CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

L’Isola del Nord e l’Isola del Sud.

L’isola del nord richiama alla mente la storia fantastica di Maui, il  grande stregone che dal mare pescò Ao-tea-roa, per Kupe, discendente da Raiatea e che affidatosi alla guida di Tamatea, dal corpo tutto tatuato, secondo le indicazioni del grande sacerdote Natoroirangi sbarcò sull’isola dalla grande nube e combatté i moa e dopo la guerra regnò fino all’arrivo degli uomini pelosi. Questo insegna Mao, dalla grande pinna che solca i mari dell’emisfero sud. Questa è la storia non solo di un popolo, ma anche quella di una nazione che ha cercato nelle proprie radici, le ragioni per sentirsi più unita che mai.
L’isola del nord richiama alla mente un’altra storia. Storia di chi è nato con il tatuaggio segreto dell’”unlikely heros”. La storia di chi un giorno era a pesca e solo il richiamo di un amico, di quelli veri, ha distolto dalle sue canne e dai sui pesci.
L’isola del nord richiama alla mente la storia di un numero, che per un momento è divenuto un numero maledetto. Gli dei di quell’isola per quel numero hanno voluto ampi e copiosi sacrifici, per continuare a volgere il loro benevolo sguardo. Ora nella storia di quell’isola, sia a nord che a sud, l’antropofagia è una delle scelte culinarie possibili. E allora dopo essersene cibati gli uomini in nero, avevano pensato di possedere la forza e le virtù dei sacrificati, ma gli Dei, non erano contenti, non erano placati. Allora gli uomini in nero si sono ricordati di lui e vergognandosi l’hanno chiamato. L’ultima speranza, l’ultima possibilità di placare la sete degli Dei.
Hanno sofferto, quegli uomini. Ma l’ultimo, il reietto, il dimenticato, adesso siede alla tavola con gli Dei e con lui altri ventinove uomini in nero e tutta una nazione hanno fatto pace con se stessa e con una maledizione che durava ventiquattro anni.
Adesso potranno guardare gli altri negli occhi.
Anche gli Dei, potranno essere fissati senza abbassare lo sguardo.

E’ la vita. E’ la morte.
Ora, di là dall’epica che uno può profondere nell’annunciare la vittoria, finalmente degli AB, nella Webb Ellis Cup, possiamo dire che se c’è stata una brutta partita, vinta alla grande dalla paura e dalla tensione, contro il gioco, il bel gioco che le due contendenti sanno esprimere, non è andare tanto lontano dalla verità.
Un otto a sette, tiratissimo con sbagli clamorosi da una parte e dall’altra e sicuramente lo zampino degli Dei più capricciosi del solito, ha messo il suggello all’incontro.
Ripeto una brutta partita, ma era in ballo l’onore di una nazione che per la “bislunga” è disposta a tutto. Dall’altra parte era in ballo l’onore di una nazionale che sembrava arrivata per caso, proprio per un capriccio di Dei cialtroni e sbeffeggianti il comune sentire umano.
Ha vinto chi ha creduto di più nei propri mezzi e nella propria fortuna e ha avuto meno paura di mettere mani, gambe, facce dove non era necessario metterle.
Onore ai vincitori, ma anche agli sconfitti. Per come andata gli AB hanno dimostrato, di là di ogni ragionevole dubbio, che il primo posto spetta a loro. Per modulo di gioco e per i giocatori messi in campo in tutte le partite. Sono i più forti, nel bene e nel male.
Ai “galletti” l’onore di aver in ogni caso combattuto, con le ultime forze residue, ancorati a un sogno, sempre più sfumato e dai contorni di un incubo, alla fine. Incubo voluto anche da loro stessi. Il campo ha parlato e il campo ha dato e avuto ragione di ambedue.
Ci rivediamo tra quattro anni in Inghilterra.

 
L’isola del sud è la storia di una notte insonne o quasi. Di una sveglia a un’ora antelucana, alla nausea e dal desiderio di vomitare. Di una “strizza, che neanche agli esami della matura”
E’ la storia di un viaggio contro un sole rosso e abbacinante, in una campagna addormentata e nebbiosa, tra i voli pigri di aironi infreddoliti. Una cavalcata al centro o quasi della pianura padana, verso una città carica di storia. Madre di figli illustri e impossibile sogno di una città perfetta. Baluardo di antichi imperi ma meta di geni indimenticabili e sede di tradizioni culinarie incredibili.
Mantova ci appare come un sogno, adagiata tra laghi e fiumi, che ne deliziano i confini e là la nostra storia prende la forma di campi erbosi e di acca svettanti nel cielo limpido di quest’ottobre così strano e per nulla melanconico.
E’ la storia della prima giornata della Coppa Italia Femminile – rugby seven, e naturalmente sul campo dell’onore e dell’agone, non poteva mancare il canuto cronista e la sua giovane erede. Lui a passeggiare, a cazzeggiare e rodersi il fegato per quaranta minuti del primo tempo dell’evento sportivo dell’anno. Lei impegnata a riscaldarsi per il suo primo evento sportivo dell’anno.
E’ la storia di quattro partite, una vinta, due pareggiate e una persa. E’ la storia di un grande spavento e di un dolore improvviso, una folgore devastante, che quegli dei non lesinano a noi mortali. E’ la storia di un dolore composto ma attonito, onorato come si conviene. Con l’impegno, la dedizione e la giusta compostezza di una partita di rugby.
E’ la storia di un gruppo di ragazze che finalmente si misurano con altrettante giovani e si fanno rispettare e lanciano un guanto preciso. E’ poco che giocano assieme, è il primo campionato ufficiale, ma non credano le avversarie di aver di fronte il solito materassino da prendere a calci, come e quando si vuole. Tutt’altro. Hanno guadagnato il rispetto delle avversarie, di quelle che hanno vinto e da cui sono state battute. Hanno guadagnato il rispetto anche dalle favorite della giornata, con cui hanno pareggiato. Ora tutti sanno che contro le “Fenici Rosse” di Pavia, non c’è trippa per gatti. Che la vittoria si suda, perché le pavesi non regalano niente a nessuno e se ti distrai, saranno loro a farti male. Molto male.
L’isola del sud è la storia di un viaggio di andata, nel silenzio quasi monacale della concentrazione, della risoluzione o meno dei dubbi, delle incertezze delle piccole o grandi paure per la squadra e per se.
L’isola del sud è un viaggio di ritorno durante il quale sciolti i timori e con il benefico effetto, del premio prezioso, che il primo rugbista della storia, sicuramente un egiziano, ha assegnato al grande popolo dei “bislunghi”, la birra e che altro, si è dipanato nell’allegro cicaleccio delle giovinotte, contente e felici delle prove superate. Cicaleccio che poi, in virtù del regalo biondo e della stanchezza accumulata, si è trasformato nel sonno dei giusti.
Al canuto cronista non rimane che raccontarle queste storie. Forse fin troppo brevi, forse fin troppo emozionanti per lui, ma questo è stato ciò che è avvenuto domenica, addì 23 ottobre dell’anno duemilaundici, tra le sei e quarantacinque del mattino e le diciassette e trenta del pomeriggio.
Una manciata di ore per alcuni. Una svolta per altri.

Come sempre, buon rugby a tutti

Annunci

Navigazione ad articolo singolo

7 pensieri su “L’Isola del Nord e l’Isola del Sud.

  1. Splendido il parallelo fra le due isole: fra il mito e l'importanza dell'entusiasmo giovanile. Il futuro è loro, non scordiamocene. E aspettando l'inevitabile crescita, il mio pensiero torna agli All Blacks, la più forte squadra del mondo, che tuttavia – come in altre occasioni mondiali – a un tratto è parsa paralizzata. Onore alla Francia, davvero irriducibile. Partita sofferta, esteticamente brutta a causa della posta in palio, della tensione.
    Infine una riflessione: Nuova Zelanda 2 titoli, Australia 2 titoli, Sud Africa 2 titoli… Inghilterra 1 titolo.
    Se nel calcio esiste grande equilibrio fra Europa e Sudamerica (Brasile, Argentina e Uruguay) non è così nel rugby.
    Il rugby appartiene all'altro emisfero.

  2. dovresti fare il fantacronista … gestissi un giornale sportivo ti dedicherei una rubrica
    peccato che faccio tutt'altro mestiere

  3. fossi il proprietario di un giornale sportivo licenzierei Zazà… te no perchè il post è bellerrimo!!!

  4. Chissà che la squadra femminile non ci dia le soddisfazioni che ultimamente quella maschile tende a non darci…

  5. @ 1 =  Forse é così. A ciascunop la propria palla, il proprio orgoglio. E' stto un campionato lungo e sofferto, che ha rivelato nuovi volti e forze fresche. Ha sugellato la fine di un'era e l'inizio di un'altra. Molti degli eroi di questi tempi, non li rivedremo tra quattro anni. Altri Achille, Ettore calcheranno i campi  e ci sarà come sempre la voglia di far ritornare al nord la coppa.
    Credo che per l'Italia bislunga sarà l'occasione per superare una buona volta il girone di qualificazione. Saranno giorni grandi.

    @ 2 = Grazie a Dio, ambe due facciamo altro.
    Così ci divertiamo di più a scrivere e a leggere.
    Se lo facessimo di mestiere, sai la noia.
    Pensiamo ad altro: oggi tortelli di zucca, nasello con erbette, frutta.
    Non male.

    @ 3 =  Grazie Archiditutti noi.
    Meno male che non sei direttrice, perché … io senza Zazà, non potrei … non posso, sinceramente, scusa, ma non posso.

    @ 4 = Ah le giovinotte, sono toste e dure. Con il passare del tempo, gli allenamenti e le partite, sono sicuo che ci daranno graqndissime soddisfazioni.
    FORZA FENICI !!!!!

  6. ecco … Dicceloacuellalìchemitrattasempremale!

  7. @ 6 = Archi ! Sei richiamata all'ordine.
    Poffarre !

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: