CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

INUTILI TRACCE

Quando ho pubblicato il post, che fa da introduzione e prologo a quanto leggerete, a qualcuno é venuta la balzana idea di chiedermi di utilizzarlo come intro ad un racconto. Sul momento non mi parve una grand’idea. Non perché chi me lo aveva suggerito, non meritava e merita la mia attenzione. Anzi, tutt’altro. Sono persone a me carissime. Mi sembrava un po’ pretenzioso. Un po’ troppo. Eppure ripensandoci e iniziando a scrivere quello che avrete la bontà e la pazienza di leggere, mi sono accorto quanto fosse prezioso quel suggerimento. Anche quello é stata una spinta ad iniziare e un pungolo a continuare. Era da un po’ che rimuginavo una storia e dopo la solita notte persa inutilmente, perso a Nordovest di me stesso, mi sono detto che quello era perfetto e quindi dovevo continuare. Detto questo non mi resta che lasciare a voi il frutto del mio divertimento.
Cominciamo:

L’albero, da che mi ricordo, se ne sta lì.
In cima al saliente di questa collina, che ho ripreso a percorrere. Lo incrocio durante le mie lente passeggiate su queste giogaie. Mi aiuta, passeggiare. Libera la mente, riconcilia l’animo, espelle il veleno che mi ha intossicato. Eppure quell’albero … Oramai è secco, piantato in questa terra argillosa, non so da quanti anni. La corteccia è diventata dura e nelle spaccature si vede il tronco, oramai in via di regressione. Fibre che diventano ogni giorno di più simili a roccia.
Dallo stato vegetale a quello minerale. Sembra abbandonato anche dalle elementari regole della natura, un’altra volta maligna.
Una cattiveria dettata dalla normalità delle sue regole, dalle cause ed effetti di un disegno che ci sfugge, di cui non vediamo e conosciamo le  regole, o forse non siamo più capaci di leggerle e capirle.
Lui è là e il tempo che trascorre, non mi fa capire neppure di che pianta possa essere.
I pochi rami che spuntano, gli evidenti tumori e le cicatrici antiche, a sanare ferite ancore più antiche, subite dal legno danno vita al tronco, che è storto, quasi che una mano gigante lo abbia ruotato e schiacciato, tanto d impedirgli la crescita.
Non ha l’imponenza e lo slancio di tanti suoi confratelli, che ho visto e che per molti motivi, mi sono stati amici. 
Non è poi importante. O forse lo é.
Forse è il confine appassito di vecchie colture.
Si dice che in testa ai filari delle vigne, sulle queste colline si piantavano noci, meli, peri o anche susini. Aggiungevano frutta alla vendemmia. Era un premio a chi raccoglieva. Non ho mai saputo i nomi di quei frutti, certo così rustici e così lontani come forma e sostanza da quelli di oggi, così omologati in forma e sapore.
Mentre quelli li trovavi il più delle volte vizzi, segnati o abitati; però più figli di quella terra. Attaccati a quella vita, a quei ritmi, alla gente e in quel tempo.
Forse è il primo o l’ultimo baluardo di quella collina, che precipita nel fondo di una valle e i panettoni terrosi riprendono dalla sponda di un torrente sonnacchioso, formato più da pozzanghere fangose, che acqua corrente. D’estate senti ancora qualche rana o rospo, che manda richiami dall’acqua ferma, cui pochi compagni rispondono. La terra nera di una parte, dall’altra sponda si sbianca e s’inerpica più ripida. Avvolta da fitti filari che al finire dell’estate ricolmano di piccoli frutti gialli carichi di un vino dolce, le fatiche di quanti salgono e scendono quelle erte.
Una volta doveva essere così. Almeno da quello che dicono i racconti, ascoltati o letti.
Forse è solo un albero dimenticato, o forse si è dimenticato lui stesso.
Si è dimenticato di farsi abbattere dal fulmine, negletto anche dalla Natura.
Ignorato finanche dalla mano di uomo, indifferente alla sua sorte.
Guardo attentamente intorno al tronco e mi accorgo che la terra è coperta di pochi ciuffi d’erba, sparsi qua e là. S’intuisce la forma di una circonferenza tale da indicare la chioma. Chioma così fitta, che ha impedito all’erba di crescere.
Ora si alza una debole erba giallastra; d’estate vizza, che cresce arrabbiata e malata. In primavera sbocciano poche viole e due o tre bocche di leone, destinate ad appassire quasi subito. D’estate la terra si spacca a formare ragnatele di ferite e si alza quella polvere sottile, riarsa, che entra in gola e urtica il naso; d’inverno diventa invece una polpa densa, appiccicosa, a impedire il passo spedito, imbevuta di quell’umida nebbia che scivola come un sudario sulle colline, come una serpe che cerca riparo tra le rocce.
Di quella nebbia l’albero se ne avvolge, una lisa coperta che oramai non riesce più a scaldare. Rimane però un ramo sporgente, che sembra il braccio di un uomo che indica un punto lontano in quell’orizzonte annegato tra le diverse curve della terra.
Guardo quel punto, ignoto, che vorrebbe regalarmi il suo segreto; che vorrebbe rivelarmi la sua essenza e raccontami la sua storia. Ma troppo indefinito e indefinibile, sconosciuto sul limitare di un orizzonte, già spezzato dalle linee di questo mare di colline.
Eppure il ramo di quell’albero indica un nuovo mondo.
Lo indica con l’indefinita età delle sue fibre.
Vorrebbe ancora allungarle fino a toccare quel limite e renderlo visibile e sentito quel punto. Un ultimo regalo, un fremito prima della fine.
Fine, come estremo di ciò che ci circonda, di ciò che viviamo, di ciò che siamo.
L’albero è sempre lì, da che me ne ricordo.
Ora che tutto è finito e sono ritornato guardo l’albero e quell’orizzonte che indicato dal ramo. Ripercorro con la mente di nuovo la strada compiuta e mi chiedo ancora oggi perché non ho voluto lasciare a casa il trasponder.
E mi chiedo altresì perché l’ho indossato.
Forse per abitudine, forse per una sottile paura o semplice prevenzione.
L’essere certo che qualcuno, da qualche parte era in contatto con me, mi rassicurava. In fondo non perdersi, fosse nel mare profondo o semplicemente in questa distesa, ora gelata e fare altrettanto quando si è soli, anche se in mezzo alla gente, questo ci da sicurezza e certezza.
La solitudine va cercata, seguita, coltivata.
E’ la richiesta urlata perché il tuo corpo ti parli, perché la tua mente snudi i tuoi sentimenti, quelli profondi, quelli che vorresti conoscere senza paura di essi, senza vergognarti di loro, consapevole solo che conoscerli, vuol dire condividere con loro la tua vita. Per annullare, per esaltare.
Avrei dovuto lasciarlo a casa, il trasponder.
La mia vita non sarebbe cambiata. Tutto ciò non so se sia stato un bene o meno, visto che alla fine della strada non ci sono ancora arrivato, mi pare. Però quella dimenticanza avrebbe sortito altri effetti e di questi effetti ne sento la mancanza. Che cosa sarebbe successo? E’ quella vita che mi manca. Quel pezzo che non ho percorso. Quel giorno il destino che ci portiamo dietro, ha deciso che dovevo imbucarne una diversa e oggi mentre scrivo e ricordo, mi rendo conto che quella strada che non conoscerò mai, è solo una serie di :

 

INUTILI TRACCE

Mi chiamo Corso. Questa è la mia storia.
Ho casa in questa giogaia di colline, affacciate sul grande fiume. Le foreste che coprono queste terre si spingono fino ai monti, che ogni giorno vedo dall’unica finestra che getta luce all’interno della stanza che abito. Grande e spaziosa, c’è il necessario. Sto da solo.
Non vivo con quelli del Clan. Non sono diventato un Cercatore. Lo sono di mio. Sfrutto il mio talento per il Clan. Ho visto posti lontani. Anche il grande Mare. Ho intuito nuove piste per le Gilde. Ho firmato alleanze con altri Clan. Ho preso quello che per me era il meglio dei popoli, che ho conosciuto e spero di aver donato altrettanto a loro.
Non ci sono molti popoli, ora che la grande carneficina è finita.
Sono anni che vivo oramai sotto questo cielo bigio. Giorni fatti di freddo e di un raro e pallido sole. Osservo la natura e i suoi cicli per regolarmi per il tempo che passa. Sono nato quando nascono i fiori tra le chiazze di terra, dalle quali la neve sparisce. Mi basta.
Ogni tanto vado alla casa della Sapienza. Scavata nelle profondità della terra raccoglie tutto lo scibile. I giganteschi computer hanno preservato, dalla notte dei tempi, la memoria da condividere.
Leggo i libri; sono tra i pochi che hanno la voglia di indossare una tuta e sfogliare le pagine di un libro in un ambiente asettico. L’ultimo che ho letto parla di un uomo che ha viaggiato per anni per tornare a casa. E una volta tornato ha ripreso il cammino, spinto dalla sete di conoscere. Sembra la mia autobiografia. Parto con il desiderio di non muovermi affatto, ma quando torno finalmente la voglia di ripartire è troppo forte.
E’ ora che però, inizi il racconto del perché, io avrei dovuto lasciare il trasponder a casa.

Alcune avvertenze:
L’azione si svolge anche questa volta in uno scenario montano. In luoghi che conosco e che mi sono cari. I toponimi utilizzati sono stati tradotti utilizzando il traduttore di Google.
Ci sono parole lituane, lettoni, olandesi, svedesi, catalane, ceke etc. Un po’ di esotismo non guasta.
Lo stesso ho fatto per i nomi delle popolazioni, anche se alcune volte ho attinto alla cultura corrente.
L’unico toponimo che non ho tradotto condurrà, per chi ha voglia ed estro e pazienza, a trovare i luoghi dove si svolge l’azione. Basta cercare e far fruttare la fantasia. So che non vi manca.
Il periodo in cui si svolge l’azione è quello di un futuro, che spero tanto non si avveri mai.
Questo è l’augurio che faccio alla mia generazione, innanzitutto, perché di pazzi ne è pieno il mondo e finora siamo riusciti in qualche modo a calmare i loro bollenti quanto pericolosi spiriti.
In quanto alle future generazioni, rimane intatta la speranza che anche loro riescano nel faticoso intento di rimanere vivi, sulla faccia di questa terra. L’unica casa che abbiamo. 

# 1° Capitolo   ovvero “ Il Dovere Chiama”

Ricordo che ero sdraiato dietro un cumulo di neve e con il reticolo del cannocchiale che mi dava una risoluzione di fuoco perfetta. Un leggero movimento e il cervo, sarebbe caduto. Non avrebbe avuto neppure l’impressione di morire. Cosce forti e all’inizio dell’autunno, prima degli amori, l’animale era uno spettacolo. Quelle cosce avrebbero maturato piano nelle cantine della Casa dei Cercatori e per la festa dell’inizio dell’anno avrebbero fatto onore al banchetto.
Ecco che però, proprio in quel frangente, udii nell’auricolare la voce di Salima:
         “Corso? Passo. Rispondi. Passo.”
Nell’acquattarmi tra i pini, qualche ago doveva aver fatto scattare l’interruttore e ora sentivo chiaro la voce di Salima. Più seccante ancora che, le onde di bassa frequenza avevano disturbato il cervo. Messosi in allarme, si era allontanato a grandi balzi. Con una sorda imprecazione diedi addio alla portata principale. Per ora.
         “Dimmi. Passo ” Brontolai nel microfono ” Sono a caccia e, complimenti. Quest’anno niente cervo. Passo.”
Potevo sparare ancora a un cervo, ma sentivo che non sarebbe stato più possibile.
         “ Avanti, che c’è ?” Continuai.
Sentivo la risata di Salima dentro l’auricolare, poi improvvisamente seria:
         “ Si è riunito il Gran Consiglio del Clan. Vai nella zona libera a cinquecento metri dalla tua posizione, verso est. Sta arrivando un TraspAir a prenderti. Passo.”
*Il Gran Consiglio si riunisce e un TraspAir, mi viene a prendere* pensai. Sentii una boccata amara, indice di guai in vista e anche grossi.
         “Ricevuto. 500 metri a est. Chiudo”
Rimisi il fucile nel suo fodero rigido, lo misi in spalla come uno zaino e inforcai il mio snowbike. Sicuramente qualcuno ci sarebbe stato che me lo avrebbe riportato a casa. Non riuscivo però ad allontanare l’idea che quella convocazione fosse un male. Non c’erano spedizioni da organizzare e il Gran Consiglio si riuniva soprattutto per quello. Jeronimus, il capo del nostro Clan, sovraintendeva al buon governo. Lui e quelli del Consiglio ristretto. Il Maestro della Natura, i Capitani delle varie Gilde, Il Rettore della Sapienza. La normale amministrazione insomma.
Arrivai al luogo dell’incontro e sparsi un po’ di polvere gialla sulla neve e sul terreno. Intorno a me si formò una bella macchia color grano maturo. Impossibile dall’alto non vedermi. Gli alberi erano lontani e tutt’intorno c’era solo una candida coltre. Passò poco che il ronzio del TraspAir, riempì l’aria intorno. Arrivò basso sugli alberi, contro sole. Lievitò a pochi metri da me e neve e polvere si alzavano in un balletto gioioso, illuminato dal sole al tramonto. Si aprì il portellone posteriore e l’addetto, m’invitò a salire a bordo. Scesi dalla mia bike, ma l’altro m’indicò di portare con me il mezzo. Osservai meglio il velivolo. Era quello per il trasporto di uomini e cose e la bike ci strava alla grande. Senza farmi ripetere l’invito, salii presto a bordo. Il portellone si chiuse e il mezzo ripartì, dandomi appena il tempo di legarmi a un sediolino. La bike fu presto immobilizzata con due ganasce al fondo del velivolo. In alcuni secondi, ecco che il mio destino prendeva un’altra piega, che non avrei mai sospettato.

Gruppo Alfa – Primo Rapporto.

Riservato CTE.OPN.TRFDD – Prot. 16 – SEGRETO

DA: Cap. Stubbins

Oggi a orario concordato, siamo sbarcati, senza problemi, nel luogo prescelto. Contiamo di giungere all’appuntamento nei tempi previsti.
R.A.S. STOP.

* Il giorno successivo  *

Gruppo Alfa – Secondo Rapporto.

Riservato CTE.OPN.TRFDD – Prot. 16 – SEGRETO

DA: Cap. Stubbins

Raggiunto obiettivo. Avvenuto primo contatto. Consegnato plico. Assicuriamo attenzione agli ordini ricevuti. Segue dettagliato rapporto circa riunione operativa.
R.A.S. STOP.

Dal Diario del Cap.Stubbing,

Siamo sbarcati dal LogAir75 alle 5.00 di un mattino pieno di nuvole. Squadra ridotta questa volta: SgtM. Luptberg, Ranger Stark,  Ranger Soledo,, Ranger Holt. e la dottoressa Arvig.  Compito semplice, raggiungere le Terre Alte, Distruggere il Posto Comando della Casamatta AB12  a Bunker Hill e rientrare. Sappiamo dove sono le Terre Alte, ma Bunker Hill è il dato mancante. Siamo in contatto con un Clan delle Foreste. Gli ordini sono arruolare delle guide che ci conducano alle Casematte delle Terre Alte. Il resto è affar nostro. Non so neppure perché si debba distruggere il Posto Comando e perché proprio in quella Casamatta. E’ un ordine e come l’ho ricevuto, lo eseguo. La squadra è solida. Mi conoscono e io loro. Sanno le mie esigenze e come eseguo le azioni. Per Soledo é la prima volta. E’ l’addetta alle comunicazioni. E’ il suo primo incarico e per ora è di buon comando. Eppure qualcosa mi dice che c’è una nota stonata, in quest’operazione. Sarà che dovremo dipendere da altri. Sarà che Soledo è una donna. Non capisco il peché della presenza della dott. Arvig?Non lo so, ma qualcosa non gira nel verso giusto. Il motivo di questa spedizione. Ma il tarlo che si più fa strada nella mia mente è l’assoluta segretezza di quest’azione militare. Noi siamo ben addestrati all’intelligence. Abbiamo solo un plico da consegnare e le istruzioni impartitemi, custodite nella testa. Sarà difficile? Guardo i miei uomini e sento una maggiore responsabilità sulle spalle. Mai come ora sento il dovere primario di portarli sani e salvi a casa. Lo Spirito mi guiderà.

# 2° Capitolo  ovvero “ Incarico e Presentazioni”

Mi hanno sbarcato sulla cima della collina deve si riunisce il Gran Consiglio. La mia bike la dovrò andare a ritirare. Quel sapore amaro in bocca ora lo sento forte. So che mi sta dicendo che sono in arrivo dei guai e che questi aumenteranno con il passare delle ore. Sono inquieto. In più non mi hanno neppure permesso di cambiarmi. In tenuta da caccia davanti al Consiglio. Altro punto negativo. Finalmente entro nella sala.
Jeronumus, mi accoglie con un sorriso, per stemperare un po’ quell’elettricità che sento nell’aria.
Come avevo pensato ci sono i Capi delle Gilde e gli altri appartenenti al Consiglio.
Jeronimus, m’indica una poltrona.
         “ Siediti. Immagino tu conosca tutti quindi bando ai convenevoli. “ Esordisce ” Ti abbiamo chiamato, per affidarti una missione molto delicata. L’Assemblea dei Consigli dei Clan, ci chiede delle guide per accompagnare un gruppo di uomini alle Terre Alte. Precisamente nella zona delle Casematte. Immagino che tu capisca l’importanza e altrettanto afferri del perché il Consiglio vuole te. Sei il migliore e potrai sceglierti i compagni che vuoi. Questa più che un’esortazione ad accettare è un atto di volontà del Consiglio e ogni eccezione è rimossa.”
La metteva giù dura il Capo. Un Atto di Volontà. Avevo udito quella formula poche volte e non ricordo nessuno che avesse risposto in maniera negativa. Forse mai nessuno l’aveva fatto.
Assunsi un’aria pensierosa:
         “ Le Terre Alte e le Casematte? Posti pericolosi. Sul cammino troverò sicuramente una o più Bande. Poi quelle sono terre di confine tra noi e Clan che non sono certo amichevoli. Credo che conosciamo tutti i vecchi attriti e rivalità. Certo è che se devo condurre un gruppo di uomini, spero che questi siano preparati a tutto o quasi.”
Intervenne a questo punto Saphiria, il capo della Gilda dei Trasporti.
         “Sono scienziati. Accompagnerai una spedizione scientifica, che dovrà fare dei rilevamenti, misurazioni sul campo, prendere campioni di terra e quant’altro.”
Terminò con un sorrisetto.
Scoccai un’occhiata stupita.
         “ Scienziati? Possibile che non abbiano mappe particolareggiate dei luoghi? Sono mesi che vedo volare droni. Sono solo in servizio commerciale? Non hanno mai fatto una ripresa?”
Sospirai e ripresi con una certa durezza nel tono di voce.
“Rispondo sì all’Atto di  Volontà del Clan. Per obbedienza, ma non perché sono stupido! ”
Jeronimus scoppiò a ridere per le mie ultime parole. E con lui molti del Consiglio. Vedevo mio padre che mi lanciava sguardi infuocati. Dirigeva la Casa della Sapienza e un figlio scortese al Gran Consiglio era l’ultima cosa che voleva. Oltre alla dignità della famiglia, ne poteva andare anche la possibilità di assumere il Rettorato della Casa stessa. Sapevo che era vicino un avvicendamento e mio padre era, fino ad ora, l’uomo giusto per quell’incarico. Dimostrare davanti a tutti, di aver allevato un figlio che non era capace di stare al suo posto, nei momenti più importanti, abbassava di molto quelle possibilità. Ormai era fatta.
Jeronimus, con ancora il sorriso sulle labbra, fece un cenno al cerimoniere di sala e apertasi una porta, vidi entrare sei persone. Quattro uomini e due donne. Li osservai bene.
Jeronimus li salutò con un inchino e rivolto a me disse:
         “Ti presento il dott. Stubbing e i suoi compagni di spedizione.” Poi rivolto a quell’uomo, robusto e dai penetranti occhi scuri:
         “Dott. Stubbing, le presento la sua guida: il Cercatore.”
Dopo lo scambio di saluti, ci sedemmo al tavolo del Consiglio. Gli occhi di tutti erano fissati su di me, o almeno mi pareva, ma soprattutto sui nuovi ospiti.
Di sottecchi li osservai anch’io. Facce un po’ troppo abbronzate. Lineamenti un po’ troppo segnati dal tempo e quelle mani. Forti, con dita nodose, unghie troppo corte e i capelli, così troppo militareschi. I loro corpi sembravano stretti in quegli abiti civili. Avrebbero fatto miglio figura con una divisa addosso. Anche una delle due donne, pur addolcite, aveva le medesime caratteristiche fisiche. L’altra invece mostrava una carnagione più bianca. Esposta alla luce delle lampade più che a quella di un pur pallido sole. Mani affusolate, dita sottili, unghie corte ma curate, un velo di trucco, occhiali dalla montatura molto retrò. Capelli corti e curati dal parrucchiere, più che da un barbiere militare. Aria assorta.
Non erano persone avvezze alle aule di studio, tranne lei. Mani che stringevano poco matite o penne. Piuttosto grilletti di armi da fuoco. Quelli erano militari. Jägers se non Ranger.
Lei no. Lei era quella che diceva di essere.
Ero in ballo e gioco forza dovevo ballare. Pensai che come ballerino non fossi un gran ché e quindi quell’amaro in bocca, ancora una volta si era rivelato fonte di verità.

Dal Diario del Cap.Stubbing,

Ci hanno presentato la nostra guida.. Per tutto l’incontro mi ha prima guardato di sottecchi, poi squadrato bene. Quest’uomo deve aver capito che non siamo, chi diciamo di essere, ma non ha fatto nulla, per l’intera durata dell’incontro, per rivelare il proprio pensiero. Temo che possa rivelare tutto in un secondo tempo e quindi, la missione abortire all’inizio. Le difficoltà si assommano.

# 3° Capitolo  ovvero  “Cortesie e Perplessità”

Jeronimus continuò a parlare per parecchio tempo. Un mucchio di banalità, secondo me, ma il discorso fu molto apprezzato dal Consiglio e anche gli ospiti mostrarono un certo accondiscendimento. Lei, sorrise discretamente.
Arrivarono finalmente i rinfreschi. Cibo e bevande e occasione di conoscenza reciproca.
Mi avvicinai al dott. Stubbins.
         “ Dottore, come mai questo interesse per le Terre Alte e soprattutto per le Casematte?”
         “ E’ un luogo certamente inospitale e pericoloso, capisco perfettamente, ma … l’interesse scientifico, parrà strano, è enorme.” Mi rispose con un mezzo sorriso.
         “ Vede – continuò – abbiamo motivo di credere, che in quelle Casematte ci siano i resti di una precedente spedizione, che ha raccolto reperti importanti da ogni punto di vista scientifico. Abbiamo uno storico, una geologa, due eminenti archeologi e la dott. Arvig è esperta nella catalogazione generale e le sue conoscenze informatiche, sono quanto di meglio ci è stato offerto dal Congresso Generale delle Scienze. Contiamo di fare un lavoro più che ottimo e naturalmente contiamo soprattutto sulla sua esperienza e su quella dei suoi compagni, per rendere più completo il nostro lavoro.”.
S’infilò, nella conversazione anche il dott. Holt.
         “ Certo che la sua passata esperienza in quei luoghi ci sarà di molto aiuto. La sua competenza, la conoscenza anche degli usi e costumi, la lingua dei vari Clan che incontreremo, faciliterà il nostro lavoro e darà lustro alla vostra Gilda. Avrete un nome più altisonante” Concluse con un ampio sorriso.
         “Veramente il nostro è solo un Clan … ” Ribattei.
         “Motivo in più per aspirare al miglioramento e non credo che Jeronumus, dopo quest’impresa, non voglia lesinarvi la concessione del titolo. In fondo sareste i primi ad assurgere a tanto”
Nel dirmi quelle cose, spalancò gli occhi e il suo sorriso si fece ancora più ampio.
Non mi rimase che annuire. Più per farlo contento di questa sua impennata, che altro. Il fatto che il Clan potesse fregiarsi del titolo di Gilda, non avrebbe cambiato di certo lo spirito e l’atmosfera di sempre. Eravamo un gruppo, legati soprattutto dalla voglia di sapere, di scoprire, di conoscere. Noi stessi e i nostri compagni, innanzitutto. Poi posti e cose nuove e se queste fossero state di una quale utilità a migliorare la nostra e l’altrui vita, questo avrebbe dato un significato alla nostra fatica. Il fatto di essere Gilda e non Clan, non avrebbe cambiato lo stato delle cose.
Fui avvicinato da mio padre, che aveva un’aria accigliata e mi guardava con occhio scuro.
         “ Anche questa volta, ho avuto il piacere di assistere alla tua ennesima brutta figura. Grazie per il momento imbarazzante, che mi hai regalato” mi apostrofò asciutto.
         “Non era mia intenzione metterti in imbarazzo, ma mi conosci. Non lascio cadere nulla. Non do nulla per scontato e oggi, se mi permetti, qualcuno ha giocato una mano a nome mio.”. Ribattei piccato.
         “Certo. Però, almeno una volta fare buon  viso a cattivo gioco. Avresti dovuto mostrarti più accondiscendete ed evitare di rilevare le parti, che ti sono sgradite. So che hai delle perplessità. Per me, guardandoti, sei un libro aperto, lo sai. Ti ho osservato, soprattutto mentre, di sottecchi osservavi questi scienziati.“
Si fermò e sorrise.
         “Non credere, ma anche a me non convincono. Ho avuto occasione di parlare, o almeno tentato di farlo riguardo di questa spedizione. Le risposte sono state vaghe. Accompagnate da tentennamenti, colpi di tosse improvvisi. Non so chi pensi che siano, ma di certo hai ragione. Questi non sono scienziati, tranne forse la dott. Arvig. Gli altri sono solo ben informati e basta.”.  Concluse ammiccando con gli occhi.
         “Sono preoccupato” dissi in un soffio.
Finalmente il rinfresco finì e fu deciso un aggiornamento, per il mattino successivo. Diedi assicurazione che nella serata avrei scelto i compagni di viaggio, tra gli altri Cercatori del Clan. Non ero riuscito neppure ad avvicinarmi a lei e la cosa mi contrariava, ma come api intorno al miele, i maggiorenti per quella sera, le erano sciamati intorno e la conversazione con mio padre era stata più lunga del previsto. Oltre al colloquio di cui vi ho raccontato, fu anche l’occasione per parlare un po’ degli affari di famiglia. Erano passati parecchi giorni dal mio rientro dall’ultima spedizione e non c’era stato un momento libero, tra rapporti da scrivere, colloqui da sostenere e poi quelle poche ore di caccia infruttuose.

Dal Diario del Cap.Stubbing,

L’incontro con i maggiorenti, si è svolto in un’ottima cornice e le mie perplessità, si è un poco attenuate. Permane però il sospetto che Corso il Cercatore, sia più intenzionato a scoprire chi in realtà siamo, che in resto. Sembra che abbi digerito la spedizione scientifica. L’ho osservato e tranne quel breve colloquio, ha passato tutto il resto del tempo a parlare con un uomo dall’aspetto severo e con quello era molto rispettoso. Però non ha mai smesso di cercare con gli occhi la dott. Arvig. Devo pensare come sfruttare a nostro favore questo suo interesse.

# 4° Capitolo ovvero “Cerchiamo Compagnia”

La notte era ancora giovane e quindi mi recai alla Casa dei Cercatori. Una confortevole costruzione incassata nella collina. Dall’atrio d’entrata si accedeva lungo il corridoio principale al salone delle adunanze a destra e alla sala dei banchetti a sinistra. Dal salone poi attraverso una porta, si continuava per un corridoio che portava, naturalmente ai servizi. Sui lati del corridoio varie porte davano sulle sale di lettura e altre camere utilizzate per stendere i rapporti delle esplorazioni fatte. Le stanze private erano al piano superiore, cui si accedeva per scale nascoste da porte dall’atrio. Ciascuna era strutturata come un piccolo appartamento. Una cucinotta, una comoda stanza da letto e i servizi. Avevano tutte una finestra e lo sguardo si stendeva sui tetti delle altre case del nostro villaggio e si poteva perdere fino al fiume Nelle giornate di sole vedevi i suoi riflessi giocare con la corrente. Poi un’altra giogaia di colline a fare da sfondo e corona. Tutt’intorno alle case del Clan, boschi e prati. Le colline erano in concreto tutte bucate. I rigidi inverni di troppi secoli, avevano spinto i costruttori a sfruttare il poco calore che ancora sapeva donare la terra. Ogni costrizione poi era una Gilda e gli abitanti di quella casa appartenevano a quella Gilda. Ricordo di aver letto, che anche nei tempi passati questo sistema era stato usato. Dava il senso di appartenenza di sicurezza a tutti. Forse per il mio carattere, ma personalmente trovavo la cosa leggermente inquietante. Per me era importante che ci fosse una maggior compartecipazione gli uni con gli altri. E’ bello, indubbiamente, poter parlare di cose che si conoscono bene con chi le partecipa e frequenta. Lo è però, altrettanto anche con chi ne è digiuno. C’è voglia di spiegare e con la spiegazione chissà che non escano nuove cose, nuove idee e anche le domande di chi non conosce permettono una visione più chiara, se non fosse altro che devi dare spiegazioni comprensibili.
A quel tempo, andava così. Ciascuno a casa propria. C’erano le feste comuni, ma si faceva molta vita ritirata.
Il fatto che io vivessi, nella casa dei miei genitori era dovuto al fatto, che al tempo della mia entrata nel Clan dei Cercatori, non vi fossero posti nella Casa comune. Poi, quando si liberò un posto, non vi fu occasione, né voglia di abbandonare quelle mie stanze.
Quella sera, entrando nella Casa dei Cercatori, speravo di trovare i compagni di avventura.
Salutai i presenti e controllato il grande pannello dei presenti,  mi accorsi delle molte assenze. Il Clan delle Colline era in vero fermento e con l’alleanza, di pochi mesi fa, con quello del Grande Fiume, aveva dato forte impulso alla ricerca di nuove occasioni. Il Clan era forte, ii traffici erano in aumento e si cercavano quindi nuove terre, per commerci e traffici d’ogni genere.
Tutto ciò mi fece ulteriormente riflettere se fosse il caso di prendermi come compagni, gente fidata e d’esperienza, oppure scegliere a caso, anche tra le giovani reclute o i nuovi arrivati, lasciando i migliori alle loro faccende.
La morsa fredda allo stomaco e quel sapore acre, che conoscevo come indice di mala ventura, si fece di nuovo sentire.
Meglio due o tre fidati, che una nidiata cui fare da balia. Avevo già abbastanza grattacapi.
Uno dei fidati lo inquadrai subito. La grossa schiena era appoggiata al banco della mescita delle bevande. Una massa irsuta di capelli rossastri faceva da corona a un giaccone che sembrava sul punto di esplodere a ogni respiro. Due gambe solide sembravano piantate nel pavimento, come tronchi di farnia.
         “Thorbjörn, posso offrirti da bere?” gli dissi, accostandomi.
Dal cespuglio arruffato, che doveva essere la sua barba, uscì una voce profonda e due occhi verde scuro, mi fissarono per nulla benevoli.
         “Accetto volentieri, ma ricordati che la mia risposta definitiva è: no!”
Lo guardai con la faccia più stupita che riuscii a esprimere.
         “Volevo solo offriti una pinta di birra e fare due chiacchiere. Come vecchi amici, che si ritrovano. Volevo raccontarti del mio ultimo viaggio. Pensa, ho rivisto il mare e sono anche salito su un grande battello e ho anche pescato.”. Aggiunsi subito un largo sorriso.
         “Ah, così hai pescato? Bravo. Perché non sei rimasto a pescare là. Invece di essere qui a tentare di pescare me.” Mi rispose ancora più torvo.
“Che cosa vorresti dire?”.
“Voglio dire che se sei venuto per cercare qualcuno, che ti accompagni in quell’impresa balorda cui non hai saputo dire di no, allora vai a cercare da un’altra parte o vieni domani. Adesso io mi sbronzo e poi vado a letto e mi alzerò domani o dopo ancora. Quindi la mia risposta è no! Chiaro!”
Così dicendo si rivolse a Poldo, il coppiere.
“Versane un altro e paga lui.”
Rimasi in silenzio a fissare il boccale di birra, che intanto Poldo mi aveva messo innanzi.
Dovevo partire da lontano, per poterlo convincere e strappargli un sì. Thor aveva un pregio. Una memoria di ferro e ricordava tutte le cose più importanti che gli capitavano, anche se era ubriaco fradicio, oppure se aveva preso una botta in testa. Se da sbronzo fossi riuscito a strappargli un sì ad accompagnarmi, in quella che considerava una balordaggine; anche dopo la sbronza non si sarebbe mai rimangiata la parola data.
Inizia così il racconto del mio viaggio e più aumentavano le birre ingurgitate, meno si facevano forti le sue resistenze. Alla fine ricordo vagamente che ci trovammo abbracciati a maledire la mala sorte in generale, a benedire le donne in generale ma ricordo bene le sue ultime parole, dette prima di schiantarsi al suolo : “Quando partiamo!”.
Ce l’avevo fatta, ma non sarei stato in grado di fare niente per successive ventiquattro ore.

# 5° Capitolo ovvero “ Imbarazzanti conseguenze”

Mi svegliai che era giorno pieno. La testa era come se fosse dentro un alveare e in bocca un sapore acre. Di vomito forse. Sembrava una cloaca otturata. Stavo malissimo. Mi accordi che ero in un letto, non mio e anche la stanza non mi era famigliare. Lentamente riemersi da quei fumi orrendi che ancora mi abitavano la testa. Mi accorsi di essere nell’infermeria della Casa e accanto a me il volto sereno del dottor Cletus, mi guardava sorridente.
Scuotendo il capo, mi avvicinò con mano un bicchiere.
         “Bevi figliolo e vedrai che l’effetto sarà benefico” e me lo porse.
Era un liquido inodore e incolore, ma al gusto era amaro e disgustoso. Allontanai il bicchiere, ma la mano ferma e la morsa ferrea del medico, lo avvicinò nuovamente alle mie labbra e trangugiai quel liquido, tra smorfie e singulti di disgusto.
Cletus, abbandonando la presa mi guardò compiaciuto.
         “Vedrai, poche ore e starai meglio, anzi sarai come prima e anche il tuo amico starà meglio”.
Mi voltai all’intorno. Il corpo di Thor era abbandonato sul letto accanto al mio. Sembrava non respirare, ma un rantolo mi diede la certezza che fosse conciato come me se non peggio.
Dopo qualche ora e parecchi conati dopo, finalmente Cletus stabilì che crapula ed effetti erano tutti cessati. Dopo una successiva abbeverata di un liquido, questa volta di color verdino ma insapore, ci congedò.
         “Mi raccomando, niente se non tisane e digiunate fino a domani” e ci chiuse la porta alle spalle, sempre con quel suo sorriso sereno sulle labbra.
Ci guardammo. Sembravamo due fantasmi.
         “Ci vediamo dopo alla mescita. Vado a casa a cambiarmi. Ho bisogno di un bagno caldo e di abiti puliti.”
Thor annuì, scuotendo quel suo testone rossastro.
         “Mi hai fregato ancora una volta, eh.” Me lo disse a bassa voce, accennando quasi a un sorriso.
Scossi il capo in cenno di assenso.
         “ Vedrai. Ci divertiremo.”
Tentennò ancora la testa.
         “Certo, come quella volta … sulla Via del Sale … al colle delle Scale. Mi sono divertito tanto, che momenti morivo dal divertimento”.
         “Ma siamo qui a raccontarcelo. O sbaglio?”
         ”Sì …. Sì, come non detto. Adesso ho solo bisogno di cambiarmi e anche tu ne hai bisogno e voglio una doccia calda … Poi … Poi vedremo il da farsi” Finì con un sospiro.
A fatica, sorreggendoci l’un l’altro, salimmo le scale quando al pianerottolo comparvero due donne. Una bruna, pelle olivastra, abbastanza alta, dal fisico atletico.
L’altra più bassa della prima, bionda e inequivocabilmente incinta, dato il ventre prominente ma rotondeggiante molto indicativo del suo stato.
La bruna ci apostrofò senza paura:
         “Eccoli qua i due eroi del boccale. Senti come puzzano e che pessimo spettacolo danno di loro stessi”.
La bionda non ebbe paura di rincarare la dose:
         “Meno male che non è tempo di partorire, per me, ma se lo fosse, lo farei per disgusto, terrore e … ora.”
Ci guardammo in faccia Thorbjörn ed io. Ancora frastornati dalla notte di bisboccia, con lo stomaco rovesciato dal dopo sbornia e con in circolo i medicamenti di Cletus e la vista annebbiata, non riuscivamo a capire chi fossero quelle due comari bercianti.
La bruna riprese:
         “Andiamo su, che vi accompagniamo. Cavolo ma avete bisogno di un buon bagno. Brusca e striglia e soprattutto dovete assolutamente cambiarvi. Puzzate come una fogna intasata.”
Guardai la bionda, forse troppo intensamente, perché non riuscivo a capire chi fosse e lei, per tutta risposta, acidamente mi disse:
         “Non preoccuparti razza di bue muschiato, non sei tu il padre. Fortunatamente sto insieme con un uomo che si può definire tale. Sono qui solo per compiere l’ennesima opera di bene.”
Thorbjörn, con il sorriso più sfrontato che poteva sfoderare, disse:
         “Sindrome dell’infermiera” e ammiccò verso di me e poi a loro.

# 6° Capitolo   ovvero  “Imbarazzi e Decisioni

La bruna gli lanciò un’occhiata di fuoco e afferratolo lo spinse sugli ultimi gradini, poi per il corridoio, infine aperta una porta lo introdusse in un alloggio. Stesso trattamento mi fu graziosamente regalato, ma forse con meno foga, dato lo stato della mia infermiera.
In un battibaleno ci spogliarono e ci spinsero a forza sotto la doccia. Il getto d’acqua prima caldo e poi freddo e il guanto ruvido che ci strofinava vigorosamente, sortì l’effetto desiderato. Sentivo che i fumi dell’alcool stavano svanendo rapidamente e contemporaneamente riacquistavo di nuovo il possesso di me stesso.
Thorbjörn intanto tentava di coprirsi alla bella meglio, ma il getto dell’acqua non favoriva, se non mosse goffe e sentivo crescere l’imbarazzo per l’incresciosa situazione e lo stesso era per me.
         “Va bene. Adesso basta. Ci sentiamo puliti e profumati e se volte uscire, vorremmo ricomporci … Vestirci, asciugarci … Ecco … avere un momento nostro per … ricomporci. Grazie.” Balbettai ancora grondando acqua.
Le due donne ci fissarono e scoppiarono in una risata. Poi, ebbero l’impudenza d’indicarci e di scoppiare in un’altra risata. Chiusero la porta del bagno e le sentivamo ancora ridere.
Mi sentii sprofondare:
         “Che vergogna. Se questa cosa si saprà in giro, diventeremo lo zimbello di tutti per moltissimo tempo.”.
         “Almeno avessi ancora voglia di vomitare” mi disse il socio” Mi sembrerebbe di allontanare da me, quella tua stessa sensazione.”
Ci avvolgemmo in due asciugamani e aperta la porta, guardai se le due donne, se ne fossero andate. Invece erano la, in mezzo alla stanza, spazio aperto per sala, salotto, angolo pasti. Con un’espressione dipinta che non lasciava presagire nulla di buono.
Ci sedemmo su due sgabelli e attendemmo.
         “Bevete questo, intanto. Poi vi daremo vestiti puliti e potrete così assumete un aspetto più umano.”. Disse la bruna.
         “Veramente, io non abito qui e dunque …” obbiettai.
La bionda non perse il colpo:
         “A quello ho pensato io. Qui c’è tutto ciò che ti occorre. In quanto ai tuoi rifiuti tossici “ Indicando il mucchio di vestiti a terra ” Per quelli ci vorrà un po’ di tempo prima che si possano utilizzare.” Poi prese un sacco e infilò, mostrando sincero disgusto i miei vestiti e quelli del mio socio. Salutò l’altra donna, ci lanciò uno sguardo di commiserazione e se ne andò con il sacco nelle mani.
Ci fissammo Thorbjörn ed io e il mio socio, prima di ingollare una sorsata di quel liquido caldo, che ci era stato messo tra le mani disse:
         “Con chi abbiamo il piacere di essere torturati, insultati e privati dell’ultimo barlume di dignità?”
La bruna, ora ci fissò con altrettanto disprezzo e sbottò:
         “Allora siete due deficienti completi. Sono Neelya e quella che è andata” Indicando la porta” E’ Jutta. Mi domando perché mi debba ancora interessare e prendermi cura di due perfetti animali come voi!”.
         “Sindrome dell’infermiera” sbottai io e Thorbjörn non trattenne la risata, sputazzando ciò che stava bevendo e rischiando di soffocarsi per l’eccesso di tosse, che subito lo prese.
Sconsolata Neelya scosse il capo
         “Due animali. Deficienti e insensibili, rozzi e imbarazzanti e mi domando perché sono ancora qui”.
         “Giusto … Perché?” e la guardai.
Mi fissò odiandomi. Prese un lungo respiro:
         “Sentite … L’ho fatto perché vi sono amica e se volete che io taccia di quest’episodio,  mi dovete dire e subito dove andiamo e quando partiamo”.
La guardai, assumendo un’aria interrogativa.
Lei mi rispose con un sorriso beffardo.
         “ L’attuale amante di Jeronimus è Agriselde. Quella non tiene neppure il respiro sott’acqua. Immaginiamoci un’informazione così gustosa. Parla fuori luogo e fuori tempo. Ho un udito fine e se ci sei di mezzo, tu “Disse indicandomi” Non poteva mancare lui ” Indicando il socio ” A me è bastato attendervi.”
Neelya poteva essere una pedina preziosa. Aveva la capacità di apprendere velocemente le cose. Affidabile, resistente conosceva e bene la lingua franca, ed era già stata nelle Terre Alte. Esperta di comunicazioni, buona tiratrice e perché no, anche di bella presenza.
Guardai il socio. Dalla sua smorfia d’assenso, capii che andava bene.
Esposi il piano a grandi linee, ma soprattutto espressi tutte le mie preoccupazioni. I due si limitarono ad annuire, di tanto in tanto.

Dal Diario del Cap.Stubbing,

Il cosiddetto Cercatore, non si è presentato all’appuntamento prefissato. .Jeronimus era furioso e al contempo imbarazzato. Il mio atteggiamento si è naturalmente modificato e non ho taciuto, che il fatto deponeva a sfavore ai nostri accordi. Ho abbandonato la sala riunione visibilmente seccato, lasciando gli uomini  del Clan alle loro  faccende.

Come qualcuno mi ha suggerito e riconoscendo che saltabeccare di quà e di là poteva essere fastidioso, mi sono convinto a semplificarvi e semplificarmi la vita. Spero di avervi fatto cosa gradita. In attesa della pubblicazione a giorni di nuovi capitoli, per chi volesse dare un rinfrescata, vi ripropongo i primi sei. Per chi é affezionato all’altro blog continuerò a postare anche là il seguito del racconto.
Buona lettura e buon diverimento.

 

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4 pensieri su “INUTILI TRACCE

  1. Buona lettura e divertimento sono assicurati!

  2. Io lo chiamo "istinto della crocerossina", quello. Ed è presente in tutte le donne. Dev'essere una devianza dell'istinto materno…. 

  3. Di qua o di là, il racconto è gustoso e mette la curiosità di sapere cosa succederà…
    Attendo.

  4. @ 1 = Grazie. Troppo buona.

    @ 2= A volte é una benedizione e a volte … bhé, sorvoliamo.

    @ 3 = Spero che le attese siano premiate.

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