pensiero come quelle d’orabace, delle quali faccio sfoggio aggirandomi tra i miei pensieri.
Esse sono una categoria dello spirito, innalzano gli animi e le menti per sovrastare le bassezze umane; superano la carnalità, per giungere a quell’imo spirituale cui dobbiamo tutti noi tendere.

Qui discettiamo della mutanda natalizia.
Gioiosa, financo maliziosa, scevra d’ogni contenuto aprioristico, ma caduceo di possibilità.
E’ vero, che può essere figlia della disperazione, ma altrettanto può essere figlia d’intrighi, complicità future o mezzo per rinsaldarne d’antiche.
Complice di nuovi e vecchi amori. Parentesi allegra, nelle incertezze del presente.

Infatti è con questo spirito di sana ironia che sono stato omaggiato di una mutanda nuova fiammante.
E’ vero che una parte di me la sta rimirando, nel momento in cui scrivo, nello stesso modo con cui le ebbi a mirare, al momento del dono. Con l’occhio corrusco.
Ma l’altra parte, che sento propendere ogni momento che passa, è lieta, confusa e felicemente imbarazzata, di questo dono.
Fatto con la sincerità e la magnificenza del cuore ventenne della Leonessa.
Perché ha saputo scalfire l’animo di questo vecchio orso ombroso e malmostoso, con l’effige di un pupazzo di neve, col cappelluccio di traverso, molto cool e con altri pupazzi pattinatori, variamente colorati, che invitano a scivolare sul ghiaccio della vita, piuttosto che a continuare a piantarvi i ramponi di una troppo problematica esistenza.

Non sono state tese delle trappole, come in occasione delle famose mutande  verdeortofrutta  .
Questa volta le ho esaminate preventivamente e ne ho tratto profonda soddisfazione. Non vorrei trovarmi nelle ambasce passate, dei cui effetti ancora porto segni e cicatrici.

Ma non son solo nell’epopea mutandica. Anche Artemisia, la mia, ha avuto il fausto omaggio. Ben di diversa fattura, le sue. Di diverso colore e foggia. Non donnesche, ma femminili e tentatrici. Anch’esse però percorse dalla stessa elegante ironia.
Non so se posto avanti o indietro al manufatto, v’è un simpatico topino, di piuma e calamaio munito, che verga su pergamena e in bella calligrafia “Caro Babbo Natale ti scrivo …”.
Ora mi è sorta immediata la domanda.

Sarà viatico per gioiose e future intimità, oppure melanconico ricordo di antichi fasti?
L’anno si chiude con un’ulteriore inevasa domanda, che si somma alle altre, molteplici che mi sono posto.
L’anno che verrà, che io personalmente ho improntato alla speranza, riuscirà a soddisfarne, almeno una parte?
Intanto tutto è deciso.
Il primo dell’anno, ammanterò "l’imbarazzo" con il simbolo dell’inverno.
Se ne faccia una ragione, perdiana. E’ inverno anche per lui.

Almeno metereologicamente parlando.
 

Comunicato 34/2010

Comunicato nr° 34
 
“Caro Babbo Natale, posso riavere il mio futuro?”
 
Ufficio Facce.

Capita

Capita che per un giono almeno, ci sentiamo di essere buoni.
Ci sforziamo anche di farlo, i buoni.
Capita che lo facciamo, a volte per sentito dire, a volte perché imitiamo gli altri, a volte perché sentiamo che finalmente possiamo fare quello che ci piace di più e che per troppi motivi, troppe scuse, non facciamo.
Sarà che in qualche maniera viviamo in un'atmosfera particolare e quel bimbo stupefatto, di qualche tempo fa, si fa ancora sentire.
In fondo per una volta siamo coscienti dell'indulgenza che ci mostriamo.
Non serve a giustificare, a banalizzare, a perdonare.
No, sentiamo che qualcosa c'é, avvolto in un mistero.
Qualcosa di lontano, che si ripropone, uguale a se stesso, ma diverso mano a mano che gli anni ci sono scivolati addosso. Anche lo stupore, sentiamo che si é modificato ed é per questo e anche per altri motivi, che ne siamo piacevolmente colpiti.
Lo mastichiamo lentamente, per non perdere nulla di qual sapore.
Lo vogliamo mantere a lungo, per poterlo ricordare domani e poi domani ancora.
Fino a quando avrà ottenuto il diritto di far parte dei nostri ricordi.
Le uniche cose che non riusciremo mai a lasciare in eredità.
Le emozioni e il come le abbiamo vissute, rimangono a noi e in noi.
A ben vedere in questo giorni si compie il riassunto del tempo passato. Gioie ed affanni vissuti e si rapportano con quest'aura magica. Non é un semplice e banale bilancio. E' il sapere come ci siamo arrivati a questa magia. Quali sono i sentimenti che albergano in noi. E' capire o tentare di farlo, di come saranno i prossimi giorni, finita questa magia.
Torneremo indietro oppure avverrà un fatto per il quale le cose avranno una svolta?
Quanto di noi impegneremo affinché ci possa essere una svolta?
Quanto olio di gomito saremo disposti a versare?
Sono giorni d'impegno, sono momenti che, tra le tante luminarie, mostrano quella  di una luce particolare e sta a noi cercarla, affatto distratti dalle altre false luci.
Regaliamoci il nostro tempo, le nostre emozioni e non si abbia paura di mostrarsi per quel che si é.
L'amore é una moneta rara, ma ha tassi d'intersse molto alti.
Prepariamo adesso i 364 giorni futuri.

 

BUON NATALE

Il campo dell’onore

Ancora pieno di un freddo  garbino , giusto per scaldarmi le dita vi relaziono in breve la giornata , viste le pressanti richieste.
La Leonessa sul campo dell'agone e dell'onore.
Il sottoscritto a saltellare come un demente per scaldarsi, mercé un sole decembrino, che avrebbe arrostito sì un pinguino, ma non di certo un Capehorn, qual'é il sottoscritto.
Orbene le fanciulle si presentano orpellate di tutto punto e sulla prima non ho quell'impressione di vigore e forza , cui forse sono stato troppo abituato.
Confesso, per un  momento ho dimenticato che ero in presenza di fanciulle, simbolo d'agilità, grazia e non un branco di bufali cui hanno  appena ravanato in luoghi a loro, i più cari.
Le fanciulline si agitano, corifeano e mostrano che le basi del gioco ci sono.
Atti appropriati alla bisogna e quindi proseguono felici e soprattutto calde il loro riscaldamento.
Accennano mosse tecniche basilari, con buona riuscita. Insomma le giovani ci sono.
Anche se continuano ad albergare in me  dubbi e perplessità sulla fisicità … ovale di esse.
Disposto il campo dell'agone e schieratesi a combattimento, guardo meglio le ragazze. Fisici esili o normolinei, più propensi allo scatto che a tenere il punto d'incontro.
Mi chiedo sempre più pressatamente dove sono le forme opime, alla Rubens, alla Tiziano, che di tanto in tanto veggo in molte squadre.
Giovinotte che si pasciono volentieri di polenta taragna e casseola a volontà.
Bianche e rosse, l'emblema della salute.
Quì invero, veggo faccine un po' smunte, polpacci più allenati al tacco dieci, che non allo scarpino bullonato.
Manine ben curate, dalle unghie pittate d'ogni colore e non i soliti badili, cui sono avvezzo.
Comunque inizia l'agone e dopo pochi secondi debbo immediatamente ricredermi.
Queste giovinotte pestano come fabbri carpatici.
Son feroci come unni, lasciati in balia di se stessi.
Hanno un credo semplice ma efficace: "Prima ti placco, ti pogo, ma non ti faccio tanto male, poi vedremo se é il caso di parlarne".
Mi hanno ricordato molto i fijiani di due domeniche fa.
Tutto ciò che si muove a due palmi dall'erba va fermato. Incontrovertibilmente.
Ora il campo da rugby, quel campo come tutti quelli di periferia o comunque che non son sede di grandi squadre e di grandi incontri, hanno come caratteristica la paludosità. D'inverno divengono acquitrini, mentre con l'avanzare della buona stagione si trasformano in una tavola rugosa e scartavetrante.
Quindi a dicembre, gennaio, febbraio e marzo fai i fanghi. Da aprile in poi diventi un' "Ecce Homo", ogni volta che tocchi il suolo. In ogni caso ti sconci. Siamo a dicembre, le nevicate sono di questi giorni, quindi a metà del primo tempo le casacche rosse e blu delle due squadre facevano sforzi per ribadire i colori in quel cappottone di fango che lentamente, ma inesorabilmente ricoprive le fanciulline.
Facce, gambe, braccia con evidenti striature fango e dove sussisteva ancora un po' d'erba, quella rilasciava il suo buon ricordo. Sembravano tanti assaltatori mimetizzati.
Essendo un incontro più che amichevole, ove dovevano provarsi schemi e fasi apprese in allenamento, il punteggio era di secondaria importanza.
Ma non lo hanno negletto, anzi l'impegno profuso per passare la fatidica linea é stato massimo.
Dopo quaranta minuti di battaglia é stato dato il fischio finale e tutte a lavarsi.
Prima all'esterno con getti d'acqua per togliere il fango più grosso, poi alle docce per la rifinitura. Intanto si sono approntate le mense in sala pesi. Su lunghe tavole facevano bella mostra due pizze, una bianca e una rossa di ottimo diametro e consistenza, due belle e sostenute teglie di pasta la forno e la famosa torta della Leonessa, che ancora spandeva quel suo profumo di rhum. 
"Papy, non ero sicura, invece di una fiala di rhum, ne ho messe due. Tanto poi il forno asciuga!" – La candida Leonessa
"Asciuga un par di palle, concentra piuttosto!" – Il regolare imbornito di turno.
Infatti le giovinotte dopo aver fatto danni alle teglie, hanno proseguito con i dolci.
Oltre alla torta graditissima, invero per quella le hanno suggerito con occhio tovo, di quelli che non ammettono replice, che sarebbe buona usanza replicare per la prossima volta e non importa se il forno non ha asciugato, anzi meglio.
Piccola pasticceria e tavolone di cioccolato, hanno sugellato il fine terzotempo muliere.
Poi di nuovo a bordo campo, perché giocava la prima squadra e vuoi far venire meno il sostegno di corpicini oramai rinfrancati. Non sia mai, così da un'ovale all'altro eccomi qui, orgoglione e pavone a relazionarvi delle meraviglie della nascenda squadra dell' "Ordo Papiensis C.U.S. Rugby Femminile".
Giocano con grinta e foga, dovranno affinare la tecnica, ma tutti i campioni ogni giorno lo fanno. Cuore e testa ci sono in abbondanza e loro soprattutto si divertono ed é la cosa più importante. Stanno facendo piano piano squadra e i benefizi si faranno vedere. Ora il prossimo agone a fine gennaio. Tempo, studi e turni (mannaggiaaloromannaggia)  permettendo vi relazionerò ancora.
Le "Allegre Comari" de "La Bella Bignola" si sono come d'incanto materializzate.
Grandi e meravigliose cose all'orizzonte.
Sperèm.

Ultime dall’interno

Allora, miei cari simpatici patatoni.
Quast'anno il pinaceo ha mancato la sua apodittica ed epifanica apparizione.
Più che altro per motivi d'ingombro. Non ci sta in sala, neppure in cucina, sulle scale manco a parlarne e fuori in veranda c'é la serra di Artemisia, la mia.
Siamo al punto che quest'anno dentro lui, fuori noi. E' il caso?
"Domus parvula, sed apta mihi".
In compenso c'é il presepe, in posizione strategica ed inarrivabile a soddisfare la curiosità del Liga (noto gatto rock ed interista) che attualmente ci ospita in casa.
Come sapete lui é il dominus e noi semplici ospiti.
E' anche vero che é impegnatissimo a demolire il record di sonno sul piumone, posto sul nostro talamo.
Quindi non ha tempo per dedicarsi ai parafernalia natalizi
.
Comunque sempre interessato alla ciotola di croccantini e a scofanarsi le scatole e pietare cibo, in maniera vergognosa, tutte le volte che sente l'invitante acciottolio che fanno i piatti.
Oramai é fuori d'ogni controllo.
Si prevede un dicembre a ventre a terra per il sottoscritto. Tra i soliti e moltiplicati problemi al "Pazzificio" quest'anno mi tocca il turno maledetto. Pomerigio dell'antivigilia (Dove il mondo si muove) e MattinoNotte della vigilia (Dove il restante mondo si muove). Eh sì, miei cari sodali, il gioco sarà duro. Sempre che GiovePluvio non ci metta lo zampino di una bella nevicata come lo scorso anno.
Allora il baratro sarà più imo del solito e là oltre al pianto, sarà bruxismo all'ennesima potenza.
Artemisia, la mia, spennella come una forsennata e alterna il pennello mosso da frenesia michelangiolesca, alle attenzioni al forno di cottura, per le quali si trasforma in un Efesto, quasi infernale. (La ceramica dopo dipinta, va cotta a 750 gradi e a volte occorrono più cotture a seconda della complessità dell'opera).
Poi naturalmente ci sono le dovutissime attenzioni a sua madre, la cui salute purtroppo vacilla da molto. Nihil novi sub sole.
Infine la gioia e l'orgoglio delle nostre tenere attenzioni: la Leonessa, sopravvive tra università (dal Lunedì al Venerdì), collegio (dal Lunedì al Venerdì) e udite bene: gli allenamenti.
Già perché il gioiello di famiglia ha deciso di essere tra le socie fondatrici del "Papiensis Coacervus Rugby Club". Balde universitarie si adunano il lunedì e il mercoledì sera e si massacrano … ovalmente.
Non vi racconto con dovizia di particolari i suoi evidenti ematomi giallobluneroviola, di cui fa sfoggio con non malcelato orgoglio. Ella, me li mostra ogni volta che viene a casa, con l'occhio sfolgorante di chi ha combattuto sul campo dell'agone e battuta con onore.
Artemiasia, la mia trasecola e mi guarda con occhio preoccupato. Io fingo sicurezza, ma … spero che non si ovalizzi troppo.
Ma domani domenica 12 dicembre, la vedrò all'opera, lei e le sue compagne. Prima partita. So che mi emozionerò e pregusto quell'emozione.
Intanto é tutto il pomeriggio che la giovinotta prepara torte e biscotti ( E' la pasticciera di casa indiscussa) per il terzotempo di domani. Profumi di vaniglia e cacao si usmano tra le stanze e infondono allegrezza. Domani é il gran giorno, anzi é il giorno.
Sarà una partita di allenamento più che altro. Ma la tensione é palpabile. Sperem.
Quindi miei cari, queste le ultime da questo NordOvest dove non regna la calma, dove ci si ingegna a non star tranquilli, dove s'inventano casi e problemi e dove clamorosamente, quest'anno si fa a meno del pinaceo.
Con buona pace di tutti.
Soprattutto di lui, avvolto nel suo sarcofago di carta rimane a far la guardia in cantina e attenderà tempi migliori e soprattutto luoghi meno affollatti di cose di casa e non.

E poi …

E poi bisogna aggiornare il blog. Sì perché se uno passa di qua, sono giorni che rilegge sempre gli stessi. Mai una novità, un colpo d’ala. Macché, la solita menata sul rugby.
Mò basta!
Già, aggiornare. La fai facile. Si fa presto dire aggiorna. Aggiorno cosa? Su cosa? Mi metto in polpe e discetto sui massimi sistemi social politici. Espongo la teoria del bosone quantico? Relaziono compiutamente sulle ultime novità riguardo la stupefacente vita del gatto Ligabue? Sulle origini dei miei disturbi riguardanti svariati episodi di pavor nocturnus? Con, naturalmente, dovizia di particolari.
Oppure potrei dilungarmi in un’agiografica disamina della bellezza e morbidezza della pennellata e l’accurato accostamento, ton sour ton, del porpora 194 e 198, che Artemisia, la mia, sta utilizzando per le sue opere natalizie.
Potrei fare tutto ciò e l’esatto suo e, perché no, mio, contrario.
Cioè potrei … ma a voi non è mai venuta la voglia di fare un post, come dire … a cazzo!!
Con l’uso approssimativo della sintassi (In verità la balbuzie in proposito, non mi è mai mancata), il pressapochismo lessicale oculatamente utilizzato con qualche evidente orrore di grammatica. Congiuntivi e condizionali adoperati in un’orgiastica e dionisiaca operazione di totale abbandono di casi e numeri.
Io ne ho una voglia, sapeste.
Il desiderio sottile di iniziare a parlare della “Summa” tommasea  e, seguendo la paranoia del pensiero, infilarci, random, la ricetta della trota al cartoccio.
Così nella più totale indifferenza logica.
Oppure parole zeppe di litoti, zeugmi e utilizzo smodato di perifrasi e perifrastiche.
Usare anche l’acrostico (Mi piace la parola). Ah dimenticavo, perché privarsi della gioia di qualche chiasmo. Così; tanto per gradire meglio l'inevitabile gastrite successiva.
Tutto senza scopo, anzi con quello patetico della sorpresa.
Poter sentire (Ah, potessi) : “Però, che arditezza. È evidente il ritorno al futuro. Iconoclastico, dal sapore rozzo, ma pregnante. L’uso barbaro di una lingua, che si sta imbarbarendo e quasi la sua, è l’azione di un Sansone che vuole seppellire se e i Filistei, che imperversano e perseverano nella distruzione della nostra nobile lingua. ”.
Però, non sarebbe neppure lontano dalla realtà quest’altra frase: “ Hai il numero della moglie di questo demente. Dobbiamo assolutamente avvertirla del precario equilibrio mentale del marito, affinché intervenga prima dell’irreparabile. Sempre che l’irreparabile non sia già avvenuto. ” .
Ecco, stendere un post così.
Questo perché in fondo è difficile scrivere, quando non si sa cosa scrivere. Quando quell’urgenza è scemata. Vuoi per il tempo tiranno, vuoi perché i pensieri migliori vengono nelle ore più disparate e mai che ci si possa fermare un attimo, mai che si possano prendere opportuni appunti. Nel momento di passaggio tra veglia e sonno arrivano le illuminazioni. Le idee che farebbero grande un post. Epocale direi; roba da 60/70 commenti così, senza alcuna fatica.
Quelli che volentieri si citano e si ripropongono agli altri.
Per questo improvviso vuoto, cosa propongo invece: un post a … cazzo!
Nella speranza che riesca a demolire quest’apatia d’ idee, questa afasia letterale.
E’ vero, gironzolo, lascio commenti con alterne fortune, ma di scrivere non mi passa manco “pa’ ‘a capa ”.
Nell’archivio ho degli abbozzi, invero indegni financo della carta da formaggio.
Neppure da utilizzarsi per un post-it; questo per dire della mia attuale situazione.
Ho anche cose pubblicabili, ma non ora perché fuori luogo, fuori testo, fuori tempo.
Non ci azzeccano per nulla.
Meglio questo post a … cazzo.
Così mi tolgo la voglia.
Non voglio immaginare la vostra, dopo aver letto tutto ciò.
Non so se siete arrivati in fondo e se lo avete fatto è stata curiosità, pietà o anche voi vi siete domandati: “Voglio proprio vedere dove vuole arrivare. “ (Il Principe docet).

Io però mi sono tolto un peso.
In attesa di tempi migliori.

 
P.s.  So di certo che Tommaso era di Aquino. Fu fatto Santo e Dottore della Chiesa. Il ricordo della sua “Summa Theologica” si perde nella notte dei miei studi superiori.
Della trota al cartoccio potete leggere su di un qualunque libro di ricette.
Personalmente uso anche un paio di bacche di ginepro schiacciate.
Il palato è mio e lo maltratto come meglio mi aggrada.
 

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