CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

INUTILI TRACCE – 26° e 27° capitoli

# 26° Capitolo – ovvero “Decisioni quasi definitive”
 
Finimmo una cena, abbondante e passata in allegria. Il Maggiore Harvée si rivelò un ottimo commensale. Buon conoscitore dell’ambiente circostante, non si risparmiò per tutta la sera di raccontare aneddoti e storie interessanti. Apprendemmo storie di scalate, come d’usi, costumi e tradizioni dei Mistrali. Alla fine ordinò che ci fosse servito come dopo pasto un liquore verde, amaro e forte. Un distillato d’erbe alpine, ci assicurò che avrebbe favorito la digestione dello stufato di camoscio e patate, che fu servito quella sera. In più ci avrebbe preparato ad un buon sonno. Sazi e allegri quanto bastava, uscimmo dal Bivacco per goderci ancora la serata e un cielo che si apprestava ad essere tappezzato di stelle. La luna, velata dalle sottili nuvole che si rincorrevano, appariva dipinta nella volta celeste. Non un rumore, ma solo il soffiare quieto del vento tra le rocce. Nella pianura lontana, apparivano indistinte le fioche luci delle città che si potevano scorgere da quell’altezza. Al solo pensiero di disturbare quella pace, con i nostri discorsi da consiglio di guerra, avvertivo un certo disagio. Mi parve di spezzare un incanto, un momento sacro della mia vita, per parlare di banalità. Avevo voglia di tenerezza e romanticismo piuttosto, che non dovermi confrontare con una realtà, che assumeva i contorni di una sorta di viaggio senza ritorno.
Stubbing, che aveva iniziato il discorso, faticava a trovare il bandolo della matassa. Così mi parve. Anche se, quel liquore tracannato con vigore, sicuramente era stato d'aiuto. Piuttosto sentiva anche lui che si stava spezzando qualcosa; si operava una sorta di violenza a quell’incanto singolare.
               “L’offerta fattaci, se da una parte, può giocare a nostro vantaggio, permettendoci così, un inaspettato margine di manovra, tra due contendenti, che non vedranno di buon occhio il nostro aggirarsi in quegli spazi. Anche se proprio dalle nostre ricerche potrebbero ottenere un utile inaspettato, per noi sicuramente. Per loro, quello potrebbe essere una possibilità.”.
Thorn si grattò la testa.
            “Capitano, non la seguo nel suo ragionamento. In somma facciamo bene o male ad accettare l’offerta fatta da quel Pituddu?”.
Stubbing, ebbe un sussulto.
             “Scusate, ma il camoscio salta ancora nel mio stomaco. Dicevo … Se accettiamo l’offerta, potremmo aggirarci nelle Terre Alte con comodo e senza destare sospetti alcuno. Non credo che potremo essere oggetto di una sfrenata curiosità. D’altra parte, qualcosa mi sfugge. Mi pare che quell’offerta si trasformi in un patto, che ha il sapore di laccio scorsoio.”.
Intervenni.
                “Stubbing. Credo che a questo punto si debba fare un passo indietro. Nel senso che è meglio dire, adesso e chiaramente cosa cercate nelle Terre Alte. Non dimenticando nulla della vostra missione, naturalmente.”.
Il capitano mi guardò, incerto se rispondermi o meno. Avvertii una tensione in lui. Raccontarmi per filo e per segno la missione, oppure lasciare delle lacune; da riempirsi o no al momento.
                “ Va bene. Questa conversazione e vale per tutti voi, non è mai avvenuta. Chiaro? Alle Terre Alte dobbiamo scoprire dov’è e cosa c’è dentro Bunker Hill AB12. So che è una casamatta e la dobbiamo trovare e distruggere. Prima però la dott. Arvig dovrà sottrarre, immagino, qualcosa d’importante da quel luogo. Una volta terminata la missione, credo che noi non dobbiamo solo andare via da quel luogo, ma filare a gambe levate. Vista l’attuale situazione. Questo è quanto ed è tutta la verità. Non ho omesso nulla.”.
Guardammo tutti Darla a quel punto. Lei sentendo tutti quegli occhi addosso, tossicchiò imbarazzata, poi con voce ferma, sperando forse di trovarsi a parlare ad un congresso iniziò.
           “ Come vi avevo già detto in precedenza, sono un’esperta in codici informatici antichi.”. Poi rivolta solo a me “ Oh forse l’ho detto solo a te? Adesso non ricordo con esattezza.”.
                “Lascia correre, non è così importante ora.”.
Continuò
                “ Bene. Il mio compito è di trovare un PC che conserva in se dei codici sorgente. Questi codici li devo sommariamente analizzare, ma soprattutto prendere e portare via con noi. Una volta giunti, se mai giungeremo, alla Città delle Scienze del Consiglio dei Clan, li dovrò consegnare. Da quel che ho capito, o meglio, dai discorsi, dai silenzi e dalle allusioni, che sono riuscita a rubacchiare e su cui mi sono fermata a riflettere, quei codici dovrebbero essere di navigazione aerea, di avionica generale e … ma non ne sono certa, anche di geografia.”.
Intervenne Duca.
                “ Navigazione aerea, avionica, geografia? Hanno senso se collegate bene le une alle altre. Devo far volare qualcosa d’antico e quindi devo sapere quali comandi usare, anche se per volare adesso come allora, sfruttiamo gli stessi principi di fisica. Però i sistemi di allora, o certi sistemi erano appannaggio di pochi. Erano complicati, quindi occorre una guida precisa per l’utilizzo di tutti le sue parti. La geografia per tracciare una rotta, per avere delle posizioni precise. Potranno essere luoghi sui quali o contro i quali volare. Dico che ha senso”.
Anche Neelya si sentì obbligata ad aggiungere qualcosa.
              “ Credo che Duca non sia molto distante da una verità. Anche distruggere quel luogo deve rivestire un ruolo importante, nella missione. Per ciò che si prenderà, non deve rimanere traccia, Di ciò che si trovava e del nostro passaggio, naturalmente. E’ un luogo che non dovrà più trovare nessun’utilizzazione per nessun altro.”.
A questo punto presi la parola.
              “ Ragionamenti e discorsi che non prestano il fianco, indubbiamente. Vorrei portare la vostra attenzione su un altro aspetto di tutta questa faccenda. Misteriosa, perché sappiamo solo mezze verità. Cioè sappiamo che voi, ” Indicai Stubbing, uno per tutti.”. Voi e tu Darla avete uno scopo fin da principio. Che ciò avete nascosto, ma che noi siamo riusciti a scoprire. Mi sfugge ancora il perché ci troviamo qua, ma le parole di Duca, dette nella valle di Prabloem, non credo che siano molto distanti dalla verità. Però ci sono altri che sanno chi siamo. I Mistrali. Perché ci tengono d’occhio fin dal nostro avvicinarci. Avranno la loro convenienza a farci proseguire. Pituddu e il suo Clan. Sono stati informati da qualcuno, che vuole sapere con esattezza tutte le nostre mosse.”.
Mi rivolsi a Duca sorridendo.

                 “Devono essere dei tuoi colleghi.”. E proseguii” In più c’é la Gilda dei Mercanti. Quegli avvoltoi hanno fiutato più di quel che fanno vedere. Sicuramente quei codici rivestono un’importanza, che ora non riesco ad immaginare, ma che sicuramente hanno un valore immenso.”.
La profonda voce di Stark emerse da buio.
                   " Quindi, una volta che avremo trovato questi codici, ammesso che esistono, sapremo realmente, non solo cosa valgono, ma quanto valiamo noi. Quale potrà essere la nostra fine. Saremo coperti d’onore e di medaglie, oppure la soluzione del colpo alla nuca sarà quella che permetterà, non so neppure io a chi, di mettere la parola fine ad un imbroglio? A questo punto sento di essere preoccupato. Scusi signor capitano se ho parlato liberamente, ma credo che ciascuno di noi abbia per se questi pensieri già da qualche tempo.”.
                 “ Libertà più che mai concessa e ammessa. dato il momento.”.
Stubbing continuò.
                “ Signori, la situazione è sicuramente non buona. A questo punto i margini per una manovra di un eventuale sganciamento si sono fatti notevolmente esigui. Siamo Ranger e abbiamo un dovere da compiere. Qualunque saranno gli effetti finali per noi quel dovere, lo compiremo. Dimostreremo a tutti qual é il nostro valore. Nessuno avanzerà delle contestazioni in futuro. Accettiamo l’offerta di quel … Pituddu e … portiamo a casa la pelle.”.
Cadde un silenzio pesante, tra noi. Ciascuno stava riflettendo su quanto era stato detto. Riconobbi che il futuro si era tinto di un grigio più scuro e sicuramente sarebbe diventato nero. Per certe cose il mio sesto senso non mi aveva mai tradito.
Guardai Darla. Con le braccia sulle gambe, aveva la testa tra le mani e curiosamente si dondolava avanti e indietro. La fonte corrugata e lo sguardo fisso a terra. La fioca luce della lampada che era in mezzo a noi gettava una luce spettrale. I volti dei miei compagni, si mescolavano con l’ombra nera della notte che ci circondava. Le vedevo cambiare d’espressione ogni volta che, immagino, toccavano l’una o l’altra parte dei discorsi fatti. Forse quei brani che più davano apprensione, più li spingevano a riflettere su di se e su cosa avrebbe potuto loro succedere. Gli effetti futuri che si sarebbero riverberati sulle persone che li stavano aspettando. Era il momento di tracciare dei bilanci; di sentire intimamente dove e come pendeva la bilancia personale. Quali fossero i pilastri che reggevano l’esistenza di ciascuno e di quanto fossero forti. La sensazione di preoccupazione si leggeva chiaramente sui volti di tutti e immagino, anche sul mio era lì, squadernata in modo che tutti la potessero vedere. Non provai vergogna. Non mi sono mai sentito un eroe e quando, come in questo caso, mi ci hanno tirato per i capelli, non ho mai dato il meglio di me. Poi questo era il caso per diventare, almeno per un momento, eroe?
“ … Portiamo a casa la pelle”.Questo sì, che sarebbe stato l’atto più eroico di tutta questa strana, ingarbugliata storia che stavo vivendo. In cuor mio, per stemperare un po’ quel sottile filo, che tanto m’infastidiva, c’era un altro pensiero che mi la mente, a cui dedicavo molte ore. Darla. Ero stato colpito da lei fin dal principio. Mi piaceva e non riuscivo a trovare nulla in me o in lei che potesse respingere tale pensiero. Anzi il pensiero dominante di quelle ore era diventato che dovevo assolutamente tornare a casa e con lei. Poi … Poi si sarebbe fatto sul serio e a modi mio. Era una certezza che cresceva lenta e inesorabile di momenti in momento. Sentivo che non era solo l’esaltazione del momento, non era un fuoco alimentato dalle stoppie. Stavano prendendo fuoco ciocchi di legno che avrebbero fatto buona brace e che in ogni momento sarebbero state capaci di suscitare vampate ardenti. Riconosco che gongolavo a quei pensieri. Del tutto ignaro se fossero corrisposti, ma certi piccoli segnali avuti da Darla, m’indicavano che la strada era da percorrere. Con prudenza, ma con altrettanta determinazione.
Da quei pensieri fui distolto e non solo io, da un sonoro sbadiglio del socio. che mi batté una mano sulla spalla.
                 “Allora, come il solito c’è toccato in sorte di mettere le mani nella merda. Leggo nel tuo sguardo una felicità difficile da esprimere, umanamente.”.
Sorridendo risposi.
              “ Già… Mi sono svegliato presto. Una gioia insopportabile! Va bene, allora é deciso. Tutti d’accordo?”.
Qualche grugnito d’approvazione e poi seguendo la fioca luce della lampada rientrammo al Bivacco per raggiungere i nostri giacigli.
Passando accanto a Stubbing, gli sussurrai.
                 “ Abbiamo avuto compagnia questa notte. Qualcuno con le orecchie lunghe, avrà di che raccontare.”.
Stubbing, mi rivolse eguale cortesia.
          “ Sì. Me ne sono accorto anch’io. Penso sia il Maggiore. Gli abbiamo offerto un’occasione d’oro per fare bella figura. Dovrebbe essercene riconoscente in qualche misura. Non trovi.”
Per risposta gli battei anch’io un’affettuosa pacca sulle spalle.
Dopo poco eravamo tutti a letto e lì, iniziarono le sorprese. Almeno per me.

 
 
Dal diario del Capitano Stubbing.
 
Altra giornata, che pareva non voler più terminare. I colpi di scena si susseguono ogni piè sospinto. Accetteremo l’offerta di una larvale alleanza. Al diavolo il comando. Lo avvertirò, se potrò a missione compiuta.

# 27° Capitolo “Notte con sorpresa”
 
Ci ritirammo in uno stanzone preparato per noi. I letti, per motivi di spazio erano uno sopra l’altro. In legno, con dei materassi, che alla prova dei fatti risultarono duri, ma in fondo confortevoli per le nostre schiene martoriate dalle troppe ore, nelle quali avevano sopportato il peso degli zaini. Scelsi un posto in alto e vicino a me si preparò il letto Darla. Sotto sentivo il mio socio che si muoveva tanto da sembrare un grosso orso che si prepara la cuccia. Si spensero le luci e a quel punto non seppi resistere.
         “ Thorbjorn.”. Dissi soffocando le risa che m’impastavano già la bocca.” Cavolo, il tuo zaino va a fuoco.”.
Si udì ben distinta un’imprecazione, seguita da un rumore sordo e secco. La sua testa aveva urtato violentemente le assi di legno che erano il fondo dei letti superiori.
Seguirono imprecazioni più colorite e risuonarono le risate di tutti quanti.
         “ Sei imbarazzante. Mai una volta che eviti di cascarci.”
Thor si rivolse furioso al sottoscritto.
         “Che bastardo schifoso. Non fosse perché ci sono delle signore e si sa, s’impressionano facilmente, mi verrebbe voglia di visitare fisicamente e con estrema violenza i luoghi fisici a te più cari. Sei il solito cialtrone inguardabile e mi vergogno di te, in questo momento. Fanculo, stronzo”.
Lo immaginavo con le mani sulla parte dolorante della testa, gli occhi infiammati di collera e l’immediato pensiero su come farmela pagare.
         “ Dai, non fare così. Lo sai che non mi trattengo. Domani ti offrirò una buona birra. Sei contento.”  Scoppiai in un'altra risata.
         “ Te la do io la birra. Aspettati le peggior cose. Non è una minaccia, è un cortese avvertimento.”.
Quando mi dava avvertimenti, allora sapevo che le peggior cose, sarebbero state tali. Avrei pagato caro e salato quello scherzo. Pazienza, ma un’occasione simile, la zuccata di Thor contro un assito e il suo vigoroso florilegio d'imprecazioni, era assolutamente imperdibile.
Poco a poco le risate scemarono e ci si addormentò tutti. Tranne il sottoscritto. Presi a vagabondare con la mente, ripercorrendo le parole dette, i ragionamenti fatti, quando sentii che qualcosa si stava insinuando sotto la mia maglietta.
La mano di Darla stava salendo piano lungo la linea dei miei fianchi. Percepii il suo morbido palmo sulla mia pelle e quando giunse all’incavo dell’ascella, ritornò indietro. Le unghie incidevano lievemente sul mio costato. Avvertii un brivido, che non avevo gustato da tanto tempo. Conscio di ciò che mi sarebbe successo, m’irrigidii. Passarmi la mano, le dita, le unghie sui fianchi erano come innescare la miccia di una bomba. Morsi il cuscino e aumentai la frequenza dei respiri. Corti e sempre più frequenti. Poi la mano iniziò a carezzarmi il ventre e salire con spire sempre più ampie verso il petto. Le dita incontrarono un capezzolo e iniziarono un lento gioco, tanto che s’inturgidirono ambedue. Il piacere che provavo era di un’intensità tale che ero dibattuto da due sentimenti opposti. Partire al contrattacco oppure rimanere lì ad assaporare ancora e fremere, avere quel delizioso travaglio interiore? La sua mano poi prese un’altra direzione, precisa e mi parve quella, una corsa inarrestabile. Avevo la mano sinistra libera di contrastare quell’avanzata, ma la sentivo pesante quasi si fosse incollata alla mia coscia sinistra. Lascia che la mano di Darla arrivasse al suo traguardo. Iniziò a carezzarmi il sesso, ormai duro. Prima sugli slip, sempre con mosse lente, utilizzando quelle unghie, che lei curava con diligenza. Infatti, aveva mani bellissime, curate, con dita da pianista, agili e nervose. Poi la mano scivolò sotto l’elastico. I miei denti affondavano sempre di più in quel cuscino di dubbia pulizia tanto che lo avevo coperto con un asciugamano. Strabuzzai gli occhi o almeno così mi parve. Sentivo l’ansito di Darla sul collo e i suoi sommessi gemiti nelle orecchie. La mano aveva preso un ritmo tale, che inizia lentamente a inarcarmi. Oramai trattenevo il respiro si era fatto affannoso, il fiato sempre più corto e avevo paura di non essere in grado di controllarmi. Poi Darla iniziò a darmi colpi di lingua nelle orecchie e a qual punto, abbandonai tutto me stesso nella sua mano. Qualcosa esplose nella mia testa, oltre che da un’altra parte del mio corpo. Finalmente riuscii ad afferrarle quella mano e non m’importò molto se aveva su di se, le mie più che evidenti tracce. Lei si schiacciò ancora di più conto di me. A questo punto mi voltai, incurante oramai degli altri. Con la mano destra le presi il volto, lo accarezzai e mi venne spontaneo dirle.
         “Grazie.”.
La baciai e fu un bacio lungo, tenero, appassionato, così mi sembro e quella stessa tenerezza e passione mi furono restituite. Darla si alzò a sedere un attimo, il tempo di sfilarsi la giacca del pigiama e poi si gettò tra le mie braccia.
Sentivo il suo cuore battere contro il mio petto. Il suo seno, che si alzava e si abbassava seguendo il ritmo sincopato del suo respiro e i capezzoli, che s’inturgidivano a contatto con la mia pelle, mi fece venire la voglia di stringerla ancora più forte. Desiderai che quel tempo si fermasse, in eterno, che potessimo, per magia, cristallizzare quegli attimi.
Darla mi parve impazzita. Si strusciava e intanto aveva ripreso a graffiarmi come prima e sentivo il suo bacino premere contro il mio. Prepotente. Insistente. Non era ancora quello il tempo dello spirito. Quello era il momento sacrificato al corpo e alle sue esigenze.
Le mie mani o forse solo una (I ricordi si sfuocano e forse non sono così importati) si agitarono come pedine impazzite sul corpo di Darla. Ne esplorai le curve, seguendo le linee dei seni prima, delle gambe poi e infine l’interno. Caldo, pronto, accogliente.
Mentre la esploravo, anche con una certa titubanza le baciavo piano un seno e lei rispondeva con piccoli e soffocati gemiti. Aumentai il ritmo degli sfregamenti e lei, parimenti aumentò la forza con cui serrava le gambe, per non farsi sfuggire neppure un briciolo di quel piacere che le stavo donando. Giunta al culmine, non so come, riuscì ad abbracciarmi la schiena. Con tenera violenza me lo artigliò, con quelle sue mani forti e bellissime. Riuscii a cingerle anch’io la schiena e la strinsi forte a me. Un abbraccio mozzafiato. Non ricordo quanto tempo rimanemmo così, poi udii, quasi in un soffio, a sua voce.
         “Poi lasciarmi, per favore. Mi manca il respiro.”.
Spaventato, la staccai usando ancora troppa foga, quasi terrorizzato e inconsapevole di aver sicuramente esagerato.
Nella penombra, la chiostra dei suoi denti, mandò un barbaglio improvviso, poi avvertii la sua guancia sul mio petto e un profumo inebriante salire dai suoi capelli. Un misto d’erbe e agrumi e quel suo profumo, che sapeva di cuoio e tabacco, s’insinuarono come una serpe nelle mie narici. Mi sentivo nuovamente eccitato, ma repressi l’idea. Quel momento era troppo prezioso. Quello era il tempo per lo spirito, per le piccole tenerezze che gli amanti si scambiano dopo l’amore. Con le mani riuscii ad abbrancare una coperta, che buttai addosso ai nostri corpi seminudi. A poco a poco il calore dei nostri corpi accaldati e sazi, riempì tutto lo spazio, creando un piacevole tepore. Quasi che quei gesti avessero favorito il sorgere di una bolla, accogliente tanto da poterci isolare dal mondo, dagli eventi passati e da quelli minacciosi del futuro.
La sentii cambiare respiro. Si era addormentata, non prima di baciarmi ancora e ancora teneramente. La sua mano sulla mia guancia e il capo sul mio petto. Sentivo che era la donna a tutto tondo che andavo cercando da molto tempo. La sua irruenza iniziale, se da una parte mi aveva stupito, spaventato anche, dall’altra mi dava quella risposta che avevo cercato senza formulare una domanda precisa. Anzi ero stato io che così maldestramente le avevo dichiarato, quanto e cosa mi piacesse di lei. Lei che era rimasta ferita dalle mie parole e dal modo con cui le avevo parlato del mio interessamento nei suoi confronti. Eppure a distanza di giorni aveva deciso che le piacevo. Forse per quel ruvido modo di esternarle i miei sentimenti o forse perché alla chimica dell’amore, non c’è risposta razionale che tenga.
Con questi confusi pensieri scivolai nel sonno, senza i sogni di chi arriva a un traguardo, sapendo che altri ancora attendono di essere raggiunti.
 
 
Dal diario del Capitano Stubbing.
 
Questa notte anche qualcun altro aveva il camoscio che danzava nel suo stomaco. Domani si ripartirà, con la speranza di trovare finalmente la chiave di quest’imbroglio.

 

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7 pensieri su “INUTILI TRACCE – 26° e 27° capitoli

  1. Ehhhh, quante storie: e non potevano dirlo prima che cercavano un navigatore satellitare aereo?

  2. ma… nella pubblicità, a ballare sullo stomaco è un cinghiale… non è che mi si può cambiare così a piacimento la fauna… porca paletta….

  3. @ 1 = non proprio quello, Vedrà DucaConte, vedrà !

    @ = E' un fatto di altimetria. Ad ogni quota un diverso animale!
    Se chiedi a Zazà  , te lo spiegherà meglio.

  4. Tutta la parte finale è splendida, peraltro in linea con il racconto.
    Suggestione ai più alti livelli!

  5. Bello bello, questo episodio..

    (ps. sono contento per Corso, erano 27 capitoli che ci pensava, ancora un po' ed esplodeva…e, sì certo, anche Darla mi sembra sia rimasta piuttosto contenta… )

  6. # 6 = come dicevo tempo al tempo e poi … c'é sempre un traffico maledetto da quelle parti.
    Ma si rifiaranno ancora vedrai! 

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