CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “novembre, 2011”

INUTILI TRACCE Capitoli 39 e 40

39° Capitolo – ovvero “In fuga per la vita”
 
Soledo, con un’appariscente fasciatura a un braccio prese il microfono.
         “ Qui aquila, avanti.”.
Riprese.
         “Qui avvoltoio. Siete tutti vivi?”.
Stubbing prese il microfono dalle mani della ragazza.
         “Avvoltoio dove sei? Riesci a vederci? Noi siamo apposto. Ammaccati, feriti, ma vivi! Dov’è la tua posizione?”.
         “Non vi vedo, ma fuori dal bosco verso sud ci sono due grandi massi erratici. Sono appostato su quello in secondo piano. Avanzate verso sud, lungo il limitare del bosco poi, quando questo comincia a curvare uscite allo scoperto. Prima però mettetevi in contatto. Chiudo.”.
Avevamo occhi buoni fuori da quella muraglia verde. Finite le medicazioni, molto improvvisate ci dirigemmo verso sud e il limitare del bosco. La nuvola nera e grigia che si era levata con l’esplosione, stava ricadendo a terra. Sentivamo ancora gli ultimi schianti. Sicuramente l’esplosione era stata vista dalle postazioni avanzate dei Mistrali e ora ci attendevamo una possibile reazione provenire dalle montagne.  Prendemmo un sentiero ben segnato che si perdeva nell’intrico degli alberi, attenti però a non abbandonare la direzione suggerita da Holt. A un certo punto gli alberi si fecero più radi e vedevamo che un’altra muraglia di verde ci veniva incontro. Eravamo al punto di girare e attraversare la spianata dove c’erano i ricoveri dei missili.
Stubbing riprese la radio.
         “ Avvoltoio, siamo al limitare del bosco, dove ci hai indicato. Ci vedi ora?”
La risposta fu immediata.
         “ Vi vedo e ci siete tutti. Molto bene.  Avanzate all’interno egli alberi che vanno verso sud. Vedrete i massi. Io vi copro dalla mia postazione e controllo anche, che nessuno vi segua. Per ora il campo è libero. Un’altra cosa, come state riguardo alle munizioni e ai viveri?”.
Stubbing riprese fiato.
         “Male. La slitta è stata distrutta con l’esplosione e abbiamo pochi caricatori per ciascuno. Stimo una decina di minuti di fuoco … Poi coltelli e mani e poi … Dimenticavo abbiamo anche tre pacchi di viveri. Razioni d’emergenza e ancora un paio di pacchi di medicazioni, completi però e naturalmente le radio.”.
S’interrupe, ma capimmo immediatamente come avrebbero potuto mettersi le cose.
Holt, da parte sua non fu incoraggiante, aveva in tutto una cinquantina di colpi e poi anche per lui coltello e mani e pochi viveri, giusti per far passare la giornata.
La situazione era difficile, ma fui colto da un’improvvisa, irrazionale speranza. Innanzitutto pensavo che i nostri assalitori fossero scomparsi tutti nell’esplosione e che i due compari, avessero in qualche modo comunicato non sapevo però a chi, la nostra posizione. In ogni caso i Mistrali avrebbero potuto scendere dalle loro posizioni e venire a vedere che cosa fosse successo e forse anche a ricercare eventuali superstiti. Ne parlai brevemente a tutti.
Il comandante DuRaand disse solo.
         “Speriamo che ci abbiano sentito.”.
Questo un po’ ci rincuorò. Aveva lanciato un segnale e quindi c’era almeno una probabilità che qualcosa si muovesse.
Avanzammo dunque, verso quei massi, indicatici da Holt. Facendo pochi metri per poi fermarsi e attendere. Poi di nuovo. Aprivo il gruppo e con me Thor. Al centro Stubbing, le ragazze con Duca e Tauranga, DuRaand con Stark e il sergente in retroguardia. Dopo un paio d’ore e altrettante comunicazioni radio finalmente raggiungemmo il nascondiglio di Holt. Un grande masso di forma triangolare era spaccato in due e aveva formato una nicchia che poteva accogliere due, al massimo tre persone. Su quello accanto, il tempo e le intemperie avevano scavato una grossa cengia e alte tre quattro persone potevano sistemarsi. Ai piedi dei due massi c’era spazio per il resto della truppa. Ci sistemammo e organizzammo dei turni di guardia. Non furono rispettati naturalmente, perché la stanchezza e le forti emozioni della giornata, non ancora terminata del tutto, ci fecero piombare in un sonno senza sogni. Nel cuore della notte la voce di Holt si fece sentire.
         “Abbiamo visite.”.
Immediatamente, ma ancora con la testa pesante dal sonno e con l’animo n tumulto, ci predisponemmo a difenderci.
         “Dove sono?”. Chiese Stubbing.
Holt indicando con il braccio destro.
         “Di fronte a noi. Disposti in tre colonne, di circa una decina di uomini ciascuna. Non riesco a vedere se indossano divise o meno. A versi così non mi pare una formazione militare vera e propria. Credo che siano uomini della banda che vi ha attaccati. Hanno rimpinguato i ranghi e ora vengono per vendicarsi. Non vogliono lasciare nessun testimone.”.
Stubbing respirò a fondo e poi prese il visore notturno di Holt. Passarono alcuni secondi e poi parlò.
         “Holt e Stark da questa posizione terranno sotto tiro la colonna centrale. Comandante DuRaand, lei e il suo socio con … Duca e il sergente prenderanno d’infilata la colonna proveniente da destra. Dovrete dare le spalle al bosco. Le ragazze con la radio in posizione di difesa in questa posizione. Thorbijorn , Corso ed io andremo a sinistra e prenderemo l’ultima colonna. Signori credo e spero che farete del vostro meglio. E’ stato un piacere e un onore aver compiuto questo viaggio con voi. Grazie di tutto.”.
Thor naturalmente non si tenne dal commentare e giratosi verso di me disse sorridendo mestamente.
         “Andiamo menamerda. Si va  incominciare.”.
Lo guardai e scossi la testa. Almeno avesse detto una frase che fosse passata alla storia, uno di quegli aforismi che rimangono scolpiti nella mente e nel cuore di tutti. No, mi chiamò menamerda, on mi rimase che rispondergli per le rime.
“ Fanculo. Portassi un po’ di sfiga, eh.”.
Sentii delle risatine provenire dall’oscurità. Nervosismo pensai e paura, quella sì, tanta per giunta. Non sapevo quanti ne sarebbero usciti vivi da quello scontro. Soprattutto non sapevo se io riuscivo a venirne fuori intero.
La voce di Holt interrupe i nostri cauti movimenti di discesa da quel masso.
         “Capitano si sono fermate, le colonne. Sono a circa cinque, seicento metri.”.
Stubbing non diede d’intendere e continuò a scendere.
         “Meglio. Se aspettano l’alba per attaccare, ci danno il tempo di disporci. Allontaniamoci di una cinquantina di metri da questo massi. Non di più. Alla mala parata, queste pietre saranno  l’ultima difesa per noi. Andiamo.”.
Lo seguimmo. In silenzio credo che ciascuno pensasse alla medesima cosa. Un misto di preoccupazione, paura, terrore forse, ma anche sentivo fluire in me l’eccitazione per lo scontro imminente. L’adrenalina lentamente aumentava e con lei il desiderio che tutto finisse in fretta e bene per noi. Avemmo ucciso ferito altri esseri umani, ma altrettanto era nei loro desideri. In fondo ci difendevamo ed è giusto difendere la propria vita, il proprio futuro e se per questo sarei stato costretto a strappare la vita a uno sconosciuto, quello era il momento di giustificare un’azione molto riprovevole, ma che sentivo altrettanto giusta. Andavo con la mente a cercare una frase che mi era rimasta impresa quando l’avevo letta, ma non riuscivo a concentrarmi e quello era un buon sistema per non pensare a quel groviglio di sentimenti che mi percuotevano la mente. Ci trovammo al fine in posizione. Il tempo scorreva lento e una luna fosca baluginava nel cielo. Si vedevano poche stelle ed io come anche credo i miei compagni, aguzzavo le orecchie per carpire voci e parole del nemico. Prima di abbandonare il rifugio sicuro di quei massi ci eravamo accordati di trasmettere la posizione ogni ora. Dall’alto Holt e compagnia tenevano d’occhio le colonne e ogni loro eventuale spostamento. Se si fosse verificata una qualunque variazione, ci sarebbe stata comunicata. Con un’aurora rosacea, il giorno si annunciò che sarebbe stata una giornata limpida. Nessuna nube in cielo, solo quel solito venticello freddo che scendeva dalle gole circostanti. Mossi gambe e braccia, per favorire la circolazione e masticai piani piano una disgustosa barra energetica. Nella borraccia che avevo con me, era rimasta un poco d’acqua e ne bevvi un sorso. Il mio stomaco però sembrava on volerne sapere di ricevere qualcosa.
Improvvisamente intesi sempre più chiaro un ronzio. Levai gli occhi al cielo. Un drone passò a un centinaio di metri dalle nostre teste. Non mi sembrava armato e sperai che le macchine fotografiche di bordo ci riprendessero. Sparì in breve tempo ed io rimasi solo con la mia speranza, poi quello stesso arnese volante fece un altro passaggio. La luce si stava rapidamente spandendo e pensai che la probabilità che fossimo stati riconosciuti, fosse aumentata. Non avevo riconosciuto insegne, quindi rimasi dubbioso, perché dopo l’iniziale eccitazione, quel drone poteva appartenere ai buoni o come ai cattivi. Forse era dei Mistrali, forse di qualche banda più organizzata e a mezzi, che scorrazzavano in quelle lande. Ritornarono alla mente tutte le sensazioni, i dubbi, le paure e l’eccitazione che mi avevano tenuto compagnia durante la notte e che erano momentaneamente scomparse con l’arrivo del ricognitore. Ci pensò una scarica di mitraglia al suo indirizzo, lanciata da una delle colonne che si nascondeva nell’erba alta della piana, a fugare se non tutti, almeno molti dei miei dubbi in proposito. Non era dei cattivi. Rimanevano i buoni e i neutrali. Sperai vivamente nei primi.
 
Dal diario del Capitano Stubbing.
 
Dunque, è la fine di questa impresa. Possibilità che gli altri ed io, se ne esca vivi francamente sono minime. In un luogo inospitale e assediato da forze molto superiori alle nostre. Portare a casa la pelle è una promessa avventata e ora mi sento doppiamente responsabile. Spero che i nostri corpi siano recuperati e non lasciati nelle mani o tra i denti di chi che sia. Sono pronto, l’eventualità a tutti noi considerata remota e tale, ora è di fronte a noi come inevitabile realtà.

40° capitolo “Continua la fuga”
 
La voce di Holt si udì chiara uscire da una delle radio che avevamo con noi.
         “Uomini. Se ne vanno.”.
Gli rispose Stubbing.
         “Come se ne vanno e chi se ne sta andando?”.
Riprese.
         “ Le colonne. Si stanno ritirando. Ha iniziato quella al centro e adesso …. Quella di sinistra. Tra poco immagino che si disimpegnerà quella alla mia destra. Infatti, e si ritirano di gran carriera. Mi piace pensare che abbiamo vinto una battaglia senza sparare un solo colpo.”. Disse ghignando.
         “ Appunto. Se abbiamo vinto, è solo una battaglia. La fine della guerra, ho l’impressione, che sia ancora molto lontana.”. Rispose il capitano stancamente.
Con molta cautela e facendo scorrere il tempo, ci riunimmo tutti ai piedi dei massi. Dall’alto Holt continuava a rimanere di vedetta. Ci scambiammo le opinioni su quello, che ci appariva come un fatto inspiegabile. Saranno stati i passaggi del drone, oppure quei banditi hanno creduto che appresso al ricognitore, fosse vicino un gruppo aereo d’intervento. Fatto sta che per ora riuscivamo a respirare.
Il Comandante DuRaand formulò l’ipotesi che gli sgraditi visitatori fossero della banda di Friso Dunkson, un norreno a capo di una forte e agguerrita banda. Formata per lo più da ex galeotti, mercenari, disertori, insomma la crema della feccia umana, che purtroppo neppure guerre e catastrofi precedenti erano riuscite a spazzare via. Anzi molti, troppi avevano scelto una vita ai margini, piuttosto che l’impegno per riuscire finalmente a dare una svolta alla vita del genere umano in generale. Certi vizi sono veramente duri a morire.
Anche Tauranga espresse il suo pensiero.
         “Friso era un Venerabile della Gilda dei Mercanti. Poi la sete di potere e la violenza con cui proponeva le sue misure di sicurezza, da una parte l’hanno fatto allontanare dalla Gilda stessa, dall’altra i suoi servigi sono sempre più ricercati da quelle frange della Gilda che stanno pian piano assumendo più potere al suo interno. Certo che mettere le mani su quello che abbiamo scoperto e fortunatamente distrutto lo avrebbe reso un pericolo non solo per il Congresso e i suoi alleati. Anche gli equilibri all’interno della Gilda sarebbero saltati alla fine. Comunque abbiamo di fronte un cattivo cliente. Prima ce ne andiamo e ci sganciamo definitivamente, prima l’opportunità di salvare la pelle, si trasformerà in una certezza.”.
Sentivo aumentare quella cappa d’ansia, che da tante ore era diventata, quasi un abito per i nostri pensieri. La preoccupazione era evidente sulla faccia di ciascuno di noi.
Stubbing chiese da che parte si fossero ritirati e Holt, che dall’alto non aveva perso neppure una loro mossa, disse che avevano preso la pista che avevamo seguito io con Stark e Tauranga i giorni precedenti.
Stubbing si mise a riflettere e dopo poco ci disse.
         “ Bene. Seguiremo la stessa strada. Mai più immaginano che gli stiamo dietro, che percorriamo il loro stesso cammino. Ci immaginano, credo, sulla pista disagevole che o affrontato io e chi mi ha accompagnato. Invece con calma e ponderatezza seguiremo le loro orme.”.
Il piano era audace, soprattutto perché a un certo punto li avremo dovuti o sorpassare oppure deviare ancora una volta in un luogo che fosse agevole da raggiungere per un’eventuale missione di soccorso. Sempre che ne fosse stata organizzata una. DuRaand aveva sì lanciato il segnale d’emergenza, ma non era detto che fosse stato accolto. Il passaggio del drone, senza nessuna insegna era stato come un fulmine a ciel sereno. Il cielo intanto si stava scurendo. Il vento rinforzava e soffiava da nord. Nubi cariche si stavano avvicinando e promettevano tempesta. Richiamammo Holt, che a malincuore abbandonò il suo nido d’osservazione. Ci disponemmo in due file e mi assicurai che Darla fosse la mia fedele ombra e ci incamminammo con cautela ripercorrendo la stessa strada fatta dai banditi. Avanzavamo a scatti, fermandoci e attendendo istruzioni da Duca e Stark che si erano posti in avanscoperta. Dopo un’ora e più di quell’estenuante avanzata raggiungemmo i resti di quello che era stato AB12. Solo macerie e spirali di fumo, che ancora si levavano dalla voragine apertasi con l’esplosione.
Mi domandavo che razza di esplosivo si fossero portati dietro i ranger, per provocare un simile scempio. Stark, il nostro artificiere guardava compiaciuto l’opera.
         “ Però … mai più avrei immaginato che i serbatoi, che avevo minato al terzo livello, contenessero tanto gas.”.
         “ Cavolo Stark.”. Esclamò, stupito da tanto, Thornbijorn. “ Devi aver fatto saltare serbatoi con idrogeno, ossigeno e azoto liquidi. Forse erano i serbatoi di carburante dei missili. Grazioso omaggio del passato.”.
         “Già.” Rispose con aria soddisfatta.
Duca ci chiamò.
         “Venite un po’ a vedere, cosa abbiamo qui. Non ci crederete, ma la slitta e buona parte del suo contenuto, si sono salvati.”.
Ci avvicinammo e costatammo che la slitta si era si salvata, ma era inutilizzabile. Il sistema di gravitazione era gravemente danneggiato e avremmo dovuto abbandonarla.
Riuscimmo, però, a recuperare delle provviste, caricatori per le armi e un pacco di batterie per le radio. Ci dividemmo il carico e prima di abbandonare definitivamente l’area, mangiammo sparpagliati, seduti sui calcinacci del forte distrutto. Le nubi intanto si avvicinavano sempre di più e l’aria fredda portava ai nostri nasi l’odore della tempesta imminente. Mangiammo velocemente e altrettanto velocemente ci dirigemmo verso il primo limitare della foresta. Addentrandoci ci mostravamo più guardinghi e attenti. Tendevamo l’orecchio ai rumori consueti. Il trillo degli uccelli, il rumore di rami spezzati da qualche selvatico disturbato al nostro passaggio. La voce del vento sempre più impetuosa, faceva stormire le fronde e gli alberi più giovani iniziarono a piegarsi. I vecchi esemplari invece, gemevano e scricchiolavano, opponendo la forza della loro struttura alle folate più forti. Ben presto iniziarono gli scrosci d’acqua. Tra lampi e tuoni la tempesta si riversò sopra di noi. Favoriti dall’intrico dei rami in fondo ci bagnavamo, ma on ci inzuppavamo. La nostra preoccupazione era di non offrire un buon bersaglio ai fulmini. Dovevamo scegliere, o farci bagnare fino al midollo, marciando sulla pista, oppure avanzare e con una certa fatica nel sottobosco, sempre più bagnato. Oramai il bosco era in balia degli elementi e tutti i suoi abitanti se ne stavano rintanati. Scegliemmo di accamparci nel folto del bosco. Trovammo riparo sotto alcuni abeti rossi, dai rami bassi che formavano una sorta di tenda. Al piede gli aghi che erano caduti negli anni, non avevano permesso all’erba di crescere rigogliosa, né a latri arbusti. Un tappeto rossiccio faceva corona a quei tronchi. Di buono c’era che l’acqua, lì sotto, era meno fastidiosa e si potevano trovare anche zone asciutte. Trovammo della legna abbastanza secca e accendemmo un fuoco. Era un azzardo, ma l’intrico dei rami e la posizione, ci facevano ben sperare di non essere scorti e poi finché il vento avesse spirato così forte il fumo, si sarebbe confuso nella pioggia che cadeva sempre più copiosa. Quel bivacco sarebbe durato tutto il giorno e buona parte della notte, tanto durò la tempesta. Durante la giornata, con i turni di guardia, riuscimmo anche a dormire. Un sonno agitato, spezzato continuamente dallo schianto dei rami, che si rompevano sotto la furia del vento e con l’agitazione di rimanere vigili, per fronteggiare ogni eventuale pericolo.

 
Dal diario del Capitano Stubbing.
 
Non è ancora finita. Ci ritiriamo velocemente o almeno tentiamo. Non vedo segni di cedimento negli uomini. Qualcosa mi dice che ce la faremo.

 

Vita Nova

Adesso che il grande esodo é quasi terminato, almeno così credo. Adesso che gli animi si stanno acquietando, mi viene da fare qualche considerazione.

E’ un’epoca di gran cambiamento, questa che stiamo vivendo. Intorno a noi le cose mutano forma e sostanza ad una velocità impensabile. Oggi sei al vertice ed un momento dopo non ti accoglie neppurela polvere. Inquesto spirito, la transumanza virtuale cui ci siamo sottoposti è stata quasi catartica. Abbiamo avuto la possibilità di ritrovare lo spirito per una nuova sfida, per misurarci con una nuova esperienza. Questa è stata vissuta in maniera, oltre che personale, anche seguendo diverse scuole di pensiero.

Una, la più pragmatica a mio avviso, non ha badato troppo per il sottile. Preso atto dell’ineluttabilità, o quasi, dei fatti, si è mossa nel mare magno della rete e ha trovato il mezzo più idoneo per trasferirsi ove meglio ha creduto portandosi appresso… armi e bagagli. Naturalmente ha divulgato la notizia, dopo averne tastato la bontà.

Così a poco a poco, questo passaparola è diventato lo strumento utile per favorire l’esodo.

Un’altra parte però, forse più attaccata alla voglia di negare quella ridda di voci, insicura della sua verità e desiderosa di una smentita, se non ufficiale, almeno supportata da voci autorevoli, si è trovata spersa e smarrita. Anzi tradita, all’inizio. Tradita per il modo subdolo con cui si stava svolgendo l’evento, ma soprattutto per le cause che lo stavano ponendo in essere. Nel mondo della parola, di per se etereo, impalpabile, entrava di prepotenza il materialismo mercantile. Non più la leggiadria del verso, del mottetto, dell’endecasillabo, della rima baciata. Il pensiero profondo, ma anche giocoso e perché no scherzoso erano destinati a soccombere alla fredda logica del calcolo del profitto, soppiantati dall’aridità della partita doppia, del bilancio del cash flow.

Un mondo fatto di termini e regole, per lo più oscure e criptiche. Un linguaggio iniziatico che in realtà ti avvolge nelle spire di una possibile povertà o di un’abbacinante, quanto mai volatile, ricchezza. Tutto nello spazio d’attimi, giusto il tempo di schiacciare un bottone. Dalle stelle alle stalle in forza di una manciata di byte.

Poi anche loro si sono arresi e hanno preso la via dell’esilio.

Per ultimi, ma non certo ultimi, rimangono quelli che non se ne vogliono andare. Eroi di un mondo crepuscolare, destinato a svanire per la chiusura di un interruttore? O piuttosto sani portatori di quei principi, cui si sono attenuti nel tanto o breve spazio della loro vita in rete; dell’esistenza virtuale in un luogo che avvantaggia la parola, il ragionamento, la slow life, piuttosto che la frenesia cortocircuitale d’altri social net. Sentono il peso del tradimento verso i loro sforzi di crescere, attraverso la conoscenza del pensiero altrui e della compassione con gli altri del proprio. Sì, perché attraverso la compassione, la comprensione, la condivisione noi riusciamo ancora a sopravvivere, a crescere in una vita che ci andrebbe omologati a pensiero puntozero. Docili e maneggevoli strumenti per disegni, che ci sfuggono, orditi da quanto mai oscure presenze o forse assenze, ma diabolicamente immanenti sulla e nella nostra vita.

Se guardo a quanto è successo in questi giorni e a quanto succederà da qui al fatidico 31 gennaio, non so se sorridere o versare una lacrima. Non so se dire un compiaciuto: Me lo immaginavo, non poteva durare. In fondo lo sapevo già.

Oppure ritornare a fare quello che mi sono proposto, quando ho deciso di iniziare questo viaggio. Riflettere sulle cose di questo mondo. Tentare di capire, cercare chi le ha capite meglio e prima di me e con umiltà, chiedere d’essere partecipe di quel pensiero.

Viaggiare non è raggiungere la meta, ma il viaggio e il modo con cui si viaggia. Ciascuno con il proprio passo, ciascuno attendendo al proprio ingegno e se non s’impara viaggiando, ci si è mossi indarno. Tanti ne abbiano incontrati e molti li abbiamo lasciati o perché effettivamente troppo superiori alle nostre forze, oppure perché continuavano a spacciare pensieri, di cui sapevamo vita, morte e miracoli e la loro compagnia, oltre che modesta era anche … molesta.

Mi chiedo: di tutto ciò, cosa resterà?

Certo dei ricordi, alcuni begli altri brutti. Uomini e donne, che hanno inciso o incidono tutt’ora, nella nostra vita. Amici seppur lontani, ma tanto vicini. Storie che s’intrecciano o che lo hanno fatto. Credo e spero che qualcuno abbia avuto la fortuna di trovare un amore, quello con la A maiuscola.

Rimpianti, anche quelli. Per conoscenze dissolte, amicizie perse a volte per quelle piccole, grandi incomprensioni che nella vita affrontiamo sempre. Capitano anche quelle sparizioni dovute ad una realtà contro di cui non possiamo far nulla e ne potrei citare di nomi di blogger che hanno dovuto lasciare e pagare quell’ultimo conto. Quello da cui non ci si può sottrarre. Poi ci sono anche quelli che hai seguito, in punta di piedi e che per pudore, per timidezza non ti sei sentito in grado di sollecitare. Li abbiamo seguiti in silenzio, golosi di una frase, di un pensiero su cui lavorare, riflettere e che ci sono stati d’aiuto.

Poi, gli ultimi e i più dolorosi: i rimorsi. Quelli che fanno riaffiorare i pensieri più grami e cattivi. Nella vita reale o virtuale che sia, c’imbattiamo sempre in persone che in una certa maniera ci sfruttano, ci abbagliano millantando per noi chissà quali cose. Poi si rivelano meschini, infidi, permalosi e dall’oggi al domani ci respingono, anche senza motivare il rifiuto. Ci sono quelli che fanno una sorta di passaparola perché anche gli altri mostrino nei tuoi confronti, gli stessi malevoli sentimenti. Non sono scherzi camerateschi un po’ grevi ma azioni perseguite con la volontà di far terra bruciata intorno al povero malcapitato. Che non si raccapezza, non si da pace, non capisce. Però anche questo aiuta a crescere a rendersi conto di quanto e come il fattore umano, non sia uscito dalla porta, ma sia entrato dalla finestra.

Sarò cinico ma credo di dire il vero, quando affermo che qui siamo come siamo, anche se tentiamo di mascherare la nostra vera essenza. Denudarci davanti ad un pubblico è difficile, se poi questo è invisibile ma presente e quasi ne avvertiamo il fiato, gli occhi su di noi e ci osservano, dietro lo schermo del PC. Spettatori della nostra personale messinscena nella rete. Di norma mostriamo i lati migliori di noi, ma qualcosa sfugge sempre e normalmente è rivelatore Forse occorre assumersi l’onestà delle decisioni e della responsabilità circa le cose che diciamo, i commenti che offriamo. Non possiamo prescindere, perché prima o poi i nodi vengono al pettine.

I primi nodi, il pettine li ha raccolti, ma non mi riferisco alle persone. La personale scrematura l’ho già fatta e ancor prima di questo trasloco.

Mi riferisco alla trasformazione, improvvisa avvenuta dal momento della ferale notizia. Prima in linea potevi trovare due tre cento utenti collegati. L’ultima volta che ho tentato di guardare, eravamo più di 5000. Dov’erano a settembre o a giugno, maggio e nei mesi precedenti? Quando si levavano da più parti le voci di una lenta e straziante agonia del nostro gran condominio? Sentivamo scricchiolare la struttura, ma i pochi che parlavano a proposito, sembravano le classiche Cassandre. Voci che gridavano nel deserto, ma non per questo additate a profeti. Eppure, con un certo senno di poi, quelle voci si sono rivelate vere. Giusto per ciò che sta avvenendo ora.

Si potrebbe anche aggiungere, che nessuno è profeta in patria, ribattere pure che era scritto così nel libro del destino. Che ogni cosa, bella o brutta che sia ha un inizio ed una fine. Concordo, ma guardo quanti hanno iniziato sin dagli albori e che vedono il frutto di tanto impegno destinato a dissolversi in un finale così amaro.

Il pensiero ucciso dalla suoneria, di certo stupidissima per un oggetto d’uso comune come un cellulare, o forse quello stesso sarà il boia. Questo amareggia profondamente anche un neofita come me. Dal settembre del 2008 ad oggi è ben poca cosa. Mi sono imbattuto con blog aperti, ben prima di me e che hanno avuto migliaia di visitatori e conservano altrettante, di commenti.

Un patrimonio di testimonianze destinate all’orribile rito dello sciacquone, forse. Perché voglio essere positivo in tutto questo marasma. Spero e mi auguro che tutto ciò possa essere salvato, se non del tutto, la maggior parte.

Perché lo merita l’autore, ma lo meritiamo anche noi stessi, perché anche noi abbiamo partecipato, anche noi orgogliosamente possiamo dire senza essere smentiti: Io c’ero.

Come ci siamo ora, ad iniziare un altro viaggio, con lo scopo di recuperare quanto più possibile del nostro passato in termini di pensieri espressi ed offerti, ma soprattutto riguardo a quanti per noi si sono rivelati preziosi e indispensabili compagni di viaggio.

L’affetto e la vicinanza di quelli ci renderanno il cammino, meno triste, meno tribolato di quel che ci pare ora. Luoghi nuovi, con i quali non abbiamo quella fresca dimestichezza, che un po’ c’innervosisce, ora come ora. Siamo di memoria corta. I primi tempi, tanti o pochi anni fa, eravamo nelle medesime peste. Eppure.

Eppure adesso siamo qui e non ricominciamo, ma continuiamo il nostro cammino.

Ritorneranno anche i giorni grandi, le voglie di raccontare e raccontarci, per quel gusto un po’ ribelle e un po’ serio che alberga in tutti noi.

Affezionati al pensiero, alla parola scritta, se ben scritta meglio.

Affezionati anche e soprattutto a quanti ci hanno dimostrato benevolenza e quel raro sentimento che è l’amicizia.

Tutto questo meditato e scritto in una notte, doverosamente ma immancabilmente persa.

Perso. A NordOvest di me stesso.

INUTILI TRACCE Capitoli 37 e 38

# 37° Capitolo – ovvero “Si comincia a capire”
 

Saltellando, Gios, dal buio ci raggiunse e infilò la testa dentro quella stanza. Guardo a destra e sinistra poi con il suo solito sguardo un po’ folle, prima ci guardò e poi entrò nella stanza. Lo seguimmo e mentre entravamo, mi scappò di sussurrare a Darla e Stubbing, che mi erano accanto.
         “ Strano. Uno trova la porta dei nostri sogni e l’altro riesce ad aprirla. Non ditemi che è un caso.”.
Stubbing mi lanciò un’occhiata piena d’interrogativi. Darla altrettanto. Due passi ed eravamo dentro.
La stanza, molto più ampia delle precedenti mostrava una fila di banchi. Sopra ogni banco era posta una serie di schermi, tastiere e di telefoni. Carte geografiche alle pareti e poi armadi, in gran parte aperti. La polvere che si era posata, mi accorsi che non era poi tanto spessa. Mi sorse il sospetto che in quella stanza qualcuno ci era passato prima di noi, da non troppo tempo. Ci guardavamo attorno più incuriositi del solito. Darla prese a schiacciare i tasti di varie tastiere e a poco a poco gli schermi s’illuminarono. Anche la parte in fondo s’illuminò rivelando un’immensa carta geografica. Era il mondo, il nostro martoriato mondo. Comparivano i confini dei continenti in una lunga striscia luminosa gialla. Terre e mari erano invece su sfondo nero. Piccoli pallini di vario colore tappezzavano quello che doveva essere la terra. Atri pallini spuntavano in quel tratto di schermo che doveva essere il mare. La maggior parte dei pallini era di color rosso.
Cominciò una discussione circa il posto in cui ci trovavamo e il significato di quelle carte e di quello schermo. Darla intanto armeggiava con il suo PC e guardava con attenzione la consolle di fronte a lei. Con un cavetto in mano, che partiva dal suo strumento, cercava l’apertura adatta per iniziare la connessione. Io intanto mi misi a frugare dentro gli armadi.
Ne trassi una serie di volumi che mi sembravano testi procedurali, ordini di servizio, disposizioni. Insomma nulla d’interessante e poi la carta si stava deteriorando visibilmente. Molte pagine erano sparse da tutte le parti e alcuni volumi si sbriciolavano fra le dita. La mia attenzione, però, si concentrò su due volumi dalle copertine differenti che erano poste in bella vista e anche questi chiusi con due lucchetti. Impugnai il coltello e con un certo sforzo riuscii a far saltare le chiusure. Li sfogliai e mi accorsi che i fogli erano stati tutti ricoperti di una pellicola, piuttosto spessa. Ciò che mi apparve svegliò completamente la mia curiosità. Innumerevoli colonne di numeri e lettere si susseguivano, un foglio dopo l'altro. Leggevo con fatica e interpretavo quelle scritte. Era “anglico antico” e qual cosina l'avevo imparato sfogliando i libri alla Casa della Cultura. All’inizio in me s’insinuò il sospetto, però procedendo nella lettura, quella si trasformò in certezza. Era un libro di codici di lancio, per cosa non riuscivo proprio a capire, ma ero sicuro che fossero quello. Presi a sfogliare velocemente anche l’altro. Quello custodiva la procedura da osservare per un lancio. Di cosa, però? Imprecavo tra me, tentando di interpretare quelle sigle, quelle cifre, quei riferimenti. Poi di colpo alzando gli occhi su di una carta appesa alla parete di fronte a me, tutto s’illuminò.
         “Cazzo!”. Esclamai, tra il felice e lo stupito. “ Sono codici di lancio per missili. Guardate qua. Ho trovato procedura e codici per lanciare dei missili e questa stanza è di comando e lancio. Guardate quella cartina.”.
Indicai la cartina che aveva attratto la mia attenzione.
         “ Guardate bene quest’area. Immaginatela su di un piano. Queste collinette, dietro cui ieri siete spariti voi.”. Dissi indicando Stubbing e Soledo.” Sono le cupole di una rampa sotterranea che contiene o conteneva un missile. E guardate quell’altra. La rampa è come spaccata in due. Questo è il missile, questi degli attacchi, non so per cosa e su questa sono indicati i meccanismi per aprire e chiudere dei portelli. Quelle collinette sono i coperchi delle rampe. Si aprono, parte il missile, si richiudono. Sono mimetizzati, così dall’alto vedi solo una grande radura. Forse anche gli alberelli che ci sono su quei dossi sono finti. Cavolo. Bunker Hill è una gigantesca base missilistica.”.
Stubbing esplose.
         “Una base missilistica in mezzo alle montagne? Ma andiamo, che razza di fantasia è la tua. Poi ancora, con i Mistrali a due passi e con quello spiegamento di artiglieria, che abbiamo visto nei giorni precedenti. Poi anche se fosse, chi ci dice che questa base non sia la loro?”.
Con tono sarcastico risposi.
         “ Innanzitutto, se la base fosse dei Mistrali, noi qui non ci saremmo neppure arrivati. Poi a giudicare dall’attuale situazione questa base è della stessa età delle prime guerre e quindi ha moltissimi anni e non è detto che all’epoca i Mistrali non fossero alleati. Se fossero stati dei nemici, credo che avrebbero tentato di distruggerla, tra le altre cose.”.
Darla intervenne in mio aiuto.
         “Corso ha ragione. Questa è stata una base missilistica. Sto facendo girare un programma e a quanto vedo è il programma che cercavamo. Lancio e guida di missili. A questo punto la storia non mente. Missili intercontinentali a testata nucleare. Armi di distruzione di massa. Quelli che hanno reso la terra così. Come la viviamo ora.”
Trasse un sospiro.
         “ Se osservate su quegli schermi, vi accorgerete che a destra ci sono delle coordinate geografiche. Il bersaglio da colpire, a sinistra si sta definendo la procedura di lancio, controllo e navigazione del missile. Credo che inserendo al momento opportuno i codici che hai trovato si possa lanciare un missile e farlo arrivare a destino. Con le conseguenze del caso.”
Udimmo la voce distorta di Duca, provenire dalla radio accesa.
         “ Darla, sei un genio e hai perfettamente ragione. Ho le immagini delle rampe dei missili. Non so se sia un bene o un male, ma di missili neppure l’ombra. Le rampe sono vuote e quindi i lanci sono stati fatti a suo tempo.”.
Rimanemmo in silenzio per qualche tempo. La scoperta ci aveva colpito e personalmente, anche un po’ sconvolto. La domanda che mi ponevo è perché farci arrivare fin lì, scoprire tutto quel mistero e prendere in consegna qualcosa che non poteva più essere sfruttato. Se non c’erano più missili sulle rampe e molto probabilmente anche nella base stessa, perché quell’interesse?
Intanto Darla aveva terminato il suo lavoro.
         “ Ecco fatto, il programma l’ho copiato interamente nel mio PC. Adesso possiamo anche andarcene. Non prima di aver preso anche quei due libri che hai trovato tu, Corso. Credo che siano correlati.”.
Stubbing però intervenne e questa volta con ragione.
         “ Va bene. Ammesso che tutto ciò che hai detto, dottoressa, sia vero. Mi spieghi cosa servono allora queste due serrature. Ho visto che lo stesso programma si svolgeva su questi due schermi. Sembra quasi che per far funzionare tutto occorrano due operatori. Dotati ciascuno di una chiave di sicurezza.”.
Darla rifletté un momento.
         “ Penso che lai abbia detto una cosa sensata. Non credo che un solo operatore potesse portare a termine una procedura così complessa. O forse occorrevano due operatori per una forma di sicurezza. Mettiamo il caso che uno non riuscisse a sopportare la pressione e la responsabilità di un posto del genere. Oppure fosse colto, che so, da pazzia improvvisa. Il fatto che si dovesse operare in due e contemporaneamente, metteva al sicuro o quasi l’intera procedura. E' più che plausibile.”.
         “ Bellissima lezione di storia militare, dottoressa Arvig. Finalmente abbiamo quello che da anni andavamo cercando e soprattutto abbiamo trovato chi è riuscito a … prenderlo senza colpo ferire. Ringrazio lei, come tutti voi a nome mio e del Congresso Continentale.”.
La voce di Pituddu si udì chiara e forte e ci sorprese quasi tutti.
Dico quasi, perché Thor sembrò non scomporsi più di tanto.
         “Congresso Continentale? Bene! Adesso lo zoo è completo.”.
 
 
Dal diario del Capitano Stubbing.
 
A questo punto la realtà ha superato notevolmente la fantasia, tanto da non sapere più in chi e in cosa credere e se sia ancora utile credere.

# 38 Capitolo – ovvero “Finite le sorprese inizia la realtà”
 
Rimanemmo attoniti e sorpresi di tanto annuncio. Il Congresso Continentale? Questo poi mai lo avrei immaginato. Sapevo della sua esistenza. A grandi linee conoscevo anche il perché si era formato e quali erano i suoi scopi. Un’entità che trascendeva le tribù e i clan, anzi era stata creata proprio da questi. Per controllare soprattutto che rivalità, incomprensioni tra clan e tribù non degenerassero in guerre come nei secoli passati. Vigilava che nessuno si arricchisse oltre misura, in ogni senso. Aveva dato linee guida, leggi universali. I massimi esponenti erano sì uomini politici ma affiancati da grandi pensatori, scienziati che si adoperavano per risollevare le sorti di questo nostro mondo e per dare una svolta finalmente di pace e progresso veri.
Pituddu continuò.
         “ E’ bene che mi presenti. Sono il comandate Ossji DuRaand, del servizio Informazioni del Congresso e questi è il comandante Tauranga Tualangi, mio compagno d’avventure e grande amico.”.
Si voltò verso quello che fino allora avevamo creduto Gios l’insaziabile.
Tauranga s’inchinò leggermente e rivolto a Neelya le disse.
         “ Vorrei ringraziare personalmente la signorina Neelya per avermi usato la squisitezza di puntarmi un’arma con ancora la sicura inserita. E’ stato davvero un gran gesto e l’ho apprezzato moltissimo.”.
Parole che uscirono più dal cuore che dalla bocca di quell’uomo.
A questo punto Thor esplose.
         “ Ma come? Neelya, gli hai puntato la pistola con ancora la sicura? Ma … ma sei imbarazzante. Io credevo … ma come si fa, dico io. No! Lo sapevo e te lo avevo detto, Corso. Io non ero assolutamente d’accordi di farla parte di questa … cosa.”.
Neelya ebbe un’identica reazione.
         “Brutto bestione! Imbarazzante e inopportuno sarai tu. Secondo te io dovrei puntare una pistola senza sicura verso una persona che è disarmata e per quel che l’abbiamo conosciuto, certo di scarsa presenza. Almeno di testa, perché in quanto al resto …”.
Li guardammo esterrefatti. La sequenza di contumelie e insulti reciproci, aumentava esponenzialmente.
La voce tonante di Stubbing interruppe quella veramente imbarazzante canea.
         “ Signori. All’ordine.” Tuonò. Poi fece il saluto militare. ” Comandante.”.
DuRaand ricambiò il saluto e con lui Tualangi. Poi Stubbing riprese.
         “ La prego di perdonare l’intemperanza di questi due individui. Così lei appartiene al Servizio Informazioni del Congresso Continentale? Ma allora la nostra presenza qui …?”.
Duraand sorrise.
         “La vostra presenza qui era ed è fondamentale. Per anni abbiamo cercato questo posto e per anni abbiamo cercato soprattutto di tenerlo nascosto ai più e poi, cosa assai più importante abbiamo ricercato donne o uomini che riuscissero a scoprire e interpretare quello che questo luogo racchiude. Finalmente dal Consiglio dei Clan c’è giunta la voce che la dottoressa Arvig era la persona adatta. Proprio per la sua conoscenza di programmi informatici antichi. Poi avevamo bisogno di un gruppo di supporto preparato, formato da uomini coraggiosi e se vogliamo pronti a tutto. Lei e il suo gruppo eravate i migliori sulla piazza. Voi Corso, per finire siete l’uomo adatto perché conoscete luoghi, persone e potete fare affidamento su compagni leali, della vostra stessa pasta. A Jeronimus ne saremo grati per sempre. Non solo il caso, ma anche la vostra personale preparazione a fatto sì che quest’operazione potesse andare in porto. Senza di voi non saremmo giunti qua e non potremmo sottrarre queste preziosissime informazioni a quelli, che ne farebbero sicuramente un’arma potente. Parlo della Gilda dei Mercanti. Sappiamo che sono anche loro sulle tracce di questo sito e di ciò che contiene. Il loro desiderio è di impossessarsene. Se non per venderlo, cosa che però escludiamo, certo per tenerlo. Diventerebbe un’arma di ricatto inimmaginabile e getterebbe la terra e i suoi pochi abitanti indietro di secoli. Saremmo sotto scacco di pochi e terribili uomini che punterebbero, ne sono sicuro a impadronirsi delle poche ricchezze che ci sono rimaste. Sicuramente, a questo punto, mirerebbero al potere assoluto e diventerebbero la mente di ogni azione politica. Perderemmo di colpo la libertà. Qualunque libertà. Saremmo schiavi nei nostri stessi paesi, soggiogati a poche e crudeli menti, sotto la minaccia continua di una nuova guerra terribile. Pari o se non di più a quelle del passato.
Le scaramucce di questi periodi sono nulla in confronto ad un nuovo e più terribile inverno nucleare. Abbiamo saputo dal nostro Servizio Informazioni e questo con l’aiuto del servizio di Intelligence di altre tribù, che sono presenti sul territorio ancora due altri siti, uguali a questo. Non credo che sia poi difficile applicare gli stessi programmi che avete trovato qui, anche in altre realtà.”.
Indicò le apparecchiature.
         “Sono macchine e si adattano al volere dell’uomo. Basta, immagino, riprogrammarle ed ecco che nelle mani sbagliate possono trovarsi oggetti che muterebbero per sempre il volto di questa nostra Terra.”.
Darla prese il suo PC e lo diede a DuRaand.
         “Tenga Comandante. Oltre a non sapere che farne, adesso ho paura. Temo di aver innescato un qualcosa che è più grande di me e che in ogni momento potrà distruggermi.”.
Lo disse con una marcata angoscia nella voce e la stessa la vedevo dipingersi sui volti degli astanti.
         “Siamo sicuri che solo in questo sito esista la procedura che permette di lanciare e governare questi missili?”.
La voce incrinata di Stubbing percorse il silenzio, in cui eravamo piombati tutti.
         “Sì.”. Rispose il comandante.  
“Siamo sicuri. Non esiste un altro luogo simile a questo. Grazie dottoressa. Vorrei però tranquillizzarla. Tutto ciò andrà completamente distrutto. Avevo bisogno, anzi avevamo, come il comandante Tualangi può confermare di ottenere la conferma dei nostri sospetti e che questi fossero supportati da prove reali. Lei con il suo lavoro l’ha confermato. Non ci resta che distruggere tutto e in maniera più completa possibile e andarcene più in fretta possibile. Prima che qualcun altro ci scopra e voglia prendersi il suo lavoro.”.
La voce gracchiante di Duca, attraverso la radio si fece sentire.
         “Finalmente, parole sagge. Vedete di far presto a venir fuori da lì. Abbiamo visite e non sono certo di cortesia.”.
Risposi subito.
         “Che cosa abbiamo?”.
Quello, sarcastico mi rispose.
         “Abbiamo un nugolo di brutti ceffi che si sta avvicinando da varie posizioni e dalle armi che imbracciano, non credo che vadano a caccia. Credo che le prede siate voi e il sottoscritto. Quindi sbrigatevi maledizione!”.
Guardai Thor con un’espressione felice.
         “ Adesso, lo zoo è al completo.”.
Thor mi fulminò con lo sguardo.
DuRaand estrasse da una tasca della giacca una scatoletta. La appoggiò al PC e spinse un tasto. Si udì un lieve ronzio.
         “Abbiamo pochi minuti per andarcene. Poi qualcuno potrebbe farsi molto male.”.
Schizzammo tutto fuori dalla stanza. Stark rimase per ultimo. Dallo zaino tirò fuori un contenitore, che depose davanti alla porta aperta. Poi con forza riuscì a chiudere la porta stessa.
         “Un regalo di sicurezza.” Ci disse, mentre salivamo di corsa le scale. Alla radio intanto ordinammo a Duca di abbandonare la posizione e di raggiungerci al piano inferiore. Correvo come un disperato e non m’importava se sollevavo poca o tanta polvere. Mi era entrata negli occhi, nel naso, in bocca, che sentivo impastata, ma era innanzitutto la paura di fare la fine del topo in trappola. Intanto sentiamo i primi rumori e le voci dei nostri sgraditi ospiti, provenire dall’alto. Controllai l’orologio, avevamo forse ancora un minuto o poco più. Rimanemmo gli ultimi Stark, Thor ed io. Fucili alzati pronti a far fuoco a coprire gli altri che uscivano da quella porta che dava nell’intrico del sottobosco, che avevamo scoperto in precedenza. Vedemmo le prime ombre e immediatamente scatenammo un fuoco infernale.
         “Via. Via. Via.”Urlò Stark dopo aver attivato il comando del detonatore. Quegli ultimi dieci secondi di corsa a perdifiato mi parvero un’eternità. Poi udimmo i primi scoppi, proprio mentre passavamo la porta di sicurezza e ritornavamo a rivedere il sole. Poi ci fu un boato e l’onda d’urto ci prese come una gigantesca mano e ci sparpagliò nel sottobosco. Sembrava che fossi preso in una girandola impazzita e fui scagliato prima in aria e poi, dopo avermi fatto ruotare, mi scagliò attraverso un cespuglio spinoso fino a farmi atterrare su di un mucchio di rami. Intanto si levavano ancora scoppi, nelle viscere della terra e calcinacci di varie dimensioni ci sfrecciavano sulla testa per ricadere con sordi tonfi nella boscaglia. Thor mi raccontò, quando tutta la storia finì, che si era nascosto dietro un grosso tronco di un pino secolare. Un pezzo di cemento passò come una bomba tranciando il tronco come se fosse un fuscello e lui si ritrovò sepolto da una miriade si schegge. Se ne trovò una piantata in una spalla coperta dal giubbetto antiproiettile che indossavamo tutti, a pochi centimetri dalla pelle viva. Passarono alcuni minuti poi lentamente iniziammo a chiamarci l’un l’altro. A ogni risposta il mio respiro si faceva più regolare. Darla, dopo qualche minuto di autentica paura, la ritrovammo ferita, accanto al mozzicone di un larice. Aveva una ferita alla testa, meno male solo superficiale. La abbracciai e confesso, piansi per lo spavento e la paura di aver perso un bene il più prezioso di tutto ciò che avevo in quel momento e quello che avevo mai avuto. Ci contammo le ferite. Chi alla testa, chi alle braccia, gambe, nessuna parte ne era esente. Mi sentivo vuoto ed esausto ma vivo. Non era ancora finita però. Mentre ci medicavamo le ferite dalla radio, uscì la voce di Holt, nascosto da qualche parte.
         “ Qui avvoltoio, mi sentite … passo.”.

 
 
Dal diario del Capitano Stubbing.
 
Sono rammaricato, anche se colpito. Rammaricato perché la sensazione di essere stato usato, credo la riporterò per tutta la vita. Colpito dall’efficienza di certe strutture. Comunque non è ancora finita.

 

Deliri e Dolori

Questo è un altro vecchio post che ho riesumato per l’occasione. Di questi ne ho e di vario genere. Spunti di riflessione, sguardi sul mondo circostante, piccoli racconti, domande e tentativi di risposte. Poi ci sono quelli più lievi, giochini di fantasia dettati dalla voglia di ironizzare un po’ su se stessi e gli altri. Questo è del gennaio 2009 e aveva partecipato ad un contest tra blogger. Il mio primo concorso, che naturalmente non vinsi, ma fu apprezzato. Ricordo che il tutto nacque durante il tragitto che mi portava a casa. Venti minuti o poco più di pensieri e poi tastiera e schermo. I sostituti di carta, penna e calamaio d’oggi dì. Per qualche lettore alcuni nomi di blogger, cui faccio riferimento, non sono nuovi. Non so se anche loro saranno scomparsi o meno nel grande esodo. Mi auguro di no. Chi legge potrà riandare con la memoria e i ricordi ogni tanto ci fanno sentire meno soli. Ogni tanto, però.

Dimenticavo, la firma in fondo é il mio nikname. Un marchio di fabbrica.

 

Credo che ora, per te, sia giunto il momento di pagare il conto”.

Finalmente è arrivato! E a desso, che faccio? Un sudore ghiacciato mi scivola tra le scapole e sento brividi da tutte le parti. Lo schermo con la sua luce azzurrata, ricrea la pagina bianca, delirio e dolore di tutti gli scrittori. Non ho il crampo dello scrivano, ne l’artrosi del dattilografo. Il telefono, la salvezza, l’ancora sicura, il porto che non può che separarti da morte certa.

–          Pronto, ci sei …  sei tu … Meno male che ti ho trovato !

–          Scii, bronto, chi è… eeeehh

–          Ma sono io.  Chi credevi; ascolta ho una notizia bellissima, seppur tremenda.

–          Io chi ? Gli abitanti del 45° parallelo, a quest’ora, di norma dormono il sonno e del giusto e dell’ingiusto !!

–          Sono io, io ascolta la mia voce ..

–          Chi parla è il mio cuore …

–          Il mio cuore non parla, batte ,piuttosto la notizia  è di quelle esplosive, ho per le mani una cosa troppo, come dire incredibile. No di più,  è…

–          Ho capito tutto. Finalmente Laudomia ti ha mostrato le pudenda ed ora pretende, giustamente, che tu giaccia con lei ed ambedue traiate piacere da quell’aggrovigliarsi di corpi in una vertigine di sesso focoso. Tu naturalmente, non sapendone cosa fare del tuo gruppo idraulico secondario, ti sei portato a consigliarti con me.

–          Laudomia. Chi è Laudomia ? La dovrei conoscere, rientra nelle nostre amicizie ??

–          Conseguenza infausta di un mercato carnale, che non avrebbe dovuto consumarsi. La tua donna vuole farsi trombare e tu non sai: né perché, né da dove iniziare.          Giusto ??!!!

–          No! Piuttosto, senti qua, mi è arrivato l’”incipit” da FireArrow !

–          Ah sì, comprato su eBay ?? Montagna d’insipienza, ti ricordo che sono le tre del mattino, la mia cordialità si è esaurita e mi sorge spontaneo, il mandarti in luoghi appropriati per far mercimonio di luoghi corporali a te cari, anzi i più cari. Ora vuoi spiegarti, oppure lo faccio ?

–          Ah sì, scusa l’ ”incipit”. Ma no non l’ho trovato su BaiBai, mi sono iscritto ad una sorta di concorso letterario e tu devi iniziare il tuo racconto prendendo spunto dalla chiusa di quello precedente. Pensa si chiama “Domino”. Sì il concorso.

–          A questa tua nuova, il Gran Simpatico, mi si è messo in agitazione. Ho i nervi che dalla gioia, mi fan la ola. Mi freme il piloro, che sento danzante in una “java” irrefrenabile ! E ALLORA ?

–          Allora è terribile tutto ciò !

–          Ma allora gli alieni ti hanno fatto visita e hanno avuto la prova provata, che i guai della polluzione mondiale, risiedono satanicamente in te ! Vogliono esorcizzarti ! Hanno fin  d’ora il mio appoggio e la mia compressione.

–          No, MALEDETTO, sta a sentire una buona volta ! Non so cosa scrivere, come cominciare da quell’incipit e poi non ti permetto di dire alcunché di maligno su FireArrow. Guai a te sai, guai a TE!!

–          Primo, non conosco FrecciaInfuocata, quindi lungi da me ogni possibile malignità sulla sua persona; ripeti un po’ l’incipit o la chiusa …. Insomma, la frase…

–          Allora : credo che ora, per te, sia giunto il momento di pagare il conto”.

–          Ottimo, grandissima chiusa. E’ giusto che tu paghi il conto. Adesso vengo lì, con una vanga e ti vango la “salle a manger”.

–          Lascia perdere la mia dentatura. Senti, piuttosto ma perché, non ha scritto che so: “Era una notte buia e tempestosa”. Io avrei potuto continuare con: “… E il Barone Rosso, appoggiato al suo triplano, guardava  i lontani bagliori della battaglia, che si consumava sulle rive della Somme e …”.

–          E Woodstock, intanto, al Circolo Ufficiali,  lumava le pupe !! Bello, veramente bello,  con Charlie Brown, che faticosamente avanza nel fango incurante delle pallottole e Linus che spazza il campo di battaglia con la mitraglia, mentre Lucy, nell’Ospedale prepara le bende per i feriti !

–          Ma è magnifico …  e continua come? Aspetta che prendo un notes così mi appunto le fasi salienti del racconto. Continua, continua pure.

–          Continuo. Continuo SI’! Buona notte, monumento crisoelefantino allo sperpero di materia grigia.

–          Ma come buona notte, ti prego parliamone ancora !! Cappuccino e brioches li pago io!!

Click. La telefonata si è interrotta.

E adesso ?

Dunque vediamo : credo che ora, per te, sia giunto il momento di pagare il conto”. Il Generale tutte le sere glielo ricordava, per scaramanzia. Intanto era una notte buia e tempestosa e il Barone Rosso ……

Capehorn

INUTILI TRACCE – Capitoli 35 – 36

35 Capitolo – ovvero “Si inizia a cercare”
 

Ci ritrovammo tutti insieme, ancora una volta. Ci furono abbracci e strette di mano. Come se avessimo raggiunto la cima di una montagna, avessimo conquistato chissà cosa e forse era proprio così. Avevamo conquistato il diritto ad avere delle risposte, a sciogliere quei dubbi che ci avevano mossi nei giorni passati. Quelle risposte avrebbero dissipato anche i confusi sospetti che avevamo l’uno dell’altro. Avrebbero misurato il reale affiatamento, che pareva correre tra di noi. Oramai sapevamo gli uni degli altri, sapevamo chi era chi e cosa ci aveva spinto fin in quel posto. Occorreva solo stabilire e scoprire quali erano i personali atteggiamenti nei riguardi di quelle risposte. Sempre che ce ne fossero e sempre che fossero capibili. Potevano esserci ancora enigmi, oppure poteva esistere un sorprendente nulla. Tutto era rinchiuso nella pancia oscura di quel forte. Forse c’era il destino di ognuno di noi o forse esisteva un'unica grande menzogna, della quale per un certo verso, ne eravamo partecipi. Attori, comparse o forse scritto da noi stessi.
Stubbing si rese conto che mancava Stark. Ne chiese il motivo e così gli dissi che si era trovato un posto d’osservazione e che stava facendo buona guardia. Intanto il pomeriggio avanzava e dovevamo decidere se ritornare al vecchio nascondiglio oppure trascorrere la notte fuori e attendere l’indomani per iniziare l’esplorazione del forte. In più la squadra non era completa. Thor e gli altri due erano ancora lontani e avevano con sé la famosa slitta. Dopo qualche ragionamento, decidemmo che Pituddu ed io saremmo andati incontro ai nostri amici. Saremmo partiti all’alba, così pure loro dal nascondiglio. Comunicammo la decisione per radio e ci preparammo alla notte. Alcuni di noi, ispezionarono a fondo alcuni locali all’interno del forte, per evitare di avere scomodi compagni di sonno. Decidemmo per i turni di guardia e verso sera, consumata una frugale cena, ci disponemmo al sonno.
Il tappeto di stelle che ci sovrastava, mi sembrò più luminoso e quasi sentivo, come se stesse per precipitarsi su di noi. La luna, coronata da un’ innaturale foschia, non mandava quel suo limpido bagliore, ma sembrava tenersi per una volta in disparte per permettere alle stelle di brillare in una notte incredibilmente bella. Bella ma fredda e il fuocherello che avevamo acceso dentro lo stanzone, che fungeva da dormitorio, riscaldava a mala pena.
Avevamo trovato poca legna secca e asciutta. Doveva aver piovuto nei giorni precedenti ma quei pochi rami, odorosi ancora di resina riuscivano a illuminare, di una luce irreale quel locale. Durante il mio turno di guardia osservai i tratti di chi aveva affidato ai miei sensi il sonno e la vita. Darla dormiva con un’espressione serena, di chi sogna cose fantastiche e meravigliose. Stubbing, accigliato e con un’evidente ruga frontale, mi parve dormisse sull’attenti. Da bravo soldato. Neelya e Soledo, abbracciate, l’una con la faccia affondata nei capelli dell’altra, si tenevano per mano, quasi non respiravano, per paura di disturbarsi il sonno a vicenda. Dentro la massa scura della coperta, immaginavo la figura massiccia di Stark. Il profilo affilato di Holt, sembrava guizzare tra le fiamme, anche se lui immobile e disteso, respirava lento, quasi segnasse il passo della sua personale marcia nel sonno. Più scomposto era Pituddu. Una gamba qua e una piegata dall’altra parte. Ogni tanto dava un sonoro segno di russare, per poi zittirsi e agitare il capo. Ogni tanto mi alzavo a gettare un ramo nel fuoco, giusto per non far morire la fiamma. Poi uscivo a guardare il cielo e ascoltavo il rumore della notte. Tentavo di cogliere qualche suono incongruente. Solo si sentivano i rari richiami di animali notturni e il fruscio lieve di un venticello timido. Io ero rimasto per ultimo a fare il turno di guardia. Svegliai Pituddu, quando mi accorsi che le prime dita indaco dell’aurora stavano iniziando a graffiare il cielo.
Scaldammo un po’ d’acqua sule braci ancora ardenti del fuoco. Holt che mi avrebbe dato il cambio e avrebbe svegliato in seguito gli altri, ci osservava nella penombra. Accettò la tazza di quell’intruglio, che sontuosamente, chiamavamo caffè e sottovoce ci fece gli auguri, quando ci incamminammo per riandare sul sentiero che avevamo percorso solo il giorno prima. Per le due ore circa di cammino, tante bastarono a noi per ritrovare i nostri compagni, non avvertimmo nessun’altra presenza se non gli alti alberi del bosco. Sentimmo rami spezzati, forse un cervo mattiniero o un orso ritardatario. Il frullo di ali sui rami più alti. Non parlammo molto, solo brevi frasi, giusto per indicare un fiore, un cespuglio o attirare l’attenzione su un possibile pericolo.
Ci fermammo in una radura, al riparo di alcuni massi. Dietro di noi il folto del bosco, ci copriva, o almeno così credevamo le spalle. La pista si perdeva tra gli alberi e sembrava tagliare a mezzo quella spessa coltre verde che ci circondava.
Non so quanto tempo passò e ognuno di noi rimase in silenzio, immerso nei propri pensieri. Finalmente a interrompere quel silenzio, udimmo lo scalpiccio dei nostri amici e il ronzio dei motori della slitta. Mi stupì molto la calorosa accoglienza che ci fece Gios. Abbracciò più volte Pituddu e a me riservò una forte scrollata generale e poi sorrisi e due baci schioccanti sulle guancie. Quasi fossimo diventati, nella notte, parenti stretti. Thor mi guardò scosse la testa e alzò lo sguardo al cielo. Mi parve sconsolato. Gli sorrisi e per tutta risposta mi diede in buffetto sulla spalla e un’ombra di sorriso aleggiò sulla sua bocca.
Riprendemmo la pista a ritroso; oramai sentivo di conoscerla come le mie tasche.
Di prima mattina raggiungemmo anche gli altri e ci furono festeggiamenti per tutti e un nuovo giro di caffè. Gios come prima, abbracciò tutti e alle ragazze riservò la sorpresa di un omaggio floreale. Aveva fatto tre mazzi di fiori colti, mentre eravamo in marcia. Le ragazze ringraziarono e solo dopo aver ricevuto nuovi abbracci e anche un bacio da quelle, Gios si dimostrò soddisfatto.
Altrettanto imprevedibile si mostrò Pituddu. Dal suo zaino trasse un grande foglio piegato che si rivelò una rozza mappa del forte sotterraneo che indicavamo come AB12.
         “Questo è un disegno, abbastanza aderente alla realtà, di quello che c’è dietro quella porta. Qui ci sono solo locali che credo adibiti, a suo tempo a uffici e corpo di guardia. Nel piano inferiore troviamo altri uffici, locali per il riposo, l’infermeria, la cucina e la locale mensa … poi questa porta chiusa con una serratura elettronica, immagino. Questi sono i corridoi e le varie stanze e da questa parte una rampa che porta a un accesso per i mezzi. Qui sembra esserci la rimessa. Poi ancora da questo corridoio si accede a una serie di uscite di sicurezza.
Qui l’altra rampa di scale che porta ancora a un piano inferiore. Ci sono solo due stanze, chiuse anch’esse da serrature elettroniche e le porte sono corazzate. Questo corridoio porta a una rampa che si perde in un piano ancora più basso. Dai ronzii che salivano dal buio, immagino che sotto ci sia la zona dei generatori con l’impianto di areazione, riscaldamento e altro che non saprei dire.”. Credo che la zona che pù interessa sia prorpio questa, Due piani sotto terra.”
Guardammo a lungo quella mappa, poi spezzai il silenzio.
         “Ieri mi dicesti che avevi scorto una luce, fioca, che illuminava le scale. Se questo luogo è abbandonato da tanto tempo, come può esserci ancora luce artificiale …”.
Pituddu mi fissò.
         “Anch’io mi sono posto questa domanda. Credo che questo luogo sia stato mantenuto in efficienza proprio perché c’è qualcosa che riveste interessi enormi. Qualcuno, non so chi, ha voluto che tutto questo, impianti compresi fossero mantenuti, nel limite del possibile, accessibili e fruibili.”.
         “Dici che qualcuno ci sta aspettando?”
         “Forse non qui dentro. Forse fuori, ma sicuramente qualcuno o qualcosa si aspetta che chi entra riesca a trovare la soluzione al segreto custodito dietro quelle porte. Ecco perché c’è energia. Non dimenticate che ogni forte, come vi avevo detto nei giorni precedenti, ha una sua fonte di energia autonoma. Sotto queste montagne scorrono fiumi sotterranei e quindi ci sono centrali elettriche che permettono di erogare energia. Credo che questo … qualcuno abbia fatto sì che tutto questo funzionasse al meglio. Tenendo conto del tempo e che certe cose non le fa più nessuno. Però posso dire che l’efficienza è al settanta ottanta per cento. Avete visto al rifugio, dove eravamo. Quindi.”
Stubbing si grattò la barba ispida che ornava il volto.
         “Credo che la nostra guida abbia ragione. E’ trascorso del tempo e anche tanto, ma qualcuno è rimasto fedele a questi posti e sicuro che un giorno o l’altro sarebbe giunto chi aveva le capacità di far fruttare ancora ciò che è custodito tra queste mura.”.
Thor si premunì di chiosare.
         “Allora andiamo. Prima scopriamo cosa c’è lì sotto, prima ce ne andiamo da questo posto. A me mette un po’ i brividi.”
Decidemmo l’ordine d’entrata. Stark intanto si era caricato sulle spalle un grosso contenitore e nel passarmi davanti, mi fissò e disse in un soffio.
         “Boom!”
Non mi ci volle molto a capire che quello era esplosivo. Quindi svelato l’arcano; tutto doveva scomparire in un’esplosione. Meno male che la posizione di Stark era al centro del gruppo. L’unico che non fu della partita fu Holt. E fu un bene, per la piega che presero in seguito gli eventi.
 
 
 
Dal diario del Capitano Stubbing.
 
Inizia l’esplorazione. Per un momento mi sono sentito svuotato, ma non è questo il momento di cedere. Siamo ad un passo dal riuscire finalmente a capire tutto.

# 36 Capitolo – ovvero “ Si cerca di capire”
 
Scendemmo le scale. Stubbing ed io ad aprire la marcia, circospetti e attenti. Dietro Pituttu con le tre ragazze. Stark, il sergente e Gios; per ultimi: Thor e Duca.
Sentivamo che l’aria si faceva più spessa ogni gradino che scendevamo. Le luci, fioche e distanziate illuminavano con approssimazione i nostri passi. Una sottile polvere si alzava. Tutto sapeva di chiuso e di vecchio, un odore che non mi era mai piaciuto.
Arrivammo al primo piano e seguendo le indicazioni della mappa ci dirigemmo verso la porta chiusa con la serratura elettronica. La illuminai con la torcia e il riflesso rivelò la sua corazzatura. Dietro ci doveva essere qualcosa di prezioso.
“ Che facciamo?” dissi.
Darla si avvicinò con il PC aperto e sentivo che ronzava.    
“Provo a vedere se riesco ad aprirla. Se è elettronica, avrà un programma per l’apertura. Programma dovuto a una password, vista la pulsantiera.“. Indicò il rettangolo numerato, accanto allo stipite destro.
Thor si avvicinò con il suo coltello multiuso. Scelse una lama e con un piccolo sforzo riuscì a far saltare la pulsantiera stessa. Si rivelò una serie di fili e circuiti. Darla dalla sua borsa, dove teneva custodito il PC, estrasse un filo che collegò alla macchina, l’altra estremità provvista di due specie di beccucci, li applicò a un circuito. Non soddisfatta, cambiò la disposizione. Sullo schermo del PC apparvero dei numeri che variavano a una velocità incedibile.
         “Sta facendo la ricerca. Credo che in pochi secondi riusciremo ad aprirla.”. Disse sorridendo.
Infatti, non era passato un minuto che i numeri si fermarono e sentimmo il ronzio di una serratura che si sblocca e il rumore classico del meccanismo che si apre.
Il primo mistero a quanto pare era risolto.
Aprimmo con circospezione e Thor si fiondò dentro quell’apertura con il fucile spianato. Dietro Neelya e Gios a seguire.  La stanza era grande con un tavolo in centro. Sul lato maggiore del tavolo stavano una serie di monitor. Trasmettevano immagini per lo più piuttosto scure, ma che permettevano di capire che era un impianto di sorveglianza.
Cercammo un interruttore e trovato si diffuse una luce ambrata per tutta la stanza. Sul piano del tavolo c’era una pulsantiera. Gios iniziò immediatamente a schiacciare quei pulsanti, prima che qualcuno intervenisse. Le immagini cambiavano continuamente. Si vedevano corridoi e stanze, fiocamente o per nulla illuminate. Soprattutto si vedeva l’esterno del forte, da tre posizioni precise. L’immagine era di buona risoluzione.
Decidemmo che Duca sarebbe rimasto a sorvegliare quei monitor, attraverso la radio ci avrebbe avvertito se qualcosa non andasse per il verso giusto.
         “Speriamo che funzioni anche con voi al piano di sotto.”. Ci disse mentre riprendevamo a scendere.
         “ Tranquillo.” Gli rispose Soledo. “Sono state fatte apposta.”.
Duca annuì e si ritirò davanti ai suoi schermi.
Prima di scendere facemmo un giro di perlustrazione. Individuammo il corridoio con le uscite di sicurezza e Stark sprecò un po’ di tempo a piazzare delle piccole cariche esplosive, che avrebbero dovuto deflagrare dopo il nostro passaggio. Giusto per coprire e bene un’eventuale precipitosa ritirata. Salvi noi, al diavolo gli altri.
Neelya era andata fino al portone che permetteva l’entrata e l’uscita dei mezzi. Era ben corazzato. Ci sarebbe stato bisogno di una buona dosa d’esplosivo per aprire una breccia in quel muro di acciaio. Trovai una porta che invece si apriva dentro una macchia a giudicare da ciò che vidi, socchiudendola appena. Mi parve una buona via di fuga e allora segnai porta ed entrata del corridoio. Stark mise attorno allo stipite una salciccia, così sembrava, una grossa e grigia salciccia, di esplosivo collegata a un detonatore. L’ultimo che fosse passato doveva solo abbassare una levetta, dieci secondi dopo si sarebbe scatenato l’inferno. Dieci secondi erano il confine tra una fuga riuscita o morte assicurata.
         “Speriamo di ricordarcene.”. Mi disse preoccupata Darla. Le sorrisi in maniera che ritenni rassicurante. A dirla tutta non ci credevo molto neppure io.
Stark intanto continuava il suo compito di minare uscite, disseminando di fili un po’ ovunque, sempre mettendoli in posti di difficile individuazione e fuori da ogni possibile strappo.
Scendemmo lungo le scale, al piano inferiore. La polvere si alzava più spessa e per terra non c’erano tracce. Mi preoccupava che ne lasciavamo noi, di tracce, ma non c’era il modo di evitarlo. Ogni tanto chiamavamo Duca, che ci rassicurava dell’assenza di pericoli. Anche Holt, all’esterno non vedeva anima viva.
Giunti al piano illuminammo i corridoi con le nostre torce. Guardavo la bizzarra divisa che indossavamo. Casco di protezione, occhiali e sul volto avevamo un grosso fazzoletto, che ci permetteva di respirare senza riempirci la bocca e il naso di quella fastidiosa polvere che si alzava ad ogni passo. Indossavo dei guanti, che tenevano calde le mani. Spensi la torcia e accesi i due led che avevo sul casco. Illuminavano a circa tre quattro metri con una luce fredda e azzurrina. In compenso avevo le mani libere di imbracciare meglio l’Aska65, che mi aveva dato Stubbing. Ciascuno di noi aveva un’arma e in fondo ci sentivamo un po’ più sicuri. Il silenzio il luogo era inquietante e la polvere si alzava in brevi quanto fastidiosi sbuffi, ogni passo che facevamo. Le porte aperte ai lati del corridoio, che stavamo percorrendo, sembravano orbite vuote e quel senso di oppressione mi prendeva sempre di più. La voce di Stubbing spezzò l’irreale silenzio che si era creato tra di noi.
         “Qui c’è un’altra porta con la combinazione”.
Ci avvicinammo tutti quanti. Medesima serratura di quella trovata in precedenza e medesimi gesti di Darla. Attendemmo qualche minuto, poi la porta si aprì ed entrammo.
Questa volta udivamo solo dei forti ronzii, provenienti da una serie di apparecchiature sulle quali una miriade di puntini rossi e gialli, s’illuminavano a intermittenza. Alcuni di questi apparecchi erano racchiusi in armadi vetrati. Altri occupavano interi scaffali e il soffitto era molto in alto. Dagli apparecchi partivano grossi tubi che si rifugiavano nel pavimento da una parte, oppure salivano sparendo nel soffitto, dall’altra. Sigle misteriose e codici erano appiccicati a ogni apparecchio. Poi cavi di tutte le dimensioni e colori, segnavano strane ragnatele. La temperatura era piuttosto bassa. Le luci, accese, da non sanno chi, illuminavano la scena. Luci fredde bianche, vivide, rendevano quel salone più strano e inquietante che mai.
Thor perplesso si guardava attorno.
         “ In che cavolo di posto siamo finiti?”.
Darla si guardò attorno e disse.
         “Credo che siamo nella sala dei server del complesso.  E’ il centro nevralgico, qui tutti i dati confluiscono ed escono, in base alle varie esigenze. Qui è facile trovare qualunque tipo di programma e file. Dal menù per una cena, all’ordinativo della carta igienica …”.
“Un prima e un dopo dunque.” Si fece sfuggire a voce piuttosto alta Neelya, che guardava stupita quei muri elettronici e intanto indicava la bocca e il suo antipode. A tutti noi sfuggì una risata. La voce di Pituddu richiamò la nostra attenzione.
“Ne ho travata un’altra, di porta corazzata e anche questa con la serratura a combinazione.”.
Uscimmo tutti dalla stanza dei server. In fondo al corridoio vedemmo la nostra guida dinanzi ad un’altra porta, uguale a quelle precedenti. Questa volta però, accedervi fu più difficile. Non era una semplice serratura elettronica. Presentava uno schermo diviso a metà. Quello in basso grande tanto il palmo di una mano e sopra l’occhio di una telecamera ci fissava.
         “Questa è notevolmente più complicata delle precedenti.“. Disse Soledo piantandosi davanti all’apparecchiatura.
         “Qui.”. Disse indicando lo schermo in basso. “ Chi vuole aprire questa porta deve mettere qui il palmo della mano e uno scanner, legge l’impronta rilevata. La confronta con quelle che ha nella memoria di quella stanza. Poi per sicurezza bisogna guardare nella telecamera. Anche questa agisce con il medesimo sistema. Puoi ingannare la macchina con un’impronta palmare, ma con quella dell’iride no. Non esiste un’impronta uguale. E’ unica.”.
La fissammo tutti stupiti.
         “L’ho imparato al corso di contromisure e sicurezza elettronica.”. Disse alzando le spalle.
Di fronte a quella porta di metallo, avvertivo e con me anche gli altri, un senso di profonda frustrazione. Mi chiedevo come fosse possibile che, arrivati alla meta agognata, un sistema maligno ci impedisse di continuare. Neppure la tecnologia che c’eravamo portati appresso, non ci avrebbe assolutamente aiutato. Indubbiamente lì dentro era racchiuso lo scopo di quel nostro lungo, complicato e per certi versi oscuro viaggio.
         “Possibile, che non ci sia un sistema di sicurezza.”. Sbottò Thor. “ Poniamo il caso che venga a mancare l’energia o si guasti il sistema? Chi è dietro di questa porta potrebbe passare ore se non giornate, prima di veder aprirsi questa porta e lo stesso accadrebbe per quelli che avessero la necessità di entrare.".
Aveva colto in pieno il problema. Cominciammo a guardarci intorno per scoprire un anfratto, uno sportello un qualcosa che fosse un indizio, una pista per ritrovare l’apertura di sicurezza. I muri si presentavano lisci e di quel grigio depressione, che non prometteva nulla di buono, quando all’improvviso si udì uno scatto metallico e lentamente la porta si aprì.
Puntammo le armi nella direzione della porta. Temevamo di veder spuntare qualcuno o qualcosa, anche un fantasma. Invece la porta con esasperante lentezza andò fino a fine corsa. La solita luce fioca e ambrata baluginava in quella bocca oscura e nessun fantasma o altro uscì.
Stubbing interdetto riuscì solo a pronunciare.
“Bhè. Questa poi … “.

 
Dal diario del Capitano Stubbing.
 
Per una volta sono rimasto senza parole e senza pensieri. Ancora non mi faccio capace di ciò che mi sta succedendo.

 

Arrivederci e Grazie

Visto il tempo e l’aria di smobilitazione generale e la frenesia con cui questa smobilitazione è in atto, anch’io ho preso le mie misure e quindi questo è l’indirizzo del mio nuovo blog:

 

https://quellidel54.wordpress.com/

 

Che dire di più. Due o tre cose, senza esagerare e senza farsi prendere da sentimenti eccessivi.
Innanzitutto devo dire grazie a tutti quelli che per questi anni mi hanno supportato, sopportato e hanno condivido con me gioie e pene (DucaConte attento a lei! :-))  )
Tanti sono transitati da queste parti e molti sono rimasti, anche in attesa di tempi migliori, poiché ho avuto le mie belle traversie virtuali.
A questi ultimi un grazie un po’ più speciale. Non solo è dovuto, ma anche sentito e di cuore.
Grazie anche a Klimt77. Se non fosse stato per lui e per i suoi preziosi consigli, ora sarei qui a chiedermi: … e adesso pover’uomo?
Invece. Invece ho provato, con incerta fortuna però. Dei miei 570 post quasi la metà non sono riuscito a salvarli nel trasloco e di quelli salvati ne ho un mare doppi se non tripli.
Scremerò ancora e ricomincerò da capo. Che poi non è quello che a me da più fastidio. La maggior parte li avevo già salvati. Come in questo caso, prima scrivo su word, salvo e poi pubblico.
Datosi che gli errori/orrori ortografici sono la mia specialità e ve ne ho lasciato a bizzeffe nei commenti, preferisco almeno ridurre al minimo i danni.
Nel mio nuovo blog, non troverete quindi tutti i post da me prodotti.
Anzi, li troverete, soprattutto quelli vecchi, nuovi di pacca e senza commenti.
Preferisco così. In fondo dove vado io e dove andrete, se andrete, voi, ricomincia una vita nuova.
Qualcuno potrebbe obbiettare che si arriva senza un passato, mentre noi quel passato lo abbiamo. E’ vero. Si arriva senza un passato, ma sta a noi ricercarlo e proporlo. Come abbiamo fatto tutti all’inizio di quest’avventura su Splinder.
 
Alcuni (Melo, ad esempio) hanno già lasciato traccia di se ed io ne ho approfittato.
 
Gli altri se vorranno, non avranno altro sforzo da fare che lasciarmi il nuovo indirizzo.
Vi assicuro che vi linko, così non si perdono i contatti.
Poi sono sicuro che se qualcuno si è smarrito, sicuramente, per la legge dei sei gradi di conoscenza, ci ritroveremo. In un modo o nell’altro.
 
Rimangono dei sospesi, però. Il racconto che è al 34 capitolo. Ce ne sono ancora undici per l’esattezza. In ogni caso e a scanso d’equivoci, chi vuole sapere come va a finire (Nel caso del paventato blackout alla fatidica data del 24 novembre p.v.) non deve far altro che lasciami la sua e-mail (I PVT esistono e vanno sfruttati) Ho già pronto il PDF pronta consegna.
Se il ventiquattro troverete chiuso allora, per quelli che già me l’hanno data, la consegna avverrà immantinente. Salvo che non stia lavorando, ma in ogni caso a strettissimo giro di posta.
Almeno quella è meglio della prioritaria.
 
C’è la questione del 6N.
Biglietti per ITA VS ING già acquistati e l‘ 11 febbraio sarò nella capitale. Fila diciassette!!
Sì, avete letto bene. 17a fila. Poi uno dice: Saturno contro. Tzé!
 
Poi c’è la banda del “Pisellon Fuggiasco” e le Allegri Comari della “Bella Bignola”. Ne potrete fare a meno? Nooooooo!!!!! Ach, mentite come respirate ! Vergogna!!!
 
Quindi rimango qui, sino a che al mio posto non troverete un’imbarazzante bacheca di cose delle quali non sentiamo l’esigenza e di cui possiamo farne a meno.
Fino allora, come Drogo, rimango qui a rimirare il deserto, attendendo i tartari e per dirla tutta né li temo e me ne farò una ragione di quanto è successo.
In fondo la vita è un’altra e questo è solo un bellissimo gioco e tale deve rimanere.
Ciao.

2° Racconto

Terminato il frugale pasto, Lui si alzò dal tavolino dell’aeroporto e si diresse verso il cancello d’imbarco. Aveva ancora un poco di  tempo prima di partire. Avrebbe voluto ancora dare un’occhiata ai suoi cani, guardò l’ora, ma il tempo non sarebbe bastato.

Il volo fu piacevole, l’aereo non aveva trovato turbolenze, il volto della hostess, gli ricordava qualcosa. Forse i capelli, biondicci, fini e quello sguardo che solo le donne dell’est hanno. Sa di slavato, dopo una pioggia di marzo. Per un po’ ci pensò su, poi accomodatosi meglio sul sedile si appisolò. Fu un sonno senza sogni, Lui non sognava quasi mai, o non si ricordava dei sogni, per cui sosteneva di non sognare.

All’aereoporto, espletate le formalità del passaporto, si diresse all’area Cargo, per ritirare i cani. Le bestie non avevano sofferto del viaggio, anzi lo accolsero festosi, con qualche breve e sommesso latrato. << Vi ho trascurato un po’ in questi giorni , su andiamo, da Flik, forza Flok>> Lui, per i nomi dei cani era banale, ma non nelle razze. Due bracchi italiani di gran razza. Li voleva al meglio, perchè il meglio era per lui.

Il viaggio di ritorno a casa fu lungo e sull’autostrada, trovò il solito traffico di mezzi pesanti, e il sole negli occhi gli dava fastidio.

Finalmente a casa. I bambini gli vennero incontro, li accarezzò e baciò e da una borsa tirò fuori i regali che aveva portato. Per Lei, la sua Lei, un collare di corno di cervo con un unghione d’orso al centro. << E’ artigianato locale, gli uomini lo regalano alle proprie mogli, in segno d’affetto e a memoria che sono cacciatori >> Una luce sinistra brillava nei suoi occhi, nel dire quelle parole e Lei, la sua Lei, capì il sottinteso. Ringraziò con un bacio << Stassera mi metterò comoda e i bambini dai nonni >> Lui annuì. << Senti vado un momento al circolo a portare i documenti, Guglielmo >> gridò al fattore che intanto si era avvicinato << I cani, mi raccomando >> Guglielmo annuì << Venite bestiole, si mangia e si beve, oh padrone han fatto il loro dovere? >> Lui annuì con quel sorriso che sembrava un colpo di rasoio in mezzo alla faccia.

Al circolo ci furono grandi complimenti. << Allora com’è laggiù? Lepri, fagiani, cervi …. donne ?? >> E il rasoio si materializzò di nuovo. << Ho avuto fortuna soltanto una volta, ma è stato grande. Un mattino  in mezzo ad un campo di fiori gialli, un colpo solo in piena fronte, non ha avuto il tempo di accorgersene, forse una fitta alla testa e basta >>

<< Un colpo alla testa. Che gran cacciatore, ‘fanculo.>>

E di nuovo il rasoio in mezzo alla faccia. Poi si ricordò improvvisamente dell’hostess e anche del prato con i fiori gialli. << Ecco chi era, chi mi ricordava.>>

Ne era valsa la pena, i soldi spesi, l’adrenalina pompata ?

Chiese il giornale e aprì la pagina degli annunci.

Ricominciò a cercare.

Nord Italia – Dopo la Pasqua 19….

1° Racconto

Un raggio di sole illuminò, come la lama di una falce, il prato davanti a casa sua. I fiori gialli del tarassacco piano piano si dischiusero tutti. Quel giallo, sul verde brillante di primavera e di rugiada, ingentiliva il luogo. Lei, dalla finestra guardava quei fiori e girati gli occhi, posò lo sguardo sulle uova, ancora calde di nido, che aveva preso poco prima dal piccolo pollaio. << Oggi uova ed erbe di campo.>> Meglio delle scatolette. Intanto il sole, con calma, stemperava le ombre della notte e lontane, le case che facevano da scenario, dormivano ancora. Forse oggi si sarebbero destate. Lei si preparò in fretta, quasi timorosa che quelle erbe potessero sparire, quando il raggio del sole, si fosse spostato più in là. Guardinga, allungò il collo oltre l’apertura della porta e contò mentalmente, lo spazio tra lei ed il grosso platano, posto di fronte alla casa. Una corsa veloce senza chiudere l’uscio, e divorò lo spazio tra lei e l’albero e lo abbracciò, come se fosse stato un amore ritrovato. La corteccia , che faceva scorrere sotto le dita, la emozionò. Liscia e ruvida e quell’odore di legno, che si risvegliava a primavera e quei piccoli bottoni, quà e là tra i rami, indicavano le foglie, che sarebbero venute più avanti. Rimase attenta ai suoni, ma non udì nulla se non il suo respiro, sempre meno affannoso dopo la corsa. Si sciolse dall’abbracio dell’albero e con passo attento avanzò tra le erbe e raggiunti i fiori iniziò la raccolta dell’insalata selvatica.

La finestra era aperta e la luce si spandeva lenta nell’ambiente, ma nel cono d’ombra rimasto, lui stava eseguendo le figure del primo katà di cintura nera 4° dan. Veloce, silenzioso concentrato perchè oggi con un sole così,  doveva esserlo assolutamente, e lo sforzo fisico, l’adrenalina,che saliva e fluiva nel suo corpo, doveva raggiungere tutte le parti, perchè oggi era un buon giorno. Dopo un rauco grugnito, il solo in verità, iniziò la lenta respirazione per ricondurre il corpo allo stato di quiete. Intanto nel buo della stanza osservava che gli stracci appesi al balcone della casa di fronte, pendevano immobili. Il taglio in faccia, che non era tale, ma la sua bocca, ebbe una contrazione. Era sempre più un buon giorno. Sentiva che ormai l’adrenalina era giunta in ogni sua fibra e allora si accomodò, nella posizione più congeniale a ciò che si apprestava a fare. Guardò oltre i palazzi che lo circondavano e lontano, una fila di panni, abbandonati da tempo, erano fermi, cristallizzati in quella posizione. La giornata era ottima. Iniziò allora il processo di concentrazione, per non sentire, per non vedere altro se non quello che i suoi occhi andavano cerccando. Nessun rumore, nessuna distrazione, solo l’oggetto del suo desiderio, della sua malediazione.Non udì neppure il solido passo dell’uomo che si materializzò alle sue spalle. Tacquero, non c’era nulla da dire.

Lei, china sull’erba stava godendo del profumo lieve e leggero della primavera, che timida, in quella mattina, si era messa in mostra. Non era ancora tempo di rondini, ma se le giornate continuavano ad essere inodate di sole, presto sarebbero arrivate. Che gioia. Vide anche due timidi fiori di cardo che azzurri facevano capolino da un rovo. Decise di prenderli per adornare il tavolo.

<< Oggi è una bella giornata, festeggiamola. >>.  Si oggi avrebbe festeggiato, con due fiori di cardo, con un po’ d’insalata selvatica, con le uova del pollaio. Avrebbe festeggiato la primavera.

Alzò la faccia e la puntò verso il sole, per far scaldare dai raggi la pelle del viso. Farla scaldare dopo un duro inverno. Rimase immobile, in attesa.

Lui la vide e trasse un sospiro più lungo degli altri. L’adrenalina, come scheggia impazzita, riprese il suo giro. Poi con ancora più calma delle altre volte, trasse a se il dito e si udì uno scatto metallico.

Lei avvertì una fitta improvvisa proprio sopra l’occhio sinistro. Quasi una puntura, un’ape forse che suggeva gli umori dei fiori e lei non l’aveva nè vista,nè sentita. Quella fitta fu l’ultima cosa avvertita, poi il prato e i fiori furono spruzzati di rosso. Neanche un gemito, neppure un urlo, soltanto una fitta improvvisa.

L’otturatore schioccò e il bossolo caldo cadde vicino agli altri che gli si erano accumulati accanto. L’altro abbassando il binocolo che teneva in mano disse << Ottocento metri, bellissimo colpo!>>

Lui ebbe la stessa contrazione di prima, chiuse l’otturatore.

Continuò a cercare.

Sarajevo – Venerdì Santo 19…

Gentiluomini di fortuna

I gentiluomini di fortuna, vagano per il mare della rete, osservano e riportano alla propria spiaggia, le storie imparate e le raccontano.I gentiluomini di fortuna, non parlano degli uomini, delle donne, non citano nomi. I gentiluomini di fortuna citano storie e le raccontano.La storia di oggi è una storia nata da un congiuntivo. Orbene non sto a raccontarlo a voi, ma nel condominio Splinder, i poeti, non abbondano come mosche sul miele, ma la loro presenza è folta e con alterne fortune. Solcando quei mari incontri versi che ti fanno pensare, ti fermano e ti incitano a gettare l’ancora. Infatti, trovo dei versi che mi spingono a dar fondo; li leggo e ne leggo i commenti. Complimenti vari, poi per un’oretta  circa scopia una canea riguarda un congiuntivo. C’è un verso il cui congiuntivo è perfetto per il senso, il ritmo, l’essenza della poesia. Ma grammaticalmente sbagliato. Cosa accade allora: i Sapegno di turno si ergono a censori e discettano, analizzano, discutono, si inc…no, si insultano per quel congiuntivo. Io che sono malmostoso, colto da crisi d’ira funesta, ho richiesto le attenzioni dell’Angiolieri << Se fossi foco …>> Sììì … se fossi foco, brucerei questi critici del martedì di un novembre nebbioso e uggioso. Guardate che non sentiamo l’urgenza del vostro dire. Anzi, badiamo al risparmio. La poesia a mio modesto sentire è offrire, come pasto nudo a tutti, i sentimenti, le passioni, gioie, dolori, l’angoscia, la felicità, che attraversano la vita in un dato momento e se hai la sensibilità di fermarla, la fermi. Critallizzi il tempo in due versi. << Ed è subito sera >> ferma il tempo in un luogo preciso del giorno, e apre un mondo, se uno a voglia di leggerlo quel mondo.

Così, leggi la poesia, rifletti, poi non contento ne leggi un’altra e cerchi dov’è nascosto il diamante e cioè l’autore. I diamanti non crescono sugli alberi, occorre sangue, sudore, lacrime per trovarli. Bisogna sforzarsi e trovatolo/i, bisogna saper trattar bene la pietra preziosa. Il blog potrebbe essere un modo per scaricare i fardelli che ci opprimono, e questo scarico lo affidiamo a dei versi. Il blog è un momento personale con cui umilmente ci si spoglia e altrettanto umilmente si cerca. Ho imparato molto in questi ultimi tempi. E’ facile tranciar giudizi, ma è altrettanto facile esserne tranciati. Nelle regole d’ingaggio del post “Ore 13,30” di ieri sono stato chiaro, e quelle saranno le regole che applicherò, anche per le vaccate (ops !) che mi verrà di scrivere.

Il blog non è la vita reale, non è il fine ultimo. E’ un’occasione di crescita, di condivisione, di compassione (La compassione nell’accezione più alta è il “patire assieme ad un altro” sia dolori, che gioie, tipico della religione buddista). Questi sentimenti non son merce comune, quanto l’ironia e l’autoironia. Denaro difficile da trovare e da spendere bene. Il blog, nella sua asetticità, ti permette di provare a coltivarli, ti permette di cercare negli altri lo stesso frutto e una volta trovati, di condividerne i piaceri.

La strada è difficile sa seguire ? E’ così arduo riflettere sull’essenza del pensiero trovato ? Solo così facendo troviamo l’autore, colui cioè con cui potremmo stiamo bene insieme, con cui e per cui compatiamo i fatti, gli argomenti, foss’anche gli stessi quasi fossimo tutt’uno.

Lo so è difficle trovare assonanze così strette, eppure ho cominciato ad intuire che molti di voi hanno trovato questa strada ed insieme la percorrono. Questa è amicizia. Non è tranchant questa affermazione. Mi pare molto vicino alla verità (sta a voi mettere il capolettera maiuscolo o minuscolo).

E’ ora di salpare l’ancora e di riprendere il mare, ci sono ancora tanti luoghi da visitare, tante cose da imparare e poi << … il mare più bello è quello che non abbiamo mai navigato. >>

La memoria e la strada

La strada, una serpe, nera d’asfalto,

ha dipanato le spire  e mi ha spinto, quì , sulle colline. Le mie.

Tra i rapidi scoppi di rossi infuocati, di gialli assolati e di ocre

che attendono il vento che le impasti alla terra,

in quast’aria nebbiosa di cui usmo gli umori,  solo non sono.

A presso, in un altro filare, mio padre e suo padre ciangottano piano,

ricordando e parlando di vigne, vendemmie e di mosti.

Nei tini barbera e nebbiolo mostano lenti i loro sapori, di terra bagnata, di foglie e di fiori.

Il frullo , un battito d’ali. Un fagiano.

Via basso e veloce, scampato per caso, al morso del doppietto crudele.

Un corvo si posa e, mi guarda dubbioso, non sa, non conosce chi son e chi son stato,

e così siamo in due ad usmare quest’aria nebbiosa.

Alle spalle il moscato finisce il fermento, e aspira a pieni polmoni l’aria nebbiosa

ne succhia tutti i suoi umori, per esser potente domani, alla festa.

Di fronte, il re, il barolo, col suo palafreno, barbaresco sagace, si appressano ad un sonno

di forza, di forti sapori, di legno, tabacco stemperati infine da semplici viole.

A lato il Roero è tripudio di arneis, di rossi frizzanti e dolcetti in forma smagliante.

Il “Novello” s’atteggia, si da una parvenza. Mi metto le scarpe e poi sono pronto a partire pur io.

Io ripercorro, usato giochino, le orme del nonno e le copro veloce col passo,

che natura mi ha dato. Coprendo anche quelle del padre, rivado ai suoi passi, alle sue sensazioni.

Lo penso a zonzo su queste colline a guardare il miracolo dei frutti di vigna.

E a parlare con quanti, antichi sodali, l’hanno aspettato, per ragionare,

e vedere ancora vendemmie, nocciole ed il raro selvaggio,

respirando quest’aria nebbiosa.

Non son più così tanto incupito, afferro l’idea di queste colline, mi permea quest’aria nebbiosa

che sa di confine tra noi e una morte, che andiam a festeggiare.

Ricordi. Pian piano si fanno più netti. Persone, parole ed i fatti assumono i loro confini.

La strada , nero sarpente d’asfalto, ha dipanato le spire e mi ha spinto quì, sulle colline.

Quelle di un padre, ancora presente, che dorme, guardiano di un figlio che ancora ha vendemmie nel cuore.

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