CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “giugno, 2011”

La grande abbuffata

L’uomo è ciò che mangia?
La domanda, nella sua disarmante semplicità, non offre però, altrettanta facile risposta. Questo perché occorre guardare innanzitutto al rapporto che l’uomo ha con il cibo, con ciò che mangia. Occorre ripercorrere a grandi linee la storia dell’uomo e soffermarsi ai vari stadi della sua evoluzione, che sono concomitanti o quasi con l’utilizzo del cibo.
Se per l’uomo preistorico mangiare era un fatto di sopravivenza, con l’utilizzo massiccio ed intelligente del fuoco, ecco che il cibo diventa non un bene consumabile ora, bensì  qualcosa che può essere consumato nel tempo. Il cibo è per l’uomo delle caverne occasione di ricercare anche le prime forme di sacralità.
Condividerlo con altri membri del gruppo, rafforza i legami instaurati. Da il senso di appartenenza al gruppo stesso, porta ad una  forma di sussidiarietà tra i membri, di aiuto reciproco. Diventa occasione per incontri, alleanze. Trovarne nuove o riaffermare le antiche.
Anche quando si trasformerà in agricoltore il cibo avrà questo significato, ma ne saranno aggiunti altri quale: il desiderio dell’accumulo ad esempio. Non fine a se stesso, ma per i tempi nei quali il cibo potrà essere o sarà scarso o nullo. La ricerca di nuove coltivazioni o nuovi modi di coltivare. Il cibo quindi come strumento di crescita e di perpetuazione nel tempo.
Crescita non solo fisica, atta cioè a soddisfare un bisogno primario, ma anche crescita spirituale e mentale. Nei secoli il cibo si è modificato per la mano dell’uomo. Ingredienti che si sono aggiunti e altri che si sono persi, perché l’uomo h sempre cercato di migliorare il suo tenore di vita. Abbiamo assistito anche alla sistematicità del cibo stesso. Attraverso le scuole di cucina, i sistemi per cucinare e per conservare. Tutti mezzi che hanno permesso all’uomo di soddisfare bisogni e voglie. Quindi non dobbiamo credere che siamo solo ciò che mangiamo, perché in maniera iconoclasta saremmo portati a sostenere che chi si ciba solo di piatti raffinati è un grande uomo e chi si accontenta o è costretto al tozzo di pane abita gli ultimi gradini della piramide sociale. Per certi versi è così. Ma intervengono qui altre leggi, in special modo quelle economiche, che governano più delle altre la vita dell’uomo contemporaneo.

Credo che ora sia ulteriormente cambiato l’approccio che ha l’uomo , nei confronti del cibo. Non è più il sistema naturale di sopravvivenza, ma viene in più soddisfatto il gusto personale.
Con il cibo si afferma la propria unicità. La varietà che viene offerta, ci permette si scegliere proprio quei cibi che affermano la nostra personalità, i nostri desideri, anche più reconditi. Forse in questo troviamo la risposta. Anche se non è proprio esattamente così.
A spingerci a scegliere questo piuttosto che altro, può esserci anche la creazione di falsi bisogni, che riescono ad incanalare in un verso o in un altro la naturale predisposizione a ricercare nel cosiddetto “branco”, quelle sicurezze e certezze di cui non possiamo, in generale, fare a meno.
Ecco il perché di certi cibi che vanno particolarmente di moda, di certi accostamenti di sapori. Il cibo come momento estetico, più che come mera sopravvivenza. Ciò può portare anche all’assurdo, che il cibo , superata l’essenza per cui è creato, diventa momento di disturbo, per l’uomo. Il suo rifiuto o il suo consumo esagerato sono gli estremi di un ipotetico segmento  sul quale corre il cibo e il suo consumo e quindi anche il nostro essere.
Ora è nella natura umana la ricerca di un punto di equilibrio, un punto di benessere per cui sia soddisfatto e il corpo, nutrito adeguatamente, ma anche lo spirito che da quel nutrimento, ne trae profitto. Ecco allora che l’uomo nella sua ricerca ha trovato sistemi nutrizionali, che sortiscono gli effetti desiderati. Si parla di dieta mediterranea, ad esempio, che ha trovato il giusto equilibrio tra i vari nutrienti e che riesce a soddisfare i fabbisogni personali. Non eccedendo con nessun ingrediente e il benessere, pare, sia assicurato.

Quindi si può dire che siamo ciò che mangiamo, nella misura in cui il cibo non è eccesso, ma equilibrio, non è semplice estetismo, ma giusta proporzione di quantità e qualità, perché anche la qualità e la preparazione sono assolutamente necessarie al fine di raggiungere quel benessere cui ci siamo fissati.
Poi naturalmente ci sono anche gli sporadici e naturali eccessi, di cui dobbiamo tenere conto e che rientrano nel naturale corso della nostra vita.
In fondo ogni regola ha la sua eccezione, a cui è tanto piacevole abbandonarsi ogni tanto.

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C’é chi razzola e chi ruzzola

Saltiamo a piè pari tutto il pregresso del predicare. Già ho sfiorato la figura del maestrino, che tale non sono, anche se a volte mi pare di apparire. Per quella voglia di spaccare il capello in quattro che mi prende. Una sorta di fregola impudente, che mi spinge a sbrodolare le parole per riuscire a raggiungere il cuore del mio pensiero.
Come al solito poi va a finire che monto in cattedra, o così appare, e mi perdo tra rimandi,  parentesi sempre aperte e quasi mai chiuse e costringo chi legge a divagare con me, anche quando non ne ha proprio voglia. Come adesso. Quindi niente prediche. Da molto tempo piluccando qua e là, ove il tempo mi permette e in questo periodo molto poco, leggo dell’insoddisfazione di molti.
Riguardo questa piattaforma innanzitutto. Una volta si mangia i commenti, l’altra si divora post, l’altra ancora non permette la connessione ai blog.
Il massimo però è appannaggio della Lillo. Legge i commenti ai post, ma non può controbattere se non attraverso altri post, quando Splinder le permette l’accesso.
Le ha provate tutte e, tutti si sono premuniti di darle suggerimenti.
Per ora è ancora nel campo delle sette pertiche.
Tra color che son sospesi.

L’altra insoddisfazione è il sempre crescente numero di luoghi abbandonati. Con post che risalgono al 2008,2009. Giuro, ci sono, li ho travati.
Guardi ora gli on line e se raggiungi i 5/600 reputi la giornata super affollata.
L’ora di punta alla fermata del tram.
Raccontano, quelli che da più tempo bazzicano da queste parti che si raggiungeva e superava abbondantemente il migliaio.
Nel 2009 quei numeri li ho visti anch’io.

Ora invece una quieta e parrebbe, inarrestabile fuga. Anche per quelli che come me, hanno visto, vedono questo luogo quello che permette di condividere i propri pensieri, le proprie emozoni. Vogliamo dare la colpa al mai abbastanza esecrato F.B.. Diamogliela; oramai ha le spalle abbastanza larghe da sopportare anche questa, di colpa. Oppure il motivo è un altro. Forse più semplice e credo più naturale. Apri un blog per quell’insopprimibile voglia di raccontarti. Ti impegni per un po’, poi l’argomento cessa di avere per te e per gli altri una qualche forma d’interesse e quel tuo spazio virtuale lo abbandoni come una lattina vuota, su di una panchina nel parco. Non senti neppure più il bisogno di gettarla nel cestino del rudo. A volte lasci due righe di commiato, ringrazi e spieghi che il compito è finito. Punto. A volte però ti dimentichi di avere un luogo tutto tuo nel quale per un momento ti sei raccolto e hai raccontato un qualcosa. Ritorniamo al paragone della lattina abbandonata. Quando parlavo del raccontarsi, non è solo per rivelare agli altri di che pasta siamo fatti, piuttosto attraverso il nostro vissuto raccontato, permettere a questo di evidenziarsi. Raccontiamo per raccontarci. Anche attraverso una fantasia un po’ ci sveliamo. In fondo siamo in mezzo a tanti tutti i giorni, però avvertiamo quell’insopprimibile sensazione di solitudine.
La quale ci rende insoddisfatti, ci regala, come direbbe ogni buon bugiardino, “secchezza delle fauci”.
Anche per questo serve un blog. Per avere la bocca umida?
No, per sentirci meno soli o comunque alleviare quella sensazione.
Ad ogni età esiste un mezzo all’uopo.
Quando si è giovani c’è il diario. Lo scrigno segreto che ogni adolescente, ha più o meno tenuto e coltivato. A volte con costanza, quasi anticipo di una maturità dai confini incerti.
A volte con quella leggerezza tipica dell’età per cui tutto si esaurisce in breve tempo. Passa la passione, che non si trasforma in amore.
Un diario alla mia età, non è certo il recupero senescente di un tempo trascorso in altre faccende.
Riconosco che il blog per me è stato ed è terapeutico. Scrivendo mi chiarisco le idee, anche se possono sembrare confuse nell’esposizione. Eppure attraverso lo scritto, mio e dei vostri commenti, il quadro si fa più chiaro. Aggiungo che leggendo i vostri scritti ho assunto nuove idee, mutato opinione, visto le cose con occhio più critico oppure più lieve.
Avendo la cura dell’umiltà, nell’aggiungere e nel levare.

In fondo significa anche esercitarsi, avere la forza d mettersi in discussione, oltre che mettere in discussione le altrui e le proprie idee.
E’ un combattere però, contro un avversario, che non da tregua, qual’é il tempo. Tempo per scrivere, leggere, pensare, controbattere, commentare.
Un tempo sempre più breve, forse perché lo consumiamo, o siamo costretti a farlo, in maniera del tutto casuale.
Sprecato, dilapidato dietro gibigianne, che importano ad altri e per altri fini, piuttosto che seguire il nostro cammino.
Fatto di incontri e rapporti reali, veri come gli affetti di casa, gli amici e anche il lavoro. Su questo fronte poi ne avremmo di che discutere e confrontarci. E la frammentazione del tempo, la dispersione che ne facciamo, rende poi difficile trovarsi e avere un colloquio personale con il se.
Di fronte al famoso specchio, vediamo un immagine confusa e troppe volte non abbiamo forza e voglia di porre domande e dare risposte.
Alla fine, presi come siamo da questo  tipo di tempo così vorace, dimentichiamo un po’ tutto e tutti. Anche di avere un blog. Di aver accumulato conoscenze di cose e soprattutto persone. Salvo poi ritornare, ma il tempo andato, mai più ritornerà. Siamo e saremo cambiati al momento del ritorno e lo saranno anche i vecchi interlocutori e non è detto che il discorso interrotto si possa riprendere.
In fondo delle minestre riscaldate, poche ben sono buone e sappiamo tutti quali sono. Buongustai.
Sono altresì convinto che, che se i tempi, nostri e del mondo che frequentiamo, cambiano, anche il tono del blog, necessariamente cambia.
Cambia il modo di razzolare e a volte si lascia scivolare le cose, fino alla ruzzola finale. Il mio modo di razzolare è cambiato. Un paio di anni fa mi pareva obbligatorio scrivere ogni giorno, ma forse era per quell’urgenza terapeutica, più che altro. Ora a distanza di tempo e per il momento che vivo, scrivere quando se ne ravvisa l’attimo propizio è diventata la cifra, per così dire.
Anche perché scrivere a volte diventa pesante. Forse per i troppi stimoli nei quali siamo immersi. Tanti e tali che vien quasi voglia di chiudere ogni canale, che ci lega all’esterno.
Vien voglia di dire basta alla pletora di sollecitazioni, cui siamo sottoposti, anche nostro malgrado.
A volte vien voglia proprio di ruzzolare. Di dimenticare o far finta di farlo, quella famosa lattina.

Comunque per ora, non è il mio caso.
Innanzitutto aspetto che la notte porti scompiglio. Perché? Se fate i buoni lo saprete.
Poi viene l’estate e pare brutto non farvi gli auguri di buone vacanze.
A giorni iniziano i Mondiali Juniores dell’ IRB e si svolgono nella Marca Venata ,e quindi dovrò ben deliziarvi e …. Ogni eccezione è rimossa !!!
Dunque a ruzzolare … bhè, ci penserò su.

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