CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

INUTILI TRACCE 30° Capitolo – ovvero “LIberi, ma prigionieri”

L’alba si alzò livida di quella nebbia causata da nuvole basse. Osservando da quella bocca di lupo, che era la nostra finestra vedevo l’umidità correre e sbattere contro le mura del Forte. Mi vennero i brividi, un po’ per tutto. Svegliai i miei compagni e rifatti gli zaini scendemmo nel salone mensa. C’erano ancora gli uomini del turno di notte e i ritardatari di quello di giorno. Qualche cenno di saluto, qualche sorriso sforzato e nulla più. L’atmosfera era veramente cambiata. Anche gli altri ci raggiunsero e in silenzio consumammo il pasto. Frittelle, cereali, marmellata, formaggio, latte e una broda che doveva essere caffè. Ci raggiunsero anche le due nuove guide e Gios ebbe l’occasione di dimostrare ancora una volta il suo formidabile appetito. Oltre a quello che si era messo nel vassoio, spazzolò avidamente anche gli avanzi dei nostri piatti; terminando con un sonoro rutto, che suscitò le risate degli astanti. SI guardò all’intorno, tronfio del proprio successo e volle rincarare la dose con un peto, ma gli uscì un rumore breve e acuto, come se si fosse applicata una sordina. Non per questo le risate diminuirono, anzi si fecero più sguaiate. L’uomo era raggiante. Salutammo e uscimmo desiderosi di riprendere al più presto il cammino ed ecco che il tenente, che ci  aveva accompagnato il giorno prima ci stava aspettando. Lo seguimmo fino alla rimessa dove fummo caricati, noi e la nostra slitta sul  TrukMountain e con quello raggiungemmo l’inizio della pista che ci avrebbe portato alle Terre Alte. I saluti del tenente furono brevi, asciutti, formali. Un graduato e cinque militari attesero qualche minuto, poi seguirono i nostri stessi passi. Non si nascondevano, ma la loro presenza, così manifesta, era l’indice che l’eventuale strada del ritorno era sbarrata. Dovevamo solo andare avanti, verso il nostro destino, qualunque fosse. Le montagne attorno continuarono per buona parte della mattinata ad essere avvolte dalla coltre di nubi, che aveva salutato il nostro risveglio. A poco a poco la distanza tra noi e la pattuglia dei Cacciatori si fece più grande e all’ennesimo tornante della strada scomparirono. Finalmente eravamo noi e l’ansia, che ciascuno portava appresso. Darla mi camminava accanto e ogni tanto mi stringeva la mano. La guardavo e lei, timidamente, mi sorrideva. Sembrava quasi che mi volesse confortare, ma cercasse altrettanto conforto. Le sorrisi, in silenzio. Credo che non ci fossero molte parole da spendere. C’eravamo detto tutto, o quasi, nelle ore precedenti. Tra lei e me poi c’era stata la notte del Bivacco. Non avevamo avuto ancora il tempo di parlarne. Quante cose ancora da dirci, da spiegarci, da chiarirci. Forse nessuna o forse avremmo dovuto sgombrare ogni nube sul nostro rapporto. Avremmo dovuto dirci cosa ne sarebbe stato, quali fossero i sentimenti reciproci. Di quest’amore nato tra i dubbi e che cresceva, tenero e fragile germoglio, in una storia più grande di noi. Rimanevano , allora, solo gli sguardi e i sorrisi, quasi a dirci della nostra presenza l’uno per l’altro. Forse le parole sarebbero venute dopo, quando tutto fosse finito. Speravo di avere ancora tempo da consumare per noi due e credo che anche lei, in quei momenti, pensasse la stessa cosa.
Ancora pochi tornanti di quella pista e ci ritrovammo fuori dalle nubi e i prati delle Terre Alte si scoprirono ai nostri occhi. Sentivamo, alla nostra destra, il rombo lontano del Grande Fiume, che rotolava la sua acqua da un masso all’altro, trasformandosi in cascata e poi in rapida. Il sole saettava i suoi raggi attraverso improvvisi squarci. Alla pista principale mancavano ancora molte ore, ma una macchia scura in lontananza, ci fece capire che stava transitando una mandria assai numerosa. Accanto ad un gruppo di pini, primi guardiani di quei luoghi trovammo un riparo e finalmente ci fermammo per una sosta. Eravamo esausti per la discesa, che si era rivelata impegnativa e poi era venuto il momento di scaricare un po’ di roba dai nostri zaini e di prendere in mano le carte del luogo, per meglio orientarci e anche le armi per difenderci meglio. Oramai le sole pistole servivano a poco. Duca, che aveva controllato i segni nascosti, posti a guardia del carico, si affrettò a confermare, che nessuno aveva manomesso il carico. Gli occhi indiscreti, di cui avevamo paura, non avevano indagato il contenuto delle varie casse. Comparvero così nuovi pacchi di provviste, una grande busta con dentro le carte dei luoghi e le armi. Ciascuno prese un fucile, caricatori necessari.
Holt si prese il suo Gunna698 e ne controllò immediatamente i meccanismi. Qual fucile da cecchino, non lo sapevamo ancora, ma ci avrebbe tolto d’impaccio non poche volte. Controllò il mirino, lo smontò e lo regolò con una precisione maniacale. Gli altri si limitarono ad oliare per bene i meccanismi e ci fu un concerto di schiocchi di otturatori.
Il lancia granate fu preda di Thor con grande soddisfazione. Soledo controllò, con l’aiuto di Neelya, la radio e aprì anche un  pannello di celle fotovoltaiche. Servivano per ricaricare le batterie. Darla trafficò con il suo PC, provando e riprovando tutti i vari comandi per assicurarsi che tutto funzionasse al meglio. Stark ed io ispezionammo i dintorni, per assicurarci della nostra solitudine. Stubbing, aperta la carta, studiava insieme a Pituddu la strada più facile e riparata da sguardi indiscreti, che avremmo dovuto percorrere nei prossimi giorni. Gios, pensò bene di addormentarsi. Duca rifece il carico della slitta e si assicurò che le batterie fossero cariche e che il sistema inerziale funzionasse a dovere.
Mangiato qualcosa, riprendemmo la marcia, dopo che Stubbing, tra un boccone a l’altro c’indicava qualle fosse la strada migliore per raggiungere Bunker Hill. Lì avremmo cercato la Casamatta AB12 e finalmente saremmo riusciti a venire a capo di tutti i nostri problemi.
Pituddu e Gios, andarono in avanscoperta, anche loro armati di vecchi fucili automatici e di una radio che Stubbing aveva fornito loro. Dovevano solo vedere se la strada, che avevamo intenzione di compiere fosse libera da ostacoli.
La strada si sviluppava prima lungo le rive del fiume, cercando di rimanere accanto al bosco che si estendeva ai lati della corrente. Poi trovato un guado, attraversarlo. Nella notte avremmo attraversato la Pista. Lontano da sguardi indiscreti. Era infatti il tratto più difficile ed esposto. Pini e abeti facevano sentinella alle rive del fiume. Macchie consistenti di mughi si succedevano a forre di lamponi e nei tratti più scoperti la verde chioma dei mirtilli ci accompagnavano nel cammino. Mi ero portato una sorta di pettine, che finiva con una scatola. Passavo quel pettine, dai rebbi larghi, tra le foglie dei mirtilli e raccoglievo i piccoli, neri, gustosi frutti. Duca e Soledo invece s’interessavano più dei lamponi.
         “Più a valle potremo trovare anche dei funghi e con un po’ di fortuna anche dei sorbi e del sambuco.”. Disse Pituddu, comparendo all’improvviso da dietro un grande cespuglio di mughi. Gios naturalmente, aveva la bocca impiastrata di nero, per i mirtilli che aveva mangiato. Poi scomparve per ritornare solo pochi minuti con tre gambi d’orchidee montane. Con un certo imbarazzo li offrì alle ragazze, poi sparì di nuovo mugulando e saltando in mezzo a rovi e erbe alte.
         “Qual ragazzo, non riesco proprio a capirlo.”: Disse Stubbing, rivolto a Pituddu.
Pituddu scosse la testa.
         “ A volte neppure io. Eppure sono il solo con cui si accompagna. E’ bravo e buono come un pezzo di pane. Così si dice dalle nostre parti. Conosce i fiori, le erbe, sa trovare i granati. La testa però … Quella l’ha persa tanto tempo fa. Non si sa bene come andò a finire. Ad un posto di tappa della Pista ci fu una rissa. C’erano suo fratello, due suoi cugini, un amico e lui. Litigarono con un gruppo di Feirmeior. Prima vennero alle mani poi saltarono fuori le pistole e quando tutto fu finito, sopra Gios c’erano i corpi senza vita dei suoi compagni. Fratello, cugini, amico … tutti morti. Lui aveva una brutta ferita alla testa, ma non gli impedì di fuggire. Rimase nei boschi non so quanto tempo, sempre inseguito da quei lupi, che non volevano lasciare testimoni. Pensate, che per sfuggire loro si buttò nel forno ancora caldo di una baita, che aveva trovato sul suo cammino. Questo per sfuggire ai suoi inseguitori. Quando lo ritrovarono, non era più lui. Appena guarito riprese la via dei boschi e non so quanto tempo passò da quel giorno, ma fui il primo a ritrovarlo. Vidi di trattarlo il meglio possibile. Mi faceva pena, era ridotto a un animale. Come allora anche adesso emetteva solo dei versi, però con pazienza ho guadagnato la sua fiducia e ora è diventato inseparabile. Però se ripenso a quei giorni, da una parte mi si stringe il cuore per le pene che ha dovuto subire, dall’altra provo solo rabbia per quelli che gliele hanno fatto patire.”. Le ultime parole furono incrinate dall’emozione. Adesso sapevamo il perché della follia di quell’uomo. In fondo esprimeva attraverso un esagerata corporalità, l’esigenza di raccontarsi in ogni momento, di essere vivo.
Il resto della giornata lo trascorremmo marciando e guardandoci le spalle. Non comparve nessuno e sentivamo solo il lontano scampanio di qualche bestia la pascolo, il fischio guardingo delle marmotte e lo stridio degli uccelli nel cielo. Le nubi che si erano affollate sulla nostra testa durante la mattinata, nel pomeriggio lasciarono spazio all’azzurro del cielo. Il sole non troppo caldo e fastidioso ci accompagnava nel cammino. Ci accorgemmo dell’avvicinarsi della sera, da quanto lunghe diventavano le nostre ombre e del gioco a nascondino che il sole faceva con  le punte più alte delle montagne. Il cielo assunse colori arancio e poi rosso porpora. L’aria si rinfrescò e giunti al limitare di quel gran bosco, che avevamo costeggiato fece ancora una sorpresa. Il Fiume aveva piegato decisamente a destra, sbarrandoci la strada. Nei dintorni neppure l’ombra di un guado. Anzi in quel punto le rive erano alte e scoscese. Studiammo la carta e scoprimmo che avremmo dovuto camminare ancora un’altra ora per trovare un guado, che non ci facesse infradiciare e che soprattutto permettesse alla slitta di passare dall’altra parte. Riprendemmo il cammino, però questa volta con più stanchezza. La Pista era ancora lontana e dovevamo assolutamente passare il fiume prima del tramonto, trovare un luogo riparato per accendere un fuoco e asciugarci, mangiare, riposare, nell’attesa che si facesse notte fonda. Le gambe iniziarono a farci male e sentivo l’accumulo di acido lattico, che indolenzivano ancor più i muscoli. Darla a d’un certo punto trovò un sasso e si sedette.
         “ Basta! Non ce la faccio più. Ho male … Non so più dove non mi fa male.”.
Osservai il suo volto. Il sudore le aveva incollato i capelli sulla fronte, una riga nera le scendeva dal collo e un rivolo si era fatto strada verso l’incavo dei seni. I suoi occhi parlavano di una stanchezza fisica, oramai arrivata al culmine. Temevo che avrebbe avuto una crisi di pianto e non sapevo come affrontarla. Le carezzai una guancia, poi presi una pezza che tenevo in tasca e le pulii la faccia, prima però la bagnai con l’acqua della boraccia. Le versai altra acqua sul collo, sperando che la rinfrescasse un poco. Bevvi. Poi le tolsi lo zainetto e me lo caricai sulle spalle. Fece due o tre respiri lunghi, poi si riprese e appoggiatasi al mio braccio riprese a camminare. Gli altri erano avanti a noi un centinaio di passi. Improvvisamente Gios iniziò ad urlare. Vidi gli altri affrettarsi e nel possibile, anche noi allungammo il passo. Ogni falcata era una coltellata alle gambe. Anch’io, ora, le sentivo dure e legnose, ma dovevamo assolutamente continuare. Il motivo di tanto strepito era dal fato che Gios aveva trovato una passerella. Poche assi, anzi erano solo dei tronchi, gettati tra le rocce di una cascata. Ci saremmo bagnati un poco, ma avremmo attraversato il fiume. Valutammo che anche la slitta sarebbe passata, usando con un po’ di accortezza e sperando nella fortuna. Quella almeno in quei momenti, non venne a mancare e dopo aver attraversato il fiume ci dirigemmo tutti in una piccola radura tra gli alberi. Credo che ci addormentammo tutti in brevissimo tempo. La stanchezza aveva vinto.
 
 
 
 
Dal diario del Capitano Stubbing.
 
Più che un addio è stato un formale allontanamento, dal Forte. La ritirata non è più possibile e la giornata è passata nel silenzio di tutti e nell’ascolto di una triste storia. Abbiamo il morale a terra. Continuiamo con la sola feroce volontà di portare a casa la pelle.

 
Piccolo riassunto delle puntate precedenti.

Gli avvenimenti precipitano o quasi. Seguiti e fatti quasi prigionieri dalla tribù dei Mistrali, ai nostri personaggi non rimane che tentare di risolvere e al più presto i nodi di diffidenza, che ancora li legano. Alla fine, dopo una serie di confronti serrati e giocati a viso aperto le cose si faranno più semplici e più chiare. Il futuro non apparirà così incerto e nebuloso. Solo nebuloso.
Sono stati abbandonati da tutti e in posizione fin troppo scomoda, ma la comparsa di due nuovi personaggi, strani e ambigui sul principio, ribaltano la situazione. Invogliano ad andare fini in fondo a scoprire cosa c’è tra le rovine della fortezza di Bunker Hill. Forse oltre al segreto ivi custodito, ci sono anche le loro stesse anime.
Intanto il sentimento tra Corso e Darla, non è più tanto nascosto. Viene il momento che non sono le parole che parlano, ma i gesti d’amore tra di loro. Raccontano di una passione che è difficile da soffocare e impossibile da dimenticare e che ha tutta la voglia di rimanere  viva e vegeta anche dopo quest’avventura.
 
 Si conclude qui la seconda parte del racconto. Nei prossimi capitoli tutto si dipanerà. I misteri saranno chiariti, tra sorprese, spaventi e una buona dose di suspance e qualche  sorriso. La terza e ultima parte inizierà la settimana prossima. Non perdetela e non mancate di seguire queste: INUTILI TRACCE.

Annunci

Navigazione ad articolo singolo

10 pensieri su “INUTILI TRACCE 30° Capitolo – ovvero “LIberi, ma prigionieri”

  1. cioè vuoi dirmi che devo leggermi 29 capitoli prima di questo? figliolo mio aspetto che pubblichi il libro 😀 buona giornata caro

  2. il commento #1 avrei potuto scriverlo io… ma tanto a breve avrò fra le mani il pdf… vero capettuccio mio?

  3. Dev'essere molto triste incontrare una persona che ti piace… e non sapere se le proprie aspettative, i propri sogni saranno soddisfatti.
    E' un paradosso: nasce un nuovo sogno in prossimità di un'ipotetica fine.

  4. @ 1 = pigraccio !!

    @ 2 = sììììì …sììììì …sìììììì…..  La sai lunga tu, va là

    @ 3 = Eppure i sogni a volte servono a continuare la vita. Inseguendoli, perseguendoli. Lavorandoci un po', insomma.
    Poi in fondo un tarallo e un bicchier di vino può sempre scapparci.

  5. questo post mi è piaciuto, il migliore fra tutti. Non solo ho "visto" pasto, preparativi, sentiero bosco e rovi… ma ho percepito quel brivido nel petto, il batticuore per quel "non detto" fra Darla e Corso. Quel sentimento indefinibile di quando, in mezzo alla gente, sei al fianco di qualcuno che (segretamente agli altri) ti fa mancare i battiti e il respiro. Con la consapevolezza che lui/lei sa e la quasi certezza che lui/lei prova la tua stessa emozione… oddio, mi sono spiegata??? Voglio proprio esprimerla questa emozione, ma non so nemmeno se ha una definizione precisa….. (oggi giro male)
    e infine, che dolore quella camminata!
    Mi sono stancata anch'io!!!

    ps il vento è buono, sta gonfiando le vele.

  6. @ 5 = Corso, in fondo é uno sèpirito solitario. Un po' per i casi della vita, raminga la sua. Un po' perché in fondo a reta soli si ha una possibilità in più per giustificarsi. Ora la vicinanza di una donna, che fisicamente e sentimentalmente lo ha coinvolto in una maniera tale che la sente vicina alle sue corde ecco che si trova ad affrontare per la prima volta veramente se stesso in rapporto con gli altri.
    La fragilità davanti al pianto, alla stanchezza a quel senso d'abbandono, l'hanno reso più attento agli altri, più sensibile.
    Forse sono anche i carnevali che sente sulle spalle.
    Ne ha intravisto l'arrivo, ma ha sentito nel profondo il desiderio di cominciare una vita, non più seguendo delle tracce, utili o meno che siano. Piuttosto camminare con qualcuno, affrontando ciò che la vita offre, insieme ad un altro. Condividendo tutto. Fino in fondo.

    ps: aye aye sir.

  7. Forte Gios
    A parte questo, tutta la parte finale è mozzafiato.
    Se pubblicano gente come Licia Troisi, perché non pubblicare te?

  8. @ 7 = forse perché mi diverto a divertirvi.
    A me basta sentire il vostro calore.
    Vero e autentico. 

    Per il resto, per quel resto basta e avanza MasterCard.
    Una strisciata e sei già … passato.

  9. Non mi sembrava fossero interessati al tarallo ed al bicchier di vino, quei due lì.

  10. @ 9  = Vedrai che al tarallo e al bicchier di vino ci arrivano anche i due piccioncini!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: