CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “maggio, 2011”

Alla fine della Primavera

Alla fine della primavera, finalmente abbiamo un nome.
La Leonessa ha deciso e quindi che evveribody lo sappia.

La Panda Gialla é stata battezzata (Anche con acqua dato il forte temporale odierno) con il nome di (doveroso rullo di tamburi, grida festose, suono di cimbali):

 ASPASIA di MILETO detta ASPY.
 

Piumatractor la Jena (mia ineffabile auto) e la Bela Dona (Agile quattrotuote di Artemisia, la mia) salutano e partecipano festosi al lieto evento.
Quindi  Aspy, da ora in poi, romberà felice, lasciando quà e là perle di saggezze, parole di sapienza, oltre alle solite dazioni di CO2, PM10 etc.
E anche questa é fatta.

 

 

dett  detta Aspy dedetta

Della morte, dell’amore, delle sciocchezze

Di quest’inizio di primavera, sinceramente, non terrei nulla. Anzi se potessi cancellare questi giorni, credo che starei decisamente meglio.
Ma si sa , non è possibile e allora spero che il tempo  scorra veloce come la lepre in un prato. Come il cane che la insegue.

Della morte, perché oggi mi è toccata in sorte una cosa che non auguro a nessuno. Ho dovuto esumare i resti di mia madre. Lo so è un avvenimento personalissimo, altamente privato, la cui crudezza è bene che rimanga confinato nelle evidenti mura della mia vita. Eppure ciò mi ha avvicinato ancora una volta alla morte e al rifiuto che abbiamo per quest’evento. Al di là del mito dell’immortalità e del desiderio, credo più che umano, di voler esserci sempre, in ogni tempo, in ogni luogo e per le persone che sono speciali per noi, mi rendo conto che più che scomparire, come natura impone, rimane in noi il sottile desiderio della memoria. Che sia una tomba, una vecchia foto sbiadita o l’orologio in un cassetto, quest’idea di memoria è ciò che ci rende meno duro il fatto dell’ineluttabilità della morte. Questa memoria normalmente riusciamo a condividerla con altri, che ci attorniano, con cui abbiamo rapporti più o meno stretti e se qualcosa sbiadisce nei nostri ricordi, qualcun altro li avrà ben chiari. In un gioco di rimandi. Fino a che siamo testimoni, questa memoria rimane, per poi scomparire del tutto. Per far spazio ad altra memoria, altri testimoni. Ho persino riflettuto sul momento nel quale anch’io dovrò morire. A parte le solite e scontate domande: sarò preparato? Come prepararsi? Cosa lascerò e chi lascerò?
Domande di sapore infantile. Quando arriva, arriva e non sai mai se la tua supposta preparazione risulta congrua. Come pure se la tua preparazione lo é. Neppure sai ora chi avrai accanto, se ci sarà qualcuno. Forse, allo stato attuale posso solo iniziare a formulare, seppur confusa, una richiesta precisa. Abbiate rispetto per i libri, che negli anni ho accumulato e letto. Questo sì. Perché il libro è un pezzo di esistenza personale . Manifesta uno stato d’animo, una scelta. E’la cristallizzazione di un preciso periodo della tua vita. E’ come vivevi in quel momento. Nei libri si può leggere una vita se si ha la voglia di farlo. Del resto poco mi curo, in fondo non si è mai vista una cassaforte a seguire un funerale.
 
Dell’amore, perché sono fortunato ad avere incontrato Artemisia, la mia. In questi giorni, vissuti all’interno di una tempesta sia per lei che per me, ci siamo curati le ferite. Stemperando ove possibile le tensioni, sorreggendoci nelle afasie sentimentali, in quei balbettamenti di vita, che colpiscono tutti. Saper esserci, discretamente o in maniera autorevole. Sapendo usare la carezza, ma disponibili anche al cazzotto sui denti. E ricominciare a tessere la nostra personale tela di rapporto a due. Due Penelopi, in attesa del rispettivo Ulisse, in un gioco delle parti, mai scontato, ma sempre e continuamente discusso. Credo che molti si domandi o si siano domandati circa il nostro matrimonio. Sembriamo così distanti, presi singolarmente. Ma il singolo, come tale è distante da tutto e da tutti, proprio perché tende a mantenere la propria singolarità. Nella coppia il centro dell’universo non è IO, ma NOI. Si spostano equilibri e se ne fondano altri e la comunanza rende questi ultimi più forti e vincenti rispetto ai primi. Abbiamo progetti, anzi un progetto grande e comune ed intorno al quale ruota, o facciamo ruotare le nostre esistenze. Lo assecondiamo, lo sproniamo, ne traiamo soddisfazioni e le inevitabili delusioni, ma è un progetto in cui abbiamo sempre creduto e per il quale non ci sono ostacoli di sorta. Sappiamo che è ciò che facciamo, lo facciamo, come dire, a fondo perduto. Diamo la vita ai figli, ma sono loro che debbono vivere la loro di vita. Diamo loro ogni cosa possibile. A volte esagerando nel soddisfare o nel inventare i bisogni. Credendo sempre di fare la cosa giusta, ma i conti e soprattutto gli onori, non sono i nostri. Tendiamo a dimenticare, cjiò che è stato per i nostri genitori. Anche loro, se frughiamo bene nella memoria, hanno attraversato gli stessi luoghi e non importa il passo tenuto. Certo è che il sentiero era analogo al nostro. In primavere come queste, senti la differenza che c’è tra un IO detto a denti stretti e NOI, che esce netto e chiaro. Senza tentennamenti, senza incertezze d’alcun genere.
 
Delle sciocchezze. Perché anche loro condiscono la vita. Ce la rendono un po’ più lieve. Ci regalano una boccata, corta o lunga che sia, ma almeno cambia il ritmo del respiro.
E il respiro me lo ha cambiato proprio la Leonessa. Sono iniziate le prime partite, di quelle serie, dure. E sono arrivati anche nuove e più eclatanti echimosi. Quelle belle macchie di un colore cangiante dal nero notte al verde palude, passando per il rosso vinoso e il terra discarica. Bene quelle;  se a quelle aggiungente un occhio violastro, iniettato di sangue, che neppure il bistro potrebbe camuffare, e una dose congrua di tachicardia materna, assommato ad un giusto spavento paterno, ebbene avrete ottenuto un effetto inaspettato. Una figlia felice e due genitori sfranti. Lei felice delle evidenti cicatrici dell’agone, che passano in second’ordine, in quanto l’esito dell’agone stesso è stata una vittoria sfolgorante, noi dopo 900 km  di auto in un giorno, disfatti dal viaggio e preoccupati da quello scempio fisico. Dove si dimostra che le cose non sono come sembrano e nessuno vive le cose con le identiche emozioni. Ora, è detto che a figli piccoli, problemi piccoli. Qui però parrebbe che anche a figli grandi problemi da piccoli. Chi non si è sbucciato le ginocchia, chi non è arrivato a casa con il famoso “maccone”? Nessuno. Sui nostri corpi conserviamo i segni di una sbadataggine di gioventù, le impronte di antichi furori.
Ora la sua preoccupazione è che dovrà andare alle feste di maggio dei vari gruppi universitari, così francobollata. Non tanto per i “macconi” sulle braccia e gambe. E’ l’occhio, che dovrà essere truccato in ottimo modo e lei con il maquillage, ha ancora delle difficoltà. Ciò un poco la perplime.  Per chi scrive son sciocchezze, ma per chi le vive, no di certo. Comunque per addolcire le tumefazioni varie, lunedì è arrivata la notizia che da molto attendevamo.
E’ arrivata la tanto agognata macchina.
 “Panda”. Gialla, accessoriata, diesel.
Non ridete, non cominciate a dire.
Ricordate che è un pilone. Bravi come il pane, ma devastanti come un uragano. Non dite che non vi ho avvisto.
E’ il sogno che rincorre da quando ha la patente. Non le  è mai interessato, l’auto all’ultima moda.
Lei voleva la “Panda” … GIALLA.
Come il limone, come il canarino, come le bande della bandiera spagnola, come i taxi di NY. Per intenderci. GIALLA, punto. Credo che in provincia ne girino tante, da contarsi sulla punta delle dita di una mano. Almeno adesso Artemisia ha ripreso il controllo della sua di macchina. A me rimane il compito dei tagliandi, del bollo, dell’assicurazione. Punto.
 
Ps: Dimenticavo. Grazie per tutti quelli che hanno avuto pazienza, di aspettarmi. Tra le altre cose anche il vecchio PC ha esalato l’ultimo respiro. Una  delle ciliegine amare di questa primavera. Ringrazio tutti.

ATTENZIONE – pate II

Si comunca agli spettabili ospiti, che i lavori di ristrutturazione sono teminati.
Questo luogo é ritornato d essere operativo.
Ringraziando tutti per la pazienza usata e i disagi subiti si porgonono Cordialità.

ps: e mò sò c…..   

ATTENZIONE

Si comunica alla spettabile clientela, che questo luogo rimane chiuso per

improcrastinabili lavori di ristrutturazione.

Scusandosi per il disagio arrecato,si ricorda che, quanto prima possibile, sarà ripristinata

la piena operatività.

Nel ringraziare, si augura buona permanenza a tutti.

Cordialmente

ps: un'ultima chicca per farvi riflettere.
La Leonessa ha fatto il bucato. Ho scoperto che é come sue madre.
Uguale, identica; pavento una subdola clonazione.
Infatti ora sono ritornato in possesso, dopo ennumeri anni, di un paio di mutande … rosa.
Cosa fò?
Accetto il rio destino, data la fosca giornata del venerdì 13?
Decido di por fine a questa miserrima vita?
Mi paludo come Abramo e me ne frego del montone?
Le polverizzo, adducendo risibili scuse?
Al momento opportuno le indosserò, spavaldo, in assoluta balìa di me stesso e più a NordOvest del solito?
Ammantato da questi dubbi e avvolto da questi pensieri vi lascio.
La Leonessa sta cucinando e odo frastuoni inquietanti, provenire dalla cucina "Faccio il riso coi piselli. All'onda!!! "
Tenterò di arginare quello tsunami.
Adieu
 

Utopia di una rivoluzione.

Ora che tutto è finito, non so se essere contento oppure essere ancora fiero di appartenere al genere umano. Sì, perché l’uccisione di un uomo, pur che sia assunto come emblema del male assoluto, indica sempre una mancanza di alternative.
Forse l’inevitabilità della fine di Osama è stata scritta proprio quel giorno di settembre. Che sia effettivamente morto, che si sia levata la solita canea di complottiamo o di negazionismo, a questo punto poco importa. Per far terminare un’utopia, anche questa volta sono serviti pochi grammi di piombo.
Non sono qui a fare un elegia funebre di quell’uomo. La sua utopia non l’ho mai condivisa, Le sue idee non mi appartengono, né sentimentalmente, né culturalmente.
Eppure guardando a quel suo sogno, mi vien da fare un paragone, che a molti parrà bislacco oppure decisamente imbecille e fuori luogo, senza un legame storico.
Mi viene in mente il “Che”.
Ambedue con un’utopia rivoluzionaria; un idea sovvertitrice dell’ordine costituito.
Costituito con l’evoluzione sociale e culturale dell’uomo, passata attraverso altre e diverse rivoluzioni, ma che giunta ad un punto, quest’evoluzione, si è bloccata, seduta, quasi implosa su se stessa.
Forse ho capito, ora a distanza di anni, come quella rivoluzione propugnata da “Che” fosse più vicina alla mia cultura. Figlia e nipote dell’evoluzione del pensiero filosofico dell’Occidente. Sicura entro i suoi abiti presi dall’illuminismo. Abbellitasi nel tempo con il positivismo e ben pasciuta dalle correnti economiche, allevate dalla “rivoluzione industriale”.
A quelle, naturalmente o quasi, si contrapponeva e forse, in certa misura, lo fa ancora l’idea socialista, ove non è più l’uomo ad essere schiavo del sistema, ma si sostituisce ad esso, ponendosi come centro autonomo ed indipendente.
Sappiamo in quante declinazioni è stato coniugato. Sappiamo dei guasti commessi, ma anche dei buoni frutti raggiunti.

Eppure la rivoluzione, propugnata dal “Che”, forse per gli anni in ci è stata sbandierata e come, confusamente lo fosse, mi era apparsa più conforme al mio pensiero. Aveva qualla vena di romanticismo che non guastava. Aveva una risonanza, è vero molto di pancia per i più, che la rendeva appetibile. Era lì, a portata di mano. Il fatto poi, che fu spazzata in maniera cruenta, ha alimentato più quell’aspetto romantico, che non i fondamenti filosofici e sociali che propugnava.
Il “Che” fu, anzi è ridotto ad un simbolo per t-shirt. Un’icona mediatica che ancor oggi fa canticchiare le note degli Inti Illimani, rievoca vecchi slogan di cui molti non ricordano neppure parole e cadenze.
Si volevano sovvertire regole e processi, ma in fondo, non le basi della nostra cultura. Troppo sedimentata, troppo avvolta in echi provenienti da un passato remoto, che è stato il fondamento del nostro passato prossimo.

Questa rivoluzione, questa utopia proposta da quello che è stato definito lo Sceicco del Terrore, invece ha fatto paura a tutti. Un po’ come si è presentata, perché culturalmente e socialmente così distante dalla nostra e tremila morti in un sol colpo, non è il miglior biglietto da visita.
Credo che questa distanza culturale abbia giocato in favore della divisione immediata. Si sono fatti passare velocemente e principalmente gli aspetti di diversità, piuttosto che quelli di contiguità tra la cultura “occidentale” e quella “islamica”. Per anni si è guardato più all’esteriorità dei comportamenti, più che alla sostanza del pensiero. Il “vu cumprà” in fondo è stata una simpatica scocciatura. I martiri suicidi un incubo, difficile da cancellare.
In una cultura laica come dovrebbe essere la nostra, si fa fatica a digerire la compenetrazione assoluta tra i valori della società civile e una pratica religiosa, che si pone come assolutamente imprescindibile. Sembra quasi che raggiunta quella, non vi sia più possibilità di crescita in alcun campo. Tutto e tutti sono ricondotti ad una visione religiosa. Se non è scritto sul libro, non solo non esiste, ma neppure lo deve essere. Questo forse nella più spinta interpretazione. Anzi sicuramente lo é. Ma proprio questa paura di derive più assolutistiche, che potrebbero prendere piede e di esempi ne abbiamo, hanno fatto si che si legga nell”Islam” un qualcosa di negativo. Qualcosa che non ci appartiene e non ci dovrà appartenere. Può danneggiare un già fragile equilibrio che governa da secoli il nostro consorzio civile, in occidente.
Forse tutto ciò appartiene a quella sfera di paura che mostriamo di fronte all’ignoto. Specie se questo è mostrato male e é edulcorato da una continua e cattiva informazione.
Tralascio sia chiaro le personali esperienze, ma nel generale, nel sentire comune, mostriamo una certa manifesta ritrosia al nuovo.
Soprattutto se arriva da lontano e se non conosciamo nulla o quasi di questo “lontano”.

In ogni caso, secondo il mio avviso, le rivoluzioni si fondono e passano sulle idee, più che sulla punta delle baionette.
Le rivoluzioni amano esaltare i propri eroi, più che compiangerli.
 

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