CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “ottobre, 2011”

INUTILI TRACCE – Capitolo 29

Capitolo 29 – ovvero “Liberi prigionieri”.
 

Appena scesi dal passo, a una curva ci trovammo di fronte una pattuglia di Cacciatori comandati da una giovane tenente.
         “Sono il tenente Ilbalt. Sono stata incaricata dal Comandante della Piazza, Maresciallo Arroka di agevolarvi nell’ultimo tratto. Se mi seguite, sarete accompagnati a destino con uno dei nostri TrakMountain. La strada purtroppo è in fase di manutenzione e il cammino è diventato disagevole e a tratti pericoloso. Stanno eseguendo delle manovre di disgaggio e non vorremmo che accidentalmente, qualche masso vi colpisca.”.
Indicando la bocca aperta del mezzo, ci sollecitò.
Stubbing, naturalmente ringraziò e tutti noi di buon grado, occupammo un posto sul mezzo. La nostra slitta fu posta in fondo e ben ancorata. Noi ci disponemmo lungo le fiancate e ci legammo ai seggiolini, con una barra di sicurezza. Notai che le piccole finestre, di cui normalmente era fornito il mezzo, si trovavano in basso. Potevamo solo guardare la strada.
Mi apparve la prima stranezza della giornata. Altre cose simili caratterizzarono la nostra permanenza, tanto che giungemmo a pensare di essere curiosamente dei liberi prigionieri.
Il viaggio fu abbastanza comodo e in circa un’ora arrivammo finalmente al Forte. Entrammo direttamente nella rimessa dei mezzi e lì trovammo il Maresciallo comandante, il Forte a riceverci. Poche parole di benvenuto, con scambio di doni, poi fummo affidati a ufficiali che ci portarono ai nostri alloggiamenti. Stranamente fummo divisi. Thornbijor, Duca e il sottoscritto ci portarono in una bella stanza, dotata di comodità, ma stranamente di una finestra che dava su un muro cieco. Gli altri elementi maschili, trovarono alloggio al piano terreno della palazzina ufficiali e l’unica finestra dava sul cortile interno al Forte. Le ragazze ebbero lo stesso trattamento, ma nella Foresteria. Mi convinsi che eravamo proprio dei liberi prigionieri. La slitta con il suo prezioso carico, fu assicurata da Duca in una sorta di contenitore metallico, chiusa con una chiave elettronica a tempo. Nessuno avrebbe avuto occasione di aprire quella serratura. Ci furono molti inchini, molte, anzi troppe assicurazioni, che il prezioso carico era meglio assicurarlo, contro ogni evenienza. Al Forte c’erano troppe persone che andavano e venivano e potevano trovarsi, fra quelle, dei mali intenzionati. Fummo costretti ad abbozzare. La sera ci fu il ricevimento ufficiale e il Maresciallo Arroka, fu buon anfitrione e s’intrattenne con ciascuno di noi. Intanto che il tempo passava, io personalmente, morivo dalla voglia di parlare un po’ con Stubbing e gli altri. La situazione era sottilmente ambigua. Ci potevamo muovere, ma solo all’interno del Forte, anzi dell’area del cortile, dove potevamo essere ben controllati. Alla fine della cena, passammo nella sala comune e qui trovammo Pituddu e Gios. Ci furono presentati come guide locali, persone della massima fiducia, cui affidarci per i prossimi giorni. Lo leggemmo come un obbligo, assoldarli come guide, più che l’incontro fortuito con due abitanti di quei luoghi. L’occhiata interrogativa che Stubbing mi lanciò, non lasciava dubbi. Iniziava a preoccuparsi seriamente e sentivo una certa tensione anche negli altri miei compagni. Dopo innumerevoli brindisi e date le più ampie assicurazioni che l’indomani, con le nostre nuove guide avremmo lasciato il Forte per proseguire il viaggio, finalmente riuscimmo a trovarci, per poter scambiare le impressioni circa quella strana sosta.
Thor era stato l’ultimo a entrare nella stanza, che avevamo chiesto a un ufficiale, adducendo come scusa la consueta riunione serale. Il gesto eloquente del socio, stava dicendo che nessuno ci avrebbe disturbato. Solo il tono della voce doveva essere più basso possibile. La presenza di eventuali microfoni nascosti, non era da scartare.
Stubbing, non si fece pregare. Tutt’altro, iniziò con foga a parlare, seppur sottovoce, tanto che le vene del collo s’ingrandirono dallo sforzo fatto per mantenere basso il tono di voce.
         “ Siamo dei prigionieri.”. Esordì. “ Ogni passo è controllato e non mi stupirei, se oltre a questa stanza anche le nostre fossero piene di telecamere e microfoni. E’ inaccettabile. Poi che segreti, potremmo mai scoprire?”.
         “Credo.”. Intervenni. “ Che non siano i segreti che potremmo scoprire, quelli che interessano a loro. Piuttosto quelli che ci portiamo addosso. Che questa sia una zona sensibile, militarmente, ce ne siamo accorti. Sicuramente tra le montagne che ci sovrastano, sono nascosti i sistemi di difesa della zona. Abbiamo visto le postazioni d’artiglieria a guardia del lago. Credo che se potessimo dare un’occhiata sulle creste, ne scorgeremmo altre e forse con cannoni più potenti. Questo è un posto strategico. A guardia di passi importanti e soprattutto a guardia della pista, di cui ci ha parlato Pituddu.”.
Thor prese la parola.
         “Credo che in questo gioco, partecipino anche i nostri ospiti. Controllare le Terre Alte è una cosa troppo importante. Per la loro sicurezza. Impediscono ai Valsi di espandere troppo la loro influenza, e rafforzano le loro alleanze con gli Ingli, gli Scoti. I passi che ci sono più a nord sono vitali per gli uni come per gli altri. In più controllano la pista per assicurarsi rifornimenti sicuri nelle loro terre del sud e ultimo tengono a bada i clan Confederati delle Pianure. Ora il fatto che andiamo a curiosare in luoghi così importanti e che per decenni sono stati abbandonati e la storia ci insegna che furono luoghi strategici, secondo me non li incuriosisce. Li preoccupa. Avremo anche i loro occhi addosso.”.
Stark alzò una mano.
         “Perché dici che le Terre Alte sono strategiche? Io fino ad ora ho visto solo grandi prati, qualche coltivo e boschi. Naturalmente la pista che le attraversa e basta.”.
Thor sorrise.
         “Perché è nei boschi il loro segreto. Ci sono bunker nascosti. Fortini che custodiscono armi e chissà quali altre diavolerie. In queste terre c’erano centri di controllo e di comando. Da queste zone provenivano gli ordini alle truppe di pianura. Controllavano anche il traffico aereo. Civile e militare. Furono uno degli ultimi luoghi a cadere alla fine dell’ultima grande guerra. Prima dell’inizio delle catastrofi. Parlo di un centinaio di anni fa. Da quel momento in poi, queste terre sono sotto il controllo di molta gente. Controllano che nessuno se ne impossessi. Mistrali, Valsi e i loro alleati e poi noi. Riprendere in mano quei posti, significa ricominciare a comandare su di una bella porzione di territorio. Credi che i nostri clan riuscirebbero a sopportare il peso di un’eventuale guerra? Credi che chi ci ospita, non si lascerebbe sfuggire la possibilità di affermare il proprio dominio da qui al mare. Alla fine del grande fiume. C’è un’intera pianura che conserva ancora un’antica ricchezza. Occorrono le capacità per sfruttarle e vuoi che la Gilda dei Mercanti, non desideri il boccone migliore, per se? Così aumenterebbe il proprio potere tanto da poter controllare meglio e di più i popoli con cui fa affari? Dobbiamo solo trovare quello per cui siete stati comandati di cercare. Una volta trovato, potremo contare solo su di noi, per portare a casa la pelle. Ci saranno tutti addosso. Mistrali, Valsi, la Confederazione. Questo però, lo sapevamo già. Ce lo siamo già detto. Credo che il lavoro sporco sia stato affidato a questi quattro montanari. La storia della guerra dei pascoli è solamente ridicola e incredibile, sinceramente.”.
Stubbing, sempre più pensoso commentò.
         “Allora, una volta trovata l’ubicazione di Bunker Hill AB12 e scoperti i suoi segreti, per noi sarà tutto finito? Fino a quando non trasmetteremo i segreti, però, non dovremo temere nulla. Fino ad allora avranno tutto l’interesse a lasciarci in vita. Per il dopo non posso assicurare nulla. Dobbiamo andare fino in fondo. Non c’è nient’latro da fare. So che vi sto chiedendo un grande, enorme sacrificio. Potrebbe essere la fine di tutto. Potreste non uscirne vivi. Forse non ne usciremo vivi, ma …”.
Lasciò il discorso sospeso e scrollò il capo.
Per la prima volta prendemmo coscienza che le sue parole erano tragicamente e ineluttabilmente vere. Quanti di noi avrebbero superato vivi, la prova?
Feci una domanda.
         “Stubbing, tu sai dov’è Bunker Hill AB12? Tu sai esattamente cosa andiamo cercando?“.
Stubbing, mi guardò.
         “ Il punto esatto non lo conosco. So dove potrebbe essere. So cosa cercare. La dottoressa Arvig saprà anche come fare a prenderlo con noi, altrimenti qualcosa inventeremo. L’improvvisazione a noi Ranger non manca.”.
Neelya si alzò.
         “Direi di andare a dormire. Questa sarà l’ultima notte in cui riusciremo a dormire in un letto: Bene o male, non so. Ma in un letto, quello si.”.
 
Dal diario del Capitano Stubbing.
 
Siamo arrivati, dunque, al momento della verità. Nei prossimi giorni o forse nelle prossime ore si deciderà del nostro destino. Da una parte mi sento pronto, dall’altra sento l’angoscia di avere trascinato delle brave persone in un gorgo. Il peso si fa insopportabile.

L’Isola del Nord e l’Isola del Sud.

L’isola del nord richiama alla mente la storia fantastica di Maui, il  grande stregone che dal mare pescò Ao-tea-roa, per Kupe, discendente da Raiatea e che affidatosi alla guida di Tamatea, dal corpo tutto tatuato, secondo le indicazioni del grande sacerdote Natoroirangi sbarcò sull’isola dalla grande nube e combatté i moa e dopo la guerra regnò fino all’arrivo degli uomini pelosi. Questo insegna Mao, dalla grande pinna che solca i mari dell’emisfero sud. Questa è la storia non solo di un popolo, ma anche quella di una nazione che ha cercato nelle proprie radici, le ragioni per sentirsi più unita che mai.
L’isola del nord richiama alla mente un’altra storia. Storia di chi è nato con il tatuaggio segreto dell’”unlikely heros”. La storia di chi un giorno era a pesca e solo il richiamo di un amico, di quelli veri, ha distolto dalle sue canne e dai sui pesci.
L’isola del nord richiama alla mente la storia di un numero, che per un momento è divenuto un numero maledetto. Gli dei di quell’isola per quel numero hanno voluto ampi e copiosi sacrifici, per continuare a volgere il loro benevolo sguardo. Ora nella storia di quell’isola, sia a nord che a sud, l’antropofagia è una delle scelte culinarie possibili. E allora dopo essersene cibati gli uomini in nero, avevano pensato di possedere la forza e le virtù dei sacrificati, ma gli Dei, non erano contenti, non erano placati. Allora gli uomini in nero si sono ricordati di lui e vergognandosi l’hanno chiamato. L’ultima speranza, l’ultima possibilità di placare la sete degli Dei.
Hanno sofferto, quegli uomini. Ma l’ultimo, il reietto, il dimenticato, adesso siede alla tavola con gli Dei e con lui altri ventinove uomini in nero e tutta una nazione hanno fatto pace con se stessa e con una maledizione che durava ventiquattro anni.
Adesso potranno guardare gli altri negli occhi.
Anche gli Dei, potranno essere fissati senza abbassare lo sguardo.

E’ la vita. E’ la morte.
Ora, di là dall’epica che uno può profondere nell’annunciare la vittoria, finalmente degli AB, nella Webb Ellis Cup, possiamo dire che se c’è stata una brutta partita, vinta alla grande dalla paura e dalla tensione, contro il gioco, il bel gioco che le due contendenti sanno esprimere, non è andare tanto lontano dalla verità.
Un otto a sette, tiratissimo con sbagli clamorosi da una parte e dall’altra e sicuramente lo zampino degli Dei più capricciosi del solito, ha messo il suggello all’incontro.
Ripeto una brutta partita, ma era in ballo l’onore di una nazione che per la “bislunga” è disposta a tutto. Dall’altra parte era in ballo l’onore di una nazionale che sembrava arrivata per caso, proprio per un capriccio di Dei cialtroni e sbeffeggianti il comune sentire umano.
Ha vinto chi ha creduto di più nei propri mezzi e nella propria fortuna e ha avuto meno paura di mettere mani, gambe, facce dove non era necessario metterle.
Onore ai vincitori, ma anche agli sconfitti. Per come andata gli AB hanno dimostrato, di là di ogni ragionevole dubbio, che il primo posto spetta a loro. Per modulo di gioco e per i giocatori messi in campo in tutte le partite. Sono i più forti, nel bene e nel male.
Ai “galletti” l’onore di aver in ogni caso combattuto, con le ultime forze residue, ancorati a un sogno, sempre più sfumato e dai contorni di un incubo, alla fine. Incubo voluto anche da loro stessi. Il campo ha parlato e il campo ha dato e avuto ragione di ambedue.
Ci rivediamo tra quattro anni in Inghilterra.

 
L’isola del sud è la storia di una notte insonne o quasi. Di una sveglia a un’ora antelucana, alla nausea e dal desiderio di vomitare. Di una “strizza, che neanche agli esami della matura”
E’ la storia di un viaggio contro un sole rosso e abbacinante, in una campagna addormentata e nebbiosa, tra i voli pigri di aironi infreddoliti. Una cavalcata al centro o quasi della pianura padana, verso una città carica di storia. Madre di figli illustri e impossibile sogno di una città perfetta. Baluardo di antichi imperi ma meta di geni indimenticabili e sede di tradizioni culinarie incredibili.
Mantova ci appare come un sogno, adagiata tra laghi e fiumi, che ne deliziano i confini e là la nostra storia prende la forma di campi erbosi e di acca svettanti nel cielo limpido di quest’ottobre così strano e per nulla melanconico.
E’ la storia della prima giornata della Coppa Italia Femminile – rugby seven, e naturalmente sul campo dell’onore e dell’agone, non poteva mancare il canuto cronista e la sua giovane erede. Lui a passeggiare, a cazzeggiare e rodersi il fegato per quaranta minuti del primo tempo dell’evento sportivo dell’anno. Lei impegnata a riscaldarsi per il suo primo evento sportivo dell’anno.
E’ la storia di quattro partite, una vinta, due pareggiate e una persa. E’ la storia di un grande spavento e di un dolore improvviso, una folgore devastante, che quegli dei non lesinano a noi mortali. E’ la storia di un dolore composto ma attonito, onorato come si conviene. Con l’impegno, la dedizione e la giusta compostezza di una partita di rugby.
E’ la storia di un gruppo di ragazze che finalmente si misurano con altrettante giovani e si fanno rispettare e lanciano un guanto preciso. E’ poco che giocano assieme, è il primo campionato ufficiale, ma non credano le avversarie di aver di fronte il solito materassino da prendere a calci, come e quando si vuole. Tutt’altro. Hanno guadagnato il rispetto delle avversarie, di quelle che hanno vinto e da cui sono state battute. Hanno guadagnato il rispetto anche dalle favorite della giornata, con cui hanno pareggiato. Ora tutti sanno che contro le “Fenici Rosse” di Pavia, non c’è trippa per gatti. Che la vittoria si suda, perché le pavesi non regalano niente a nessuno e se ti distrai, saranno loro a farti male. Molto male.
L’isola del sud è la storia di un viaggio di andata, nel silenzio quasi monacale della concentrazione, della risoluzione o meno dei dubbi, delle incertezze delle piccole o grandi paure per la squadra e per se.
L’isola del sud è un viaggio di ritorno durante il quale sciolti i timori e con il benefico effetto, del premio prezioso, che il primo rugbista della storia, sicuramente un egiziano, ha assegnato al grande popolo dei “bislunghi”, la birra e che altro, si è dipanato nell’allegro cicaleccio delle giovinotte, contente e felici delle prove superate. Cicaleccio che poi, in virtù del regalo biondo e della stanchezza accumulata, si è trasformato nel sonno dei giusti.
Al canuto cronista non rimane che raccontarle queste storie. Forse fin troppo brevi, forse fin troppo emozionanti per lui, ma questo è stato ciò che è avvenuto domenica, addì 23 ottobre dell’anno duemilaundici, tra le sei e quarantacinque del mattino e le diciassette e trenta del pomeriggio.
Una manciata di ore per alcuni. Una svolta per altri.

Come sempre, buon rugby a tutti

INUTILI TRACCE – Capitolo 28°

28° Capitolo – ovvero “Ultime alleanze”
 

I raggi del sole, alzatosi dietro le basse montagne che coronavano a est la pista che stavamo percorrendo, entrarono quasi con circospezione nel Bivacco. Una chiara luce a poco a poco si espanse e i contorni delle cose si fecero più netti. Nel dormiveglia avrei voluto stirarmi e far riprendere la circolazione in quelle parti del corpo che sentivo rattrappite dai crampi. O così mi pareva. Il corpo di Darla, premeva ancora contro il mio e sentivo il caldo tepore della sua schiena appoggiata al mio petto. Ancor il profumo dei suoi capelli, colpiva il mio naso e mi parve di capire che quello era il profumo intenso del caprifoglio. Forse era solo un’impressione. Tentai di sfilare il mio braccio destro, che era imprigionato dal suo. Il tentativo fallì miseramente, la sua mano strinse forte al mia e la compresse su un suo seno. Sodo e morbido allo stesso tempo; non riuscivo a capire a cosa lo potessi comparare. Quel profumo e quelle mosse, iniziarono a rimescolarmi piacevolmente il corpo. Sentivo quelle che erano dette “vibrazioni positive”. Pregustavo l’idea di potermi pasticciare un po’ con lei.
Poi la luce si fece più intensa e una mano vigorosa mi scosse i piedi.
         “ Sveglia ghiraccio.” . L’inconfondibile vocione di Thornbjorn mi fece trasalire.
         “Sveglia e giù dalla branda. Pronto a muoverti in trenta minuti. Alzato, lavato e mangiato … E soprattutto, basta schifezze, voi due.”.
Anche Darla ebbe un sussulto. Aprì gli occhi e guardò l’orologio, che aveva al polso.
         “Santo cielo, è tardissimo!!”. 
Si tuffò sotto le coperte; la sentivo trafficare e pochi secondi dopo emerse con la maglietta indosso. Gettò via le coperte e agilmente scese dal letto. Le sue gambe, lunghe e per me perfette, guizzarono nell’aria come ali e in un attimo sparì.
Ancora intontito guardai il socio, che mi sorrideva beffardo. Brontolai, non so cosa e con una certa fatica, mi tolsi dal groviglio di coperte e scesi anch’io.  Trenta minuti per fare tutto. Impiegai molto meno ed entrato nella sala mensa, fui accolto da una serie di sorrisetti e ammiccamenti. Gettai là un buon giorno, poco convinto e mi servii della zuppa di latte e cereali, che uno dei soldati stava servendo ai tavoli. Darla, arrivò poco dopo. Ancora un po’ trafelata, sorrise fugacemente a tutti e mentre sbocconcellava una fetta di pane nero e marmellata, di sottecchi mi lanciò un’occhiata birichina. Fu un lampo, ma quell’occhiata mi disse tante cose. Le stesse, che non sfuggirono a chi ci stava osservando e già qualche colpo di gomito, neppur tanto mascherato, iniziarono a circolare.
“Cialtroni.”. Pensai. “Anche invidiosi.”. In cuor mio sorrisi e avrei voluto anche atteggiarmi, ma la voce di Stubbing interruppe quella manfrina.
         “ Signori è meglio muoversi. La giornata di cammino è lunga e faticosa e potremmo ancora trovare dei fuori programma, che potrebbero rivelarsi di difficile gestione.”.
Terminammo di mangiare e prepararci gi zaini. Fuori dal Bivacco il sole era padrone di un cielo che oramai eravamo abituati a vedere azzurro. Poche e pigre nuvole, altissime, sembravano vagare senza scopo in quell’immensità. Si avvicinò al nostro gruppetto, che si era radunato intorno alla slitta, il maggiore Harvée. Ci avrebbe fatto compagnia per un’ora buona di cammini. Poi avrebbe continuato su di un’altra pista, per raggiungere le postazioni sopra i laghi che avevamo scorto il giorno precedente e soprattutto voleva arrivare prima di sera al forte Svarigi, sede e comando dell’artiglieria posta a guardia della Valls deis Reis.
Ne avevamo senti parlare di quei pezzi d’artiglieria e soprattutto dell’abilità dei serventi. In montagna erano poche le truppe capaci di battere in precisione e abilità gli artiglieri da montagna dei Mistrali. Che avesse voluto darci un’indicazione? Un avvertimento? Oppure suscitarci un certo conforto? Solo dopo capimmo e con un certo sollievo, il senso di quelle parole.
Così avvenne. Camminammo in discesa per circa un’ora poi a un bivio ci salutammo e a ciascuno di noi fu offerto uno scudo di stoffa. Sullo scudo un’aquila che teneva tra gli artigli un fucile e un cannone. Sullo sfondo, lo schizzo di una montagna.
“Un piccolo omaggio. Senza pretesa. Rappresenta le truppe che vigilano su queste montagne e sui confini della nostra terra.”.
Lo disse con un non malcelato orgoglio. Ringraziammo e riprendemmo la nostra discesa. Dica Ramiro, in precedenza ci aveva assicurato che nessuno aveva allungato le mani o ficcato il naso, nel nostro carico. Ci sentivamo un po’ più sollevati.
La strada intanto scendeva sempre di più e in certi momenti, il cammino era difficile. L’ultimo pezzo poi; la pista che s’infilava in uno stretto canale, tutto curve e sbalzi d’altezza, mise a dura prova le nostre capacità di manovrare quella slitta. Finalmente la strada divenne più agevole e fatti ancora qualche tornante arrivò a costeggiare quel lago, dalle acque trasparenti e di cui si vedeva agevolmente il fondo. Il Llac Claret. Presso un gruppo di massi, ci fermammo La stanchezza della discesa ci piombò addosso di colpo. Saltarono fuori le provviste e iniziammo a calmare i morsi della fame.
Avemmo immediatamente degli ospiti.
         “ Ben arrivati. Fatto un buon viaggio?”.
La voce un po’ roca di Pituddu, ci arrivò alle spalle, improvvisamente. Sobbalzammo un po’ tutti dalla sorpresa.
         “ Eccoti finalmente.” Si riprese Stubbing. “ Ti avevamo dato per disperso.”.
Quello di rimando storse la bocca in una smorfia.
         “Avevate già compagnia. Sgradita, per i miei gusti. Quindi … “. Fece un gesto vago con la mano.
Soledo intanto cacciò un altro grido e il panino, che si era preparato con tanta cura, cadde a terra. Gios era saltato fuori dal nulla e si era seduto accanto. Vedendo il panino per terra, come un fulmine lo abbrancò e se lo infilò in bocca in due morsi. Poi, pensò bene di prendere il bicchiere pieno di vino a Neelya e bersene una robusta sorsata. Occhieggiò quindi voglioso il mattoncino di cioccolata di Darla. Lei lo guardò e glielo offerse. Sparì in quella bocca vorace, insieme al resto del vino. Ci guardò soddisfatto e per terminare emise un sonorissimo rutto, accompagnato da un altrettanto sonoro peto.
“ Aaaahhhhhh.”. Fece, battendosi platealmente il ventre e ci guardò con degli occhi furbi. Quell’uomo ci sorprendeva ogni volta di più. Non capivo se era la sua natura, oppure la natura stessa con lui, aveva giocato una partita persa in partenza.
         “ Abbiamo finito?”. Disse, con un moto d’impazienza Stubbing.
Gios, lo guardò interrogativo. Poi dalle tasche, in cui aveva frugato nervosamente, trasse tre piccole pietre rosse, che brillarono al sole; le guardò e poi con una goffa delicatezza le offerse alle tre donne del nostro gruppo.
         “Sono granati.”. Disse Pituddu e indicando il suo socio. “ Le ha trovate lui. Ce ne sono moltissime, racchiuse in queste rocce. Sembra che abbia il fiuto di un cane nel riconoscere dove si nascondono. Non le regala tanto facilmente. Anzi, se le fa pagare e care, per di più. Si vede che le vostre donne gli piacciono. Oh, ben inteso ricambia solo il fatto che gli date da mangiare. Se gli offriste altro, non saprebbe cosa farsene e come cominciare. E’ un tontolone, ma sa essere di buon cuore.”. Concluse con un sorriso, guardando quell’uomo che offriva piccole pietre preziose, per aver avuto in cambio un po’ di cibo.
Darla si commosse e gli carezzò il volto come a ringraziarlo. Lui nascose la faccia, quasi immediatamente, all’interno di quel giaccone sdrucito, che portava. Fece emergere solo gli occhi, sprizzanti felicità.
Thornbjorn, a questo punto non riuscì più a trattenersi.
         “ Allora … è finita la fiera della bontà? Possiamo parlare di affari … Adesso? Sì! Bene, finalmente … Siamo d’accordo tutti quanti. Accettiamo la tua proposta di alleanza. Mi viene da farti una domanda, però. Tu, voi Llacies, cosa ci guadagnate in tutto ciò?”.
Pituddu, passò una mano lurida, sulla sua faccia coperta da una barba corta e ispida.
         “ Cosa ci guadagniamo? Diciamo che … Se trovate qualcosa che ci interessa particolarmente, voi … Ce la offrite in segno di amicizia.”.
Intervenni.
         “Cioè?”.
Fece l’ennesima smorfia, con cui accompagnava le parole.
         “ Cioè … Trovate un magazzino nascosto e lo segnalate. Trovate cose e ci dite di cosa si tratta. Ci indicate i luoghi dove stanno … Provviste … Armi … Rifugi attrezzati … Cose che possono venir utili in luoghi come questi. Noi vi sorveglieremo discretamente e faremo in modo che nessuno venga a disturbarvi. Naturalmente ci ritroveremo ancora al forte di Valls e allora ci assumerete come guide per le Terre Alte. Nessuno verrà a ficcare il naso e si stupirà della cosa. Siamo di qui. Conosciamo ogni cosa di questi luoghi. Sarebbe naturale avere guide del posto e non suscitereste alcun sospetto.”.
Sputò nella mano destra e la allungò. Feci altrettanto e li strinsi quella sua zampaccia lurida. Gios con un balzo ci fu vicino e con la sua mano destra, tagliò quella stretta. Il patto era siglato.
Ci saremmo rivisti in serata, come d’accordo. I due si allontanarono in fretta, non senza un’altra visita alle nostre provviste da parte di Gios. Più che un uomo sembrava un pozzo senza fondo, tanta era la sua fame.
Riprendemmo il cammino. La pista era ampia e degradava ancora senza però la pendenza precedente. In ampie volute ci fece arrivare lungo le sponde di quel lago che avevamo visto. In alto lungo la cresta notai ancora dei fortini e sulla riva opposta, mimetizzato tra i grandi massi, vedemmo un altro forte. Parlando tra noi, venimmo alla conclusione che quelle montagne dovevano essere un dedalo di gallerie. Colme di uomini e armi d’ogni genere. Un attacco da quelle parti si sarebbe risolto in un’immane carneficina, per gli uni e soprattutto per gli altri.
Emersero anche tutte le nostre perplessità riguardo al patto da me suggellato. Avremmo dovuto passare per spie e rifornire di notizie chi da formaggiaio, non aveva assolutamente remore a trasformarsi in predone. La cosa non andava a genio, ma nella contingenza e nel dubbio, quella era stata la soluzione migliore. Orami eravamo isolati. Potevamo essere schiacciati in ogni momento e nessuno avrebbe reclamato.
A questo punto volevo andare fino in fondo, per puro spirito d’avventura. Personalmente. Per gli altri miei compagni, parlo di Thor e Neelya, si trovavano nella mia stessa condizione e forse a loro, l’avventura interessava sì e no. Premeva di più portare a casa la pelle, che altro. Per i Ranger, invece era una questione d’onore. Avevano ricevuto un ordine e volevano portarlo fino in fondo, anche alle estreme conseguenze. Per Darla, il motore che la spingeva era la curiosità della scienziata. L’amore del sapere, che spinge a scontrarsi e misurarsi con le paure, che ci portiamo addosso. Personalmente l’avrei seguita in capo al mondo.
Passato il lago, finalmente raggiungemmo un piccolo passo e si aprì la maestosità della Valls deis Reis. Stava finendo la parte facile del viaggio. Ora iniziavano i problemi, quelli grossi, ma la speranza ci faceva ancora compagnia.
 
Dal diario del Capitano Stubbing.
 
L’alleanza stretta con quel Pituddu, ma in bocca il sapore acre di pirateria. Mi sembra di essere diventato un predone, una spia. Di aver disceso gli ultimi gradini sulla scala della dignità personale. Eppure, quest’abiezione, sembrerebbe la più facile, per ottenere il successo della nostra impresa.
 

TRY

Gli All Blaks sono la squadra che tutti vorrebbero vedere giocare, ma contro cui nessuno vorrebbe giocare.
 
Quest’affermazione circola da molto tempo  nell’ambiente e in effetti la forza dei quindici tutti neri, è cosa nota a tutti.

Eppure per dirla con Aaron Persico:  Da piccolo avevo un sogno, giocare con gli All Blacks. Da grande ce l’ho quasi fatta. Ci ho giocato contro.

Masochismo? Follia irrazionale? Desiderio di autodistruzione? Può darsi, come può darsi che uno abbia voglia di confrontarsi con loro, non perché sogna di vincerli e a qualcuno questo sogno si è trasformato in realtà, piuttosto per provare una volta nella propria vita sportiva, che ha giocato con uomini grandi, grossi e forti, ma uomini e non semidei.
Il campo ha dato il suo responso.
Galles vs Francia, risultato 8 a 9. La Francia ha vinto con tre sciabolate di Parra. Il minimo sindacale, aggiungo io. Al Galles il merito di aver giocato in quattordici per sessantadue minuti, per qual maledetto rosso a Warburton per un placcaggio ritenuto giustamente pericoloso, ma a detta dei più sanzionabile con un giallo pieno. Ma gli dei  della palla bislunga hanno  deciso in maniera diversa. Neppure la meta di Phillips ha potuto ribaltare il risultato e la mancata trasformazione di Hook e quella tremenda bombarda scagliata da Halfpenny quasi alla fine, ma finita sotto la traversa per un soffio, hanno decretato la risicata vittoria francese. Galles combattivo, roccioso, mai domo e soprattutto giovane. Con una media in campo di ventiquattro anni e con il capitano, Warburton appunto che sfiora i ventri tre, sono il nuovo Galles. Squadra con cui nell’emisfero nord ci si dovrà misurare nei prossimi anni. Squadra giovane e quindi con poca esperienza, ma con una forza tale che avrebbe sicuramente meritato di andare in finale. Pensiamo solo a cosa ha fatto con l’Irlanda. Ha fatto la partita, onorando campo ed avversari e non ultimo il pubblico, che si è veramente divertito. Io per primo.
La Francia non decolla, non impressiona poi più di tanto e le due sconfitte con gli AB, che ci sta tutta, ma soprattutto contro Tonga, hanno sollevato non poche perplessità. Nei tifosi francesi, nella stampa transalpina e in tutto il movimento. Squadra con molte ombre e poche luci. Con Lievremont, l’allenatore, anche lui con le valige fatte, come il nostro Mallett.
Di contro ali AB contro l’Australia, hanno giocato di par loro. Aggressivi fin da subito, si sono scrollati, in parte, tutta la pressione, che hanno avuto e che hanno ancora, di questi mondiali.
Quando hai una nazione che ti guarda, che viene invitata dal governo ad imparare e bene l’inno nazionale, per cantarlo allo stadio, nei pub, a casa propria, per essere di massimo supporto ai giocatori in campo, bhé chiunque schiatterebbe sotto quel’immane peso.
Loro hanno schiattato l’Australia. Meta, calci piazzati, drop per un 20 a 6 che non ha lasciato ai canguri, che solo qualche boccata d’aria residua.
Quindi la finale ripresenterà gli stessi attori, che già l’avevano interpretata ventiquattro anni fa, in occasione della prima edizione della Webb Ellis.
All’Eden Park di Auckland si rinnova la sfida e questa volta credo che si svolgerà la vendetta dei tutti neri. La partita delle qualificazioni, ne è stato solo l’assaggio.
La serata buia del Millennium Stadium di quattro anni fa dovrà essere cancellata dalla memoria collettiva di una nazione e da quella della squadra.
Australia e Galles si contenderanno il terzo posto venerdì. Un’Australia che si sta ancora leccando le ferite e non è quella terribile macchina da guerra del Tri Nation.
Il Galles ha ancora orgoglio e speranze da vendere e fame di una vittoria importante per dar lustro e più credibilità a questa nuova banda di fratelli di rosso vestita.

Domenica invece gli occhi del mondo ovale saranno fissi, dalle dieci del mattino e per ottanta minuti in un punto preciso dell’Isola della Grande Nube.
Gli dei gongolano, gli umani sperano. Ci sono più di ventimila chilometri che separano due mondi per i quali la “bislunga” è un po’ più che quattro pezzi di pelle cuciti insieme.
 

FRANCIA vs NUOVA ZELANDA

 
 
Il rugby è l’unico sport che fa diventare uomini i giovani e giovani i vecchi.
 
Buon rugby a tutti.

OVALITA’ ANTIPODALE

Alla vigilia delle semifinali, guardiamo il tabellone e scopriamo delle sorprese e delle certezze.
Prima sorpresa FRNCIA vs GALLES.
Ora il Galles, come squadra nessuno la può ignorare, nel bene e nel male. Pensarla alle semifinali, dopo un’annata altalenante e soprattutto dopo un 6N di dubbia qualità, nessuno avrebbe messo la firma sotto la notizia che i Dragoni sarebbero finiti ad un passo dalla cima. Per dirla tutta alla vigilia i Rossi di Cardiff potevano assurgere a degli outsider e nulla più.
Eppure da quei duri e coriacei minatori che furono, si sono ripuliti della polvere di carbone e tossendo sangue domani affronteranno la Francia. In verità la partita con la pi maiuscola l’hanno fatta. Imbrigliando le folate dei figli di Munster e Ulster e costringendoli a un gioco fatto di muraglie rosse in ogni momento hanno vinto una partita sicuramente difficile e offrendo quelle battaglie da Millenium Stadium, cui siamo abituati a vedere tra febbraio e marzo.
Diverso é il discorso per i parenti transalpini. Reduci dalla sconfitta con gli AB, che sapeva di sopraffina vendetta per tutti neri e usciti dal campo con il morale condizionato, tale l’hanno portato con i tongani. Gente tosta che gioca un rugby fisico, più che tecnico e dimostrano ogni volta che per loro arrendersi è un lemma non compreso nel dizionario della lingua tongana. Tant’è che hanno loro rifilato una sconfitta così bruciante che la Francia ovale per un attimo ha persino pensato di scaricare nei quaranta ruggenti i famosi ”Bleu”. Ma si sa ogni partita è una storia a se. Di fronte un’Inghilterra, che pur essendo la corazzata che tutti conosciamo, non ha impressionato tanto nel girone di qualificazione. Wilko, ma anche Flood, Cueto, Ashton non avevano il solito imperio nello stare in campo. I missili del numero 10 il più delle volte si sono rivelati petardi di carnevale. Infatti contro i “boches” si sono presentati come vecchi lord, accigliati e pieni di prosopopea; di quella tipica, tanto old british. Risultato: i francesi hanno ritrovato il gusto e la via della meta, hanno ricordato di essere gli unici “champagnard” del globo e il leone inglese, si è trasformato nel gattone che ama starsene sul termosifone al caldo, coccolato dalla voce querula della signorina Popperterry, che sospira con le amiche alle cinque, ogni pomeriggio.
Australia e Sud Africa è stata l’altra vera partita. Wallabies contro Sprinbok. Quest’ultimi dovevano dimostrare di essere ancora una volta i campioni e credo fermamente che nella loro testa vedevano solo la finale ad Auckland. Invece quei diabolici canguri li hanno schiacciati, non tanto nel punteggio, quanto piuttosto con la fisicità del gioco. E’ stata sicuramente una delle partite più ignoranti del torneo.  Ben inteso, quando uno è ignorante nel rugby, è perché ha un fisico strabordante. Gioca di forza ed è conscio di questa e non per i motivi che la parola suggerisce. Forse, pochi concetti ma chiari: picchio duro, picchio prima e mangio metri. Punto.
Quindi Australia in semifinale e naturalmente a regolare il conto con i padroni di casa, che contro l’Argentina hanno giocato una partita difficile e indubbiamente la più brutta tra quelle giocate dalle elci d’argento.
Argentina, ah l’Argentina, squadra rocciosa, mai doma capace di andare in meta per prima sotto gli occhi di un’intera nazione. Capace di nascondere il pallone, di rallentare il gioco, di avvolgere l’avversario nelle languide e torbide figure di un tango di un qualunque barrio del Mar del Plata.
Gli AB costretti a subire per lunghi tratti questa faticosa melodia per poi svegliarsi improvvisamente e giocare come sanno loro. Tre passaggi, due finte un calcetto ed ecco che dai loro ventidue  te li ritrovi sulla linea dei tuoi cinque metri. La diga biancazzurra ha resistito un tempo e qual cosina in più, poi la marea è montata, le forze in campo hanno mostrato tutto il loro valore. Mai domi gli uni, ma neppure arrendevoli gli altri.
Quindi le due semifinali vedranno quattro squadre che ora come ora rappresentano il meglio per il gioco e per gli uomini in campo.
Francia vs Galles e Australia vs nuova Zelanda, con un’ultima nota. Agli AB non è piaciuto il fatto di essere stati battuti dagli “aussi” nell’ultimo Tri-Nation. Non so perché sento aria di vendetta.
Quindi per chi può, tra sabato e domenica, avrà di che divertirsi.
 
“Ogni cicatrice ha la sua storia ma grazie a Dio, non ogni storia ha la sua cicatrice” (Massimo Ravazzolo)
 
Buon rugby a tutti.

INUTILI TRACCE – 26° e 27° capitoli

# 26° Capitolo – ovvero “Decisioni quasi definitive”
 
Finimmo una cena, abbondante e passata in allegria. Il Maggiore Harvée si rivelò un ottimo commensale. Buon conoscitore dell’ambiente circostante, non si risparmiò per tutta la sera di raccontare aneddoti e storie interessanti. Apprendemmo storie di scalate, come d’usi, costumi e tradizioni dei Mistrali. Alla fine ordinò che ci fosse servito come dopo pasto un liquore verde, amaro e forte. Un distillato d’erbe alpine, ci assicurò che avrebbe favorito la digestione dello stufato di camoscio e patate, che fu servito quella sera. In più ci avrebbe preparato ad un buon sonno. Sazi e allegri quanto bastava, uscimmo dal Bivacco per goderci ancora la serata e un cielo che si apprestava ad essere tappezzato di stelle. La luna, velata dalle sottili nuvole che si rincorrevano, appariva dipinta nella volta celeste. Non un rumore, ma solo il soffiare quieto del vento tra le rocce. Nella pianura lontana, apparivano indistinte le fioche luci delle città che si potevano scorgere da quell’altezza. Al solo pensiero di disturbare quella pace, con i nostri discorsi da consiglio di guerra, avvertivo un certo disagio. Mi parve di spezzare un incanto, un momento sacro della mia vita, per parlare di banalità. Avevo voglia di tenerezza e romanticismo piuttosto, che non dovermi confrontare con una realtà, che assumeva i contorni di una sorta di viaggio senza ritorno.
Stubbing, che aveva iniziato il discorso, faticava a trovare il bandolo della matassa. Così mi parve. Anche se, quel liquore tracannato con vigore, sicuramente era stato d'aiuto. Piuttosto sentiva anche lui che si stava spezzando qualcosa; si operava una sorta di violenza a quell’incanto singolare.
               “L’offerta fattaci, se da una parte, può giocare a nostro vantaggio, permettendoci così, un inaspettato margine di manovra, tra due contendenti, che non vedranno di buon occhio il nostro aggirarsi in quegli spazi. Anche se proprio dalle nostre ricerche potrebbero ottenere un utile inaspettato, per noi sicuramente. Per loro, quello potrebbe essere una possibilità.”.
Thorn si grattò la testa.
            “Capitano, non la seguo nel suo ragionamento. In somma facciamo bene o male ad accettare l’offerta fatta da quel Pituddu?”.
Stubbing, ebbe un sussulto.
             “Scusate, ma il camoscio salta ancora nel mio stomaco. Dicevo … Se accettiamo l’offerta, potremmo aggirarci nelle Terre Alte con comodo e senza destare sospetti alcuno. Non credo che potremo essere oggetto di una sfrenata curiosità. D’altra parte, qualcosa mi sfugge. Mi pare che quell’offerta si trasformi in un patto, che ha il sapore di laccio scorsoio.”.
Intervenni.
                “Stubbing. Credo che a questo punto si debba fare un passo indietro. Nel senso che è meglio dire, adesso e chiaramente cosa cercate nelle Terre Alte. Non dimenticando nulla della vostra missione, naturalmente.”.
Il capitano mi guardò, incerto se rispondermi o meno. Avvertii una tensione in lui. Raccontarmi per filo e per segno la missione, oppure lasciare delle lacune; da riempirsi o no al momento.
                “ Va bene. Questa conversazione e vale per tutti voi, non è mai avvenuta. Chiaro? Alle Terre Alte dobbiamo scoprire dov’è e cosa c’è dentro Bunker Hill AB12. So che è una casamatta e la dobbiamo trovare e distruggere. Prima però la dott. Arvig dovrà sottrarre, immagino, qualcosa d’importante da quel luogo. Una volta terminata la missione, credo che noi non dobbiamo solo andare via da quel luogo, ma filare a gambe levate. Vista l’attuale situazione. Questo è quanto ed è tutta la verità. Non ho omesso nulla.”.
Guardammo tutti Darla a quel punto. Lei sentendo tutti quegli occhi addosso, tossicchiò imbarazzata, poi con voce ferma, sperando forse di trovarsi a parlare ad un congresso iniziò.
           “ Come vi avevo già detto in precedenza, sono un’esperta in codici informatici antichi.”. Poi rivolta solo a me “ Oh forse l’ho detto solo a te? Adesso non ricordo con esattezza.”.
                “Lascia correre, non è così importante ora.”.
Continuò
                “ Bene. Il mio compito è di trovare un PC che conserva in se dei codici sorgente. Questi codici li devo sommariamente analizzare, ma soprattutto prendere e portare via con noi. Una volta giunti, se mai giungeremo, alla Città delle Scienze del Consiglio dei Clan, li dovrò consegnare. Da quel che ho capito, o meglio, dai discorsi, dai silenzi e dalle allusioni, che sono riuscita a rubacchiare e su cui mi sono fermata a riflettere, quei codici dovrebbero essere di navigazione aerea, di avionica generale e … ma non ne sono certa, anche di geografia.”.
Intervenne Duca.
                “ Navigazione aerea, avionica, geografia? Hanno senso se collegate bene le une alle altre. Devo far volare qualcosa d’antico e quindi devo sapere quali comandi usare, anche se per volare adesso come allora, sfruttiamo gli stessi principi di fisica. Però i sistemi di allora, o certi sistemi erano appannaggio di pochi. Erano complicati, quindi occorre una guida precisa per l’utilizzo di tutti le sue parti. La geografia per tracciare una rotta, per avere delle posizioni precise. Potranno essere luoghi sui quali o contro i quali volare. Dico che ha senso”.
Anche Neelya si sentì obbligata ad aggiungere qualcosa.
              “ Credo che Duca non sia molto distante da una verità. Anche distruggere quel luogo deve rivestire un ruolo importante, nella missione. Per ciò che si prenderà, non deve rimanere traccia, Di ciò che si trovava e del nostro passaggio, naturalmente. E’ un luogo che non dovrà più trovare nessun’utilizzazione per nessun altro.”.
A questo punto presi la parola.
              “ Ragionamenti e discorsi che non prestano il fianco, indubbiamente. Vorrei portare la vostra attenzione su un altro aspetto di tutta questa faccenda. Misteriosa, perché sappiamo solo mezze verità. Cioè sappiamo che voi, ” Indicai Stubbing, uno per tutti.”. Voi e tu Darla avete uno scopo fin da principio. Che ciò avete nascosto, ma che noi siamo riusciti a scoprire. Mi sfugge ancora il perché ci troviamo qua, ma le parole di Duca, dette nella valle di Prabloem, non credo che siano molto distanti dalla verità. Però ci sono altri che sanno chi siamo. I Mistrali. Perché ci tengono d’occhio fin dal nostro avvicinarci. Avranno la loro convenienza a farci proseguire. Pituddu e il suo Clan. Sono stati informati da qualcuno, che vuole sapere con esattezza tutte le nostre mosse.”.
Mi rivolsi a Duca sorridendo.

                 “Devono essere dei tuoi colleghi.”. E proseguii” In più c’é la Gilda dei Mercanti. Quegli avvoltoi hanno fiutato più di quel che fanno vedere. Sicuramente quei codici rivestono un’importanza, che ora non riesco ad immaginare, ma che sicuramente hanno un valore immenso.”.
La profonda voce di Stark emerse da buio.
                   " Quindi, una volta che avremo trovato questi codici, ammesso che esistono, sapremo realmente, non solo cosa valgono, ma quanto valiamo noi. Quale potrà essere la nostra fine. Saremo coperti d’onore e di medaglie, oppure la soluzione del colpo alla nuca sarà quella che permetterà, non so neppure io a chi, di mettere la parola fine ad un imbroglio? A questo punto sento di essere preoccupato. Scusi signor capitano se ho parlato liberamente, ma credo che ciascuno di noi abbia per se questi pensieri già da qualche tempo.”.
                 “ Libertà più che mai concessa e ammessa. dato il momento.”.
Stubbing continuò.
                “ Signori, la situazione è sicuramente non buona. A questo punto i margini per una manovra di un eventuale sganciamento si sono fatti notevolmente esigui. Siamo Ranger e abbiamo un dovere da compiere. Qualunque saranno gli effetti finali per noi quel dovere, lo compiremo. Dimostreremo a tutti qual é il nostro valore. Nessuno avanzerà delle contestazioni in futuro. Accettiamo l’offerta di quel … Pituddu e … portiamo a casa la pelle.”.
Cadde un silenzio pesante, tra noi. Ciascuno stava riflettendo su quanto era stato detto. Riconobbi che il futuro si era tinto di un grigio più scuro e sicuramente sarebbe diventato nero. Per certe cose il mio sesto senso non mi aveva mai tradito.
Guardai Darla. Con le braccia sulle gambe, aveva la testa tra le mani e curiosamente si dondolava avanti e indietro. La fonte corrugata e lo sguardo fisso a terra. La fioca luce della lampada che era in mezzo a noi gettava una luce spettrale. I volti dei miei compagni, si mescolavano con l’ombra nera della notte che ci circondava. Le vedevo cambiare d’espressione ogni volta che, immagino, toccavano l’una o l’altra parte dei discorsi fatti. Forse quei brani che più davano apprensione, più li spingevano a riflettere su di se e su cosa avrebbe potuto loro succedere. Gli effetti futuri che si sarebbero riverberati sulle persone che li stavano aspettando. Era il momento di tracciare dei bilanci; di sentire intimamente dove e come pendeva la bilancia personale. Quali fossero i pilastri che reggevano l’esistenza di ciascuno e di quanto fossero forti. La sensazione di preoccupazione si leggeva chiaramente sui volti di tutti e immagino, anche sul mio era lì, squadernata in modo che tutti la potessero vedere. Non provai vergogna. Non mi sono mai sentito un eroe e quando, come in questo caso, mi ci hanno tirato per i capelli, non ho mai dato il meglio di me. Poi questo era il caso per diventare, almeno per un momento, eroe?
“ … Portiamo a casa la pelle”.Questo sì, che sarebbe stato l’atto più eroico di tutta questa strana, ingarbugliata storia che stavo vivendo. In cuor mio, per stemperare un po’ quel sottile filo, che tanto m’infastidiva, c’era un altro pensiero che mi la mente, a cui dedicavo molte ore. Darla. Ero stato colpito da lei fin dal principio. Mi piaceva e non riuscivo a trovare nulla in me o in lei che potesse respingere tale pensiero. Anzi il pensiero dominante di quelle ore era diventato che dovevo assolutamente tornare a casa e con lei. Poi … Poi si sarebbe fatto sul serio e a modi mio. Era una certezza che cresceva lenta e inesorabile di momenti in momento. Sentivo che non era solo l’esaltazione del momento, non era un fuoco alimentato dalle stoppie. Stavano prendendo fuoco ciocchi di legno che avrebbero fatto buona brace e che in ogni momento sarebbero state capaci di suscitare vampate ardenti. Riconosco che gongolavo a quei pensieri. Del tutto ignaro se fossero corrisposti, ma certi piccoli segnali avuti da Darla, m’indicavano che la strada era da percorrere. Con prudenza, ma con altrettanta determinazione.
Da quei pensieri fui distolto e non solo io, da un sonoro sbadiglio del socio. che mi batté una mano sulla spalla.
                 “Allora, come il solito c’è toccato in sorte di mettere le mani nella merda. Leggo nel tuo sguardo una felicità difficile da esprimere, umanamente.”.
Sorridendo risposi.
              “ Già… Mi sono svegliato presto. Una gioia insopportabile! Va bene, allora é deciso. Tutti d’accordo?”.
Qualche grugnito d’approvazione e poi seguendo la fioca luce della lampada rientrammo al Bivacco per raggiungere i nostri giacigli.
Passando accanto a Stubbing, gli sussurrai.
                 “ Abbiamo avuto compagnia questa notte. Qualcuno con le orecchie lunghe, avrà di che raccontare.”.
Stubbing, mi rivolse eguale cortesia.
          “ Sì. Me ne sono accorto anch’io. Penso sia il Maggiore. Gli abbiamo offerto un’occasione d’oro per fare bella figura. Dovrebbe essercene riconoscente in qualche misura. Non trovi.”
Per risposta gli battei anch’io un’affettuosa pacca sulle spalle.
Dopo poco eravamo tutti a letto e lì, iniziarono le sorprese. Almeno per me.

 
 
Dal diario del Capitano Stubbing.
 
Altra giornata, che pareva non voler più terminare. I colpi di scena si susseguono ogni piè sospinto. Accetteremo l’offerta di una larvale alleanza. Al diavolo il comando. Lo avvertirò, se potrò a missione compiuta.

# 27° Capitolo “Notte con sorpresa”
 
Ci ritirammo in uno stanzone preparato per noi. I letti, per motivi di spazio erano uno sopra l’altro. In legno, con dei materassi, che alla prova dei fatti risultarono duri, ma in fondo confortevoli per le nostre schiene martoriate dalle troppe ore, nelle quali avevano sopportato il peso degli zaini. Scelsi un posto in alto e vicino a me si preparò il letto Darla. Sotto sentivo il mio socio che si muoveva tanto da sembrare un grosso orso che si prepara la cuccia. Si spensero le luci e a quel punto non seppi resistere.
         “ Thorbjorn.”. Dissi soffocando le risa che m’impastavano già la bocca.” Cavolo, il tuo zaino va a fuoco.”.
Si udì ben distinta un’imprecazione, seguita da un rumore sordo e secco. La sua testa aveva urtato violentemente le assi di legno che erano il fondo dei letti superiori.
Seguirono imprecazioni più colorite e risuonarono le risate di tutti quanti.
         “ Sei imbarazzante. Mai una volta che eviti di cascarci.”
Thor si rivolse furioso al sottoscritto.
         “Che bastardo schifoso. Non fosse perché ci sono delle signore e si sa, s’impressionano facilmente, mi verrebbe voglia di visitare fisicamente e con estrema violenza i luoghi fisici a te più cari. Sei il solito cialtrone inguardabile e mi vergogno di te, in questo momento. Fanculo, stronzo”.
Lo immaginavo con le mani sulla parte dolorante della testa, gli occhi infiammati di collera e l’immediato pensiero su come farmela pagare.
         “ Dai, non fare così. Lo sai che non mi trattengo. Domani ti offrirò una buona birra. Sei contento.”  Scoppiai in un'altra risata.
         “ Te la do io la birra. Aspettati le peggior cose. Non è una minaccia, è un cortese avvertimento.”.
Quando mi dava avvertimenti, allora sapevo che le peggior cose, sarebbero state tali. Avrei pagato caro e salato quello scherzo. Pazienza, ma un’occasione simile, la zuccata di Thor contro un assito e il suo vigoroso florilegio d'imprecazioni, era assolutamente imperdibile.
Poco a poco le risate scemarono e ci si addormentò tutti. Tranne il sottoscritto. Presi a vagabondare con la mente, ripercorrendo le parole dette, i ragionamenti fatti, quando sentii che qualcosa si stava insinuando sotto la mia maglietta.
La mano di Darla stava salendo piano lungo la linea dei miei fianchi. Percepii il suo morbido palmo sulla mia pelle e quando giunse all’incavo dell’ascella, ritornò indietro. Le unghie incidevano lievemente sul mio costato. Avvertii un brivido, che non avevo gustato da tanto tempo. Conscio di ciò che mi sarebbe successo, m’irrigidii. Passarmi la mano, le dita, le unghie sui fianchi erano come innescare la miccia di una bomba. Morsi il cuscino e aumentai la frequenza dei respiri. Corti e sempre più frequenti. Poi la mano iniziò a carezzarmi il ventre e salire con spire sempre più ampie verso il petto. Le dita incontrarono un capezzolo e iniziarono un lento gioco, tanto che s’inturgidirono ambedue. Il piacere che provavo era di un’intensità tale che ero dibattuto da due sentimenti opposti. Partire al contrattacco oppure rimanere lì ad assaporare ancora e fremere, avere quel delizioso travaglio interiore? La sua mano poi prese un’altra direzione, precisa e mi parve quella, una corsa inarrestabile. Avevo la mano sinistra libera di contrastare quell’avanzata, ma la sentivo pesante quasi si fosse incollata alla mia coscia sinistra. Lascia che la mano di Darla arrivasse al suo traguardo. Iniziò a carezzarmi il sesso, ormai duro. Prima sugli slip, sempre con mosse lente, utilizzando quelle unghie, che lei curava con diligenza. Infatti, aveva mani bellissime, curate, con dita da pianista, agili e nervose. Poi la mano scivolò sotto l’elastico. I miei denti affondavano sempre di più in quel cuscino di dubbia pulizia tanto che lo avevo coperto con un asciugamano. Strabuzzai gli occhi o almeno così mi parve. Sentivo l’ansito di Darla sul collo e i suoi sommessi gemiti nelle orecchie. La mano aveva preso un ritmo tale, che inizia lentamente a inarcarmi. Oramai trattenevo il respiro si era fatto affannoso, il fiato sempre più corto e avevo paura di non essere in grado di controllarmi. Poi Darla iniziò a darmi colpi di lingua nelle orecchie e a qual punto, abbandonai tutto me stesso nella sua mano. Qualcosa esplose nella mia testa, oltre che da un’altra parte del mio corpo. Finalmente riuscii ad afferrarle quella mano e non m’importò molto se aveva su di se, le mie più che evidenti tracce. Lei si schiacciò ancora di più conto di me. A questo punto mi voltai, incurante oramai degli altri. Con la mano destra le presi il volto, lo accarezzai e mi venne spontaneo dirle.
         “Grazie.”.
La baciai e fu un bacio lungo, tenero, appassionato, così mi sembro e quella stessa tenerezza e passione mi furono restituite. Darla si alzò a sedere un attimo, il tempo di sfilarsi la giacca del pigiama e poi si gettò tra le mie braccia.
Sentivo il suo cuore battere contro il mio petto. Il suo seno, che si alzava e si abbassava seguendo il ritmo sincopato del suo respiro e i capezzoli, che s’inturgidivano a contatto con la mia pelle, mi fece venire la voglia di stringerla ancora più forte. Desiderai che quel tempo si fermasse, in eterno, che potessimo, per magia, cristallizzare quegli attimi.
Darla mi parve impazzita. Si strusciava e intanto aveva ripreso a graffiarmi come prima e sentivo il suo bacino premere contro il mio. Prepotente. Insistente. Non era ancora quello il tempo dello spirito. Quello era il momento sacrificato al corpo e alle sue esigenze.
Le mie mani o forse solo una (I ricordi si sfuocano e forse non sono così importati) si agitarono come pedine impazzite sul corpo di Darla. Ne esplorai le curve, seguendo le linee dei seni prima, delle gambe poi e infine l’interno. Caldo, pronto, accogliente.
Mentre la esploravo, anche con una certa titubanza le baciavo piano un seno e lei rispondeva con piccoli e soffocati gemiti. Aumentai il ritmo degli sfregamenti e lei, parimenti aumentò la forza con cui serrava le gambe, per non farsi sfuggire neppure un briciolo di quel piacere che le stavo donando. Giunta al culmine, non so come, riuscì ad abbracciarmi la schiena. Con tenera violenza me lo artigliò, con quelle sue mani forti e bellissime. Riuscii a cingerle anch’io la schiena e la strinsi forte a me. Un abbraccio mozzafiato. Non ricordo quanto tempo rimanemmo così, poi udii, quasi in un soffio, a sua voce.
         “Poi lasciarmi, per favore. Mi manca il respiro.”.
Spaventato, la staccai usando ancora troppa foga, quasi terrorizzato e inconsapevole di aver sicuramente esagerato.
Nella penombra, la chiostra dei suoi denti, mandò un barbaglio improvviso, poi avvertii la sua guancia sul mio petto e un profumo inebriante salire dai suoi capelli. Un misto d’erbe e agrumi e quel suo profumo, che sapeva di cuoio e tabacco, s’insinuarono come una serpe nelle mie narici. Mi sentivo nuovamente eccitato, ma repressi l’idea. Quel momento era troppo prezioso. Quello era il tempo per lo spirito, per le piccole tenerezze che gli amanti si scambiano dopo l’amore. Con le mani riuscii ad abbrancare una coperta, che buttai addosso ai nostri corpi seminudi. A poco a poco il calore dei nostri corpi accaldati e sazi, riempì tutto lo spazio, creando un piacevole tepore. Quasi che quei gesti avessero favorito il sorgere di una bolla, accogliente tanto da poterci isolare dal mondo, dagli eventi passati e da quelli minacciosi del futuro.
La sentii cambiare respiro. Si era addormentata, non prima di baciarmi ancora e ancora teneramente. La sua mano sulla mia guancia e il capo sul mio petto. Sentivo che era la donna a tutto tondo che andavo cercando da molto tempo. La sua irruenza iniziale, se da una parte mi aveva stupito, spaventato anche, dall’altra mi dava quella risposta che avevo cercato senza formulare una domanda precisa. Anzi ero stato io che così maldestramente le avevo dichiarato, quanto e cosa mi piacesse di lei. Lei che era rimasta ferita dalle mie parole e dal modo con cui le avevo parlato del mio interessamento nei suoi confronti. Eppure a distanza di giorni aveva deciso che le piacevo. Forse per quel ruvido modo di esternarle i miei sentimenti o forse perché alla chimica dell’amore, non c’è risposta razionale che tenga.
Con questi confusi pensieri scivolai nel sonno, senza i sogni di chi arriva a un traguardo, sapendo che altri ancora attendono di essere raggiunti.
 
 
Dal diario del Capitano Stubbing.
 
Questa notte anche qualcun altro aveva il camoscio che danzava nel suo stomaco. Domani si ripartirà, con la speranza di trovare finalmente la chiave di quest’imbroglio.

 

INUTILI TRACCE – 24° e 25° Capitolo

# 24° Capitolo – ovvero “ Tra un no e un forse”
 

Fissavamo stupiti quei due uomini, senza avere il coraggio di parlare. Ci parve incredibile, che il loro coraggio fosse così simile all’incoscienza pura. Eppure qualcosa iniziò a farsi strada in me.
“Se sei stato tanto abile da capire dove ci saremmo fermati, ”. Pensai “allora lo sei altrettanto per farci una proposta cui sarà difficile rispondere in maniera del tutto negativa. Oppure sei pazzo e allora qualunque cosa dirai, non otterrà nulla se non un’alzata di spalle.”.
Fu Stubbing a parlare per primo.
         “Alla prima che hai detto, la risposta è no. Ne abbiamo tre di guide e le migliori sulla piazza. Per la seconda … Che cosa intendi per alleato.”.
Fui lusingato da quelle parole, anche se poteva essere il contentino del momento, ma il tono usato mi parve sincero.
Pituddu, non si fece pregare, per continuare il suo ragionamento.
         “ Poiché non vi servono guide in più, allora vi servono alleati. Vedete, là dove volete andare c’è in atto una guerra tra Clan. Una guerricciola … questione di pascoli, di sorgenti da sfruttare e le Terre Alte, è un po’ … Come dire … Il posto migliore. Pascoli ricchi di buona erba, sorgenti ben alimentate e costruzioni per riparare uomini e bestie in buono stato. In più si trovano alla confluenza di varie piste. Da una parte l’Alta via dei Giganti che dopo il passo delle Lobbie diventa la pista dell’Ischiator, raggiunge il Botiga del Turò, per entrare nelle terre dei Mistrali. Dalla parte opposta salendo per il Logiokalna percorre tutta la valle del Grande Fiume e risale fino al passo di Novemae e scende nelle terre dei Valsi. Questo da Nord a Sud. Verso Est c’è la pista che porta da dove siete arrivati voi. E’ più difficile per via della valle stretta scavata dal Grande Fiume e poi i forti di Houstain, di Hounzin fanno buona guardia, ma di lì scendete per la strada verso città fortificata di Dorp, per continuare verso il porto di Koitma.”.
         “Un punto cruciale quindi, queste Terre Alte.”. osservò Thor.
Pituddu fece una risata, mostrando un chiostro di denti guasti.
         “L’hai detto.”.
Anche il suo compare si mise a ridere in maniera più sgangherata.
Ci guardammo, ancora una volta più interdetti.
         “Va bene. Abbiamo capito che conosci bene la geografia dei posti. Sai quali sono i problemi … ma noi cosa centriamo in tutto questo e soprattutto tu … Chi rappresenti e perché ci offri un’alleanza?”. Dissi, interrompendo un silenzio che diventava sempre più pesante e imbarazzante.
         “ Vedi, noi … il mio compare, che si chiama Gios Brandacojon.”. Così dicendo gli diede una strofinata sulla testa con mani tozze e segnate dalle intemperie e dal lavoro, con unghie smangiate e dal sudiciume antico. Tutto in loro sapeva di sporco e trasandato.
         “Dicevo, noi siamo del Clan dei lleteirs e in questo conflitto ci perdiamo soltanto. A noi interessa il latte degli animali. Lo facciamo diventare formaggio, burro. Lo vendiamo in tutta la valle del Grande Fiume. Non è ricco il nostro Clan, ma se ci tolgono il latte …”.
Stubbing ci accigliò.
         “ Va bene … ci perdete, ma allora chi ha scatenato questa guerra?”.
Pituddu si fece serio.
         “ Il Clan dei Koerhrden vuole il libero transito sulla pista che dalle Terre dei Valsi muore in quella dei Mistrali. Il Clan dei Feirmeior li lascerebbe anche passare, ma pretendono il pagamento di un dazio. Capi di bestiame in contropartita per il pascolo su queste terre, che loro pretendono di aver avuto in eredità dal passato. In fondo vogliono salvaguardare le loro coltivazioni, le loro foreste, dalle invadenze degli animali liberi al pascolo. In più ci sono anche i territori di caccia. Più bestie mangiano, meno bestie hai nel carniere. A noi lleiters interessa solo che ci diano il latte.”.
         “ Allora siete più propensi a una all’alleanza con i Koerhrden.”. Dissi io.
Pituddu scosse il capo.
         “No, anche i Feirmeior comprano il nostro prodotto e noi i loro. Diciamo che ci conviene averli alleati entrambi. Ti ripeto, siamo troppo piccoli perché possiamo in qualche modo incidere sulle sorti della guerra.”.
Thor si grattò furiosamente la barba.
         “ Voi siete troppo piccoli per incidere sul conflitto e volete tenere il piede in due scarpe; noi siamo uno sputo in uno stagno. Che pericolo rappresentiamo?”.
         “ Nessuno. Fino a che vi terrete lontani dalle fortificazioni. Se vi avvicinerete ai bunker, allora sia gli uni sia gli altri penseranno che siate spie.”.
Darla intervenne nel discorso.
         “Perché dovrebbero pensarlo?”
Riprese.
         “Perché penseranno che curiosi potreste scoprire i loro piccoli grandi segretucci, che nel corso degli anni, hanno accumulato qua e là. Certi bunker sono diventati magazzini. Altri sono rifugi e forse anche armerie. Se doveste scoprire i loro affari, la vostra pelle non varrebbe nulla. Anzi sareste merce di scambio. Avrete o no un prezzo di mercato.”.
Stubbing, meditabondo sbottò.
         “In un certo senso il discorso non fa una grinza. Ci vedono girovagare in un punto, per loro strategico e per certuni saremo equiparati a spie. Se butta bene, saremo sequestrati in attesa di riscatto. In caso contrario finiremo in qualche crepaccio, con la testa spaccata. Quindi, quest’alleanza in che cosa consisterebbe?”.
“Vi faremo da garanti. Noi llaices, garantiremmo per voi. Potrete aggirarvi liberamente. Compiere i vostri studi, le vostre ricerche senza nessun disturbo. I risultati saranno verificati da entrambi le parti e potrete andarvene tranquillamente. E per la strada più breve. Mi pare un buon patto.”.
Dovevamo prendere tempo. Assolutamente.
Dissi.
         “Vediamoci ancora domani, sulla pista tra il bivacco di Gleannahrd e il forte della Valls deis Reis. Se permetti. Ne dobbiamo discutere tra di noi questa notte.”.
Pituddu scosse la testa in maniera assertiva.
         “Bene.“. Disse. “Noi ce ne andiamo. Dateci dieci quindici minuti di vantaggio, prima di muovervi. Ah … per caso avete mica delle provviste in più. Sapete. Gios ha sempre un certo appetito.”.
Duca, che era rimasto accanto alla slitta, ma abbastanza vicino per non perdersi nulla dei discorsi fatti, frugò tra le provviste e trasse un pacco. Lo gettò al compare, al quale subito lo sguardo s’illuminò. Emise un grugnito, che ci parve di ringraziamento e in quattro balzi sparì tra le rocce. Pituddu ci ringraziò e fece altrettanto.
Eravamo di nuovo soli, tra di noi e più preoccupati di prima.
 
Dal diario del Cap. Stubbing.
 
Forse è meglio abbandonare l’impresa. Essere messi in mezzo ad una guerra e rischiare di essere scoperti chi veramente siamo e morire con il marchio infamante della spia, non me la sento. Dovrò affrontare una decisione fondamentale per me e per i miei uomini.

# 25° Capitolo – ovvero “Ancora in viaggio”
 
In poco tempo ci preparammo e riprendemmo il cammino. Per una buona ora, ciascuno di noi rimase preda dei propri pensieri. Poi la strada si fece più agevole e incontrammo squadre di uomini dei Mistrali che stavano facendo manutenzione alla pista stessa. Lunghi tratti erano stati cosparsi di un misto di terra e pietrisco fine. Dalla pietraia si passava così alla terra battuta. A un certo punto raggiungemmo una balconata naturale. Il sole del primo pomeriggio illuminava uno spettacolo grandioso. Davanti a noi la pista si stava alzando fin verso il Bivacco. Vedevamo anche la sinuosità della pista stessa, che scendeva in grandi spirali verso il fondo della valle. Costeggiava un lago dalle acque terse e poco profonde, tanto da vederne il fondale. Poi la pista si rialzava nuovamente e spariva dietro un’evidente sella, sul cui culmine troneggiavano giganteschi massi erratici. Allungando lo sguardo si vedeva una parte di un altro lago. Certo più grande del precedente. Le acque, viste dalla nostra posizione, parevano persino nere, tanto doveva essere profondo. La pista gli correva intorno e con un’ultima impennata saliva per qualche tornante, per poi sparire dietro ad un grande mammellone di roccia. Sullo sfondo i prati e i pascoli della Valls deis Reis chiedevano la vista. Il forte non era visibile, ma dall’intrico dei sentieri, che segnavano quei prati, s’intuiva che non doveva essere molto distante.
Più scura di tutte le altre, la traccia del nascente Grande Fiume, risaltava tra quel verde.
Formava già allegre e rocciose anse e s’intuiva dal ribollire dell’acqua, che saltava di roccia in roccia e che prendeva forza, per affrontare il suo lungo viaggio.
Alla nostra sinistra una fuga d’immense pareti rocciose, sul cui culmine le punte delle montagne parevano i termini di una gigantesca corona regale. Fatta di rocce e ghiacci, sulle quali, guardando con i binocoli, che avevamo, potevamo scorgere puntini colorati. Scalatori impegnati a salire quelle pareti oppure, erano già presi dalla discesa.
Sulla nostra destra si apriva lo sguardo sugli immensi prati delle Terre Alte e la traccia scura del Grande Fiume ora era più ampia e marcata. Al sole gli sbuffi e i giochi delle acque che ricadevano di roccia in roccia a formare cascate e rapide, erano più evidenti.
Scrutammo, tra i prati che si dispiegavano ora verde carico, ora tendenti al giallo pallido secondo la loro vicinanza o meno dalle acque, quelle macchie più scure, quei quasi evidenti tumuli, che stavano segnalando la presenza delle antiche fortificazioni.
Ogni volta che una di quelle era individuata, veniva immediatamente fotografata. I cannocchiali erano predisposti anche con una macchina fotografica, all’interno e il software segnava automaticamente i punti di rilevamento. Durante la serata, con comodo, avremmo scaricato le immagini, sul PC di Darla così da formare una sorta di mappa dei luoghi che ci interessavano. Puntando poi lo sguardo vero est, densi boschi occupavano le pareti delle montagne che s’innalzavano dalle Terre Alte. La pista che puntava concretamente a est, virava bruscamente a sinistra e attraversato il fiume su di un solido ponte, così ci parve, dopo qualche ampia curva s’inabissava improvvisamente. Sullo sfondo ancora montagne, ma dalle forme più aggraziate, più tondeggianti, sulle quali ai pascoli si mescolavano zone più scure di campi coltivati. La risoluzione dei nostri binocoli era eccellente e con un colpo di fortuna, immagino, riuscii a scorgere le torri d’avvistamento di Houistan. Pensai, mentre osservavo tutto quello, come fossi oggetto di altrettanta attenzione, dalle torri di Houistan. Lo trovai buffo.
Quell’ora di osservazioni ci rinfrancò e rese più chiara la visione d’insieme dei luoghi che fino allora ci erano stati descritti, ma on così bene come ora li stavamo vedendo. La natura mostrava tutta la sua severa grandiosità. Nei passati viaggi avevo attraversato luoghi montani ed ero stato anche in quei posti, ma il mio viaggio era terminato all’Irtitltaslag, con l’aggiunta dell’imbarazzante episodio di Gepu. Eppure quei luoghi emanavano un fascino e un magnetismo particolare. L’adrenalina a poco a poco stava montando e sentivamo un po’ tutti, che eravamo finalmente vicini alla fine di un capitolo e si stava preparando il momento più emozionante della nostra avventura.
Non ci rimase che continuare il nostro viaggio verso il Bivacco di Gleannahrd. La pista fattasi molto più agevole invitava a un passo spedito, ma l’acclivio che aveva assunto, spingeva a più miti consigli. Costeggiando le immani pareti est delle montagne, dopo circa un paio d’ore giungemmo alla nostra meta. Il desiderio più grande era quello di toglierci gli zaini, gli scarponi e avere un po’ d’acqua calda per i nostri poveri piedi. Se ci fosse stata poi una bevanda calda, il pomeriggio, avrebbe assunto tutto un altro aspetto.
Proprio perché al Bivacco c’era la seconda pattuglia dei Cacciatori, come ci aveva annunciato le comandate dell’Irtitltaslag, ecco che i nostri desideri si realizzarono.
Dopo le formalità dei saluti e dei convenevoli, che si svolgono tra viaggiatori, ecco comparire tazze di liquido fumante, accompagnate da duri ma ottimi, biscotti e più prezioso ancora, un invito a servirsi delle docce del Bivacco. Trangugiata la tisana, a costo anche di ustionarsi la bocca, ci recammo ai bagni. Una grande stanza da cui pendevano una serie di soffioni, puntati in varie direzioni. Decidemmo che fosse il caso di far usufruire delle docce, prima le donne. Noi uomini potevamo aspettare. Dopo quella sosta sotto getti d’acqua calda e poi fredda, alternativamente, ci sentivamo tutti meglio. Il caldo sole della giornata, aveva riscaldato alcune rocce piatte, che erano d’intorno alla costruzione. Come lucertole ci sdraiammo e ci facemmo asciugare. Il silenzio era rotto di tanto in tanto dai fischi delle marmotte o dallo stridio di qualche aquila, che rimbalzava tra le pareti. Il consueto rumore che fa le stoviglie, quando si prepara da mangiare, ci fece piacevolmente agitare.
Il maggiore Harvèe, comandante della pattuglia, che ci aveva accolto al nostro arrivo, ci raggiunse.
         “ Ancora un’oretta e la cena sarà pronta, se vorranno essere nostri ospiti. Altrimenti il cuoco sarà ben felice di mettersi a disposizione per preparare le vostre provviste come desiderate.”.
Darla guardando e sorridendo rispose, indovinando il pensiero comune.
         “ Se non sono troppo sfacciata, saremmo onorati di dividere il pasto con voi e i vostri uomini. La vostra cucina così semplice, ma certamente appetitosa, l’abbiamo provata a Irtitltaslag e devo riconoscere, con molta soddisfazione.”.
Il maggiore s’inorgoglì.
         “Assolutamente, non siete sfacciata. Anzi, lei e le sue compagne saranno mie graditissime ospiti.”.
Poi, come colto dal sospetto di aver commesso un errore soggiunse.
         “Naturalmente il professore e i suoi amici, saranno altrettanto illustri ospiti alla nostra tavola.”.
Stubbing, trasse d’impaccio l’ufficiale.
         “ Certo che sì. Verremo volentieri e mangeremo in compagnia. Cosa c’è di più bello di un’allegra tavolata. Poi confesso che il vostro cibo e la maniera come lo preparate, mi piacciono molto e la cortesia, usataci fino ad ora, deve essere degnamente onorata. Anzi.”.
Rivolgendosi a Ramiro.
         “Dottor Ramiro, cerchi uno dei gagliardetti della nostra spedizione e ne faccia omaggio al signor maggiore. A ricordo del nostro felice incontro.”.
         “Certamente. Provvedo immediatamente.”
Thornbijorg, seduto vicino a me, iniziò a brontolare come il solito.
         “Ecco … le donne, graditissime ospiti. Quest’altri macachi, illustri commensali.  Noi … i figli della schifosa.”.
Non riuscimmo a trattenere le risate.

 
Dal diario del Cap. Stubbing.
 
Finalmente siamo arrivati al Bivacco. Tempo splendido e natura meravigliosa. Questa notte dovremo assolutamente prendere una decisione e spero che sia definitiva. Potessimo prendere contatto il Comando.

 

Un kiwi amaro

Il kiwi, di norma, non è amaro. E’ verde e dolce con una punta di aspro. Per noi, popolo ovale, oggi è amaro.
Il verde e l’aspro della sconfitta, si coniuga bene con l’amarezza di essere stati per quaranta minuti, a un passo dalla cima. A quanto pare, però, l’isola dalla grande nube, non è terra favorevole; almeno a questa squadra non la è stata.
Il girone di qualificazione ha dato le risposte e l’Italia è fuori. Le due vittorie contro USA e Russia non sono bastate. Forse non siamo pronti ad affrontare la partita della vita. Non lo siamo così come siamo. Intendiamoci, la squadra c’è, uomini come i nostri, all’estero sono ricercati e apprezzati. Da luglio, alla corte di Mallett, con il contratto scaduto, si è formato un bellissimo gruppo, coeso e contento di affrontare un impegno molto gravoso e difficile. Credo anche, convinto di riuscire a portare a casa prove maiuscole. Certo di bene figurare. Di dare soddisfazione ai numerosi tifosi, che in patria attendono trepidanti, ma soprattutto dare quella soddisfazione a un allenatore, che in quattro anni, a dispetto delle innumerevoli, diciamolo senza paura, dèbacle, ha creduto fermamente in questo gruppo e l’ha plasmato, fino a portarlo ai mondiali con un’aura di pericolosità. Mallett, un duro sudafricano, non è uomo facile. Duro, schietto, diretto ha sicuramente spiazzato per certe scelte tattiche a volte inspiegabili, ma altrettanto ha fatto nei suoi rapporti con la dirigenza e i giocatori. Non ha mai mandato messaggi. Li ha sempre dettati personalmente ai destinatari. Non ha parlato a suocera, perché nuora intendesse. Forse ha pagato per la sua onestà intellettuale e molto probabilmente per colpe non tutte sue. Insomma troppe volte ha dovuto fare fuoco della legna che aveva. Comunque la nostra squadra, un po’ paura ha fatto e il rispetto delle compagini con cui ha giocato, se l’è guadagnato tutto.
Già contro l’Australia, fresca trionfatrice del “TRI NATION”, è riuscita a imbrigliare i “Wallabies” per quaranta minuti in un risicato 6 a 6, tanto che i gialli australiani, lo erano anche dalla paura. Poi nel secondo tempo, l’incanto si è spezzato. Le folate “Aussi”hanno sconfitto una difesa che non è più riuscita ad arginarli. La difesa, la nostra arma principe nel gioco, ha mostrato vuoti e incertezze. Soprattutto per la sua inspiegabile staticità e il continuo proporsi del medesimo modulo in ogni momento. Difesa a scalare e a scorrere, nel tentativo di portare l’avversario verso i lati del campo. Ora questa la puoi giocare, di fronte ad una compagine dal gioco macchinoso e lento, vedi gli USA. Contro i canguri e contro gli irlandesi, no. Devi difendere attaccando. Andando contro l’avversario. Riducendo gli spazi di manovra, tentando di infilarli nel tuo imbuto difensivo. Alzare al così detta “rete”. Non fermi attenderli, ma dare pressione sulla palla, cha sappiamo viaggia all’indietro per avanzare. Invece, inspiegabilmente abbiamo fatto il contrario. Scelte dello staff? Nessun “piano B”? Chi è più addentro di me, ha deplorato questo modulo e purtroppo è stato un’inevitabile Cassandra.
E’ vero che contro le “Aquile” e gli “Orsi” abbiamo assistito a piacevoli partite, finite con altrettante vittorie. Ciò non toglie che qual vizio, non ce lo siamo tolti lo stesso. Le tre mete dei russi, sono lì a ricordarcelo. Se concederle a una squadra pasticciona e piena di sola buona volontà, potrebbe (sottolineato più volte) anche star bene, contro Australia e soprattutto oggi, contro l’Irlanda, assolutamente è da evitare, come i debiti.
Finisce così la nostra avventura. Tra le lacrime del “Barone” Lo Cicero, al suo ultimo mondiale, il tenero abbraccio della moglie di Parisse a quel monumento che è Sergio, “Capitano, mio capitano”.  In Inghilterra non vedremo più Totò Perugini o la barba ispida di Ongaro. Avranno quell’età per cui in prima linea non potrai più far danni all’avversario, più giovane, più agile e forse più sfrontato di te. Anche negli altri reparti ci sarà da sfoltire i ranghi, ringiovanirli e le nuove leve dovranno impegnarsi e molto per assurgere a quei livelli ed entrare nel nostro immaginario collettivo. Le speranze sono tante e giovani che hanno dimostrato di valere, già nell’ultimo mondiale “Under 20” in terra veneta, ne sono saltati fuori. Se riusciranno a farsi le ossa nelle varie competizioni, cui sono iscritti i rispettivi club, l’ovale azzurro riuscirà a darci ancora grandi emozioni e chi lo sa, anche soddisfazioni mondiali.
Passiamo ora alle altre squadre. Dei canguri e dei trifogli abbiamo detto. Sorprendente la vittoria dei secondi sui primi. Si sa che i figli delle contee d’oltre “Bristol Chanel”, riservano sempre sorprese e colpacci a effetto. Si scontreranno con i Dragoni e saranno scintille. Soprattutto da parte dei rossi gallesi, che dopo la sonora sconfitta (66 a0) imposta alle Fiji, a vendicare la sconfitta dei precedenti mondiali, hanno intenzione di proseguire il cammino agli antipodi.
I gallesi sarebbero stati i nostri avversari, ma in ogni caso ce li ritroveremo a febbraio nel 6N. Lo scontro è solo rimandato.
Inglesi e francesi, un duello sulla Manica, sono la seconda partita dei quarti.
Inglesi in palla, ma privi di “Wilko”. Il numero 10 si è seriamente infortunato contro la Scozia e i tempi di recupero sono un enigma. I francesi, visti contro Tonga, che si sono permessa di batterli, non dico agevolmente, ma con autorità, non sono più quegli “champagnard” cui eravamo abituati. Qualcosa si è spento nei “Bleu” e rischiano di fare la fine del drago, infilzati da Flood e compagni.
Grande battaglia nel terzo quarto. Sud Africa e Australia. Questi ultimi hanno l’infermeria piena e hanno perso contro gli irlandesi. Contro di noi hanno faticato e hanno ceduto campo e gloria ai russi. Con gli americani si sono allenati. Non sono però la squadra del “TRI NATION” e i vuoti improvvisi di gioco che hanno avuto, influenzeranno le loro vicende future. I sud africani stanno ritrovando la strada dei mondiali. Dopo una sofferta vittoria sui gallesi e una altrettanto difficile, su Samoa si sono concessi bel gioco contro Fiji e un generoso allenamento contro la Namibia. Questa è una partita di difficile interpretazione. Ambedue le compagini l’hanno sollevata già due volte la WEBB ELLIS. “Wallabis” in affanno e con la panchina corta, contro “Spingbocks” in rimonta di forma e orgoglio. Ottanta minuti da non perdere.
“Pumas” argentini, enigmatici e imprevedibili, mai domi e sempre tesi come un dolente tango, contro quella che fino ad ora si è mostrata la marea nera.
Gli AB hanno mostrato e dimostrato ampiamente il loro valore. Forse non eccelsi nella mischia ordinata, ma date loro la palla e potrete solo sperare in un intervento divino, altrimenti niente e nessuno potranno fermare Carter e soci. Anzi, qualcuno che deve aver gufato e operato un qualche sortilegio negromantico, è riuscito a colpire proprio Carter. Grave infortunio per lui e mondiale finito. Come pure è finita per ora la sua rincorsa al “Wilko”. Tra l’inglese e il neozelandese, ci sono una manciata di punti a dividerli per chi sarà il miglio marcatore di tutti i tempi in campo internazionale. “Wilko” per ora rimane in testa, ma anche per lui si stanno aprendo le porte di un sontuoso ritiro dai campi di gioco. Per Carter, più giovane e se riuscirà a superare e bene questo momento, c’è la possibilità di essere incoronato re.
Questa è una partita da vedere assolutamente. Per gli “AB” c’è da fugare un fantasma biancazzurro, che popola i loro incubi peggiori. Per i “Pumas” ci sarebbe la soddisfazione di far rimanere cardinale chi si sente papa “in pectore” e per “vox populi”. Domenica prossima.
Tre curiosità per terminare.
Prima: lo stadio più divertente. Quello di Rotorua. Nella caldera di un antichissimo vulcano, i “nessi” hanno creato un campo, alzando solo la tribuna coperta. Il resto, ad anfiteatro, é un enorme prato. Lì il terzo tempo inizia prima del fischio dell’arbitro.
Seconda: gli inni nazionali, cantati in lingua originale da un coro e non certo parrocchiale. Forse hanno sfruttato le voci dei tanti che da ogni parte del mondo si sono costruiti una nuova vita nella terra dei maori. Un bell’omaggio a tutti.
Terza: terminata la partita Samoa – Fiji, tutti i giocatori, vincitori e vinti si sono messi in cerchio per la preghiera finale. Cerimonia comune per gli isolani, quella di pregare a termine partita. Fatta da tutti i giocatori, non so perché, ma ha assunto un sapore un po’ speciale. Lo sport riesce a unire nei luoghi e in maniera impensabile.
Pensierino finale:

“Una squadra di rugby, la puoi fermare solo con un’altra squadra di rugby.
Andate là fuori e dimostrate di esserlo.”

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