CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “gennaio, 2011”

Atto unico con tre finali

Senti.
A te non è mai capitata una di quelle mattine, che, appena sveglio, ti pare chiaro che sarebbe meglio voltarsi dall’altra parte e riprendere sonno? Sì, sono sicuro che ti sarà capitato.
Quella mattina, avvolto ancora nelle lenzuola, ho socchiuso un occhio, ancora cisposo dal sonno che mi abbandonava e, nel chiarore del primo sole che piano entrava nella stanza, mi è parso di intravedere una lama di sole. Entrata nello spaccato delle tapparelle. Un raggio solo, di un colore chiaro, quasi magico. Mi è parso di vedere la polvere, lieve come di borotalco che galleggiava nell’aria.
Mi sono stretto ancora di più le lenzuola.
Come l’abbraccio di un’amante, di cui senti addosso il profumo. In quel momento ho colto un profumo di spezie, che sapeva di passione; poi è cangiato in un tema di fiori, di languore, di benessere. Poi note d’erba, note di libertà, di gioia. Allora mi sono raccolto, convinto che il sonno sarebbe tornato, che ancora avrebbe aiutato i miei sogni e quella sensazione di pace e di benessere.
Invece il corpo ha lanciato il grido imperioso, che i suoi bisogni dovevano essere soddisfatti. Mi sono alzato, allora. Con ancora la voglia di coperte, con la testa vuota, con l’unico impellente bisogno di andare in bagno. Mi sono seduto e ho lasciato che il corpo si scaricasse.
Senza contrastarlo, abbandonato, piegato persino. Tentavo di raccogliere i pensieri, che come pecore li sentivo brucare nella testa. L’una opposta all’altra, , assaggiavano i fili d’erba svogliatamente. Fissavo il piatto della doccia e la mia volontà accarezzava l’idea di quel getto caldo, ma il corpo per mi diceva di non essere ancora pronto. Sbadigliando e stirandomi, finalmente il getto d’acqua calda ha acceso l’interruttore della giornata. Quasi che quell’ acqua, dalla testa ai piedi portasse via sonno e lenzuola e mi rendesse partecipe della mia nudità. Oramai ero sveglio e la luce che proveniva dalla finestra in cucina, mi richiamava a me stesso. Ho preparato il caffè, ho preso la tazza, lo zucchero, alcuni biscotti e ho adocchiato una mela. Rossa, con delle strisce gialle. Profumata, ma di un profumo delicato e dolce.
Mordendola il succo mi è uscito un po’, da un angolo della bocca.

Dio, quant’era succosa, dolce. Mi ha dato una sensazione di fresco nella gola. Mentre scendevano i bocconi, sentivo chiaramente che la polvere della notte, anzi la notte stessa se ne stava andando per sempre. Bevo il caffè, mangio un paio di biscotti. Decido di vestirmi come si vestirebbe l’impiegato medio. Al posto della camicia preferisco una polo e sostituisco la giacca con un giubbino. Elegante, sportivo ma chic. Intanto, dalla radio che ho acceso arriva la voce dell’annunciatore:
– “Ed ecco il tempo per questa giornata. Il sole brillerà tutto il giorno, poche nuvole ed è prevista assenza di vento. Una bellissima giornata di primavera quindi. Lasciate a casa dunque maglioni e soprabiti. Non saranno necessari. Chi può si goda le prossime ore di caldo sole. E’ tutto per il tempo di oggi. Pubblicità” –
 Mi ricordo di aver sorriso soddisfatto. Accarezzo la valigia che ho davanti sul tavolo della cucina.
Sembra una di quelle “Cento tasche” che fanno molto giovane rampante.
Impiegato sì, ma in carriera.
Computer, risme di carta con monogramma. Forse tabulati, grafici, pratiche importantissime.
Decido di aprirla, giusto per controllare se tutto è apposto.

Lo vedo, il calcio del fucile, di un bel color noce ambrato, caldo. La lunga canna di acciaio brunito, il mirino telescopico (Solo quello vale una fortuna). Il caricatore è carico, nel suo alloggiamento. Sento ancora l’odore dell’olio lubrificante. Ho passato buona parte della serata precedente e sono soddisfatto della pulizia fatta.
Richiudo con uno scatto misurato la cassa del mio tesoro e l’occhio cade su quella  fotografia.
Sorrido con l’angolo destro, solo quello, della bocca. Respiro profondamente. Mi sento pronto.
Oggi è proprio una bella giornata. Prendo la borsa e raccolgo le chiavi dal tavolino vicino alla porta. Do ancora un’occhiata in giro.
Non è molto in disordine. La donna delle pulizie non farà fatica.
C’è solo il letto da fare e l’asciugamano usato per la doccia, è al suo posto sullo stendi biancheria. Non mi piace il disordine.
Lo trovo disdicevole per un uomo abituato da troppo tempo a vivere da solo. L’imbarazzo delle mutande là, la scarpe qua e i calzini chissà, non lo sopporterei.

E’ una bella giornata e sono pronto per il mio lavoro.
Il Killer professionista.
 
Apro la porta …
 

Primo finale:
 

 
 … ed è imbarazzante, credimi, trovarsi a pochi centimetri dalla bocca di un “Ithaca” e dietro quello un poliziotto della SWAT.
Un fucile spianato proprio sulla tua faccia.
Ed anche un po’ inquietante ascoltare lo schiocco degli otturatori degli altri fucili e pistole, puntate su di te.
Dell’uomo con il casco nero e il giubbotto antiproiettile nero e anche gli altri che mi circondano sono vestiti di nero, ecco di quell’uomo vedo solo gli occhi azzurri. Anzi uno, che mi trapassa. Non un emozione tradita, non un tentennamento.
Solo la fredda determinazione, che avvenuto il probabile, lui non si è fatto cogliere impreparato. Anzi ha seguito alla lettera la procedura e nulla potrà essergli elevato.

Fisso quell’occhio e tento di trasmettere, in silenzio, il messaggio che non avrei fatto nulla.
– “Mi arrendo Polifemo, vedi di capirmi”.
Non so se mi ha capito, ma la voce del commissario Stinger, spezza la tensione.
“Sei in arresto McCowen” e allunga la mano a prendermi la borsa.
La lascio e lascio che il primo pensiero, mentre sento il metallo delle manette stringersi sui miei polsi sia questo:
-“ Avrei fatto meglio a girarmi dall’altra parte, questa mattina”.

 
Secondo Finale
 

… e imbocco le scale.
Due rampe e sono in strada. La macchina, ben parcheggiata mi attende. Apro il bagagliaio e sistemo la borsa. Chiudo  il cofano e vado alla portiera e intanto sento uno stridio di freni.
Mi giro e il grosso muso di un furgone impazzito, mi travolge. Sento distintamente  il rumore di ossa che si spezzano, soprattutto il “crack” violento della seconda cervicale, che si disassa e la mia testa rimbalza sulla capottina della vettura.
Poi vedo, seduto come sono sulla panchina della fermata dell’autobus di fronte, accorrere gente.
Sento che chiamano i soccorsi e mi vedo, incastrato tra le lamiere. Sembro una marionetta senza fili, con il volto coperto di sangue e anche l’autista del furgone, sembra che abbia voluto sfidare la forza del cristallo anteriore del suo mezzo. Ha vinto lui, tanto si sta sporgendo sul cofano.
Il sangue esce dalle sue orecchie e i capelli hanno delle curiose marezzature.
Vicino a me, sulla panchina, ci sono degli anziani, che all’arrivo dell’autobus si alzano e lenti salgono a bordo.
Rimango per ultimo.
Metto il piede sul predellino, quando una voce roca m’interpella:
 “Non è il tuo. Tu devi prendere quella”
Mi volto e vedo un tipo male in arnese, che mi indica le scale della metro. Scendono ripide verso il buio e mi invita a seguirlo.
Lo tengo a distanza. Quella pelle grigiastra, che sa di sporco, unto, mi disturba la vista.
E poi il tanfo incredibile che emana.
Odore di zolfo.

 
Terzo finale:
 
…. Scendo le scale. Prendo la macchina e tutto fila liscio.
Come lo avevo pensato e provato più volte. Sono sul tetto di una vecchia casa. A ragionevole distanza.
Lui arriva circondato come sempre dai suoi portaborse. Si ferma un momento per salutare, scambiare convenevoli con i passanti. Lo inquadro e sento che il dito sta premendo lento e regolare sul grilletto, seguendo il ritmo del mio lento respiro.
Quando improvvisamente sparisce dalla mia inquadratura.

Le persone accanto a lui si agitano come percorse da una violenta scossa elettrica.
Cerco il mio bersaglio.
E’ a terra con tre evidenti fori sul petto .
A due passi un uomo con ancora nelle mani una pistola e una areola di fumo che lo avvolge.
Non sopporto l’idea che un dilettante mi rubi il lavoro.
Detesto che questi improvvisati, che per mera fortuna loro o assoluta imperizia altrui, riescano e bene, dove io ho dovuto applicarmi e  molto, per di più.

Giorni di ricerca, appostamenti, studi di balistica, prospettiva, meteorologia gettati al vento per colpa di un dilettante invasato.
Senza una preparazione forse.
Spinto da chissà quali principi, ideali, imbevuto di chissà quali rivoluzioni.

Odio questi improvvisati e le loro improvvisazioni, mi ripeto nella testa, come un mantra.
Intanto attraverso il cannocchiale vedo che lo hanno arrestato.
Arriva una macchina e lo spingono dentro.
Per una attimo la sua testa rimane fuori dalle lamiere.
E’ l’istinto, l’automatismo del gesto, ma il mio dito schiaccia finalmente il grilletto.
Di lui rimane, nelle mani del poliziotto che lo spingeva in macchina, solo una manciata di capelli tra le sue dita.
Una parte della testa è sul selciato, un altra sta sporcando l’interno della macchina stessa.
Eppure non doveva finire così.

Peccato.
Mi terrò solo l’anticipo.
Io i lavori li porto sempre a termine e poi la pallottola era già stata pagata.

 
L’atto unico è finito. 
Gli applausi del caso, al finale che più vi piace.

Sale l’Aurora

FIR)E’ stato ufficializzato oggi il calendario dell’RBS 6 Nazioni 2011 che, per la prima volta, vivrà il proprio calcio d’inizio con un match serale venerdì 4 febbraio al Millennium Stadium tra Galles ed Inghilterra. L’Italia del CT Nick Mallett farà il proprio esordio l’indomani, sabato 5 febbraio alle ore 15.30 al Flaminio di Roma, ricevendo l’Irlanda. Una settimana più tardi, il 12 febbraio, gli Azzurri saranno impegnati a Twickenham contro l’Inghilterra. Dopo la prima delle settimane di sosta l’Italia tornerà protagonista sul campo di casa del Flaminio ricevendo sabato 26 febbraio alle ore 15.30 il Gallese sabato 12 marzo completerà il trittico di impegni casalinghi ricevendo – sempre alle ore 15.30 – i campioni in carica della Francia.

Sabato 19 marzo quinta ed ultima giornata a Murrayfield contro la Scozia.
Questo il calendario completo dell’RBS 6 Nazioni 2011 (tutti gli orari sono espressi secondo il fuso orario locale):

I GIORNATA
Venerdì 4 febbraio, ore 19.45
GALLES v INGHILTERRA

Sabato 5 febbraio, ore 15.30 (Stadio Flaminio – Roma)
ITALIA v IRLANDA

Sabato 5 febbraio, ore 18.00
FRANCIA v SCOZIA

——————————————————————————–

II GIORNATA
Sabato 12 febbraio, ore 14.30
INGHILTERRA v ITALIA (Twickenham – Londra)

Sabato 12 febbraio, ore 17.00
SCOZIA v GALLES

Domenica 13 febbraio, ore 15.00
IRLANDA v FRANCIA
——————————————————————————–

III GIORNATA
Sabato 26 febbraio, ore 15.30 (Stadio Flaminio – Roma)
ITALIA v GALLES

Sabato 26 febbraio, ore 17.00
INGHILTERRA v FRANCIA

Domenica 27 febbraio, ore 15.00
SCOZIA v IRLANDA

——————————————————————————–
IV GIORNATA
Sabato 12 marzo, ore 15.30
ITALIA v FRANCIA (Stadio Flaminio – Roma )

Sabato 12 marzo, ore 17.00
GALLES v IRLANDA

Domenica 13 marzo, ore 15.00
INGHILTERRA v SCOZIA

——————————————————————————–

V GIORNATA
Sabato 19 marzo, ore 14.30
SCOZIA v ITALIA (Murrayfield – Edimburgo)

Sabato 19 marzo, ore 17.00
IRLANDA v INGHILTERRA

Sabato 19 marzo, ore 20.45
FRANCIA v GALLES

 
 
 A.I.R. 

 

, miei ineffabili sodali della palla bislunga. S'alza l'aurora d'una nuova stagione. E' tempo che ritorniate sul campo dell'agone e della gloria. E' il momento di puliziare gli scarpini, cospargersi d'olii lenitivi. Abbandonatevi allo scrocchio delle giunture, gioite per i rumori sospetti alle cartilagini. Siate vigili al malandrino grillotalpa, non lesinate l'implacabile placcaggio. Si appalesa in tutta la sua apodittica presenza Lui.
Colui che suoterà l'agonizzante inverno. Percuoterà le fredde mattine della brutta stagione.
Lui che favorisce la rinascita annuale di flora e fauna. Lui che affratella e perché no, assorella pure.
Lui, magica ed inevitabile annuale epifania. Lui:

 

 IL SEI NAZIONI 

 

Sì, miei splendidi sodali di questa ovalità del mondo. Lui è tornato e tutto dev'essere pronto.
Mi raccomando, siate tonici, concentrati e preparati. Anzi v'interrogo subito.
Maaa … voi per il terzotempo cosa portate di buono?  
Io la torta al rhum della Leonessa, lei compresa, che dopo la luminosa vittoria di domenica scorsa con la propria squadra dell' "Ordo Papiensis Rugby" oramai la si può nutrire solo con la fionda, tale é l'altezza del suo stare, ed io ne sono più che orgoglioso, ma soffrendo di antiche vertigini preferisco mantenere ancora il contatto con la terra.
Siete  stati avvisati comunque e non dite poi che non sapevate nulla circa l'eclattante notizia.
Ricordate, so dove abitate.

Un triste crepuscolo

 Come per quello , anche in questo caso mi è difficile scrivere.
Eppure ne sento, la travagliata esigenza.
Ho avuto molta difficoltà, molti ripensamenti sul caso e sul come trattare l’argomento, ma alla fine mi sono deciso e non so se i miei dubbi si scioglieranno mano a mano, che procedo nello scrivere quanto segue.

Assistiamo ora ad un triste crepuscolo e l’immagine degli dei, che essi stessi ci hanno propinato da tempo, non solo si è offuscata, ma rivela tutta la magra confusione dei colori.
Non sono più, se mai lo sono stati, sgargianti e rutilanti.
Sono semplici ed informi macchie sulla tela della storia.
Rimane netta e definita nei contorni l’angoscia e lo sgomento che sto provando. Un senso di disgusto, che alberga nella gola e che non riesce né a scendere, né a essere vomitato.
Voi che mi leggete, sia qui, sia sui commenti che lascio, avrete già capito che questo momento politico, che questi governanti non mi piacciono.
Ho attraversato le epoche delle “compagnie di giro”, che come tali erano popolate di semplici guitti affamati, gli appetiti dei quali, sono stati saziati da qualche banchetto ad uopo.
Poi sono venuti i “nani”, figuranti dello spettacolo politico, contenti di esserci e di poter apparire.
Già sapevano che avrebbero ottenuto solo la visibilità della rappresentazione, pochi applausi e un decoroso sipario. Non mancavano le “ballerine”, perché l’occhio vuole la sua parte e perché funzionali al “panem et circenses”.
Coloro che ne sono stati capaci, hanno “cavalcato  la tigre” e ora continuano a vivere, più o meno bene, ancora ai margini di questo “circo”. Degli altri, neppure il ricordo.

Ora il quadro è mutato.
Ora le comparse sono diventate, non solo gli attori, ma anche sceneggiatori, coreografi, costumisti, in pratica sono la “compagnia” in toto.
Io non mi sento più rappresentato da chi, democraticamente scelto ed io rispetto sommamente questa scelta pur non condividendola assolutamente, vive da troppo tempo come un satrapo babilonese.
Circondato da una pletora di ninfe avide, non del suo potere; non attratte dal mecenate, che sa attrarre a se persone di cultura, che riescono a farla. Non abbiamo la corte di un Lorenzo, di un Paolo di una Caterina o di un Federico.

Abbiamo una villa ottocentesca e un uomo soggetto a possibili ricatti, da parte di una schiera di affamate di quello stile di vita, che lui stesso ha sbandierato e continua a farlo attraverso i suoi mezzi di comunicazione.
Non mi sento rappresentato da chi sbandiera ad ogni piè sospinto spauracchi e babau, ma della cui amicizia se ne fa un vanto, immemore che gli stessi babau, dell’opera maliarda delle donne per fini o scopi truci, sono  e sono stati dei maestri.
Perché nulla mi vieta di pensare che una di queste ninfette, avrebbe potuto essere addestrata e avrebbe potuto costringere sotto ricatto a far compiere atti in danno dello Stato che dovrebbe rappresentare.
Costui come ha utilizzato, o tentato di farlo, la legge per coprire e ammantarsi di una sorta d’invulnerabilità, così se messo alle strette, avrebbe potuto benissimo adire e porre in essere fatti o eventi nocivi per il bene comune, pur di salvarsi da quell gogna che invece ora lo ha scoperto e lo sta voluttuosamente, strozzando.

Il re è nudo e non è un bello spettacolo.
Anche i suoi lacché; anzi loro per primi, si defilano. Distinguono, opinano, puntualizzano. Hanno già indossato i giubbotti salvagente, prima ancora che l’allarme sia stato dato.
Già pronti a balzare, felinamente, sulla scialuppa migliore.
Perché non saprebbero come sopravvivere altrimenti. Molti sono pronti a servire, da bravi Arlecchini, un altro padrone e non è neppure iniziata l’agonia. O forse i rantoli sono gli spergiuri e i dileggi dell’atteggiamento, di chi non vuole capire e ne son passati di anni, che a grandi poteri corrispondono grandi responsabilità.

Che con la lussuria si comanda un impero, una dittatura e non una democrazia.
Sì perché la cifra di questi giorni sta proprio nella forsennata ostentazione di una vorace lussuria. Vizio e peccato capitale ecclesiale, malabestia dantesca è il perigeo della sessualità.  Come l’amore è il contrario apogeo. Anzi la sessualità trova nell’amore il suo apogeo. Nell’amore trova completezza fisica e spirituale. Sovrasta la meccanicità dell’atto, la supera. E’ dono reciproco, è rinsaldare una tensione spirituale ed emotiva che va instaurandosi ogni momento tra due persone. Al di là di quello, che è il sesso biologico dei  soggetti.
La lussuria è solo una compulsiva ricerca di portare anche all’estremo, i meccanismi della sessualità. La partecipazione è animalesca, assolutamente non progettuale. Tutto e subito e con una violenza inaudita, sia per chi la commette, sia per chi la subisce. L’unica giustificazione proponibile, a questo caso e allo stato dell’arte, è il denaro. Concesso a piene mani e richiesto, sempre con maggior frequenza e sempre in abbondanza. Ci si spinge anche oltre, coinvolgendo in questo turpe mercato affetti, che dovrebbero (uso molto mestamente il condizionale) essere invece quelli che vengono in soccorso nei momenti bui, che sicuramente verranno. Famigliari più o meno stretti, amici cui più o meno ci si lega. Quelli sono stati coinvolti e titillati dalla medesima cupidigia, da quell’insaziabile brama di possesso. L’abiezione pare non abbia più un confine.
Il salario che ne riceveranno tutti i soggetti di questa storia maleodorante, sarà forse, disprezzo, tristezza e solitudine.
Disprezzo, giusto e motivato, del consorzio umano, che vedranno e spero al più presto quali misere figure hanno incrociato il destino di tanti che arrancano sulla strada che la vita ha consegnato loro.
Tristezza perché si sono creati un vuoto interiore, che potrà essere saziato solo aumentando il carico di lussuria; ma, come il gatto si morde la coda, saranno trascinati in una spirale.
Solitudine perché solo così potranno, se vorranno, espiare ritrovandosi e riequilibrandosi e ricongiungersi al consorzio umano.
Anche se fosse l’ultima possibilità, non mi sento di negarla a nessuno.
Non perché si debba ancora una volta riproporre il dettato: “Chi è senza peccato, scagli la prima pietra”, ma perché credo che, ciascuno di noi abbia il diritto di ricredersi e di ricominciare una vita.
Corta o lunga che sia si è personalmente responsabili di quella e per quella e, nessuno deve sottrarsi a quella responsabilità.
La tragedia si sta concludendo e neppure i cori, sono stati di conforto, anzi hanno aumentato lo smarrimento di noi spettatori, increduli e sbigottiti davanti a tanto scempio di persone, sentimenti e principi.
Per favore, sipario.
 

Comunicato 6/2001

Il nervosismo aumenta.
Non sappiamo neppure se ci sarà e quale sarà il nuovo sedativo.

 
Ufficio Facce

Comunicato 5/2011

Hanno scritto che il blog è morto. Però per scriverlo hanno aperto tre blog.
 
Ufficio Facce.

Comunicato 4/2011

A conti fatti, conviene vivere nel passato. Costa meno.
 
Ufficio Facce.

Comunicato 3/2011

L’intelligenza é al potere.
Peccato per la manutenzione dei cervelli.
 
Ufficio Facce

Comunicato 2/2011

La cosa peggiore del riciclaggio è che riciclano anche l’ignoranza.
 
Ufficio Facce

Comunicato 2/2011

La cosa peggiore del riciclaggio è che riciclano anche l’ignoranza.
 
Ufficio Facce

Nella calza della Befana

Quest'anno nella calza della Befana ho trovato questo. E' una Befana povera e quindi ricicla. Se non ci credete fatevi un giro e scoprite il perché:
 

BIANCO

Ho la sindrome del foglio bianco. Come se all’improvviso, il foglio volesse mantenere candido il proprio aspetto, Come se non desiderasse assolutamente, di essere scritto; imbrattato di parole, inciso da segni e simboli.
Forse, sono io che non ho più voglia di scalpellare la triade usuale: soggetto, predicato, complemento. Forse sono io che ho perso smalto e idee; voglie e costanza.
Scrivere è difficile, anche una semplice lettera, può essere un pozzo, un buco oscuro, di cui non vediamo il fondo, di cui non intuiamo neppure il tonfo del secchio quando raggiunge l’acqua. Ti vengono in mente le domande usuali cui non hai mai dato risposte, anche perché, non hai mai affrontato seriamente le domande stesse. Perché uno deve scrivere?  Qual è quest’urgenza, così incontenibile, così impellente, che ti spinge a impugnare una penna, un lapis e cercare un pezzo di carta?  Poi qual’è il senso di impegnarsi, di riflettere, di immergersi in se e trarre da se i propri pensieri?
E’ una violenza. Una delle prime ed è quella che ci accompagna più di tutte durante la nostra esistenza. Ritornando alla lettera. Vogliamo parlare di come in ogni momento della giornata, scrivere una lettera è penoso?
Le lettere di lavoro, così algide, così impersonali, così farcite di termini, che abbiamo faticato non poco a ricordare, ma che diciamo di aver capito, negando l’evidente vuotezza di quel comprendere. “In rif. Alla N/S del giorno … con la presente chiariamo, … riaffermiamo, … auspichiamo, … porgiamo i più ossequi.
 Andiamo.
 Ossequi di cosa? Cos’è che vogliamo chiarire, auspicare? Cosa c’è in riferimento alla nota nr? Un’altra vuotezza scritta, un coacervo di termini gergali, che nulla ha a che fare con noi stessi, con la nostra vita, con le nostre esperienze vissute.
Le nostre esperienze noi le denudiamo nella corrispondenza personale. Scrivere a un amico, al nostro amore, a un parente. Ritorna l’usuale spogliarello, nel quale dobbiamo mostrare tutte le nostre piccole e grandi miserie. E’ vero che scriviamo anche delle verità, le nostre, Che dobbiamo forzatamente o meno, addolcire, plasmare per renderle appetibili, suadenti. Oppure dobbiamo cercare le parole più crudeli, atte a offendere, ferire lacerare l’animo del lettore. Sono una sorta di deliri, positivi e negativi, per il nostro animo. Ci obbligano a spogliarci di una parte di noi.
Se poi dobbiamo scrivere per vivere e non solo per puro piacere, allora la violenza è doppia, tripla. Dobbiamo sforzarci di trovare l’argomento adatto, riempirci di nozioni, testimonianze, farcirci di notizie, bulimicamente e altrettanto dobbiamo vomitarle sulla carta. Non potrà mai essere un atto liberatorio. Dovrà avere un senso, essere giustificato punto, per punto; virgola, per virgola. Si deve costruire, plasmare con maggior fatica, perché la parola sbagliata, il termine inesatto, l’interpunzione mal posta a volte segna definitivamente il lavoro svolto.
Il senso di vuoto si amplifica, diventando un acido corrosivo per le idee, per la voglia; palesando, nel futuro prossimo venturo, tutto il suo dirompente effetto: l’esecrabile color bianco.
Ecco io mi trovo in questa fase. Rifuggo il bianco e tutte le sue implicazioni. Odio vedere un bicchiere di latte, io ho ribrezzo per le mutande che indosso. Mi viene il vomito al solo pensiero del riso bollito.
Io devo scrivere. Ho assunto un impegno, ho giocato una carta che non ritenevo così pesante. Ho sottovalutato l’importanza dello scrivere. Ho creduto che si trattasse di tracciare dei segni, non importa quali, senza dare importanza alla loro sostanza. Ho stupidamente pensato a un quadro di Pollock. In fondo l’artista faceva gocciolare del colore e spacciava, anzi no, gli altri han ritenuto, quei gocciolamenti opere d’arte. Eppure hanno un senso compiuto, occorre guardare l’anima del quadro per coglierne a pieno il sostanziale significato. Altro che infantile gocciolamento di tinte.
Ora io sono non nella fase del gocciolamento. Non ho neppure la tinta, anzi mi rifiuto di alzarmi e andare a comprarla. Mi sento vuoto, sfinito, assente. Vorrei vivere i sogni degli altri, vorrei parlare con le parole degli altri, vorrei scrivere con i lemmi degli altri.
Ho la sindrome del foglio bianco.
Come la vede dottore.
# – Mmhmmm, rivediamoci, riparliamone.
      Contanti o carta di credito?

 

Navigazione articolo