CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “febbraio, 2011”

Un San Giorgio distratto

                      Logo_Wales     24         FIR  16

 

Sì, sabato 26 febbraio San Giorgio si é distratto.
Fin troppo.
L'ItalRugby, con lui.
In fondo era cominciata con l'Italia in vena di vittoria.  Pronti via all'attacco. Poi improvvisamente, contro un Galles sciapo, rispetto alla corazzata che aveva spazzato i prati di Murrayfields, i nostri azzurri hanno spento l'interruttore. S.Jones, non si é fatto pregare ed é stato subito 3 a 0.
Poi la luce é tornata. Abbiamo capito che poteva essere giornata d'impresa e quindi a piene mani generosità e grande movimento della formazione. Qualche felice intuizione d'attacco e la zampata felina di Canale e si va 5 a 3. Il Flaminio spera e chiede il piede velenoso di BergaMirco. Che nell'occasione sfodera un bel piede quadro appenna sbozzato (2 su 6 in piazzola) e si mastica amaro.
Naturalmente non ci dimentichiamo di balbettare in attacco, niente palla lunga e pedalare,qualche bell'incrocio ma nulla più. La paura e il pasticcio hanno fatto il 16° e 17° uomo in campo. E pensare che il nostro mediano Semenzato, s'é dannato l'anima. (Mmen of the match, giusto per la cronaca)
Sempre sui punti d'incontro, sempre ad aprire il gioco. Peccato che chi doveva produrre, pensava alle margherite, piuttosto che altro.
Mettiamoci anche le soste per una birretta tra amici e i gallesi, ne approfittano subito delle nostre distrazionie dei vuoti di memoria in difesa. Poi loro i frombolieri li hanno e sono anche stra bravi (James e Hook fanno veramente la differenza) e gli incursori come "Arrow" Williams, non si possono lasciare bradi in balia di se stessi.
Vogliamo dimenticarci di un arbitro un po' troppo parziale, che si dimenticava di guardare bene nelle ruk e buon peso si dimenticava anche di vedere troppe mani rosse, in luoghi dove non bisogna mettere le mani. Non dimentichiamocelo !
"Arbitro, mona, i slunga le man. Cagnassi, lori e te! " Tuonava, non troppo simpaticamente,  una fila di rodigini e trevisani, poco distanti da me. E se lo dicono loro, c'é da credergli.
Aggiungiamo anche il TMO che non ci ha certo favorito, negando la meta a Masi.
Per ultimo, ancora troppe latitanze sulla touches; un paio perse in modo barbaro e un paio in modo ridicolo.
Comunque il risultato parla chiaro.
Se con l'Irlanda, la beffa del lepercauno, come tale ci ha lasciato l'ìamaro in bocca; se a Twikenam, potevamo anche non andarci, ieri neppure la meta del "Capitano, mio Capitano", che qualcuno, l'arbitro in ispecie fin troppo fiscale nei nostri confronti, voleva negarci; neppure quella ha addolcito la pillola.
A questo punto che fare?
Sperare che questo 6N finisca presto e oltre a ragionare sugli errori, si ponga rimedio ad essi, perché a settembre ci sono i Mondiali e se vogliamo qualificarci ai quarti (Per noi varrebbe la "Webb Ellis Cup" intendiamoci) dobbiamo cambiare decisamente qualcosa.
Il resto della partita é stato un rovesciamento di fronte continuo e Hook ha chiuso con il drop per loro sicurezza.
Noi ancora troppe luci ed altrettante troppe ombre.pasticci nei cambi, pasticci nella strategia (mischie al posto dei piazzati e viceversa; touches un po' troppo evanescenti)
Il Galles ha svolto uno smorbio compitino, portando a casa la sufficienza della vittoria.
Però le ragazze azzurre a La Spezia hanno reso pan per focaccia e per la seconda volta hanno vinto contro le gallesi. 12 a 8 per i colori azzurri, che fa il paio con il 19 a 14 in Galles lo scorso 6N. Eeeebbbrave !!
Perché se non lo sapete anche le fanciulle si battono e come leonesse nel 6N, tinto in rosa.
Insomma Italia Galle pari e patta.
Due cose ancora.
Il mondo del rugby é triste e addolorato per la tragedia del sisma in Nuova Zelanda. Si contano circa 200 vittime e centinaia di feriti.
Mi associo a quanti del mondo ovale esprimono la vicinanza, cordoglio e con spirito veramente rugbistico dico: Forza Kiwi. Vi siamo vicini in questo momento.

La seconda.
Naturalmente aspetto il link della Frà.

 

  La Frà in azione 


Giusto per rivedere le immagini migliori del match.
Dallo stadio é tutto, a voi studio.

N.B

N.B

Sono assente sino a lunedì.
Per chi é interessato, sabato 26 pv., sono al Flaminio di Roma presumibilmente dalle 12 in poi.

 

Tribuna Scoperta Centrale
settore 28X  –  fila 17  –  posti 5 – 7.

 


Quindi fino a lunedì silenzio stampa.
Quindi già sabato sera potrete immaginare ciò che vi ammanirò lunedì.
Quindi ho dalle 36 alle 48 ore per esprime gioia o rabbia.
Poi non dite che non ve l'avevo detto.
Ci vediamo allora e naturalmente

 

FORZA ITALIA.

Ahì me lasso, ahì me tapino !!!

Nel rivolgere a tutti voi esempi d'amor gattile, i miei più cari e fervidi ringraziamenti, per la vostra accoglienza riguardo le mie oramai epiche gesta, mi duole comunicarvi, che gravissimo accadimento si abbaté sulla mia squisita presenza, ancorché apodittica.
Giaccio ferito nel mio lettuccio di dolore.
Ebbene sì, sono stato soggetto di un grave attacco, proditorio e nefando, da parte di un volgare consimile e la mia bellerrima guancia sinistra ne mostra lo scempio.
Sono stato azzannato da un consimile nel mentre dedicavo, accorato e un po' piacione, non lo nascondo, un carme, un mottetto, una lirica amorosa ad una sbarazzina e attizzante felina, che si aggira languida e maliarda dalle mie parti.
Il marrano, sapendomi manchevole di alcune parti, sostanzialmente all'uopo create onde trasmettere nel tempo e nello spazio i miei inarrivabili cromosomi, quindi attualmente impossibilitato a spargere ed aspergere ovunque, comunque e chiunque, dei miei geni, quegli guidato dalla foia dei suoi imi e bestiali istinti, non solo mi ha proditoriamente assalito, ma anche si approfittò, in seguito, dell'ingenua micina, abusando delle parti corporali, a lei le più care.
Per me, oltre all'evidente ferita sul corpo, non é rimasta che la ferita, ben più profonda nell'anima.
Acqua minerale e cattivi pensieri, neppure il classico gazzosino di consolazione.
Nulla.
Ora, dopo essere stato visitato da un epigone di Asclepio, in versione "animal doctor's" e sommamente medicato dal medesimo (Ha tratto dalla mia paffuta guanciotta liquidi di cui taccio colore e consistenza, onde gli animi non paventino più del dovuto) giaccio alfine in questo lettuccio di dolore.
Dolore che affronto con la dignità dovutamente acconcia alla mia personalità.
In modo virile dunque, scevro da quel facile pietismo, avulso da lepide svenevolezze, che mal si addicono a colui che anche surrettizziamente si intrufola nelle case altrui. Che ha affrontato con evidente sprezzo del pericolo la salita e la conseguente discesa dal pino di casa.
Che ha inseguito e ingaggiato un feroce combattimento con un figlio di Diomede (Quello era incazzoso forte), facendo pari e patta.
Che con gusto maligno fa incazzare i cagnetti del vicino (Quanto godo a far loro salire la pressione minima a 300).
Che si scofana all'impronta una dadolata di prosciutto e in bellavista una scatola di carne da gr. 120, il tutto in un sol pasto e traendone un piacere sommo e ore 14 di sonno profondo.
Vengo a vergare queste poche parole, dopo essere stato delicatamente medicato, ricordandovi di ricordarmi nelle vostre eventuali esternazioni verso quelle entità superiori, cui voi tendete.
Siano esse d'origine divina o semplicemente proiezioni delle vostre menti, ma che ugualmente vi rendono consapevoli di voi e del mondo che vi circonda.
Anche quello fa, per accellerare la mia guargione.
Di ciò vi ringrazio fin d'ora.
Adesso vado.
Il piumone ben sprimacciato mi attende. Morfeo e la sua languida musica attende e lunghe ore dedicate al sonno pretendono la mia inevitabile presenza.
Vi lascio, con un po' di rammarico, nelle mani del mio ospite.
Lo sento questo bivido che vi percorre, all'udire siffatte parole, ma non vi preoccupate.
Veglierò su di voi e non permetterò che Vi faccia alcun male.
Al massimo fate come me.
Cagarlo ?! … Meno infinito !!

Maicio I° detto il Ligabue,
gatto rock ed interista, inevitabilmente ovale, rugbista e non pallone da rugby

 

Il giorno dello sciagurato

Dopo San Valentino, risaputa festa degli innamorati, e il successivo San Firmino, festa di chi fa della solitudine occasione o motivo di dispiacere, ecco che arriva la giornata internazionale del gatto.
Giornata per la quale i gattofili di tutto il mondo sentono gratificato al massimo la loro azione in favore del gnaulante amico.
Vista l’occasione, in famiglia ci siamo posti il problema e dopo l’inevitabile “brain strorming” a proposito, abbiamo sottoposto la lista dei festeggiamenti al festeggiato.
Il quale, con magnanimità e con la squisitezza del carattere che lo contraddistingue, oltre a non filarci neppure di pezza, ha continuato imperterrito a svolgere le proprie mansioni di fine inverno.
Dormire, mangiare, uscire ed episodicamente, scassare i marroni al primo che torva.
Ebbene sì Maicio I° detto il Ligabue, gatto rock e interista, oramai inevitabilmente ovale, della festa mondiale dei gatti gliene ha importato una cippa diplomata.
Anzi ultimamente ha aumentato la sua sfrontatezza e la sua neghittosità nei confronti dell’intero mondo conosciuto, conoscibile e in via di accertamento.
L’ultima è fresca della mattinata. Dopo aver poltrito tutta la notte sul piumone d’ordinanza, che abbiamo necessariamente approntato per i sui sonni notturni, sul nostro letto; e dotando il medesimo piumone di asciugamano di un tenue celestrino (lo trova confortevole e rassicurante, mentre colori accesi lo disturbano) si è degnato con calma e sussiego di levarsi e abbandonare la comodo posizione affinché, noi poveri umani potessimo fare il letto come galateo comanda.
Si è pasciuto con dovizia, ma poca sobrietà ed infine ha seguito con molto interesse le faccende donnesche di Artemisia, la mia. Aspettava solo il momento per rotolarsi sul pavimento ancor umido, odoroso di candeggina e sollazzarsi inebriandosi di quell’odore.
La candeggina e derivati, per lui é il richiamo della droga. Anzi è la sua personale droga. Ne snifferebbe a sfondarsi. Ha scoperto la confezione che Artemisia, sempre la mia, utilizza per le pulizie del pavimento e non passa giornata che lo si scopra con il naso attaccato al collo, mentre ne usma l’effluvio. Imbarazzante.
Dopo di che, dopo cioè essere stato allontanato dal pavimento pulito con l’inutile ammonimento: “Liga, via di lì” si è diretto prima nel luogo delle sue primarie delizie. Il piumone, poi invero disturbato e infastidito dalla mia presenza, in quanto intento a cambiar le tende (L’altezza aiuta e le cambio senza l’aiuto della scala), poi dal ronzio dell’aspirapolvere, ha deciso di uscire, data la bella giornata.
Dove si è diretto secondo voi? Ma sul tetto del vicino, vi rispondo e non contento dell’acrobazia, notata una finestra, lasciata aperta scopo arieggiamento dei locali, lui infischiandosene nell’ordine: della privacy, della violazione di domicilio, dell’effrazione perpetrata, in quanto si è aiutato con la zampa ad allargare il pertugio, del reato di spionaggio (ha osservato immagino compiaciuto l’arredo tutto) ha gironzolato bel bello in casa altrui.
Artemisia, la mia lo ha pregato di uscire apostrofandolo come sciagurato, lazzarone e perditempo; quindi gli ha ingiunto di abbandonare immediatamente l’altrui abitazione e di non farlo mai più nel tempo a venire.
Tutto questo, non con il fil di voce che tutti si aspettano, bensì commentando e commerciando a guisa di casalinga al mercato del pesce.
Insomma, tutto il vicinato ha saputo dell’ennesima prodezza del cialtrone, che continua a ospitarci.
Tronfio per l’impennata d’ingegno avuta, non solo si è ripasciuto con grazia e dovizia, ma ha preteso di essere pure satollato di vizi e grattini, alla qual cosa sono stato obbligato se volevo proseguire nelle mie faccende di cucina. Naturalmente, al famigliare acciottolio delle stoviglie e delle padelle, si è sistemato sul tavolo e ha atteso gli eventi, con la postura classica di chi pièta un boccone. Quello che lo salverà dall’immanente morte per fame. Mi guarda e gli leggo sul muso un ghigno beffardo, un sorriso sardonico, tale da essere naturalmente interpretato univocamente: “Ti sto prendendo per i fondelli e ne godo come non mai”. Poi alza la zampa e la agita come per dire: “Vieni un po’ qui.” Conosco il richiamo e il suo significato: “Grattami dolcemente sulla testa”. Così, con il mestolo in una mano e l’altra a dispensare grattini, sono stato immortalato dallo sguardo di Artemisia, la mia.
Mi ha guardato, ha scosso lievemente il capo: “Siam messi male, molto male”.
Al cialtrone il sorriso si è allungato e disteso.
Al prossimo anno. Alla prossima giornata internazionale del gatto.
 

L’albero

L’albero, da che mi ricordo, se ne sta lì.
In cima al saliente di questa collina, che percorro più volte durante la settimana. Lo incrocio durante le mie settimanali scorribande su queste giogaie. Un po’ per sport, un po’ per darmi l’alibi che l’immersione nella natura, purché sia, mi aiuta. Libera la mente, riconcilia l’animo, fa espellere le tossine del quotidiano. Eppure quell’albero … Oramai è secco, piantato in questa terra argillosa, non so da quant’anni. La corteccia è diventata dura e nelle spaccature si vede il tronco, oramai in via di regressione. Fibre che diventano ogni giorno di più simili a roccia.
Dallo stato vegetale a quello minerale. Sembra abbandonato anche dalle elementari regole della natura, un’altra volta maligna.
Una cattiveria dettata dalla normalità delle sue regole, dalle cause ed effetti di un disegno che ci sfugge, di cui non vediamo e conosciamo le  regole, o forse non siamo più capaci di leggerle e capirle.
Lui è là e il tempo che trascorre, non mi fa capire neppure di che pianta possa essere.  Noce, pero, melo a questo punto non fa molta differenza. I pochi rami che spuntano, gli evidenti tumori e le cicatrici antiche, a sanare più antiche ferite subite dal legno, non permettono un’indagine sicura.
Il tronco è storto, quasi che una mano gigante lo abbia ruotato e schiacciato, tanto d impedirgli la crescita. Non ha l’imponenza e lo slancio del noce, né mi pare che abbia le caratteristiche degli altri due.
Non è poi importante. O forse lo é.
Forse è il confine appassito di vecchie colture.
In testa ai filari, sulle mie colline si piantavano noci, meli, peri o anche susini. Aggiungevano frutta alla vendemmia. Era un premio a chi raccoglieva. I nomi: pum d’San Carlo, pruss d’ San Martin, così rustici e così lontani come forma e sostanza da quei nomi che vediamo e compriamo, così omologati in forma e sapore.
Mentre quelli li trovavi il più delle volte vizzi, segnati o abitati; però più figli di quella terra. Attaccati a quella vita, a quei ritmi, alla gente e in quel tempo.
Forse è il primo o l’ultimo baluardo di quella collina, che precipita nel fondo di una valle e i panettoni terrosi riprendono dalla sponda di un torrente sonnacchioso, formato più da pozzanghere fangose, che acqua corrente. D’estate senti ancora qualche rana o rospo, che manda richiami dall’acqua ferma, cui pochi compagni rispondono. La terra nera di una parte, dall’altra sponda si sbianca e s’inerpica più ripida. Avvolta da fitti filari che al finire dell’estate ricolmano di piccoli frutti gialli carichi di un vino dolce, le fatiche di quanti salgono e scendono quelle erte.
Forse è solo un albero dimenticato, o forse si è dimenticato lui stesso.
Si è dimenticato di farsi abbattere dal fulmine, negletto anche dalla Natura.
Ignorato finanche dalla mano di uomo, indifferente alla sua sorte.
Guardo attentamente intorno al tronco e mi accorgo che la terra è coperta di pochi ciuffi d’erba, sparsi qua e là. S’intuisce la forma di una circonferenza tale da indicare la chioma. Chioma così fitta, che ha impedito all’erba di crescere.
Ora si alza una debole erba giallastra; d’estate vizza, che cresce arrabbiata e malata. In primavera sbocciano poche viole e due o tre bocche di leone, destinate ad appassire quasi subito. D’estate la terra si spacca a formare ragnatele di ferite e si alza quella polvere sottile, riarsa, che entra in gola e urtica il naso; d’inverno diventa invece una polpa densa, appiccicosa, a impedire il passo spedito, imbevuta di quell’umida nebbia che scivola come un sudario sulle colline, come una serpe che cerca riparo tra le rocce.
Di quella nebbia l’albero se ne avvolge, una lisa coperta che oramai non riesce più a scaldare. Rimane però un ramo sporgente, che sembra il braccio di un uomo che indica un punto lontano in quell’orizzonte annegato tra le diverse curve della terra.
Guardo quel punto, ignoto, che vorrebbe regalarmi il suo segreto; che vorrebbe rivelarmi la sua essenza e raccontami la sua storia. Ma troppo indefinito e indefinibile, sconosciuto sul limitare di un orizzonte, già spezzato dalle linee di questo mare di colline.
Eppure il ramo di quell’albero indica una nuova America, un nuovo mondo.
Lo indica con l’indefinita età delle sue fibre.
Vorrebbe ancora allungarle fino a toccare quel limite e renderlo visibile e sentito quel punto. Un ultimo regalo, un fremito prima della fine.
Fine, come estremo di ciò che ci circonda, di ciò che viviamo, di ciò che siamo.
L’albero è sempre lì, da che me ne ricordo.
 

Sould out for Sale

     RosaInglese   59  FIR 13

 

Non so se questo titolo sia grammaticalmente corretto. Non so se i tanti anglofoni storceranno o meno il naso. Per quel che mi riguarda ho già le budella storte e l’anima sotto i tacchi. Se è sbagliato, pazienza me ne farò una ragione. Ma non me la faccio riguardo gli sbagli di ieri a Twickenam.
La fiera della vanità ha dato il meglio, o il peggio di se, nel tempio indiscusso della palla bislunga.
Non ricordo di aver visto un’Italia così in male arnese, come quella. Forse lo scorso anno a Parigi. Loro hanno giocato, noi bevuto pastis.
Quest’anno Loro hanno giocato, consci che è l’anno dei mondiali e hanno una tradizione da difendere. Noi abbiamo schifato anche il thé; preteso un espresso e la broda che si beve oltremanica … è una brodaglia appunto.
Se scorriamo il tabellino il sig. Asthon ha segnato 4 mete (20 punti) e il sig. Flood ha messo oltre i pali la bellezza di 5 trasformazioni e una punizione (13 punti). In due hannpo battuto l’Italia (Asthon) e pareggiato con l’Italia (Flood). Due uomini per demolire 15 avatar. Non ci vuole molto direte voi. E’ vero, vi rispondo, ma 15 avatar …
Inconsistenti nelle touches, tanto che le abbiamo perse tutte. Amanti del barocco, peggio del rococò, quando era il momento di allungare le palle e pedalare. Confidenti della forza del nostro pack, che ha potuto esprimersi solo quando Ongaro, finalmente, ha schiacciato oltre la maledetta linea. Neppure il piede di BergaMirco ha potuto fare non dico miracoli, ma almeno un trucco di micro magia. Ha svolto il compitino da sufficienza “politica”.
Poi una girandola di cambi ha permesso che le acque, già tempestose, s’intorbidissero ancora di più e l’Italia è affondata, tanto che sono morti anche i topi di bordo.
L’Inghilterra si propone come possibile vincitrice di questo 6 N.
L’Italia come serissima candidata al “cucchiaio di legno”.
La strada per Tipperary è lunga ma quest’Italia l’ha persa appena sbarcata a Dover.
Il 26 arrivano i Dragoni, che a Murrayfield hanno fatto scorpacciata di cardi.
Non faranno sconti.
Esaurito per i saldi.
Come dice Francesco: “Comprate il mio didietro lo vendo per poco!”
Bhè questa volta è stato a gratis e purtroppo non era neppure un tarocco dell’estremo oriente.

Naturalmente non perdetevi le magiche fotografie della Frà:

 http://www.youtube.com/user/FotoVescusio#p/a/u/0/wOdW2qtHaFE

 

Il primo appuntamento

Giusto così, per spezzare un po’ l’attesa.
Un vai e vieni nel tempo, tra ricordi e aspettative.

 

Il primo appuntamento, non lo ricordo.
Quindi non posso parlare della trepidazione, del senso di vertigine di quelle ore. La continua altalena di emozioni.
Non posso dire di come mi sono scarnificato la faccia nell’eliminare con il rasoio, quella peluria fine e impalpabile, che definivo onor del mento, né di quanto dopo barba, deodorante e profumo ho dilapidato, tale da sembrare più una danseuse balcanica di un bordello mediorientale, che un giovin dabbene, che si accinge al suo primo incontro sentimentale. 
Poi perché ricordare solo quello? Perché indugiare su di un tempo, è vero unico e importante, ma poi non ostante tutto, ricomparso ancora in tempi ed epoche diverse. Ogni appuntamento è stato il primo, cambiava la persona, fino all’ultimo quello fatale, quello che ha chiuso la carriera, per così dire, in maniera definitiva. Gli altri primi appuntamenti, li vogliamo lasciare, negletti, nei meandri di una memoria ormai confusa, dalle troppe date, dai troppi volti, dalle troppe ricorrenze? Forse che il primo appuntamento di lavoro è meno impresso nella mente?  O il primo appuntamento dal dentista ha meno valenza? Forse, proprio per quella valenza, per come ha inciso in noi e nel nostro essere, di là dei profumi cui ci siamo cosparsi. Un esempio è il dentista, sulla cui poltrona, per arcano disegno io regolarmente mi addormento, incurante di pinze, trapani e del molesto rovistare che subisco. Non è effetto di anestesia, son fatto così, giurin giuretta!
Eppure la sola parola suscita un senso d’orrore, smarrimento, rifiuto in molti, nei più. Anche il primo appuntamento di lavoro. Sia che lo cerchi, sia che una volta ottenuto devi far valere le tue conoscenze. In ambedue i casi ecco che si declinano regole comportamentali e di galateo, di buona educazione, rigide e codificate. Non puoi presentarti vestito alla “và là, che vai bene”, ma neppure ostentare le “polpe”.  Indica più il corpo che la lingua, in molti casi. Esiste sempre un primo appuntamento, perché in ogni cosa c’è una prima volta. Quindi andare a frugare nella memoria a volte è difficile, noioso e poi non sempre, anzi mai, c’è l’episodio, che ti tira fuori dal coro, che fa sembrare il tuo, l’appuntamento del secolo. Ma quando mai !! Già il primo incontro a ben ricordare si è svolto in un’imbarazzante atmosfera, nella quale già l’incrociarsi di sguardi, era un baratro d’incertezze. Lo sfiorarsi dava la stura a una pantomima di scuse e di ulteriori incerte emozioni. Non sapevi che dire, le mani, fantozzianamente erano due spugne, la lingua, un tappeto fitto e peloso. Improvvisamente mi rendo conto che era il 196… oddio ma quanti anni son passati, una quarantina ed io devo sforzarmi di ricordare quei momenti, devo far emergere figure che ormai il tempo ha sfumato e delle quali non rimangono che tiepide ombre? No, lasciamo la cosa in un tempo sospeso, abbastanza confuso da poterci chiamare fuori o dentro secondo convenienza. Noi uomini, non sempre siamo capaci di liberare i sentimenti, non sempre inquadriamo i momenti nella giusta prospettiva.
E’ facile indorare la pillola, millantando chissà quali magnifici maneggi di quegli istanti. Oppure guardiamo l’interlocutore, interdetti; come se le sue parole giungano da una diversa e aliena dimensione, balbettiamo scuse, nella nostra compulsa afasia. Cominciamo a confonder date, persone, luoghi in una girandola balbettante di mezze verità e menzogne, facendo capire che i nostri ricordi non sono, pur essendo!
Ma allora, perché sprecare tempo a scrivere del primo appuntamento, e soprattutto perché sprecare quello del lettore?
Forse per indicare che il primo appuntamento, non è così carico di ricordi, come si vuol spacciare. Forse perché, non sempre a quello, i ricordi collegabili sono piacevoli e poi proprio per le numerose forme assunte, non riconducono sempre ai primi palpiti amorosi. Poi forse per trovare una giustificazione verso se stessi.
L’incapacità di ricordare, la confusa memoria che ci perseguita e che pone il primo a sovrapporsi ad altri, avvenuti in situazioni diverse e per altre cause. Riaffermare così che la lontananza dei fatti, porta a scolorire le cose e che il passato deve, per suo stesso gene, rimanere tale. Lontano, ormai sfumato e assente di precisi confini. Per contro il presente e il futuro, per i più avventurosi o avventati, sono il terreno su cui pestare le tracce della nostra esistenza. Vivendo la contingenza, preparandosi al domani, incuranti del bene prezioso del ricordo, che può trasformarsi in esperienza di cui far tesoro.
Fino al prossimo appuntamento, che considereremo il primo, l’unico e singolare.

 

La beffa del lepercauno

Trifoglio_Irlanda       13 FIR  11
 

Tre minuti. Bastavano solo tre, maledetti minuti e si poteva allungare la mano sulla pentola d’oro, alla fine di un arcobaleno, in vero un po’ sbiadito.
Era lì, a portata di mano.

Avremmo gioito e ricordato, tutti quelli che ieri hanno visto, sofferto, tifato, dicendo a chi non c’era: “Ecco io ero lì e ho visto i cavalieri che fecero l’impresa !”
Invece abbiamo inghiottito un boccone amarissimo.
Di quelli che forse, non riuscirai mai a digerire.

Avessimo incrociato le mani con l’Irlanda del 2009 (6N visto con lo Slam) allora nessuno avrebbe avuto da recriminare.
Contro quella squadra s’inchinò l’Europa ovale tutta. Solo gli AB in gran spolvero avrebbero potuto stare alla pari.

I “trifogli” di ieri erano avvizziti. Figli di campionati nei quali non brillano certo, anzi sono fuori da tutte le Coppe e in Celtic navigano non aiutati da San Brandano.
Noi … i Nostri, nei primi dieci minuti ci hanno fatto sognare.
Tonici, aggressivi, con la giusta voglia di fare la cosa giusta. Poi, piano, lentamente la luce si affievolisce e riemergono i vizi di sempre. Quasi che la fantasia fosse stata bandita, messa in disparte. Eppure se c’è una cosa di cui dobbiamo andar fieri, è proprio quella.
Per aumentare lo “spleen” che ti assale quando le cose non girano per il verso giusto l’infortunio del nostro mediano di mischia Gori (Lussazione della spalla già operato per di più), ha messo il cosiddetto “carico da undici”.

Per carità Canavosio, l’uomo che tante volte ci ha tolto dai guai (Meta contro la Scozia lo scorso anno) si è battuto come un leone, ma qualcosa si è modificato. E quindi ad arrancare, sfoderando una difesa che però non sapeva lanciare un contrattacco.
Il piede magico di Bergamirco poi, non era stato spolverato abbastanza di magia e certe trovate, lo sono state più per una “boutade” pubblicitaria, che per finalizzare a punti, la mole di gioco.
Gli irlandesi, forti dei loro acciacchi hanno svolto il loro compitino, attenti a non farsi sorprendere, a limitare danni e a colpire, come hanno fatto, con un guizzo, un’invenzione di O’Connor.
Noi naturalmente, ancora una volta in affanno, sembravamo degli “sbadilanti”, chini al duro lavoro di portar sabbia e carriole per bonificare i pochi metri che si riusciva a conquistare.
Poi l’urlo liberatorio, quando Mclean ha schiacciato la palla oltre quella maledetta, benedetta linea.
Solo un punto ci divideva dalla gloria.
Un misero punto per far brillare lo “stellone” e ci stava pure bene, perché proprio quel Brian O’Connor solo qualche ora prima aveva detto: “Quest’Italia, prima o poi ci batte”.
Peccato che abbia anche aggiunto: “Speriamo non questa volta”.
Appunto. Ora se vuoi fare le predizioni falle, ma non chiosare.
Invece per la chiosa fatta a regola d’arte, ecco che è intervenuto Ronan O’Gara.
Pallone rimbalzato, calcio, drop. Fine dei giochi.           
Però una cosa mi rinfranca. Gli irlandesi sanno che ai mondiali troveranno una squadra, la nostra, che per una volta potrà negare loro l’accesso ai quarti.
Possiamo andarci noi, anzi dobbiamo andarci noi. Chissà che recuperati gli infortunati e con un briciolo di fantasia e giusta pazzia non riusciremo a vedere “ I cavalieri che fecero l’impresa”.

Sabato a Twichenam, contro la perfida Albione.
Sarà dura per noi, ma lo dovrà essere anche per loro.

Forza ragazzi, avrete sempre il sedicesimo uomo sugli spalti.

ps: per chi fosse interessato consiglio pure   RUGBY FOR DUMMIES  e successive puntate.
Per gli amanti delle fotografie c'é anche questo:
http://www.youtube.com/user/FotoVescusio#p/a/u/0/v4Q4YYbHh70
per chi vuole vedere ottime fotografie (non solo rugby):
 www.fotovescusio.com

 

Un quindici dorato

Naturalmente prima di iniziare a tormentarvi per i prossimi 40 giorni, mi par d’obbligo almeno inquadrare e in campo e soprattutto fuori campo di chi parliamo.
Questo perché anche la “Compagnia della Buona Morte”, le “Allegri Comari”, i “Compari di Merende” e non ultime le “ Beghine di Mischia” sentono il bisogno di un generale ripasso. Ciò spinti più che dalle sante parole del buon monaco Malcom McInverness, dall’apodittico e duro pastorale dei confratelli Paddy O’Dugan e Owen Cyrm.
L’unico neo, nel gioco più bello del mondo è, che si gioca in 15, altrimenti, calzante come non mai queste due righe le intitolerei e nessuno potrebbe smentirmi: “ Quella sporca dozzina”.
 Vediamo ora di chi parliamo:
 
 

  • I PILONI (Destro e Sinistro) – nr. 1 e nr. 3 –  destro e sinistro (Prop)

 
 Conosciuti simpaticamente come Bibì e Bibò, dotati di un’inconsueta cubatura, sono l’architrave della mischia. Parlano poco, ma mentre ti arano la faccia sono soliti intrattenere gli avversari nel buio della mischia con endecasillabi sciolti, nella più squisita tradizione della commedia dell’arte: “Te faso mal, te faso tanto mal”.
Ultimi a lasciare il campo, normalmente sui gomiti, li trovi primi, schierati al bancone del pub.

  

  • IL TALLONATORE – nr. 2  (Hooker)

 Lui è Capitan Cocoricò. Con i piloni forma la prima linea. Gli angeli dalla faccia sporca. Perché uscire dal campo senza un dito di fango o terra su ogni parte del corpo, viene guardato con sospetto dai compagni e dal pubblico. Se hai una benda insanguinata, il trionfo è assicurato. Pesante come un elefante, ma con gioco di gambe degno di una “etoile” deve conquistare la palla lanciata in mischia. Per non farlo annoiare, ma soprattutto far più danni, gli affidano il lancio della palla in touche. E’ quell’armadio che ti sta davanti al bancone del pub, in mezzo ai piloni.
 

  • SECONDE LINEE – nr. 4 e nr.5  [Lock (2nd row)]

 
I Dioscuri della mischia. Dietro alle prime linee a spingere. Esperti nel grillotalpa, si scagliano contro le linee avversarie con la leggerezza di un carro armato e la feroce determinazione degli epigoni di Gengis Khan. Non hanno orecchie ma escrescenze dovute ai continui sfregamenti sui fianchi di piloni e tallonatore, al momento della mischia. Ascendono in touche, ma se ti cadono sui piedi, passi dal 45 al 54 in un urlo straziante. Il tuo. Naturalmente occupano gli estremi del bancone del pub. Lo spazio è finito e devi aspettare il cameriere, se vuoi consumare.
 

  • TERZA LINEA –  nr. 8  (8th man)

 
Se la mischia è il Carro del Sole, questi è naturalmente Fetonte. Guida la mischia con mano ferma e non di rado, anche con un frustino, quando l’arbitro è distratto. Attende rapinoso, che da quella selva di tronchi che sono le gambe dei compagni esca la palla da consegnare al mediano di mischia. A volte, impazzito si scaglia in avanti, per essere sommerso dalla mischia avversaria. Solo in Giappone quest’azione è vista con ammirazione e rispetto. Sugli altri campi suscita l’ilarità degli astanti. Alto com’è supera la prima linea al bancone del pub e si serve da solo.
 
 

  • FLANKER  (Terza Linea)–nr. 6 e nr. 7  (FLANKER)

 
La dottrina più accreditata li indica come Gog e Magog. Stanno ai fianchi della mischia. Il placcaggio è l’arma più potente in loro possesso. Si tengono in allenamento con la tauromachia, sollevando però fiere proteste dei tori stessi, che ne escono sempre troppo malconci. In partita sono strettamente sorvegliati dalle varie agenzie umanitarie, che deplorano il modo barbaro con cui placcano. Infatti tendono a non finire l’avversario, causandogli così sofferenze atroci. Avere un “ giallo” è segno di rispetto, più delle cicatrici di cui sono cosparsi.
Al pub vengono serviti prima di te, per via di quel certo sguardo che hanno.

 

  • IL  MEDIANO DI MISCHIA – nr. 9  (Scrum-half)

 
Sregolatezza e genio. Gioca ogni palla, che viene da lui introdotta in mischia. Urla, gigioneggia, incita, insulta, tiranneggia, aizza. Questo per tutta la partita. E’ lui che ha ereditato la frase “Al mio cenno scatenate l’inferno”. E’ lui il vero gladiatore in campo. Lui, se gioca una brutta palla, accuserà la terza linea di averlo rifornito male. Se la giocata sarà superba griderà ai sette venti che la mischia ha seguito i suoi preziosissimi consigli. Mette la faccia dove non deve e pure le mani, dileggiando con bonomia, ma perfidia, avversari e arbitro. Al pub beve per primo.
Il perché é chiaro : è il padrone del pub.

 

  • IL MEDIANO DI APERTURA – nr. 10  (Fly-half)

 
Genio e sregolatezza. Vede il gioco che si deve fare, fino alla meta. Peccato che a volte si dimentichi di illustrarlo a tutti.
Il limite è che se calcia bene è un cecchino maledetto. Ma è maledetto nei passaggi.

Se è un meraviglioso passatore, carico d’un inventiva che neppure il più smaliziato giocoliere ha, come calciatore ha il piede quadro, anzi cubico.
Però ogni sua movenza è una delizia per gli occhi, ogni passaggio un giulebbe.
La sola presenza illumina.
Soprattutto al pub, dove illumina le cameriere con sorriso smagliante; loro, lo lumano adoranti e il tuo bicchiere rischia di rimanere desolatamente vuoto.

 

  • I CENTRI (Tre Quarti Centro)– nr. 12 (Inside center)  e nr. 13  (Outside center)

 
Per essere ambigui, lo sono. Se sono atticciati si aggirano per il campo pronti allo scontro fisico, anche duro e sanno passare palla e uomo contemporaneamente. Se hanno una struttura longilinea covano inespresso il desiderio di prendere il posto del mediano di apertura, opportunamente “barellato” dai centri avversari con il famoso teorema: “bala omo”. Per la loro posizione non ben definita, a volte al pub servono ai tavoli, pur non riuscendo sempre a terminare i piedi il “terzo tempo”.
Un bicchiere portato, un bicchiere bevuto.
  

  • LE ALI (Tre Quarti Ala)– nr. 11 (Left wing)   e nr. 14  (Right wing)

 
Se la prima linea è la truppa corazzata, i flancker e i centri i guastatori, loro sono gli incursori.
Veloci, amanti degli spazi, sia che siano ferini come Habana o devastanti come Lomu, vederli andare in meta eccita la folla come un concerto di Vasco. Adrenalina pura. Sempre che ci siano palle adatte. Però lo spirito di adattamento è forte. Scattano, fanno meta e riprendono a flirtare con le pupe a bordo campo. Tanto a loro il tempo morto non manca. Contendono le attenzioni delle cameriere al pub. Se ti manca il bicchiere pieno che ti è appena arrivato al tavolo, guardati intorno. Se vedi un 14 sulle spalle di qualcuno, bhé è quello che beve alla tua salute.
 

  • L’ESTREMO – nr. 15  (Fullback)

 
Parafrasando il titolo di un film, lui è: “L’ultimo uomo conosciuto”.
E’ l’ultimo baluardo della squadra.
Dopo di lui, come napoleonicamente si può affermare, è un diluvio di mete.

Posto ambito, dove coprirsi di onore e gloria. Dove si può traccheggiare per un lungo periodo e poi esplodere con un’incursione da Orda d’Oro, superando i ¾ e calciare in avanti, lanciando così la carica, oppure guadagnare una touche, che in fondo non è male.
L’essere solitaria sentinella permette di aguzzare l’ingegno nell’arte del placcaggio, nel fermare quanti si avventano verso la linea di meta.
Al pub, il ruolo gioca lievemente a sfavore del nostro eroe, ma rimane sicuro che gli pagherai da bere.
Tanto oramai, tu sei l’ultimo che sarà servito e lui il primo a bere gratis.

 
Bene. Ora sapete quali sono i vostri avversari in campo e fuori.
Basta indugi, puliziate gli scarpini, per chi vuole caschetto in testa, paradenti e … fuori dagli spogliatoi. Si comincia l’avventura.

 

Crouch – Touch – Pause – Engage

 
 
Il Terzotempo, si svolgerà nei saloni de
 

Il Pisellon Fuggiasco
 Hostraia con stanze ed uso di stallaggio.
 
 

Venite mangiati, of course.

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