CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “agosto, 2011”

Arriba España !

E' tornata. E' tra noi, sopravvissuta, oltremodo felice, innegabilmente confusa, ma é a casa. E si vede. C'é il solito casino. Scarpe sparse; PC acceso, divano occupato, camera degli orrori infrequentabile, mutismi epici di primo mattino, estenuanti trattative culinarie. Stiamo tornando ad un livello consueto di caos familiare. Tutto sarà compiuto quando vedremo finalmente aprirsi i libri per l'esame di settembre. Mancano 25 giorni. all'appuntamento. Nel frattempo sono state prese decisioni importanti. Festa dei 18 anni di Geigei (Irrinunciabile). Festa dei Coscritti di Dovéstòposto? (Immancabile). Matrimonio della Michi (Top Event).
Manuale di Filosofia Contemporanea (NON pervenuto).
Non so a voi, ma a me l'avvoltoio barbuto che bivacca sulla mia spalla destra, comincia ad infastidirmi.
Comunque per ora rimangono gli strascichi della JMJ 2011.
Vissuta alla grande, ma con luci ed ombre.
Iniziamo dalle seconde. Per qualche giorno sono stati a San Sebàstian. Terra basca, sul Golfo di Biscaglia. Luogo di villeggiatura, paradiso del surf e fornito di sentimento antiecclesiale neppur tanto nascosto. Tra l'indifferenza e a volte la malevolenza delle persone. E' rimasta, ancor oggi, tanto delusa dall'esperienza. OCnfrontandoci le ho rimarcato come i Paesi Baschi siano in uerra, più o meno evidente, con il potere centrale e come la Chiesa, sia ancor oggi vista una sorta di "longa manus" del potere politico centrale ed erede di quel franchismo, che i baschi non hanno mai digerito, anzi sempre combattutto. Storia nota. Forse é rimasta colpita proprio da questo fatto. Politica e religione, vanno a braccetto solo se l'una interessa all'altra. Normalmente é un'alleanza che non porta mai a qualcosa di buono. La Storia recente insegna. Va detto che il momento era propizio. Era in corso la "Semana Granda". Sorta di megafesta patronale di San Sebàstian. Quindi l'appuntamneto era ghiotto, ma ciò non ha aiutato. In compenso, una sera, al di fuori dell'ufficialità, sono bastate qualche chitarre e una dose di buona volontà e hanno raccolto applausi e sorrisi. Eppure la Cattedrale praticamente occupata solo da giovani stranieri e poche e sparute presenze locali, di norma formate da anziani, la dice lunga su come il conflitto Società e Chiesa venga vissuto in questo momento, nella penisola iberica. L'indifferenza é il pericolo maggiore della vita di un popolo. Mostrarsi indifferenti ai sentimenti civili, come a quelli religiosi, non può che portare all'accuirsi di quelle tensioni che pervadono ogni consorzio umano e ne determinano anche la loro inevitabile decadenza. Si instaura un nocivo individualismo, che porta a perdere quei valori racchiusi in parole come solidarietà, empatia, bisogno, che sono caratteristiche della società attuale. Si sa, da soli non si va lontano eppure il vento sembra spingere in questa direzione.
Ben diversa é stata l'accoglienza, invece, avuta a madrid. Forse perché era il luogo deputato o forse perché c'era un'altro atteggiamento, ma le cose hanno assunto subito un'altro aspetto.
Erano alloggiati (Si fa per dire) in un palazzatto dello Sport, in un paese limitrofo a Madrid. Non per questo la gente del posto e l'Amministrazione Comunale, si sono sottratti a manifestere affetto e simpatia per l'allegra invasione. L'ha colpita il fatto che Sindaco e Assessori, non mancassero mai di far loro visita e di adoprarsi per riuscire a risolvere piccoli e grandi problemi. Un'attenzione che ha fatto loro solo piacere. Lontani da casa e trovare qualcuno che si prodiga per te, fa sentire meno soli e anche amati. Forse anche per un minimo d'interesse, per salvaguardare il buon nome della cittadina che li ha ospitati, ma la Leonessa é rimasta favorevolmente stupita da quell'atteggiamento.
Riguardo le luci di quelle giornate, sono stati piccoli e grandi episodi che descriverli tutti, servirebbero giorni e fiumi di parole.
Il grande silenzio al momento dell'Adorazione Eucaristica. La grande tempesta, prima durante e dopo la Veglia notturna. Il mare di facce sorridenti incrociate. L'estrema vitalità dei ragazzi del Libano, dell'Iraq e il gruppo della Palestina. Vitali per non sentirsi morti dentro; che rifiutano l'idea della morte interiore, che pretendono di vivere in pace. Loro e i giovani di altro credo religioso loro conterranei, che insieme chiedono di vivere e professare la gioventù. Un momento unico e prezioso così breve che non può essere sperperato nell'odio, ma dev'essere consumato nell'amore.
Gli incontri con giovani provenienti da tutto il mondo e una bella provvista di indirizzi mail a cui rispondere, con cui corrispondere. Scambi di bandiere. A ciascuno ne é stata data una e al sacrificio del tricolore, hanno ottenuto una bandiera argentina, una cilena, una svedese (Anche se per questo scambio , sono sorti dubbi e perplessità, visto il braccino degli scandinavi a fare scambi).
Naturalmente la Leonessa ha pensato bene di onorare il campo dell'agone e dell'onore. "Come sarebbe?" direte voi. Lo stesso che ho detto io.
Bene; al momento del deflusso dall'aeroporto ove si é svolto il Pontificale, nell'attesa un gruppo di giovanottoni, di qualche sperduto atollo del Pacifico, per ingannare l'attesa hanno tirato fuori un bell'ovale. Occasione troppo ghiotta a cui non é stato possibile sfuggire. Chiedere di partecipare e partecipare é stato un tutt'uno. Alla fine, complimentoni da parte dei ragazzoni e richiesa d'indirizzo mail. Trovare una ragazza italiana, in Spagna e che sa giocare a rugby é un ricordo che rimarrà nei racconti dei mari del Sud; credo per un po' di tempo. Peccato che non c'era null'altro da scambiare. Lei la bandiera l'averbbe sacrificata nel volentieri. Solo abbracci e baci e un bel ricordo in più.
L'ultima notte in terra spagnola, a un passo da Barcellona, sul prato di un convento (dentro non c'era più posto e poi dormire all'aria aperta fa bene). Sotto di se la terra iberica. Sopra, una coperta di stelle. Non mancava neppure la legge morale dentro di se. Forse con nuovi innesti, forse con una diversa consapevolezza. Di certo rinfrancata e irrobustita.
Di tutta quest'esperienza saranno ancora tante le cose che dovrà riprendere, rimasticare, andare a fondo.
Sono passati pochi giorni, ma ogni tanto si assenta. Prende in mano i tanti appunti di viaggio.
Legge e ci rimugina sopra.
La strada non é ancora finita.
O é cominciata e il bello deve ancora venire.

 

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INUTILI TRACCE – Capitoli 11 e 12

# 11° Capitolo ovvero  “Prime Nubi, dentro …”

I giorni che seguirono, furono di riposo forzato. Fuori la tempesta infuriava. Il “marino”, che continuava a soffiare infaticabile, si scontrava con l”artico”, che altrettanto infaticabile ruggiva da altrettanti giorni. Una situazione di stallo e anche il vecchio Vrek, che avevo incontrato più volte per sapere l’evoluzione del tempo, era più che mai stupito e preoccupato dalla lunghezza della tempesta. Fu contento della bottiglia che gli avevo promesso e mi assicurò che, appena le condizioni si sarebbero messe verso un miglioramento, mi avrebbe avvisato subito. I miei compagni, dal mio socio al dott. Stubbings intanto ne approfittavano per continuare ad avere benefici del Covo. Alternavano bagni ai massaggi e facevano onore alla cucina. Ogni momento era dedicato all’ozio e alla chiacchiera. Quella freddezza che prima mi aveva avvolto, ora si scioglieva piano piano. Avevo scoperto soprattutto che Duca Ramiro meritava completamente la sua fama di spia. Ben inteso, questa volta fu una piacevole scoperta. Avevo già detto che il Covo era una zona franca e la presenza di molti appartenenti a vari clan e altrettante Gilde, facevano del luogo uno dei centri nevralgici di quest’epoca. Infatti Duca, aggirandosi tra i vari gruppi presenti, intessendo le sue solite furbesche trame era riuscito ad agganciare un gruppo di mercanti, appartenenti alla Gilda dei Venditori di Idee. Questi sono tempi in cui anche le idee hanno un prezzo. Dopo le grandi catastrofi, non tutte le tribù, i clan sono riusciti a risollevarsi. Ricominciare da capo, costa fatica e se riesci a trovare chi ti fornisce un sistema sociale, politico, economico, militare a un prezzo ragionevole, ecco che le cose cominciano a essere più semplici. Vendevano e compravano di tutto. Avevano saccheggiato grandi biblioteche, laboratori alla ricerca di programmi, studi, formule e ora le vendevano al miglior offerente. Molti erano scienziati, studiosi, cha al riparo di luoghi sconosciuti lavorava per migliorare o adattare il materiale in loro possesso. La loro rete d’informatori era ramificata e a quanto pare molto potente. Sapevano ben ricompensare, chi forniva informazioni e non mi stupisco se durante viaggi precedenti, fossi stato seguito da loro emissari. Per Duca Rimiro, quell’incontro rappresentava una sfida alla sua abilità di spia e quindi si diede immediatamente da fare per organizzarci un incontro. Al quale doveva partecipare, oltre che lui, il dott. Stubbings, che avrebbe presentato come direttore di un’importante spedizione scientifica, la dottoressa Arvig come capo del progetto e il sottoscritto, giacché incaricato della logistica. Ne accennai del progetto, anche a Thor, che rimase perplesso.
              “Perché dovremmo incontrare quei brutti ceffi?” Mi chiese. “Quelli non scuciranno nulla se non vedranno sul tavolo, qualche bel pezzo d’oro o qualche pietra preziosa. O forse qualche cosa di più ghiotto ancora.”
               “ Non sono riuscito a cavar fuori nient’altro da Duca” ribattei “ Se non, che quest’incontro era di fondamentale importanza. Forse vuol solo farsi bello agli occhi di Stubbings, o forse vuol far altrettanto a quelli di Jeronimus. In fondo i Mercanti di Idee, al nostro Consiglio, non sono mai venuti, che mi ricordi, né sono mai stati invitati”.
               “Quella vecchia volpe sta facendo un gioco, che non mi piace e che non porterà nulla di buono, stanne certo” chiosò il socio.
                 “Starò in guardia ancora di più” conclusi.

Dal diario del Cap. Stubbins.

Questi giorni di riposo forzato hanno portato nuovi fatti. Da una parte questo Duca Ramiro si sta rivelando un prezioso alleato e il Cercatore e i suoi sodali, ha manifestato un qual certo ammorbidimento nei confronti di tutti noi. Ho notato anche un certo interesse per la dottoressa Darla da parte del Cercatore stesso. Come pure quella sua compagna Neelya, mi pare che stia facendo la corte alla Soledo e non fa nulla per nasconderlo. Non immaginavo una situazione simile e ora mi domando se sia opportuno o meno far ricorso al regolamento. Sono dibattuto. Lasciar correre gli eventi, oppure rischiare di essere scoperti, con una mossa a dir poco avventata e per cosa? Un po’ di seduzione? Soledo se la dovrà sbrigare da sola.

# 12° Capitolo ovvero “ Strani incontri, troppo strani”

La sala, che Duca aveva scelto per noi era una delle migliori del Covo. Una tavola ben imbandita, bevande a volontà e anche musica di sottofondo. Non il solito cupo e monocorde rombo del Pissai. Una musica che avevo già ascoltato e che proveniva da secoli abbastanza recenti e che era stata tramandata, proprio per la sua bellezza.
           “La volpe ha pensato a tutto” riflettei.
Gli ospiti non tardarono ad arrivare. Mi fu presentato un ometto calvo, con occhiali cerchiati di metallo che coprivano due occhi freddi e indagatori e dalla voce stridula. Il suo compare, dagli occhi stranamente obliqui fece un inchino buffo, quando fu presentato. Gli altri due li inquadrai immediatamente. Erano guardie del corpo. I tatuaggi di uno m’indicarono un Valsi, barba folta e asce e spade sulle braccia. L’altro, dalle braccia coperte di strani segni, aveva gli stessi occhi dell’uomo degli inchini. Due brutti ceffi, in ogni caso.
Duca naturalmente monopolizzò subito la conversazione. Non si addentrò nello specifico, ma fece allusioni al nostro viaggio, magnificando l’opera di Stubbings e quella di Darla, mentì spudoratamente su quelli che secondo lui sarebbero stati gli effetti futuri del viaggio, cui attendevamo. Si disse certo che le scoperte sarebbero state di capitale importanza e tutto ciò offrendo da bere e da mangiare, infiocchettando il discorso con parole seducenti per gli ospiti, glorificando le loro azioni e i loro propositi. Ammiccava, tergiversava, glissava e poi si lanciava in spiegazioni, lasciando però poco spazio agli interventi soprattutto di Stubbings, che voleva riportare il discorso sui giusti canali. Darla non profferì quasi parole. Io accennai solo alla strada che avevano percorso e su come fosse sicura.
Poi Duca si impegolò circa la nostra meta e mi accorsi di come gli occhi dell’ometto, il Venerato Stavridis, si fecero immediatamente attenti. Lanciò un’occhiata complice al suo socio, il Venerabile Quorig che anche lui si fece più attento.
         “Così” riuscì a interrompere quel fiume in piena” La vostra meta sono le Terre Alte? Posti difficili e per nulla ospitali. Solo vecchi fortilizi, alcuni scavati nelle rocce, altri completamente distrutti o sotterrati. Gli abitanti poi. Bande di predoni infide e feroci. Brutta gente, che, é meglio, non incontrare. Noi abbiamo attraversato le montagne al passo di Cenuram, poi sveltamente abbiamo attraversato la piana di Prabloem e volevamo passere intorno alla Msalaba per arrivare svelti a Criseul. Attraverso la foresta di Slenis ci siamo ritrovati qui. Dal passo di Cenuram dovrete scendere per la Ciàplèra, poi al lago di Crasi dovrete prendere sulle balze di Kralovna. Discenderle tutte a finalmente sarete alle Terre Alte.”
         “Attenti però” interloquì il Venerabile Quorig” I punti più pericolosi sono attraversare la Ciàpela e le balze di Kralovna. Lì si annidano le bande più pericolose. Sbandati e reietti della tribù dei Mistrali e con loro Scoti, Manni, Sammeri. In somma la feccia della feccia.” Terminò il discorsetto con un sorrisetto.
Ci scambiammo un’occhiata, poi dopo un leggero colpo di tosse, per reprimere un vago imbarazzo Stubbings prese, la parola.
         “ Venerabili, vi ringrazio per i suggerimenti, che ci avete fornito, ma la nostra è una spedizione scientifica e non credo che queste bande proveranno ad attaccarci o a depredarci. Cosa se ne farebbero di strumenti dei quali non conoscono l’uso e poi il nostro Cercatore “ E m’indicò” saprà certo trovare la via migliore per evitarli. In più con l’aiuto dei Servi del Covo, manderemo dei messaggi ai villaggi vicini alla Terre Alte, indicando lo scopo della nostra presenza. Ho affrontato varie missioni di questo tenore e non ho mai avuto delle difficoltà” e terminò con un sorriso.
Duca naturalmente rincarò subito la dose
             ” State certi Venerabilissimi, che i doni che portiamo daranno graditi da quei selvaggi. Un sacchetto d’oro, qualche pietra e un paio di fucili vecchi sapranno acquietare la loro fame di prede. Sappiamo come parlamentare, così come sappiamo trovare ….” E lasciò il discorso in sospeso, quasi si fosse reso conto che avrebbe dovuto aggiungere qualcosa che sarebbe dovuto rimanere segreto.
I due Venerabili, annuirono e sorrisero compiacenti. Ma nei loro occhi rividi quella luce di curiosità, che ora si era acuita. Avrei voluto strozzare subito Duca. Polverizzarlo, ma oramai il danno era atto.
I due Venerabili  parlarono ancora del loro viaggio verso le pianure lungo il grande fiume e aggiunsero che avrebbero visitato anche la nostra città, secondo quanto aveva suggerito loro Duca, che naturalmente si rimise a parlare magnificando le nostre Gilde e promettendo una lettera di presentazione a Jeronimus, assicurando di esserne fraterno amico.
         “Certo sei la sua migliore spia” pensai “ Ma questa volta ho l’impressione che tu abbia detto qualcosa di troppo”.
Finalmente l’incontro ebbe termine e tra saluti e riverenze, tra assicurazioni e impegni solenni di ritrovarsi ancora ce ne andammo ciascuno per la propria strada.
Darla si avvicinò a me e disse:
         “ Credi che tutto questo sia stato un bene per la nostra spedizione”?
La guardai perplesso e stupito. Perplesso perché avevo la ferma impressione che quest’incontro non aveva portato nessun frutto, anzi sentivo qualcosa di ancor più opprimente e la stretta allo stomaco era più acuta.
Stupito, perché a parte qualche convenevole, la mia conversazione con lei era stata fino a quel punto ridotta ai minimi termini. Quella domanda quindi mi stupì. Mi stava chiedendo un’opinione e il tono non era quello usato dal superiore nei riguardi dell’inferiore. Non era semplice cortesia. Mi era parsa una richiesta d’aiuto.
         “No” Le risposi diretto “Ma di questo vorrei parlarne ancora in seguito”. Adesso devo riflettere su quanto accaduto. Comunque questa situazione non mi piace e ho un’impressione negativa”.
         “Anch’io ho avuto la stessa sensazione” riprese annuendo.

Dal diario del Cap. Stubbins.
Strano incontro con questi membri della Gilda delle Idee. Temo di essere stato usato da quel  tale Duca per i suoi scopi e i suoi fini, che ancora non riesco a capire. In fondo dei nostri compagni di missione, fino ad ora non ne sono venuto a capo. Ho notato che il Cercatore si è messo a parlottare con Darla. A questo punto è bene che Lei si avvicini di più a quell’uomo, Inizi a frequentarlo e a farlo parlare. Devo sapere di più di quei quattro civili, che possono certo darci dei grattacapi. Inizierò anche a pensare su ciò che ne dovrò fare dopo. Mi consulterò con Luptberg e quando terminerà questa maledetta tempesta, dovrò fare anche rapporto al CTE. OPN. TRR-FDD.

Me ne sto qui …

Me ne sto qui, in questo torrido pomeriggio di fine agosto. Davanti allo schermo del PC e sto aspettando un ritorno. Non solo di voi, che siete partiti per il vostro meritato riposo e mi avete lasciato a far la guardia al classico bidone di benzina. I compagni di viaggio mancano sempre, dopo un po’ di tempo. Non che quelli che son rimasti, non siano di buona compagnia. Tutt’altro, anzi meno male che qualcuno è rimasto. Piuttosto mancano le vite e le storie. Le piccole grandi scoperte e le conferme dell’uno o dell’altro.
Sto aspettando la Leonessa.
Cuor di papà, un po’ di marzapane. Me lo sono scoperto di questi tempi. Tempi concretamente difficili, forse è una stagione dura, quella che stiamo attraversando. Percorriamo una via che non da molto spazio a fermate o vie di fuga. Tutta inesorabilmente in salita ed è difficile, irta d’ostacoli cui commisurare le forze è arduo.
Eppure aspetto la Leonessa. Aspetto il suo stupore, la sua meraviglia, la sua gioia, mescolata all’inevitabile fatica fisica.
Sì, la Leonessa è andata all’JMJ 2011 a Madrid.
Un cammino che parte da lontano; dallo scorso autunno. Come una formichina, ha iniziato a risparmiare i soldini, ma nel frattempo ha deciso di prepararsi come poteva e come sentiva. Ha iniziato un corso di spagnolo.

“Voglio almeno capire, quando mi manderanno a quel paese e sarà mia soddisfazione ribattere per le rime”. Poi, una volta addentrata nella lingua di Cervantes e di Lorca, ne ha apprezzata la bellezza, la musica. Storcendo il naso sulla difficoltà di certe espressioni, sulla complessità barocca della sintassi e piano ne ha subito il fascino. Ricordo le parole di un mio vecchio professore universitario. “Per girare il mondo occorrono due lingue. Inglese, perché anche a pechino vi capiscono. Spagnolo, perché è parlato da un continente intero”. Non aveva tutti i torti. Da Londra a Macao, con l’inglese almeno mangi e dormi. I problemi basilari sono soddisfatti. Altrettanto da Tijuana a Husuaia e per certi versi anche negli States aiuta.
Grande anno questo per la Leonessa. E’ in pari con gli esami all’università e non perché è figliaammé, è anche brava. Si diverte sul campo dell’agone e dell’onore, pur mantenendosi parca nel terzo tempo. Ha una dieta da mantenere controllata e dunque, lei controlla.
Quest’anno poi era troppo importante per lei non mancare all’appuntamento di Lourdes. Cercava risposte e credo che le abbia ottenute. Quella medaglia, in fondo un grazioso orpello, simbolo di appartenenza a un’Associazione, per lei ha assunto il significato dell’impegno verso chi, in questo mondo che pretende perfezione, perfetto non é. La disabilità non è sola fisica. Molta e variamente distribuita e graduata, è anche quella “mentale”. Disagi quasi evidenti con la propria fisicità, la propria spiritualità. I rapporti con il prossimo, che vive accanto a te e con tutti quelli che a vario grado sono “gli altri”. Eppure anche quest’anno ho visto e come me, anche lei, che c’è un movimento di giovani che si spendono. Con l’allegria incosciente dei vent’anni. Che hanno una fame speciale. Fame degli altri e di se. Badate bene, non quelle tragiche manifestazioni bulimiche fin troppo soggettive, dove l’IO non trova spazio per coniugarsi se non con la superficiale riflessione di se. C’è la ricerca di un altro centro dell’universo. Una ricerca avida, com’è l’avidità della gioventù.  Questa volta però, più attenta, forse perché troppi stimoli, troppi profeti vivacchiano all’orizzonte degli eventi. Pronti a vendere la loro merce per comprarti l’anima e i trenta denari che offrono, non hanno molto mercato al cambio attuale. In un mondo virtuale, falsato da vane e fumose promesse, ideali ambigui, dottrine quanto mai balbettanti, avranno un valore, ma nel mondo reale, autentico, tangibile con la propria faticosa esperienza, suonano come “l’oro di Bologna”.
“Colgo l’occasione adesso” mi ha detto un giorno. “ Vado ora, perché la prossima sarà all’estero. Troppo all’estero. Forse a quel momento mi dovrò sbattere soprattutto per cercarmi un lavoro (Grande preoccupazione genitoriale). Forse sarò sposata (Genitori in apprensione), forse sarò madre (Genitorialità in grandissimo affanno).”.
“Speriamo nell’ordine, che hai indicato” (Tempistica genitoriale dichiarata immediatamente.).
Così è partita in un caldo pomeriggio d’agosto. Ogni sera il veloce sunto della giornata, sulla bellezza dei luoghi, l’incontro con genti diverse, con la diversità d’idee ed esperienze.
Credo che la digestione di questi giorni sarà lunga e laboriosa. Mi chiedevo come fosse possibile che migliaia di ragazzi, richiamati dai quattro angoli della terra, si siano radunati per seguire le parole di un vecchio. Perché, riconosciamolo, con tutto il rispetto che si deve portare alla parola e alla persona che incarna, oggi, quella parola, il Papa è un uomo di ottanta e più anni. Non è una rock star, neppure rappresenta la squadra del cuore. Un omino, che può apparire fragile e persino pauroso di quello che gli sta attorno eppure, quell’uomo è la “roccia”, le fondamenta di un apparato formidabile che è la Chiesa. Porta avanti il messaggio di una religione che a ben guardare si basa su misteri tanto contradditori, così lontani dalla logica del pensiero umano, che ogni volta che penso a ciò, mi stupisco e basisco per i duemila anni della sua altalenante storia. Sapete delle mie scelte e della sofferta responsabilità che mi da questa scelta, quindi sono qui a far pistolotti di nessun genere. Però permettetemi di farmi delle domande. Una l’ho appena fatta. La risposta sta forse, nel desiderio di ciascun giovane di ottenere delle indicazioni, dei suggerimenti circa la propria esistenza; cose che la vita nel suo complesso o non sa dare o da modo contraddittorio, insufficiente, incompleto. Forse è vera quell’impressione che da molto mi segue come un’ombra: sentiamo gli altri, ma non li ascoltiamo. Non parliamo, non dialoghiamo, non ragioniamo con i giovani.
Piuttosto supponiamo, imponiamo, decidiamo unilateralmente che il nostro piacere particolare sia un piacere universale, ignorando che il tempo passa e cambia e con lui altrettanto fanno gli uomini e le cose. Invochiamo il facile alibi del conflitto generazionale, dimentichi che fummo anche noi antagonisti del nostro tempo. E’ la maledizione di ogni generazione. Rivendichiamo ciò che siamo, dimentichi di come abbiamo ottenuto il cambiamento e perché lo abbiamo voluto. Forse perché ora è nostro e lo viviamo, la brama del possesso, cui ci puntelliamo troppe volte, ci spinge a ripeterlo all’infinito, timorosi che ogni cambiamento possa intaccare, indebolire, trasformare ciò per cui abbiamo lottato. Travolgere anche quell’antagonismo che oramai sentiamo ben radicato in noi. I principi della lotta, è vero, li trasmettiamo ai nostri figli, che siano o no nostri. Però, in fondo rimane quella mai sopita frase: “Non nel mio giardino”.
Vedremo come e quanto cambierà, se cambierà, la Leonessa. Come ha inciso quest’esperienza forte e certo unico. Lei c’era nel momento del grande silenzio, quando un milione (?) di giovani si sono azzittiti tutti e hanno adorato Dio, sotto forma dell’ostia. Quindici minuti di un silenzio che personalmente, mi ha atto tremare i polsi. Per la compostezza, la devozione la forza magnetica di quel momento. L’energia che si è sprigionata, l’ho avvertita. E’ il ricordo più forte che porterò, spero per il resto dei miei giorni. Io ero nella cucina di casa mia.
Lei, là. Tra calore e commozione, pioggia e allegria vento e un silenzio carico di mille risposte che solo cuore e fede sanno dare.
Spero in un ritorno sereno e da martedì … vedremo.

Ho chiuso

Miei cari amici, ho preso una decisione irrevocabile.
HO CHIUSO.
Sì, con l'IKEA.
(Paura ehhh. Sottile sgomento. Afasia improvvisa. Secchezza delle fauci. Dispnea notturna e diurna. Stipsi evidente. Isolati casi di pavor nocturnus.)
Dai che non vi mollo, propro ora poi.

Però con l'IKEA ho chiuso.
Come avevo scritto ieri, Artemisia, la mia mi ha chiesto di accompagnarla all'IKEA. Un po' per curiosare e un po' per cercare dei contenitori che le andrebbero proprio a fagiuolo, per avere sempre sotto controllo, i colori che usa per dipingere. A me i centri commerciali in genere fanno venire l'orticaria, però data la vita fin troppo casalinga che conduciamo, per vari ed innumeri motivi, mi sono convinto.
Con il candore dei neofiti abbiamo partecipato fin da subito all'ordalia di gente che si é catapultata oggi al centro.
Donne, uomini , bambini e animali  ( 3 cani di diversa taglia museruolati all'uopo e un gatto incestato e incazzato nero).
Tutti a misurare, discutere, ragionare se un mobiletto dal nome impronunciabile , tinta RFZGorb (luce di sguincio sul fiume Ragga(?) ) fosse a misura giusta,che trova giiusta collocazione tra lo stipo della cucina, quello verso la finestra piccola e l'aquaio, oppure era l'ideale sotto il pensile dell'entrata, parete opposta al termosifone.
Son cose queste che se le sussurri a Wall Street, Standard & Poor's si mette in agitazione.
In un florilegio di nomi solamente svedesi, per cui rischi di portarti a casa la sedia "sedere d'Alce" senza saperlo. Può fare simpatia, ma a me personalmente sapere che ho in casa il culo di un'alce mette ristezza e il gran simpatico fa la ola per irrequietezza acuta.
Comunque, va da se che non siamo rimasti sordi alle flautate voci delle sirene degli acquisti.
Abbiamo dato; e visto che il mio sedere, convive, quando é al PC con una sedia da ufficio, che ha la bruttissima abitudine di abbassarsi repentinamente e senza avviso e data la congiuntura del prezzo favorevole, decido l'acquisto di una sedia tale "Volgtin". Prima la provo e la trovo confortevole. Penso alle mie sostanze, mi consulto con Atemisia la mia, che stufa delle mie imprecazioni,  dovute al cambiamento repentino d'altezza, approva l'acquisto. Rossa, con schienale a rete e fornita di baccioli. Quella dell'esposizione, di cui abbiamo preso numero di codice, posizione dello scaffale e posto nel quale avremmo trovato. Sì perché il sistema  d'acquisto si sviluppa in questo modo. Viene usato l'intero dizionario svedese, immagino per nominare ogni pezzo, questo é dotato di un cartellino che a seconda del colore, può essere preso subito, oppure é riposto in magazino a cui si può accedere alla fine del tortuso giro per il centro, oppure può essere richiesto al personale del centro stesso. Sempre che tu riesca a trovarlo, che sia del reparto e che non vada girando con un carrello su cui c'é altra merce che deve essere consegnata.
Di quest'esempio ne ho uno, che nelle ore (Sì purtroppo ore) nelle quali abbiamo gironzolato, ha continuato imperterrito a fare il maratoneta, solo e sempre con quel carrello, nel quale aveva uno scatolo e a tutti quelli che lo fermavamo aveva sempre la stessa battuta: "Debbo fare una consegna. Se vuole attendere!" E scompariva alla stessa velocità di Bip-Bip.
Per farla breve arriviamo alle casse dopo aver evitato bambini urlanti, padri sfranti, madri che per un cuscino TEKKA erano disposte alla strage, nonne oramai senza senso acompagnate da nonni senza orientamento. Signore clamorosamente incinte e altreche millantavano d'esserlo, per poter saltare la fila, non solo per pagare, ma anche per mangiare.
Breve parentesi a sfondo culinario. Il ristorante una bolgia umana dove paghi caro e non mangi quel gran che bene. "Sei di parte!" direte voi. Sono di parte aver pagato un po' di frutta e neppure troppo matura, che qualcuno ha osato chiamare macedonia 2,90 € ? 
Macedionia di frutta impone frutta di stagione. Albicocche, susine, luglienga o italia, melone, pesche. Nella mia mele dure ed allappanti rari chicchi d'uva acerba e un pezzo di cocco che per masticarlo ho dovuto chiedere in prestito la dentiera del nonno, nostro vicino di tavolo. Dentiera fatta in accaio, vista l'origine carpatica del nonno in questione.
Mi sono rifatto un po' con la "Polpetta svedese con salsa di mirtilli rossi". Curioso abbinamento, ma pur sempre poleptte e pagate una barbarità.
Paghiamo, carichiamo la macchina e partiamo. Naturalmente cosa serviva ad Artemisia, la mia, non lo abbiamo trovato.
Va da se che avendo bisogno di un minimo di provviste, ci fermiamo ad un altro centro, sulla strada del ritorno. Ecco che il volto di Artemisia, la mia illuminasi.
Eccoli i tanto desiderati contenitori. Li avevamo a una decina di km  da casa.
Noi siamo andati dagli svedsi, per non trovarli, glab!
Pieno di ritrovato vigore, giunto a casa monto (Come consuetudine scandinava vuole) la sedia e mi accorgo che i braccioli non ci sono. Controllo i codici, faccio mente locale, riguardo dentro l'imballaggio. Niente. Un'assenza apodittica.
Decido d'interrompere ogni rapporto economico con la Svezia e i suoi abitanti e con ciò che rappresenta il paese del sole a mezzanotte.
Una decisione irrevocabile, ha battuto la sua ora nella mia storia personale.
IKEA! Fangù!!
Adesso ci manca solo che la polpetta abbia un sussulto di rivincita, di ribellione al succo gastrico d'italiana fattura e la giornata finirà in vacca.
In più oggi é il 17. Anche Saturno, contro.
 

Ho chiuso

Miei cari amici, ho preso una decisione irrevocabile.
HO CHIUSO.
Sì, con l'IKEA.
(Paura ehhh. Sottile sgomento. Afasia improvvisa. Secchezza delle fauci. Dispnea notturna e diurna. Stipsi evidente. Isolati casi di pavor nocturnus.)
Dai che non vi mollo, propro ora poi.

Però con l'IKEA ho chiuso.
Come avevo scritto ieri, Artemisia, la mia mi ha chiesto di accompagnarla all'IKEA. Un po' per curiosare e un po' per cercare dei contenitori che le andrebbero proprio a fagiuolo, per avere sempre sotto controllo, i colori che usa per dipingere. A me i centri commerciali in genere fanno venire l'orticaria, però data la vita fin troppo casalinga che conduciamo, per vari ed innumeri motivi, mi sono convinto.
Con il candore dei neofiti abbiamo partecipato fin da subito all'ordalia di gente che si é catapultata oggi al centro.
Donne, uomini , bambini e animali  ( 3 cani di diversa taglia museruolati all'uopo e un gatto incestato e incazzato nero).
Tutti a misurare, discutere, ragionare se un mobiletto dal nome impronunciabile , tinta RFZGorb (luce di sguincio sul fiume Ragga(?) ) fosse a misura giusta,che trova giiusta collocazione tra lo stipo della cucina, quello verso la finestra piccola e l'aquaio, oppure era l'ideale sotto il pensile dell'entrata, parete opposta al termosifone.
Son cose queste che se le sussurri a Wall Street, Standard & Poor's si mette in agitazione.
In un florilegio di nomi solamente svedesi, per cui rischi di portarti a casa la sedia "sedere d'Alce" senza saperlo. Può fare simpatia, ma a me personalmente sapere che ho in casa il culo di un'alce mette ristezza e il gran simpatico fa la ola per irrequietezza acuta.
Comunque, va da se che non siamo rimasti sordi alle flautate voci delle sirene degli acquisti.
Abbiamo dato; e visto che il mio sedere, convive, quando é al PC con una sedia da ufficio, che ha la bruttissima abitudine di abbassarsi repentinamente e senza avviso e data la congiuntura del prezzo favorevole, decido l'acquisto di una sedia tale "Volgtin". Prima la provo e la trovo confortevole. Penso alle mie sostanze, mi consulto con Atemisia la mia, che stufa delle mie imprecazioni,  dovute al cambiamento repentino d'altezza, approva l'acquisto. Rossa, con schienale a rete e fornita di baccioli. Quella dell'esposizione, di cui abbiamo preso numero di codice, posizione dello scaffale e posto nel quale avremmo trovato. Sì perché il sistema  d'acquisto si sviluppa in questo modo. Viene usato l'intero dizionario svedese, immagino per nominare ogni pezzo, questo é dotato di un cartellino che a seconda del colore, può essere preso subito, oppure é riposto in magazino a cui si può accedere alla fine del tortuso giro per il centro, oppure può essere richiesto al personale del centro stesso. Sempre che tu riesca a trovarlo, che sia del reparto e che non vada girando con un carrello su cui c'é altra merce che deve essere consegnata.
Di quest'esempio ne ho uno, che nelle ore (Sì purtroppo ore) nelle quali abbiamo gironzolato, ha continuato imperterrito a fare il maratoneta, solo e sempre con quel carrello, nel quale aveva uno scatolo e a tutti quelli che lo fermavamo aveva sempre la stessa battuta: "Debbo fare una consegna. Se vuole attendere!" E scompariva alla stessa velocità di Bip-Bip.
Per farla breve arriviamo alle casse dopo aver evitato bambini urlanti, padri sfranti, madri che per un cuscino TEKKA erano disposte alla strage, nonne oramai senza senso acompagnate da nonni senza orientamento. Signore clamorosamente incinte e altreche millantavano d'esserlo, per poter saltare la fila, non solo per pagare, ma anche per mangiare.
Breve parentesi a sfondo culinario. Il ristorante una bolgia umana dove paghi caro e non mangi quel gran che bene. "Sei di parte!" direte voi. Sono di parte aver pagato un po' di frutta e neppure troppo matura, che qualcuno ha osato chiamare macedonia 2,90 € ? 
Macedionia di frutta impone frutta di stagione. Albicocche, susine, luglienga o italia, melone, pesche. Nella mia mele dure ed allappanti rari chicchi d'uva acerba e un pezzo di cocco che per masticarlo ho dovuto chiedere in prestito la dentiera del nonno, nostro vicino di tavolo. Dentiera fatta in accaio, vista l'origine carpatica del nonno in questione.
Mi sono rifatto un po' con la "Polpetta svedese con salsa di mirtilli rossi". Curioso abbinamento, ma pur sempre poleptte e pagate una barbarità.
Paghiamo, carichiamo la macchina e partiamo. Naturalmente cosa serviva ad Artemisia, la mia, non lo abbiamo trovato.
Va da se che avendo bisogno di un minimo di provviste, ci fermiamo ad un altro centro, sulla strada del ritorno. Ecco che il volto di Artemisia, la mia illuminasi.
Eccoli i tanto desiderati contenitori. Li avevamo a una decina di km  da casa.
Noi siamo andati dagli svedsi, per non trovarli, glab!
Pieno di ritrovato vigore, giunto a casa monto (Come consuetudine scandinava vuole) la sedia e mi accorgo che i braccioli non ci sono. Controllo i codici, faccio mente locale, riguardo dentro l'imballaggio. Niente. Un'assenza apodittica.
Decido d'interrompere ogni rapporto economico con la Svezia e i suoi abitanti e con ciò che rappresenta il paese del sole a mezzanotte.
Una decisione irrevocabile, ha battuto la sua ora nella mia storia personale.
IKEA! Fangù!!
Adesso ci manca solo che la polpetta abbia un sussulto di rivincita, di ribellione al succo gastrico d'italiana fattura e la giornata finirà in vacca.
In più oggi é il 17. Anche Saturno, contro.
 

Intro e INUTILI TRACCE – Capitoli 9 e 10

Anticipo oggi le due puntate di prammatica.
Domani sono a zonzo tutto il giorno. Artemisia la mia, ha espresso il desiderio di visitare uno dei templi del consimismo moderno.
L”IKEA”.
Sento che sarà un’esperienza che viaggia sui binari dell’ignoto.
Tra misticismo e compassione.
Tra la tragica pienezza della nostra società e il vuoto pneumatico dei suoi pilastri.
Insomma, per il sottoscritto un’epocale rottura di balle, che però viene ben temperata dalla sicura visione di altri esempi di me stesso.
Attoniti e forse anche obnubilati dal troppo che avremo sotto gli occhi.
Esempi di quella fauna, di cui, con un velato disprezzo discettiamo bullandola, ma a cui siamo legati a doppio filo. Un cordone ombelicale di puro acciaio temprato e nel caso svedese. Inutile nasconderci dietro un dito. Inutile inveire conro un futuro ineludibile. In fondo sono curioso.
Pensiero contraddittorio? Anche! Perché ci nutriamo di contraddizioni. Ne facciamo a volte bandiera, usbergo. Le portiamo avanti con una pervicacia indegna di ogni essere pensante, ma non per questo ci sottraiamo ai suoi nefandi effetti.
Disposti come siamo a salvarci in ogni caso la faccia, siamo disposti a negare persino l’evidenza. Cialtroni e sfrontati, speriamo di ricavane almeno un dubbio, comunque sia.
E’ quello che, ultima spiaggia, in fondo speriamo, agognamo, per il quale troppe volte ci battiamo o ci siamo battuti.
Quindi che “IKEA” sia.
Intanto qualcuno per farci contento, ci lascerà borbottare sui tanti ma, i troppi però, gli inutile forse.
Per farci contenti di povere cose di pessimo gusto.

Però adesso , continuiamo a seguire ben altre tracce:

# 9° Capitolo ovvero  “ Primi Sospetti”

Ripartimmo giorno seguente e seguimmo ancora per tutta la mattinata la pista, che iniziò ad inerpicarsi sui fianchi della montagna. Attraversammo il fiume in un paio di punti, mostrando particolare attenzione allo stato dei ponti. I nostri bestioni a quattro ruote sembravano troppo pesanti, ma le cose andarono per il meglio tutte le volte. Giungemmo alla fine  all’ultimo fortilizio. Eravamo veramente sul confine. Alle guardie lasciammo l’incarico di custodirci i mezzi. Ci caricammo sulle spalle gli zaini e prendemmo anche una sorta di slitta, sulla quale finirono tende, gli apparecchi vari degli scienziati. Saltarono fuori anche le armi e mi accorsi che, finalmente i sospetti dei giorni precedenti erano fondati. Fucili d’assalto, un lanciagranate, pistole di vari calibri; un arsenale ben fornito e per tutti i gusti.
“ Ah .. i fucili “ Mi disse sorridendo il dott. Stubbins “ Semplice precauzione contro le bestie feroci e se ci scappa anche per un po’ di caccia. La carne fresca fa sempre piacere, non trova”
Annui e sorrisi a denti stretti.
Il mio socio, mentre camminavamo in testa alla colonna mi soffiò le informazioni che aspettavo
         “Ciascuno degli uomini compreso la brunetta vicino a Neelya, ha un Erasoa07 a 40 colpi caricatore bifilare da 5,55. Le pistole sono Aska65, Mjang41, c’è anche una Tabasca11, tutta roba da 9 mm. Lo sputa supposte è il sempre valido Reket86 e credo che in quei contenitori, abbiano supposte per tutti i gusti. Ho visto, ma di sfuggita quindi non sono ben sicuro anche due fucili di precisione. Forse Rafal25 o i classici Gunna638. Certo che la potenza di fuoco somiglia molto a quella di una pattuglia di Ranger della Confederazione dei Clan” e terminò con un grugnito.
Non risposi e rimasi assorto dai miei foschi pensieri che avevano preso definitivamente corpo. Erano Ranger e a questo punto era venuto il momento di iniziare ad affrontare il discorso con il dottor o chi diavolo fosse veramente, Stubbing. Camminammo per tutta la giornata e giunta,la sera, montammo velocemente il campo, al riparo di alcuno grandi massi. Tracce di precedenti passaggi, stavano ad indicare che il luogo era già stato frequentato e che quindi offriva anche una protezione. Intanto le nubi si ammassavano sempre di più nel cielo. Era in arrivo una  brutta perturbazione.
Il tempo peggiorava. All’acqua caduta incessantemente fin dal mattino, si era aggiunta prima la grandine ed ora la neve che da ghiacciata si era fatta a fiocchi fitti e il paesaggio si era confuso in una nube lattiginosa di neve e nubi basse, tutto agitato da un vento, freddo. Freddo che aumentava la sua morsa, sulle nostre facce e piano entrava sotto i vestiti, ormai maditi e con quello aumentava il disagio. Io e l’Orso ci alternavamo davanti agli altri, a far la traccia in quella neve che cadeva da troppe ore e diventava sempre più alta.
         “ Non possiamo continuare “ gli dissi ad un certo punto. “ L’unica soluzione è dirigerci al Covo del Pissai”
Thornbijorn si fermò un attimo e lanciandomi un’occhiata indicativa, assentì con la testa. Era stanco pure lui. Lo eravamo tutti. Quelle ultime ore sotto la neve ci aveva fiaccato. Il covo del Pissai, oltre ad essere l’unico posto dove passare qualche tempo all’asciutto, dava anche la possibilità di riposarsi, rifocillarsi e trovare qualche buona notizia.

Il Covo del Pissai era semplicemente una immensa grotta, al cui interno si succedevano vari grandi saloni e lì, l’ingegno, la perseveranza e la cura del Clan dei Servi del Pissai, avevano creato delle piscine, dove si raccoglievano acqua calde e fredde, che provenivano dal cuore della montagna, che sovrastava il Covo stesso. C’è d’aggiungere che, oltre alle acque, il luogo era famoso anche perché era una terra franca. Niente armi o atti violenti. Anzi proprio in quelle vasche si coglieva l’occasione di tessere alleanze e intrighi, come pure buoni affari. Si celebravano riti iniziatici, insomma era un luogo che assumeva di volta in volta  aspetti di una sacralità riconosciuta dai Clan. Era per noi l’ancora di salvezza. Riuscire a sottrarci alla bufera. Trovare un posto dove consumare un pasto decente,ma soprattutto riposare dopo gli ultimi avvenimenti. Io pensavo, che avremmo avuto l’occasione di incrociare uomini delle Terre Alte ed iniziare così a farci un’idea di cosa ci dovevamo aspettare. Quali erano gli umori, quali le nuove alleanze e i nuovi odi.

Dal Diario del Cap.Stubbing,

Il tempo è improvvisamente peggiorato e in tutto il giorno si sono avvicendate pioggia e neve. Siamo tutti zuppi e fatichiamo non poco a trascinare questa nostra slitta. Corso ha stabilito di trovare rifugio nel Covo del Pissai. Ne ho sentito parlare e il Sgt. Luptberg si è ampiamente documentato in merito. Troveremo un rifugio sicuro e abbastanza confortevole. Rimango però sempre diffidente di questi compagni di viaggio. Ora sono troppo esausto e desidero solo un ambiente caldo, per asciugarmi, mangiare e dormire.

# 10° Capitolo  ovvero  “La Tempesta, fuori …”

Oramai la notte stava scendendo, quando avvertii il forte soffio d’aria, che usciva dall’imboccatura della grotta e il torrente che fuoriusciva dall’antro si fece vedere e sentire più forte. Il sentiero si perdeva nel buio della bocca e mano  a mano che procedevamo. Cominciammo ad incrociare le luci che ci guidavano sempre più all’interno. Davanti ad un portale di legno e ferro trovammo tre uomini. Uno lo riconobbi subito, era  il vecchio Vrek, con due aiutanti.
         “ Che mi venga un colpo se non c’è, qui davanti  a me, il Cercatore. Ti portano i demoni o la neve scende forte e ti sei infreddolito, come un cucciolo” E rise in maniera sgangherata.
         “ Vrek, figlio delle tenebre, il Pissai si è stufato di te e ti ha pisciato via  dalle sue sale?” gli risposi.
Il vecchio , alle mie parole fu colto da una crisi di riso, ancora più violenta, tanto che iniziò a tossire e per un momento temetti che si strozzasse.
         “No, razza di giovane serpe, ma sarò felice che il Pissai ti inghiotta, in un suo gorgo. O ti cuocia, con un getto d’acqua bollente. Tanto da poterti spalmare di salsa di mirtilli e mangiarti con i miei due compari. O forse è meglio che ti mangino i miei cagnetti” e così mi indicò un paio di pardi di montagna. Cani irsuti, dall’aspetto feroce, simile al loro carattere. Chiamati dal vecchio Vrek, subito si misero a ringhiare.
         “Vrek” risposi “ Se rimandassimo a dopo il tuo banchetto e mi facessi entrare. I miei compagni ed io abbiamo avuto una serie di spiacevoli inconvenienti e vorremmo bagnarci, purificarci e poi mangiare e dormire. Anzi più tardi perché non ci raggiungi Thor, Neeyla e me. Ho serbato apposta per questo incontro, quello che fa per te. Acquavite. Mezza di raspo, mezza di vino”
Ammiccai con gli occhi. Occhi che si illuminarono al vecchio, e preso dall’entusiasmo mi si gettò al collo e mi stampò due baci.
         “Giovane serpe, ti sei ricordato di questo vecchiaccio e del freddo delle sue ossa. Entra, tu e i tuoi amici, ma ricordati delle regole del Covo. Ricordale anche ai tuoi amici”
Così dicendo, mi prese per un braccio e mi strattonò affettuosamente. Thor, da una tasca laterale dello zaino estrasse la bottiglia promessa. Oltre quel portone non era ammesso nulla se non l’acqua, anzi quella era in abbondanza. Il portone si spalancò, senza un cigolio, tanto era ben oliato. Ci incamminammo tra luci ancor a più numerose di prima e ci ritrovammo in un’altra sala dove si aprivano vari corridoi e si intravedevano una serie di porte.
         “Voi andate di la” dissi alle ragazze indicando un corridoio. “ Entrate ognuna in una porta. Ci ritroveremo tra poco”
Io indicai un altro corridoio e invitai gli altri a fare come le ragazze. Entrai in una porta e mi accolse una stanzetta spoglia, tranne un piolo e su quello una specie di tunica. Con una certa fatica mi spogliai e intanto sentivo dal pavimento di legno, sotto i miei piedi, alzarsi una colonna d’aria calda, che piano mi stava scaldando. Le acque calde venivano convogliate nelle tubature che scorrevano sotto i pavimenti. Pavimenti formati da griglie che permettevano al calore d’innalzarsi e di rendere caldi quegli ambienti. C’erano degli armadi dove si ponevano i vestiti, gli zaini e soprattutto le armi. Gli armadi delle armi venivano chiusi in maniera tale che solo un Servo dotato di una apposita chiave, poteva riaprirli. Indossata la tunica, aprii l’altra porta ed entrai in un nuovo corridoio e raggiunsi gli altri. Passammo attraverso una porta e capii che si trattava di un metal detector. Si erano raffinati, dall’ultima volta che ero stato in quel luogo. Anche l’orso mio compagno se ne accorse e non mancò di rimarcarlo.
         “ La civiltà, finalmente vi ha raggiunto” Ammiccò verso il Servo che ci stava facendo passare uno dopo l’altro attraverso il nuovo portale ” L’ultima volta, avete voluto contarmi anche le emorroidi”
E scoppiò in una risata.

Quello non battè ciglio, ma il desiderio di contraccambiare in qualche modo era forte.
Gli altri uomini guardarono Thor con fare indagatorio.
         “ All’epoca, certe ritrovati non c’erano e allora … “
E volgarmente, alzando il medio di una mano, indicò il modo con cui si verificavano certe ispezioni.

Intanto alla fine del corridoio, si aprì una visione incredibile. In una sala morbidamente illuminata, si estendevano file e file di vasche e da alcune uscivano fumi.
Le acque del Covo del Pissai, ci stavano aspettando. Arrivarono anche le ragazze e rimasero anche loro sbalordite da tanta visione.
Nel fondo dell’immensa caverna il rombo delle cascate del Pissai, faceva udire la sua profonda voce.
Mi avvicinai alla prima vasca di acqua calda e senza indugi, mi spogliai della tunica e mi tuffai nudo in quell’acqua. La sensazione più piacevole da molti giorni. Anche gli altri mi seguirono e dopo una serie di grugniti di approvazione calò un silenzio tra noi, quasi irreale. Ciascuno, con la schiena appoggiata al bordo della vasca, rimaneva così, immerso nelle acque ma soprattutto nei propri pensieri. Sembrava che concentrandosi, tutte le tossine dei giorni passati, per magia uscissero dai pori della pelle, che piano si aprivano.
Dopo qualche tempo, lentamente, nuotando piano, senza quasi alzare spruzzi mi diressi verso un’altra vasca, dall’acqua temperata e vi rimasi alcuno minuti e poi ancora un’altra vasca e avanti così fino a raggiungere quella che prendeva alimento direttamente da una della cascate. Era gelida e mi diede quella scossa che aspettata da tempo. Intirizzito, uscii e mi riavvolsi nella tunica. Mi infilai, veloce in un anfratto. Una sorta di capanna di roccia dove l’aria, scaldata dalle acque calde serviva a ristabilire la temperatura del corpo. Rimasi lì, con la testa vuota non so per quanto tempo. La stanchezza si abbatté su di me come un maglio, la fatica e i bagni caldi e freddi, mi avevano completamente prosciugato. Sarei svenuto se Thor non mi avesse scosso e trascinato via da quel luogo. Un Servo, quello che ci seguiva, pronto ad ogni evenienza, mi prese sotto le ascelle; mi fece sdraiare su di un letto di erbe e l’odore pungente di quel fieno di montagna, mi fece riprendere del tutto.
Avevo fame e anche gli altri avevano fame. Lo dissi al Servo e con fatica mi alzai. Solo adesso mi accorsi che anche gli altri barcollavano sulle gambe e qualcuno muoveva passi malcerti. Avevo evitato una vera bruttissima figura.. Ondeggiando come ubriachi, finalmente arrivammo al salone dove erano disposte numerose tavole di legno e panche.
Ci sedemmo e quasi subito ci vennero portate delle grandi ciotole, nelle quali, dentro un brodo denso e profumato galleggiavano tocchi di pane scuro e verdure. Non parlammo per tutto il pasto.

Dal Diario del Cap.Stubbing,

Finalmente vedo con i miei occhi questo tanto decantato Covo del Pissai. Sono sbalordito dall’ambiente. Una grotta immensa, ma dotata di ogni agio. Mi sento strano senza avere con me un arma, ma il servizio di sorveglianza é severissimo e dalla narrazione di quel Duca Ramiro, ho saputo che siamo ospiti di una delle più antiche e rispettate Confraternite. Siamo in una zona di pace e rispetto assoluto. La tempesta può durare giorni, quindi accingiamoci a trascorre qualche giorno nel più completo relax. Dopo il compito sarà duro.

Naturalmente non dimentico i nostalgici.

Troverete altrettanto quì:

  9° capitolo 

e

  10° capitolo 

 

INUTILI TRACCE – 7° e 8° Capitoli

# 7° Capitolo ovvero “ Decisioni e Perplessità”

Naturalmente gli effetti della famigerata crapula, andarono ben oltre i malori e le tensioni che ho descritto. Jeronimus, quando finalmente ci presentammo al cospetto del Gran Consiglio delle Gilde, fece una sfuriata coprendoci dei peggiori insulti. In quattro lingue e sei dialetti, dei più comuni. Infine ci comunicò, che della partita sarebbe stato anche Duca Ramiro. Costui era il capo della sorveglianza del Gran Consiglio. Una sorta di servizio segreto, dedito a raccogliere informazioni e tutto ciò che poteva rappresentare fonte di pericolo per l’integrità del Clan stesso. A dirla con Thornbijorn era uno spione, protetto dal Consiglio e stipendiato lautamente dalle Gilde, che aveva intorno a se un buon numero di adepti e negli anni era riuscito a formare una vasta rete, allo scopo di essere sempre ben informato di tutto ciò che accadeva dentro e fuori le terre del Clan. Il fatto che proprio il capo di questa rete partecipasse all’impresa non fece che aumentare le mie preoccupazioni, sugli effettivi scopi di questo viaggio. Gli scopi scientifici evaporavano sempre più velocemente come nebbia al sole.
Dopo l’inevitabile sfuriata e la successiva sorprendente notizia, finalmente ci ritrovammo tutti, nella sala del consiglio. Noi e i cosidetti scienziati. Il dottor Stubbing fu fin troppo formale, usò un tono asciutto e poco conciliante. Si avvertiva una tensione, che non abbandonò mai la riunione.  Decidemmo che per l’avvicinamento, avremmo sfruttato il battello che faceva regolare servizio dal porto di Dageraad al porto di Koitma e di li con un AirTrasporter, saremmo partiti dalla città fortificata di Dorp. Saremmo arrivati praticamente ai confini sicuri delle terre del Clan.
Poi ci aspettavano i territori della grande tribù dei Mistrali, i cui clan andavano dalle Terre Alte sino al mare e oltre. Forse ii loro legami erano estesi fino all’Oceano. Di certo li univa una lingua parlata comune a molti più Clan e medesimi usi, tradizioni e nei racconti di viaggi dei vecchi Cercatori si dice che quella tribù fosse gelosa, fiera e terribilmente tenace. Uniti e coesi nei momenti difficili, i Clan però erano altrettanto fieri della propria indipendenza e mal sopportavano ingerenze di alcun genere. I Clan costieri erano inclini ai commerci e anche a qualche alleanza, più formale che altro. Quelli dei territori interni badavano essenzialmente a perseguire la loro vita particolare e diffidavano in genere di altri Clan, che non appartenessero alla loro gente. I Clan delle terre Alte poi erano i più diffidenti di tutti. Popolazioni montanare agguerrite e bellicose, che avevano il compito, o lo avevano avocato quasi naturalmente, di essere i guardiani dei confini.
Fu così che dopo pochi giorni partimmo. La cerimonia di commiato fu sobria e forse troppo veloce, quasi che ci si volesse sbarazzare di noi. Anche nell’incontro con mio padre e mia madre non ci fu molto spazio per struggimenti. Poche e normali raccomandazioni, abbracci sinceri e il correre della mano tiepida di mia madre sulla mia barba ispida. Ricordo quella piccola lacrima, che rotolò lenta sulla sua guancia destra e il sorriso appena accennato e in cuor mio maledii il fatto che in pubblico, la moglie del Capo della Casa della Sapienza, non potesse piangere come avrebbe voluto.
I giorni di navigazione li passammo Stubbins, Thornbijorn ed io nel quadrato ufficili, messoci a disposizione dal capitano, su indicazione certo di Saphiria. Studiavamo mappe e percorsi. Glia altri componnti di norma si trovavano insieme sul ponte. Curavano più la forma fisica, che appunti scientifici. Neelya intanto faceva valere le sue doti informatiche e si era ingraziate Darla Arvig e la dottoressa Solado e poi si sa, le donne hanno sempre mille e un motivo per parlottare tra loro. Duca Ramiro faceva la spola tra i vari gruppi, interessandosi, informandosi e a volte suggerendo, consigliando e ogni tanto spariva nella sala comunicazione del battello per fare i doverosi rapporti. Più il tempo passava e più la stretta allo stomaco e quel sapore acre in gola non mi abbandonava.

Dal Diario del Cap.Stubbing,

Siamo partiti finalmente. Gli uomini si preparano fisicamente per i prossimi giorni ed è un peccato che non ci si possa anche allenare a sparare. Al ranger Soledo ho dato l’incarico di controllare da vicino quella Neelya, che si è spacciata per tecnico delle trasmissioni. A quel che mi ha riferito in effetti pare un buon elemento e sa utilizzare le apparecchiature in sua dotazione. Anche Corso e quel suo ursino compare, stanno dimostrando il fatto loro. Per ogni soluzione trovata, ricercano immediatamente un’alternativa e sempre per rendere al minimo problemi e pericoli. Ancora però sono diffidente di questo ultimo elemento: Duca Ramiro, che ho l’impressione che si sia unito a noi come spia. Lo terrò d’occhio personalmente.

# 8° Capitolo   ovvero  “ Dopo la Partenza”

Il viaggio si svolse come da programma e nel pomeriggio del quinto giorno, ci ritrovammo all’aeroporto di Drop. Ad attenderci c’era un incaricato del Governatore della città, che ci condusse, noi e le nostre cose prima alla Casa degli Ospiti, dove trovammo confortevoli alloggi, poi  e solo il sottoscritto fui portato al cospetto del Governatore stesso. Era stato preavvisato da Jeronimus, del quale non smise mai di tesserne gli elogi nel frattempo che mi assicurava la massima collaborazione. Mi fece vedere perfino i due MountainTruk, che aveva disposto per noi.
Lo ringraziai a nome della spedizione e soggiungi anche che avrei certamente riferito della sua collaborazione a Jeronimus. Harvestus, tale era il nome del Governatore, non smise di ringraziarmi.
Quando ritornai fui immediatamente avvicinato, anzi quasi assalito da Duca Ramiro, che iniziò a tempestarmi di domande. Ero stanco , infastidito da quell’invadenza e per poco non posi mano al coltello. Sapevo che le mie parole sarebbero state riferite tutte a Jeronimus e quindi con fatica riferii dell’incontro con Harvestus. Avevo solo voglia di farmi un piatto di cavoli e salcicce, bere una birra e andare a dormire. Prima dell’incontro con il Governatore, avevo dato appuntamento a tutti per l’indomani, alle prime luci del giorno per organizzare la partenza e quindi le ore di sonno erano poche oramai.
Uno scossone ben dato e la voce tuonante del socio,  mi ridestarono di colpo, nella fredda alba del giorno dopo. Avevo avuto un sonno agitato tutto la notte e sicuramente la colpa non poteva essere che della cena fin troppo abbondante e ricca. Ai cavoli e salcicce avevo aggiunto birra a fiumi e poi una generosa porzione di un formaggio verdastro, ma ottimo e una scodella di un dolce scuro e fortemente liquoroso e per finire una fiaschetta di elisir d’erbe, bevuta con avidità.
         “Abbiamo avuto gli incubi, stanotte “ mi disse il socio vedendo i miei occhi, iniettati di sangue “ Non ci siamo tirati indietro davanti al tavolo imbandito. Guardati sembri lo straccio con cui pulisco la tazza del gabinetto. “
Rise forte a quella che gli sembrava una battuta, ma aveva ragione. La testa mi scoppiava e sentivo forte come il rombo di un motore di truck nelle orecchie e in bocca avvertivo lo stesso sapore del contenuto della famosa tazza. Occorreva subito qualcosa di forte che mi permettesse di rendermi apparentemente umano. In una mano Thornbijorn teneva una tazza fumante e avertii l’odore pungente della tisana antisbronza. Lo stesso odore della pozione di Cletus. La trangugiai schifato e mi trascinai a fatica verso il gabinetto. Riuscii a liberarmi del resto della cena e passati alcuni minuti, mi sentii meglio. Mi lavai, cambiai e pur incerto sulle gambe segui il socio all’appuntamento.
In una sala della Casa, preparato per noi c’erano cibi e bevande per spezzare il digiuno notturno e alla spicciolata arrivarono anche gli altri. Le facce decisamente riposate, sguardi allegri e dalle voci che sentivo erano tutti impazienti di partire. Lei non mi lanciò un occhiata benevola, vedendomi in quelle condizioni e sentivo, che scendevo sempre di più i gradini della sua personale scala di valori. Tentai di riprendermi, illustrando in maniera abbastanza professionale i passi successivi. Dedicai qualche momento a parlare dei mezzi di trasporto e di come sarebbero stati divisi gli equipaggi. Mostrai sulla carta  la pista che avremmo seguito e diedi un nuovo appuntamento di li a poco, per andare a prelevare i MountainTruck, caricare le nostre cose e partire finalmente.La testa mi faceva male e dai sorrisetti che mi lanciavano gli altri componenti, immaginavo quali potevano essere stati i pensieri e i commenti, che si sarebbero scambiati in seguito.
La scala diventava sempre più ripida e scivolosa.
La mattinata si presentava fresca e solo pigre e rare nuvole, solcavano un cielo azzurro e il sole iniziava a scaldare l’aria. Il viaggio finalmente iniziava. Sullo sfondo le montagne ci circondavano e la neve era già a bassa quota. L’estate spirava lentamente e qualche nevicata anzitempo segnalava che presto in quota ad un veloce autunno, si sarebbe sostituito un lungo inverno. Incontrammo qualche piccola carovana, ma era gente delle valli vicine che andavano a Dorp, per commerciare. Chiedemmo qualche informazione di poco conto. In fondo eravamo ancora in un’area sicura. A sera trovammo ospitalità presso una locanda di un villaggio, che pareva stesse a guardia della valle che dovevamo percorrere. Houistan era aggrappata ad un evidente contrafforte e la linea di quello era piena di basse case, dai muri spessi. Nel punto più alto una specie di forte stava a sentinella della strada che si spingeva nella valle. Un fiume più in basso, impetuoso e scrosciante segnava quasi un confine. Su di esso un ponte di pietra, congiungeva le due sponde. Un altro fortilizio montava la guardia alla struttura. Dal ponte una strada si perdeva entro la fitta foresta che si estendeva sul lato sinistro. A destra era un susseguirsi di praterie, intervallate da evidenti gibbosità e qualche acquitrino, sotto il sole faceva brillare il ristagno dell’acqua. Si vedevano qua e là mandrie al pascolo e cataste di legna. Qualche ferita più scura segnalava che i campi coltivati erano già stati mietuti e preparati per l’imminente semina.
Alzai gli occhi al cielo, che lentamente si stava scurendo e notai che le nubi ora erano aumentate e l’aria si era trasformata in un vento gelido e teso. Il tempo stava cambiando e con esso, ma non potevo saperlo, il corso degli eventi.

Dal Diario del Cap.Stubbing,

Continua il viaggio e finalmente vediamo la valle che ci porterà alle Terre Alte. Il Cercatore non mi da affatto affidamento. Come  si è mostrato stamani  era reduce evidentemente da un eccesso di cibo e bevande. Mi hanno assicurato che è il migliore, ma per ora lo reputo un elemento da sottoporre a stretto controllo. La missione non deve assolutamente fallire e farò di tutto per impedirlo. In compenso lo spettacolo dei luoghi è assolutamente fantastico. Posti incantevoli e gente semplice, ma cordiale. Passerò parola che aumentino la discreta vigilanza su questi compagni di cui dobbiamo subire l’inevitabile compagnia.

Per chi fosse  legato alle tradizioni:

 

  7° capitolo 

e

 8° capitolo 

 

naturalmente buona lettura e buon divertimento

 

Comunicato n° 10

Vorrei dettare i tempi della mia vita, ma … vivo sotto dettatura.
O è solo un’impressione?
 
Ufficio Facce

INUTILI TRACCE

Quando ho pubblicato il post, che fa da introduzione e prologo a quanto leggerete, a qualcuno é venuta la balzana idea di chiedermi di utilizzarlo come intro ad un racconto. Sul momento non mi parve una grand’idea. Non perché chi me lo aveva suggerito, non meritava e merita la mia attenzione. Anzi, tutt’altro. Sono persone a me carissime. Mi sembrava un po’ pretenzioso. Un po’ troppo. Eppure ripensandoci e iniziando a scrivere quello che avrete la bontà e la pazienza di leggere, mi sono accorto quanto fosse prezioso quel suggerimento. Anche quello é stata una spinta ad iniziare e un pungolo a continuare. Era da un po’ che rimuginavo una storia e dopo la solita notte persa inutilmente, perso a Nordovest di me stesso, mi sono detto che quello era perfetto e quindi dovevo continuare. Detto questo non mi resta che lasciare a voi il frutto del mio divertimento.
Cominciamo:

L’albero, da che mi ricordo, se ne sta lì.
In cima al saliente di questa collina, che ho ripreso a percorrere. Lo incrocio durante le mie lente passeggiate su queste giogaie. Mi aiuta, passeggiare. Libera la mente, riconcilia l’animo, espelle il veleno che mi ha intossicato. Eppure quell’albero … Oramai è secco, piantato in questa terra argillosa, non so da quanti anni. La corteccia è diventata dura e nelle spaccature si vede il tronco, oramai in via di regressione. Fibre che diventano ogni giorno di più simili a roccia.
Dallo stato vegetale a quello minerale. Sembra abbandonato anche dalle elementari regole della natura, un’altra volta maligna.
Una cattiveria dettata dalla normalità delle sue regole, dalle cause ed effetti di un disegno che ci sfugge, di cui non vediamo e conosciamo le  regole, o forse non siamo più capaci di leggerle e capirle.
Lui è là e il tempo che trascorre, non mi fa capire neppure di che pianta possa essere.
I pochi rami che spuntano, gli evidenti tumori e le cicatrici antiche, a sanare ferite ancore più antiche, subite dal legno danno vita al tronco, che è storto, quasi che una mano gigante lo abbia ruotato e schiacciato, tanto d impedirgli la crescita.
Non ha l’imponenza e lo slancio di tanti suoi confratelli, che ho visto e che per molti motivi, mi sono stati amici. 
Non è poi importante. O forse lo é.
Forse è il confine appassito di vecchie colture.
Si dice che in testa ai filari delle vigne, sulle queste colline si piantavano noci, meli, peri o anche susini. Aggiungevano frutta alla vendemmia. Era un premio a chi raccoglieva. Non ho mai saputo i nomi di quei frutti, certo così rustici e così lontani come forma e sostanza da quelli di oggi, così omologati in forma e sapore.
Mentre quelli li trovavi il più delle volte vizzi, segnati o abitati; però più figli di quella terra. Attaccati a quella vita, a quei ritmi, alla gente e in quel tempo.
Forse è il primo o l’ultimo baluardo di quella collina, che precipita nel fondo di una valle e i panettoni terrosi riprendono dalla sponda di un torrente sonnacchioso, formato più da pozzanghere fangose, che acqua corrente. D’estate senti ancora qualche rana o rospo, che manda richiami dall’acqua ferma, cui pochi compagni rispondono. La terra nera di una parte, dall’altra sponda si sbianca e s’inerpica più ripida. Avvolta da fitti filari che al finire dell’estate ricolmano di piccoli frutti gialli carichi di un vino dolce, le fatiche di quanti salgono e scendono quelle erte.
Una volta doveva essere così. Almeno da quello che dicono i racconti, ascoltati o letti.
Forse è solo un albero dimenticato, o forse si è dimenticato lui stesso.
Si è dimenticato di farsi abbattere dal fulmine, negletto anche dalla Natura.
Ignorato finanche dalla mano di uomo, indifferente alla sua sorte.
Guardo attentamente intorno al tronco e mi accorgo che la terra è coperta di pochi ciuffi d’erba, sparsi qua e là. S’intuisce la forma di una circonferenza tale da indicare la chioma. Chioma così fitta, che ha impedito all’erba di crescere.
Ora si alza una debole erba giallastra; d’estate vizza, che cresce arrabbiata e malata. In primavera sbocciano poche viole e due o tre bocche di leone, destinate ad appassire quasi subito. D’estate la terra si spacca a formare ragnatele di ferite e si alza quella polvere sottile, riarsa, che entra in gola e urtica il naso; d’inverno diventa invece una polpa densa, appiccicosa, a impedire il passo spedito, imbevuta di quell’umida nebbia che scivola come un sudario sulle colline, come una serpe che cerca riparo tra le rocce.
Di quella nebbia l’albero se ne avvolge, una lisa coperta che oramai non riesce più a scaldare. Rimane però un ramo sporgente, che sembra il braccio di un uomo che indica un punto lontano in quell’orizzonte annegato tra le diverse curve della terra.
Guardo quel punto, ignoto, che vorrebbe regalarmi il suo segreto; che vorrebbe rivelarmi la sua essenza e raccontami la sua storia. Ma troppo indefinito e indefinibile, sconosciuto sul limitare di un orizzonte, già spezzato dalle linee di questo mare di colline.
Eppure il ramo di quell’albero indica un nuovo mondo.
Lo indica con l’indefinita età delle sue fibre.
Vorrebbe ancora allungarle fino a toccare quel limite e renderlo visibile e sentito quel punto. Un ultimo regalo, un fremito prima della fine.
Fine, come estremo di ciò che ci circonda, di ciò che viviamo, di ciò che siamo.
L’albero è sempre lì, da che me ne ricordo.
Ora che tutto è finito e sono ritornato guardo l’albero e quell’orizzonte che indicato dal ramo. Ripercorro con la mente di nuovo la strada compiuta e mi chiedo ancora oggi perché non ho voluto lasciare a casa il trasponder.
E mi chiedo altresì perché l’ho indossato.
Forse per abitudine, forse per una sottile paura o semplice prevenzione.
L’essere certo che qualcuno, da qualche parte era in contatto con me, mi rassicurava. In fondo non perdersi, fosse nel mare profondo o semplicemente in questa distesa, ora gelata e fare altrettanto quando si è soli, anche se in mezzo alla gente, questo ci da sicurezza e certezza.
La solitudine va cercata, seguita, coltivata.
E’ la richiesta urlata perché il tuo corpo ti parli, perché la tua mente snudi i tuoi sentimenti, quelli profondi, quelli che vorresti conoscere senza paura di essi, senza vergognarti di loro, consapevole solo che conoscerli, vuol dire condividere con loro la tua vita. Per annullare, per esaltare.
Avrei dovuto lasciarlo a casa, il trasponder.
La mia vita non sarebbe cambiata. Tutto ciò non so se sia stato un bene o meno, visto che alla fine della strada non ci sono ancora arrivato, mi pare. Però quella dimenticanza avrebbe sortito altri effetti e di questi effetti ne sento la mancanza. Che cosa sarebbe successo? E’ quella vita che mi manca. Quel pezzo che non ho percorso. Quel giorno il destino che ci portiamo dietro, ha deciso che dovevo imbucarne una diversa e oggi mentre scrivo e ricordo, mi rendo conto che quella strada che non conoscerò mai, è solo una serie di :

 

INUTILI TRACCE

Mi chiamo Corso. Questa è la mia storia.
Ho casa in questa giogaia di colline, affacciate sul grande fiume. Le foreste che coprono queste terre si spingono fino ai monti, che ogni giorno vedo dall’unica finestra che getta luce all’interno della stanza che abito. Grande e spaziosa, c’è il necessario. Sto da solo.
Non vivo con quelli del Clan. Non sono diventato un Cercatore. Lo sono di mio. Sfrutto il mio talento per il Clan. Ho visto posti lontani. Anche il grande Mare. Ho intuito nuove piste per le Gilde. Ho firmato alleanze con altri Clan. Ho preso quello che per me era il meglio dei popoli, che ho conosciuto e spero di aver donato altrettanto a loro.
Non ci sono molti popoli, ora che la grande carneficina è finita.
Sono anni che vivo oramai sotto questo cielo bigio. Giorni fatti di freddo e di un raro e pallido sole. Osservo la natura e i suoi cicli per regolarmi per il tempo che passa. Sono nato quando nascono i fiori tra le chiazze di terra, dalle quali la neve sparisce. Mi basta.
Ogni tanto vado alla casa della Sapienza. Scavata nelle profondità della terra raccoglie tutto lo scibile. I giganteschi computer hanno preservato, dalla notte dei tempi, la memoria da condividere.
Leggo i libri; sono tra i pochi che hanno la voglia di indossare una tuta e sfogliare le pagine di un libro in un ambiente asettico. L’ultimo che ho letto parla di un uomo che ha viaggiato per anni per tornare a casa. E una volta tornato ha ripreso il cammino, spinto dalla sete di conoscere. Sembra la mia autobiografia. Parto con il desiderio di non muovermi affatto, ma quando torno finalmente la voglia di ripartire è troppo forte.
E’ ora che però, inizi il racconto del perché, io avrei dovuto lasciare il trasponder a casa.

Alcune avvertenze:
L’azione si svolge anche questa volta in uno scenario montano. In luoghi che conosco e che mi sono cari. I toponimi utilizzati sono stati tradotti utilizzando il traduttore di Google.
Ci sono parole lituane, lettoni, olandesi, svedesi, catalane, ceke etc. Un po’ di esotismo non guasta.
Lo stesso ho fatto per i nomi delle popolazioni, anche se alcune volte ho attinto alla cultura corrente.
L’unico toponimo che non ho tradotto condurrà, per chi ha voglia ed estro e pazienza, a trovare i luoghi dove si svolge l’azione. Basta cercare e far fruttare la fantasia. So che non vi manca.
Il periodo in cui si svolge l’azione è quello di un futuro, che spero tanto non si avveri mai.
Questo è l’augurio che faccio alla mia generazione, innanzitutto, perché di pazzi ne è pieno il mondo e finora siamo riusciti in qualche modo a calmare i loro bollenti quanto pericolosi spiriti.
In quanto alle future generazioni, rimane intatta la speranza che anche loro riescano nel faticoso intento di rimanere vivi, sulla faccia di questa terra. L’unica casa che abbiamo. 

# 1° Capitolo   ovvero “ Il Dovere Chiama”

Ricordo che ero sdraiato dietro un cumulo di neve e con il reticolo del cannocchiale che mi dava una risoluzione di fuoco perfetta. Un leggero movimento e il cervo, sarebbe caduto. Non avrebbe avuto neppure l’impressione di morire. Cosce forti e all’inizio dell’autunno, prima degli amori, l’animale era uno spettacolo. Quelle cosce avrebbero maturato piano nelle cantine della Casa dei Cercatori e per la festa dell’inizio dell’anno avrebbero fatto onore al banchetto.
Ecco che però, proprio in quel frangente, udii nell’auricolare la voce di Salima:
         “Corso? Passo. Rispondi. Passo.”
Nell’acquattarmi tra i pini, qualche ago doveva aver fatto scattare l’interruttore e ora sentivo chiaro la voce di Salima. Più seccante ancora che, le onde di bassa frequenza avevano disturbato il cervo. Messosi in allarme, si era allontanato a grandi balzi. Con una sorda imprecazione diedi addio alla portata principale. Per ora.
         “Dimmi. Passo ” Brontolai nel microfono ” Sono a caccia e, complimenti. Quest’anno niente cervo. Passo.”
Potevo sparare ancora a un cervo, ma sentivo che non sarebbe stato più possibile.
         “ Avanti, che c’è ?” Continuai.
Sentivo la risata di Salima dentro l’auricolare, poi improvvisamente seria:
         “ Si è riunito il Gran Consiglio del Clan. Vai nella zona libera a cinquecento metri dalla tua posizione, verso est. Sta arrivando un TraspAir a prenderti. Passo.”
*Il Gran Consiglio si riunisce e un TraspAir, mi viene a prendere* pensai. Sentii una boccata amara, indice di guai in vista e anche grossi.
         “Ricevuto. 500 metri a est. Chiudo”
Rimisi il fucile nel suo fodero rigido, lo misi in spalla come uno zaino e inforcai il mio snowbike. Sicuramente qualcuno ci sarebbe stato che me lo avrebbe riportato a casa. Non riuscivo però ad allontanare l’idea che quella convocazione fosse un male. Non c’erano spedizioni da organizzare e il Gran Consiglio si riuniva soprattutto per quello. Jeronimus, il capo del nostro Clan, sovraintendeva al buon governo. Lui e quelli del Consiglio ristretto. Il Maestro della Natura, i Capitani delle varie Gilde, Il Rettore della Sapienza. La normale amministrazione insomma.
Arrivai al luogo dell’incontro e sparsi un po’ di polvere gialla sulla neve e sul terreno. Intorno a me si formò una bella macchia color grano maturo. Impossibile dall’alto non vedermi. Gli alberi erano lontani e tutt’intorno c’era solo una candida coltre. Passò poco che il ronzio del TraspAir, riempì l’aria intorno. Arrivò basso sugli alberi, contro sole. Lievitò a pochi metri da me e neve e polvere si alzavano in un balletto gioioso, illuminato dal sole al tramonto. Si aprì il portellone posteriore e l’addetto, m’invitò a salire a bordo. Scesi dalla mia bike, ma l’altro m’indicò di portare con me il mezzo. Osservai meglio il velivolo. Era quello per il trasporto di uomini e cose e la bike ci strava alla grande. Senza farmi ripetere l’invito, salii presto a bordo. Il portellone si chiuse e il mezzo ripartì, dandomi appena il tempo di legarmi a un sediolino. La bike fu presto immobilizzata con due ganasce al fondo del velivolo. In alcuni secondi, ecco che il mio destino prendeva un’altra piega, che non avrei mai sospettato.

Gruppo Alfa – Primo Rapporto.

Riservato CTE.OPN.TRFDD – Prot. 16 – SEGRETO

DA: Cap. Stubbins

Oggi a orario concordato, siamo sbarcati, senza problemi, nel luogo prescelto. Contiamo di giungere all’appuntamento nei tempi previsti.
R.A.S. STOP.

* Il giorno successivo  *

Gruppo Alfa – Secondo Rapporto.

Riservato CTE.OPN.TRFDD – Prot. 16 – SEGRETO

DA: Cap. Stubbins

Raggiunto obiettivo. Avvenuto primo contatto. Consegnato plico. Assicuriamo attenzione agli ordini ricevuti. Segue dettagliato rapporto circa riunione operativa.
R.A.S. STOP.

Dal Diario del Cap.Stubbing,

Siamo sbarcati dal LogAir75 alle 5.00 di un mattino pieno di nuvole. Squadra ridotta questa volta: SgtM. Luptberg, Ranger Stark,  Ranger Soledo,, Ranger Holt. e la dottoressa Arvig.  Compito semplice, raggiungere le Terre Alte, Distruggere il Posto Comando della Casamatta AB12  a Bunker Hill e rientrare. Sappiamo dove sono le Terre Alte, ma Bunker Hill è il dato mancante. Siamo in contatto con un Clan delle Foreste. Gli ordini sono arruolare delle guide che ci conducano alle Casematte delle Terre Alte. Il resto è affar nostro. Non so neppure perché si debba distruggere il Posto Comando e perché proprio in quella Casamatta. E’ un ordine e come l’ho ricevuto, lo eseguo. La squadra è solida. Mi conoscono e io loro. Sanno le mie esigenze e come eseguo le azioni. Per Soledo é la prima volta. E’ l’addetta alle comunicazioni. E’ il suo primo incarico e per ora è di buon comando. Eppure qualcosa mi dice che c’è una nota stonata, in quest’operazione. Sarà che dovremo dipendere da altri. Sarà che Soledo è una donna. Non capisco il peché della presenza della dott. Arvig?Non lo so, ma qualcosa non gira nel verso giusto. Il motivo di questa spedizione. Ma il tarlo che si più fa strada nella mia mente è l’assoluta segretezza di quest’azione militare. Noi siamo ben addestrati all’intelligence. Abbiamo solo un plico da consegnare e le istruzioni impartitemi, custodite nella testa. Sarà difficile? Guardo i miei uomini e sento una maggiore responsabilità sulle spalle. Mai come ora sento il dovere primario di portarli sani e salvi a casa. Lo Spirito mi guiderà.

# 2° Capitolo  ovvero “ Incarico e Presentazioni”

Mi hanno sbarcato sulla cima della collina deve si riunisce il Gran Consiglio. La mia bike la dovrò andare a ritirare. Quel sapore amaro in bocca ora lo sento forte. So che mi sta dicendo che sono in arrivo dei guai e che questi aumenteranno con il passare delle ore. Sono inquieto. In più non mi hanno neppure permesso di cambiarmi. In tenuta da caccia davanti al Consiglio. Altro punto negativo. Finalmente entro nella sala.
Jeronumus, mi accoglie con un sorriso, per stemperare un po’ quell’elettricità che sento nell’aria.
Come avevo pensato ci sono i Capi delle Gilde e gli altri appartenenti al Consiglio.
Jeronimus, m’indica una poltrona.
         “ Siediti. Immagino tu conosca tutti quindi bando ai convenevoli. “ Esordisce ” Ti abbiamo chiamato, per affidarti una missione molto delicata. L’Assemblea dei Consigli dei Clan, ci chiede delle guide per accompagnare un gruppo di uomini alle Terre Alte. Precisamente nella zona delle Casematte. Immagino che tu capisca l’importanza e altrettanto afferri del perché il Consiglio vuole te. Sei il migliore e potrai sceglierti i compagni che vuoi. Questa più che un’esortazione ad accettare è un atto di volontà del Consiglio e ogni eccezione è rimossa.”
La metteva giù dura il Capo. Un Atto di Volontà. Avevo udito quella formula poche volte e non ricordo nessuno che avesse risposto in maniera negativa. Forse mai nessuno l’aveva fatto.
Assunsi un’aria pensierosa:
         “ Le Terre Alte e le Casematte? Posti pericolosi. Sul cammino troverò sicuramente una o più Bande. Poi quelle sono terre di confine tra noi e Clan che non sono certo amichevoli. Credo che conosciamo tutti i vecchi attriti e rivalità. Certo è che se devo condurre un gruppo di uomini, spero che questi siano preparati a tutto o quasi.”
Intervenne a questo punto Saphiria, il capo della Gilda dei Trasporti.
         “Sono scienziati. Accompagnerai una spedizione scientifica, che dovrà fare dei rilevamenti, misurazioni sul campo, prendere campioni di terra e quant’altro.”
Terminò con un sorrisetto.
Scoccai un’occhiata stupita.
         “ Scienziati? Possibile che non abbiano mappe particolareggiate dei luoghi? Sono mesi che vedo volare droni. Sono solo in servizio commerciale? Non hanno mai fatto una ripresa?”
Sospirai e ripresi con una certa durezza nel tono di voce.
“Rispondo sì all’Atto di  Volontà del Clan. Per obbedienza, ma non perché sono stupido! ”
Jeronimus scoppiò a ridere per le mie ultime parole. E con lui molti del Consiglio. Vedevo mio padre che mi lanciava sguardi infuocati. Dirigeva la Casa della Sapienza e un figlio scortese al Gran Consiglio era l’ultima cosa che voleva. Oltre alla dignità della famiglia, ne poteva andare anche la possibilità di assumere il Rettorato della Casa stessa. Sapevo che era vicino un avvicendamento e mio padre era, fino ad ora, l’uomo giusto per quell’incarico. Dimostrare davanti a tutti, di aver allevato un figlio che non era capace di stare al suo posto, nei momenti più importanti, abbassava di molto quelle possibilità. Ormai era fatta.
Jeronimus, con ancora il sorriso sulle labbra, fece un cenno al cerimoniere di sala e apertasi una porta, vidi entrare sei persone. Quattro uomini e due donne. Li osservai bene.
Jeronimus li salutò con un inchino e rivolto a me disse:
         “Ti presento il dott. Stubbing e i suoi compagni di spedizione.” Poi rivolto a quell’uomo, robusto e dai penetranti occhi scuri:
         “Dott. Stubbing, le presento la sua guida: il Cercatore.”
Dopo lo scambio di saluti, ci sedemmo al tavolo del Consiglio. Gli occhi di tutti erano fissati su di me, o almeno mi pareva, ma soprattutto sui nuovi ospiti.
Di sottecchi li osservai anch’io. Facce un po’ troppo abbronzate. Lineamenti un po’ troppo segnati dal tempo e quelle mani. Forti, con dita nodose, unghie troppo corte e i capelli, così troppo militareschi. I loro corpi sembravano stretti in quegli abiti civili. Avrebbero fatto miglio figura con una divisa addosso. Anche una delle due donne, pur addolcite, aveva le medesime caratteristiche fisiche. L’altra invece mostrava una carnagione più bianca. Esposta alla luce delle lampade più che a quella di un pur pallido sole. Mani affusolate, dita sottili, unghie corte ma curate, un velo di trucco, occhiali dalla montatura molto retrò. Capelli corti e curati dal parrucchiere, più che da un barbiere militare. Aria assorta.
Non erano persone avvezze alle aule di studio, tranne lei. Mani che stringevano poco matite o penne. Piuttosto grilletti di armi da fuoco. Quelli erano militari. Jägers se non Ranger.
Lei no. Lei era quella che diceva di essere.
Ero in ballo e gioco forza dovevo ballare. Pensai che come ballerino non fossi un gran ché e quindi quell’amaro in bocca, ancora una volta si era rivelato fonte di verità.

Dal Diario del Cap.Stubbing,

Ci hanno presentato la nostra guida.. Per tutto l’incontro mi ha prima guardato di sottecchi, poi squadrato bene. Quest’uomo deve aver capito che non siamo, chi diciamo di essere, ma non ha fatto nulla, per l’intera durata dell’incontro, per rivelare il proprio pensiero. Temo che possa rivelare tutto in un secondo tempo e quindi, la missione abortire all’inizio. Le difficoltà si assommano.

# 3° Capitolo  ovvero  “Cortesie e Perplessità”

Jeronimus continuò a parlare per parecchio tempo. Un mucchio di banalità, secondo me, ma il discorso fu molto apprezzato dal Consiglio e anche gli ospiti mostrarono un certo accondiscendimento. Lei, sorrise discretamente.
Arrivarono finalmente i rinfreschi. Cibo e bevande e occasione di conoscenza reciproca.
Mi avvicinai al dott. Stubbins.
         “ Dottore, come mai questo interesse per le Terre Alte e soprattutto per le Casematte?”
         “ E’ un luogo certamente inospitale e pericoloso, capisco perfettamente, ma … l’interesse scientifico, parrà strano, è enorme.” Mi rispose con un mezzo sorriso.
         “ Vede – continuò – abbiamo motivo di credere, che in quelle Casematte ci siano i resti di una precedente spedizione, che ha raccolto reperti importanti da ogni punto di vista scientifico. Abbiamo uno storico, una geologa, due eminenti archeologi e la dott. Arvig è esperta nella catalogazione generale e le sue conoscenze informatiche, sono quanto di meglio ci è stato offerto dal Congresso Generale delle Scienze. Contiamo di fare un lavoro più che ottimo e naturalmente contiamo soprattutto sulla sua esperienza e su quella dei suoi compagni, per rendere più completo il nostro lavoro.”.
S’infilò, nella conversazione anche il dott. Holt.
         “ Certo che la sua passata esperienza in quei luoghi ci sarà di molto aiuto. La sua competenza, la conoscenza anche degli usi e costumi, la lingua dei vari Clan che incontreremo, faciliterà il nostro lavoro e darà lustro alla vostra Gilda. Avrete un nome più altisonante” Concluse con un ampio sorriso.
         “Veramente il nostro è solo un Clan … ” Ribattei.
         “Motivo in più per aspirare al miglioramento e non credo che Jeronumus, dopo quest’impresa, non voglia lesinarvi la concessione del titolo. In fondo sareste i primi ad assurgere a tanto”
Nel dirmi quelle cose, spalancò gli occhi e il suo sorriso si fece ancora più ampio.
Non mi rimase che annuire. Più per farlo contento di questa sua impennata, che altro. Il fatto che il Clan potesse fregiarsi del titolo di Gilda, non avrebbe cambiato di certo lo spirito e l’atmosfera di sempre. Eravamo un gruppo, legati soprattutto dalla voglia di sapere, di scoprire, di conoscere. Noi stessi e i nostri compagni, innanzitutto. Poi posti e cose nuove e se queste fossero state di una quale utilità a migliorare la nostra e l’altrui vita, questo avrebbe dato un significato alla nostra fatica. Il fatto di essere Gilda e non Clan, non avrebbe cambiato lo stato delle cose.
Fui avvicinato da mio padre, che aveva un’aria accigliata e mi guardava con occhio scuro.
         “ Anche questa volta, ho avuto il piacere di assistere alla tua ennesima brutta figura. Grazie per il momento imbarazzante, che mi hai regalato” mi apostrofò asciutto.
         “Non era mia intenzione metterti in imbarazzo, ma mi conosci. Non lascio cadere nulla. Non do nulla per scontato e oggi, se mi permetti, qualcuno ha giocato una mano a nome mio.”. Ribattei piccato.
         “Certo. Però, almeno una volta fare buon  viso a cattivo gioco. Avresti dovuto mostrarti più accondiscendete ed evitare di rilevare le parti, che ti sono sgradite. So che hai delle perplessità. Per me, guardandoti, sei un libro aperto, lo sai. Ti ho osservato, soprattutto mentre, di sottecchi osservavi questi scienziati.“
Si fermò e sorrise.
         “Non credere, ma anche a me non convincono. Ho avuto occasione di parlare, o almeno tentato di farlo riguardo di questa spedizione. Le risposte sono state vaghe. Accompagnate da tentennamenti, colpi di tosse improvvisi. Non so chi pensi che siano, ma di certo hai ragione. Questi non sono scienziati, tranne forse la dott. Arvig. Gli altri sono solo ben informati e basta.”.  Concluse ammiccando con gli occhi.
         “Sono preoccupato” dissi in un soffio.
Finalmente il rinfresco finì e fu deciso un aggiornamento, per il mattino successivo. Diedi assicurazione che nella serata avrei scelto i compagni di viaggio, tra gli altri Cercatori del Clan. Non ero riuscito neppure ad avvicinarmi a lei e la cosa mi contrariava, ma come api intorno al miele, i maggiorenti per quella sera, le erano sciamati intorno e la conversazione con mio padre era stata più lunga del previsto. Oltre al colloquio di cui vi ho raccontato, fu anche l’occasione per parlare un po’ degli affari di famiglia. Erano passati parecchi giorni dal mio rientro dall’ultima spedizione e non c’era stato un momento libero, tra rapporti da scrivere, colloqui da sostenere e poi quelle poche ore di caccia infruttuose.

Dal Diario del Cap.Stubbing,

L’incontro con i maggiorenti, si è svolto in un’ottima cornice e le mie perplessità, si è un poco attenuate. Permane però il sospetto che Corso il Cercatore, sia più intenzionato a scoprire chi in realtà siamo, che in resto. Sembra che abbi digerito la spedizione scientifica. L’ho osservato e tranne quel breve colloquio, ha passato tutto il resto del tempo a parlare con un uomo dall’aspetto severo e con quello era molto rispettoso. Però non ha mai smesso di cercare con gli occhi la dott. Arvig. Devo pensare come sfruttare a nostro favore questo suo interesse.

# 4° Capitolo ovvero “Cerchiamo Compagnia”

La notte era ancora giovane e quindi mi recai alla Casa dei Cercatori. Una confortevole costruzione incassata nella collina. Dall’atrio d’entrata si accedeva lungo il corridoio principale al salone delle adunanze a destra e alla sala dei banchetti a sinistra. Dal salone poi attraverso una porta, si continuava per un corridoio che portava, naturalmente ai servizi. Sui lati del corridoio varie porte davano sulle sale di lettura e altre camere utilizzate per stendere i rapporti delle esplorazioni fatte. Le stanze private erano al piano superiore, cui si accedeva per scale nascoste da porte dall’atrio. Ciascuna era strutturata come un piccolo appartamento. Una cucinotta, una comoda stanza da letto e i servizi. Avevano tutte una finestra e lo sguardo si stendeva sui tetti delle altre case del nostro villaggio e si poteva perdere fino al fiume Nelle giornate di sole vedevi i suoi riflessi giocare con la corrente. Poi un’altra giogaia di colline a fare da sfondo e corona. Tutt’intorno alle case del Clan, boschi e prati. Le colline erano in concreto tutte bucate. I rigidi inverni di troppi secoli, avevano spinto i costruttori a sfruttare il poco calore che ancora sapeva donare la terra. Ogni costrizione poi era una Gilda e gli abitanti di quella casa appartenevano a quella Gilda. Ricordo di aver letto, che anche nei tempi passati questo sistema era stato usato. Dava il senso di appartenenza di sicurezza a tutti. Forse per il mio carattere, ma personalmente trovavo la cosa leggermente inquietante. Per me era importante che ci fosse una maggior compartecipazione gli uni con gli altri. E’ bello, indubbiamente, poter parlare di cose che si conoscono bene con chi le partecipa e frequenta. Lo è però, altrettanto anche con chi ne è digiuno. C’è voglia di spiegare e con la spiegazione chissà che non escano nuove cose, nuove idee e anche le domande di chi non conosce permettono una visione più chiara, se non fosse altro che devi dare spiegazioni comprensibili.
A quel tempo, andava così. Ciascuno a casa propria. C’erano le feste comuni, ma si faceva molta vita ritirata.
Il fatto che io vivessi, nella casa dei miei genitori era dovuto al fatto, che al tempo della mia entrata nel Clan dei Cercatori, non vi fossero posti nella Casa comune. Poi, quando si liberò un posto, non vi fu occasione, né voglia di abbandonare quelle mie stanze.
Quella sera, entrando nella Casa dei Cercatori, speravo di trovare i compagni di avventura.
Salutai i presenti e controllato il grande pannello dei presenti,  mi accorsi delle molte assenze. Il Clan delle Colline era in vero fermento e con l’alleanza, di pochi mesi fa, con quello del Grande Fiume, aveva dato forte impulso alla ricerca di nuove occasioni. Il Clan era forte, ii traffici erano in aumento e si cercavano quindi nuove terre, per commerci e traffici d’ogni genere.
Tutto ciò mi fece ulteriormente riflettere se fosse il caso di prendermi come compagni, gente fidata e d’esperienza, oppure scegliere a caso, anche tra le giovani reclute o i nuovi arrivati, lasciando i migliori alle loro faccende.
La morsa fredda allo stomaco e quel sapore acre, che conoscevo come indice di mala ventura, si fece di nuovo sentire.
Meglio due o tre fidati, che una nidiata cui fare da balia. Avevo già abbastanza grattacapi.
Uno dei fidati lo inquadrai subito. La grossa schiena era appoggiata al banco della mescita delle bevande. Una massa irsuta di capelli rossastri faceva da corona a un giaccone che sembrava sul punto di esplodere a ogni respiro. Due gambe solide sembravano piantate nel pavimento, come tronchi di farnia.
         “Thorbjörn, posso offrirti da bere?” gli dissi, accostandomi.
Dal cespuglio arruffato, che doveva essere la sua barba, uscì una voce profonda e due occhi verde scuro, mi fissarono per nulla benevoli.
         “Accetto volentieri, ma ricordati che la mia risposta definitiva è: no!”
Lo guardai con la faccia più stupita che riuscii a esprimere.
         “Volevo solo offriti una pinta di birra e fare due chiacchiere. Come vecchi amici, che si ritrovano. Volevo raccontarti del mio ultimo viaggio. Pensa, ho rivisto il mare e sono anche salito su un grande battello e ho anche pescato.”. Aggiunsi subito un largo sorriso.
         “Ah, così hai pescato? Bravo. Perché non sei rimasto a pescare là. Invece di essere qui a tentare di pescare me.” Mi rispose ancora più torvo.
“Che cosa vorresti dire?”.
“Voglio dire che se sei venuto per cercare qualcuno, che ti accompagni in quell’impresa balorda cui non hai saputo dire di no, allora vai a cercare da un’altra parte o vieni domani. Adesso io mi sbronzo e poi vado a letto e mi alzerò domani o dopo ancora. Quindi la mia risposta è no! Chiaro!”
Così dicendo si rivolse a Poldo, il coppiere.
“Versane un altro e paga lui.”
Rimasi in silenzio a fissare il boccale di birra, che intanto Poldo mi aveva messo innanzi.
Dovevo partire da lontano, per poterlo convincere e strappargli un sì. Thor aveva un pregio. Una memoria di ferro e ricordava tutte le cose più importanti che gli capitavano, anche se era ubriaco fradicio, oppure se aveva preso una botta in testa. Se da sbronzo fossi riuscito a strappargli un sì ad accompagnarmi, in quella che considerava una balordaggine; anche dopo la sbronza non si sarebbe mai rimangiata la parola data.
Inizia così il racconto del mio viaggio e più aumentavano le birre ingurgitate, meno si facevano forti le sue resistenze. Alla fine ricordo vagamente che ci trovammo abbracciati a maledire la mala sorte in generale, a benedire le donne in generale ma ricordo bene le sue ultime parole, dette prima di schiantarsi al suolo : “Quando partiamo!”.
Ce l’avevo fatta, ma non sarei stato in grado di fare niente per successive ventiquattro ore.

# 5° Capitolo ovvero “ Imbarazzanti conseguenze”

Mi svegliai che era giorno pieno. La testa era come se fosse dentro un alveare e in bocca un sapore acre. Di vomito forse. Sembrava una cloaca otturata. Stavo malissimo. Mi accordi che ero in un letto, non mio e anche la stanza non mi era famigliare. Lentamente riemersi da quei fumi orrendi che ancora mi abitavano la testa. Mi accorsi di essere nell’infermeria della Casa e accanto a me il volto sereno del dottor Cletus, mi guardava sorridente.
Scuotendo il capo, mi avvicinò con mano un bicchiere.
         “Bevi figliolo e vedrai che l’effetto sarà benefico” e me lo porse.
Era un liquido inodore e incolore, ma al gusto era amaro e disgustoso. Allontanai il bicchiere, ma la mano ferma e la morsa ferrea del medico, lo avvicinò nuovamente alle mie labbra e trangugiai quel liquido, tra smorfie e singulti di disgusto.
Cletus, abbandonando la presa mi guardò compiaciuto.
         “Vedrai, poche ore e starai meglio, anzi sarai come prima e anche il tuo amico starà meglio”.
Mi voltai all’intorno. Il corpo di Thor era abbandonato sul letto accanto al mio. Sembrava non respirare, ma un rantolo mi diede la certezza che fosse conciato come me se non peggio.
Dopo qualche ora e parecchi conati dopo, finalmente Cletus stabilì che crapula ed effetti erano tutti cessati. Dopo una successiva abbeverata di un liquido, questa volta di color verdino ma insapore, ci congedò.
         “Mi raccomando, niente se non tisane e digiunate fino a domani” e ci chiuse la porta alle spalle, sempre con quel suo sorriso sereno sulle labbra.
Ci guardammo. Sembravamo due fantasmi.
         “Ci vediamo dopo alla mescita. Vado a casa a cambiarmi. Ho bisogno di un bagno caldo e di abiti puliti.”
Thor annuì, scuotendo quel suo testone rossastro.
         “Mi hai fregato ancora una volta, eh.” Me lo disse a bassa voce, accennando quasi a un sorriso.
Scossi il capo in cenno di assenso.
         “ Vedrai. Ci divertiremo.”
Tentennò ancora la testa.
         “Certo, come quella volta … sulla Via del Sale … al colle delle Scale. Mi sono divertito tanto, che momenti morivo dal divertimento”.
         “Ma siamo qui a raccontarcelo. O sbaglio?”
         ”Sì …. Sì, come non detto. Adesso ho solo bisogno di cambiarmi e anche tu ne hai bisogno e voglio una doccia calda … Poi … Poi vedremo il da farsi” Finì con un sospiro.
A fatica, sorreggendoci l’un l’altro, salimmo le scale quando al pianerottolo comparvero due donne. Una bruna, pelle olivastra, abbastanza alta, dal fisico atletico.
L’altra più bassa della prima, bionda e inequivocabilmente incinta, dato il ventre prominente ma rotondeggiante molto indicativo del suo stato.
La bruna ci apostrofò senza paura:
         “Eccoli qua i due eroi del boccale. Senti come puzzano e che pessimo spettacolo danno di loro stessi”.
La bionda non ebbe paura di rincarare la dose:
         “Meno male che non è tempo di partorire, per me, ma se lo fosse, lo farei per disgusto, terrore e … ora.”
Ci guardammo in faccia Thorbjörn ed io. Ancora frastornati dalla notte di bisboccia, con lo stomaco rovesciato dal dopo sbornia e con in circolo i medicamenti di Cletus e la vista annebbiata, non riuscivamo a capire chi fossero quelle due comari bercianti.
La bruna riprese:
         “Andiamo su, che vi accompagniamo. Cavolo ma avete bisogno di un buon bagno. Brusca e striglia e soprattutto dovete assolutamente cambiarvi. Puzzate come una fogna intasata.”
Guardai la bionda, forse troppo intensamente, perché non riuscivo a capire chi fosse e lei, per tutta risposta, acidamente mi disse:
         “Non preoccuparti razza di bue muschiato, non sei tu il padre. Fortunatamente sto insieme con un uomo che si può definire tale. Sono qui solo per compiere l’ennesima opera di bene.”
Thorbjörn, con il sorriso più sfrontato che poteva sfoderare, disse:
         “Sindrome dell’infermiera” e ammiccò verso di me e poi a loro.

# 6° Capitolo   ovvero  “Imbarazzi e Decisioni

La bruna gli lanciò un’occhiata di fuoco e afferratolo lo spinse sugli ultimi gradini, poi per il corridoio, infine aperta una porta lo introdusse in un alloggio. Stesso trattamento mi fu graziosamente regalato, ma forse con meno foga, dato lo stato della mia infermiera.
In un battibaleno ci spogliarono e ci spinsero a forza sotto la doccia. Il getto d’acqua prima caldo e poi freddo e il guanto ruvido che ci strofinava vigorosamente, sortì l’effetto desiderato. Sentivo che i fumi dell’alcool stavano svanendo rapidamente e contemporaneamente riacquistavo di nuovo il possesso di me stesso.
Thorbjörn intanto tentava di coprirsi alla bella meglio, ma il getto dell’acqua non favoriva, se non mosse goffe e sentivo crescere l’imbarazzo per l’incresciosa situazione e lo stesso era per me.
         “Va bene. Adesso basta. Ci sentiamo puliti e profumati e se volte uscire, vorremmo ricomporci … Vestirci, asciugarci … Ecco … avere un momento nostro per … ricomporci. Grazie.” Balbettai ancora grondando acqua.
Le due donne ci fissarono e scoppiarono in una risata. Poi, ebbero l’impudenza d’indicarci e di scoppiare in un’altra risata. Chiusero la porta del bagno e le sentivamo ancora ridere.
Mi sentii sprofondare:
         “Che vergogna. Se questa cosa si saprà in giro, diventeremo lo zimbello di tutti per moltissimo tempo.”.
         “Almeno avessi ancora voglia di vomitare” mi disse il socio” Mi sembrerebbe di allontanare da me, quella tua stessa sensazione.”
Ci avvolgemmo in due asciugamani e aperta la porta, guardai se le due donne, se ne fossero andate. Invece erano la, in mezzo alla stanza, spazio aperto per sala, salotto, angolo pasti. Con un’espressione dipinta che non lasciava presagire nulla di buono.
Ci sedemmo su due sgabelli e attendemmo.
         “Bevete questo, intanto. Poi vi daremo vestiti puliti e potrete così assumete un aspetto più umano.”. Disse la bruna.
         “Veramente, io non abito qui e dunque …” obbiettai.
La bionda non perse il colpo:
         “A quello ho pensato io. Qui c’è tutto ciò che ti occorre. In quanto ai tuoi rifiuti tossici “ Indicando il mucchio di vestiti a terra ” Per quelli ci vorrà un po’ di tempo prima che si possano utilizzare.” Poi prese un sacco e infilò, mostrando sincero disgusto i miei vestiti e quelli del mio socio. Salutò l’altra donna, ci lanciò uno sguardo di commiserazione e se ne andò con il sacco nelle mani.
Ci fissammo Thorbjörn ed io e il mio socio, prima di ingollare una sorsata di quel liquido caldo, che ci era stato messo tra le mani disse:
         “Con chi abbiamo il piacere di essere torturati, insultati e privati dell’ultimo barlume di dignità?”
La bruna, ora ci fissò con altrettanto disprezzo e sbottò:
         “Allora siete due deficienti completi. Sono Neelya e quella che è andata” Indicando la porta” E’ Jutta. Mi domando perché mi debba ancora interessare e prendermi cura di due perfetti animali come voi!”.
         “Sindrome dell’infermiera” sbottai io e Thorbjörn non trattenne la risata, sputazzando ciò che stava bevendo e rischiando di soffocarsi per l’eccesso di tosse, che subito lo prese.
Sconsolata Neelya scosse il capo
         “Due animali. Deficienti e insensibili, rozzi e imbarazzanti e mi domando perché sono ancora qui”.
         “Giusto … Perché?” e la guardai.
Mi fissò odiandomi. Prese un lungo respiro:
         “Sentite … L’ho fatto perché vi sono amica e se volete che io taccia di quest’episodio,  mi dovete dire e subito dove andiamo e quando partiamo”.
La guardai, assumendo un’aria interrogativa.
Lei mi rispose con un sorriso beffardo.
         “ L’attuale amante di Jeronimus è Agriselde. Quella non tiene neppure il respiro sott’acqua. Immaginiamoci un’informazione così gustosa. Parla fuori luogo e fuori tempo. Ho un udito fine e se ci sei di mezzo, tu “Disse indicandomi” Non poteva mancare lui ” Indicando il socio ” A me è bastato attendervi.”
Neelya poteva essere una pedina preziosa. Aveva la capacità di apprendere velocemente le cose. Affidabile, resistente conosceva e bene la lingua franca, ed era già stata nelle Terre Alte. Esperta di comunicazioni, buona tiratrice e perché no, anche di bella presenza.
Guardai il socio. Dalla sua smorfia d’assenso, capii che andava bene.
Esposi il piano a grandi linee, ma soprattutto espressi tutte le mie preoccupazioni. I due si limitarono ad annuire, di tanto in tanto.

Dal Diario del Cap.Stubbing,

Il cosiddetto Cercatore, non si è presentato all’appuntamento prefissato. .Jeronimus era furioso e al contempo imbarazzato. Il mio atteggiamento si è naturalmente modificato e non ho taciuto, che il fatto deponeva a sfavore ai nostri accordi. Ho abbandonato la sala riunione visibilmente seccato, lasciando gli uomini  del Clan alle loro  faccende.

Come qualcuno mi ha suggerito e riconoscendo che saltabeccare di quà e di là poteva essere fastidioso, mi sono convinto a semplificarvi e semplificarmi la vita. Spero di avervi fatto cosa gradita. In attesa della pubblicazione a giorni di nuovi capitoli, per chi volesse dare un rinfrescata, vi ripropongo i primi sei. Per chi é affezionato all’altro blog continuerò a postare anche là il seguito del racconto.
Buona lettura e buon diverimento.

 

Dai cortesi avvertimenti alle certezze

Sono tornato e per non farvi mancare nulla ecco a voi il

 5° capitolo 

 

E naturalmente anche il 

 

 6° capitolo 
 

giusto per rallegrarvi il week-end.
Poi dite che non sono premuroso nei vostri confronti che …
Va bene, buona lettura.
Il resto ve lo racconto dopo. Il resto delle ferie insomma.Per il racconto c'é ancora tanto.

 

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