CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

INUTILI TRACCE – Capitoli 31 e 32

31 Capitolo – ovvero “ Bunker Hill AB12”

Buio. O meglio. Attraverso la fessura dei miei occhi cisposi, intravedevo il lucore delle stelle, che facevano capolino nell’unica fetta di cielo notturno, che le quinte degli alberi attorno a noi, mi permettevano di vedere. Sentivo l’impellente desiderio di liberare la vescica, ma nel frattempo avvertivo chiaramente, che muovendomi, mi sarei regalato degli attimi di puro dolore. I muscoli, tutti i muscoli m’imploravano di rimanere immobile, per quanto acido lattico ancora li impregnava. Sentivo anche di essere zuppo d’acqua. Non aveva piovuto, ma tra la sudata del giorno prima e l’attraversata del ponte vicino alla cascata, avevano ridotto i miei abiti maceri d’acqua. Mi ero addormentato e ora pagavo le conseguenze di tutto. Mi forza e mordendomi le labbra riuscii guadagnare la posizione eretta. Vedevo intorno a me girare tutto, forse era solo il senso dell’equilibrio che doveva assestarsi. Feci due o tre passi e mi parve di trascinare dei massi, legati alle caviglie. Per liberarmi dei liquidi della notte, mi dovetti appoggiare a un tronco. Mentre orinavo, speravo che nessuno fosse in traiettoria, in ogni caso non mi sarei fermato. Un bagliore, tenue e rossastro, attirò la mia attenzione. Le nostre improbabili guide avevano acceso un fuoco, al riparo di alcuni massi. Il pungente odore della resina, che si stava consumando, raggiunse le mie narici, assieme all’odore caratteristico del caffè. Li raggiunsi e Pituddu, mi allungò una tazza con la nera broda. Il profumo era poco invitante, come il sapore, ma in quel momento avrei trangugiato anche del tossico. Gli altri poco per volta si erano alzati tutti. Nelle mie stese condizioni e con uguali lamenti soffocati. La marcia del giorno prima ci aveva massacrato. Ritornai sui miei passi. Darla si era raggomitolata, mascelle contratte e pugni chiusi, dormiva ancora. Le carezzai una guancia e le feci passare sotto il naso, la tazza con quello, che doveva essere caffè. Lei si agitò e socchiuse un occhio.
         “Buon giorno, bella bambina”.
         “Lasciami dormire, ho ancora sonno, e poi non sono la tua bambina.”.
         “Svegliati, dai. Il caffè è pronto, le stelle brillano nel cielo e si aspettano che tu faccia la tua parte.”.
         “Le stelle? Ma … ma che ore sono?”
         “Le due e mezzo circa.”
         “Cosa? Le due … ma sei un mostro di cattiveria. Non voglio svegliarmi, né alzarmi. Solo dormire. Sei senza cuore e … e poi non ho neppure il caffè!”
         “ Il caffè è pronto” E le indicai la tazza di metallo che avevo in mano.
Saliva un filo di fumo, dato il fresco della notte.

         “Com’è?”
         “Fa schifo. E’ caldo, però.”. Le tesi la mano per aiutarla ad alzarsi e subito una smorfia si disegnò sulla faccia.
         “ Cavolo, che dolore. No, lasciami qua, tienimi la mano, mentre muoio. Me lo fai questo piacere.”.
Mi chinai e la bacia sul viso, poi un bacio sul naso e sulla fronte. Poi sulla bocca.
         “Va meglio?”.
Si mise seduta e si passò una mano sulla faccia. Scosse la testa e mi allungò le braccia. Prestando attenzione a non far cadere il caffè la aiutai ad alzarsi. Ricambiò il bacio. Breve, intenso e s’interessò subito alla tazza fumante. Bevve e fece una smorfia.
         “Sì. Hai ragione. E’ orribile.”. Diede ancora un sorso e fu colta da un brivido.
La presi sotto braccio e la avvicinai al fuoco, perché potesse scaldarsi. Si strofinò la faccia con le mani e poi, cautamente si allontanò verso i cespugli lì vicini.
Gli altri intanto bevevano quell’intruglio e si massaggiavano tutte quelle parti del corpo che dolevano.
Pituddu, indicando un luogo vago nella notte disse.
         “ La strada è a cinquecento metri circa. Direi di sbrigarci ad attraversarla. Se lo facciamo in questo periodo, non saremo visti da nessuno e possiamo approfittare dei boschi, per nasconderci. Se non ci vedono, è meglio.”.
Stubbing ci guardò.
         “ Molto bene. Dieci minuti per preparasi. Luptberg, lei e Holt in avanscoperta. Stark e … Corso? Chiudete la fila. Duca e Thor con la slitta insieme alla dottoressa Arvig. Soledo con me e lei Pituddu, anche. Il suo compare, che non faccia sciocchezze.”.
Ci disponemmo come indicato e partimmo. La strada si snodava nel bosco e dopo cinquecento metri finiva direttamente sulla Pista, come aveva detto Pituddu. Il sergente si avvicinò al gruppo. Eravamo ancora tra gli alberi.
         “ Su quei grossi massi, mi sembra di aver visto una telecamera.”. Così indicò un gruppo di grandi massi sull’altro ciglio della Pista. Stubbing prese il visore notturno del sergente. Lo fece scorrere su quelle pietre, poi si fermò un attimo. Aveva visto qualcosa.
         “In effetti c’è una telecamera. Forse più di una. Mi chiedo chi potrà mai vedere le immagini. Non credo che sia a infrarossi. Forse a bassa luminosità. Comunque dobbiamo cercare un altro posto per passare. Ha ragione la nostra guida. Meno ci facciamo vedere, più abbiamo probabilità e possibilità di raggiungere l’obiettivo. Meglio soli, che con una turba di lupi alle calcagna.”.
Ci dividemmo in due gruppi e alla fine Stark, attraverso le piccole radio di cui ci dotammo, comunicò la buona notizia. Aveva trovato un buon posto per attraversare. La Pista faceva una sorta di strozzatura e si apriva un sentiero nel fitto del bosco. Dopo pochi minuti ci ritrovammo e attraversammo velocemente la Pista. Eravamo di nuovo al sicuro tra i pini e gli abeti. La marcia non fu per niente agevole in quelle ore. Il sentiero a volte spariva sotto la coltre di neve, avanzata dall’ultimo inverno e non ancora scioltasi. Dovevamo operare delle deviazioni e un paio di volte faticammo a ritrovare la strada giusta. La fatica era notevole e i fisici, anche quelli dei Rangers, erano sottoposti a duri sforzi. Ci fermammo un paio di volte per riprendere fiato e mangiucchiare. La luce dell’aurora ci sorprese in un’ampia radura. Le stelle piano piano impallidirono tutte. Rimase solo Sirio, l’ultima guardiana della notte a farci compagnia. Poi l’alba prese il sopravvento. Il cielo iniziò con un tenue rosa, per passare al violetto fino a diventare di un cilestrino, che stava a indicare una bella giornata di sole. Le montagne ancora allungavano le loro ombre, ma vedevamo le punte fiammeggiare per il nuovo giorno che iniziava. Nel cielo i primi gracchi iniziavano il loro lento volo e dall’intrico del bosco giungevano fruscii, che indicavano, la ripresa della vita anche per i suoi abitanti. Il sentiero ora era diventato una pista ben battuta. SI vedevano chiare le impronte delle mandrie che erano solite transitare. Le orme degli zoccoli indicavano mucche e pecore in quantità. Eravamo sicuramente nel territorio dei Koerhrden, dunque bisognava iniziare a guardarsi le spalle. La strada a un certo punto presentava una biforcazione. A destra si perdeva in un vallone con evidenti saliscendi. A sinistra continuava piana, ma andava verso il Fiume, di cui sentivamo il fragoroso respiro. Oramai si era trasformato in un susseguirsi di cascate e rapide e non avremmo avuto facili guadi. Poi a sinistra il terreno si faceva più pietroso e le macchie d’alberi diminuivano sensibilmente, come i posti per nasconderci. Scegliemmo i saliscendi e in più notammo anche che la pista era quella seguita dalle mandrie, quindi più agevole. Sulle pendici delle montagne vedevamo stagliarsi i duri tronchi dei pini cembri. Alti, forti, severe sentinelle davanti all’asprezza delle pareti. A quelli, spuntando con feroce pazienza dalla neve, i pini mughi accompagnavano i declivi e a loro si alternavano le macchie scure dei rododendri, che si alternavano alle praterie di mirtilli. Poi slanciati e verdissimi, quasi neri, i coni degli abeti facevano a gara per il territorio, con i pini, che vedevamo carichi di frutti. A seguire riconoscemmo i larici. Ancora troppo spogli dei loro aghi. Scheletri in un mare di verde più o meno scuro.
Stubbing osservò che dal giorno prima c’eravamo abbassati di quota di circa cinquecento, seicento metri, anche se non avevamo fatto poi così tanta strada come ci sembrava. Aveva calcolato che il contrafforte della Valls deis Reis fosse a tre, quattro chilometri in linea d’aria. Eravamo ancora sotto l’ombrello dell’artiglieria dei Mistrali. Intanto la strada stava diventando di una lunghezza spropositata o così ci appariva. Quei continui saliscendi, spezzavano il ritmo della marcia e influivano negativamente sia sullo stato delle nostre gambe, sia sul nostro morale. Avevamo scorto delle mandrie al pascolo, che non ci degnarono di uno sguardo, neppure per curiosità e per molto tempo, rimanemmo attenti nello scorgere eventuali accompagnatori. Tranne la fugace visione di un grosso capriolo, così ci sembrò, in tutta la giornata non incrociammo nessuno.
All’ennesima erta Pituddu disse con convinzione.
         “Forza. Questa è l’ultima salita. Poi c’é un lungo pianoro e siamo arrivati. Ancora un’ora e ci potremo godere il meritato riposo.”.
Decidemmo di fermarci ancora una volta prima di affrontare la salita che si mostrava ripida e coperta di neve. Avremmo dovuto scarpinare duramente e soprattutto avremmo fatto una fatica bestiale per tenere la slitta. Duca controllava lo stato dei generatori. Orami quella slitta era diventata di sua proprietà e ne aveva la massima cura. Anche Stark gironzolava sempre nei pressi. Sicuramente, tra i bagagli c’era qualcosa che doveva interessarlo al massimo. Darla mostrava meno stanchezza del giorno prima. Da sotto il suo berretto, sotto quel ciuffo, i suoi occhi brillavano. Sentiva, come un po’ tutti noi, che la meta si avvicinava e l’impazienza di iniziare il suo lavoro. Personalmente ero felice per la sua presenza e avevo deciso di scacciare le preoccupazioni, i dubbi, le incertezze dei giorni precedenti. Volevo godere a pieno di quelle e delle prossime ore. Sotto un sole più clemente e meno caldo dei giorni precedenti, finalmente raggiungemmo la cima di quella collina. Davanti al gruppo si erano insediati Pituddu e Gios, subito dietro Thorbijorn, poi venivano Stubbing e Soledo con Neelya. Stark aiutava Duca con la slitta. Chiudevamo il gruppo Darla, Holt, il Sergente ed io. Mancava solo l’ultima stretta curva a salire e Pituddu già in cima gridò soddisfatto.
         “ Eccoci finalmente. Siamo arrivati.”.
Stubbing da sotto gridò di rimando.
         “Siamo a Bunker Hill?”.
La voce contrariata di Thornbijorn si fece udire distintamente.
“Bunker Hill? A me sembra … Fanculandia!”.
Giungemmo in cima. Il muro verde di un’estesa foresta ci riempiva gli occhi e ci sbarrava la strada. Questa, dopo poche centinaia di metri si perdeva nel folto di quel muro. A destra la foresta s’inerpicava sulle balze della montagna. A sinistra si perdeva per chilometri e per effetto del vento che si era levato, sentivamo il rumore del Fiume in lontananza.
Forse l’ultima parola detta dal mio socio non era proprio azzeccata, ma il senso c’era tutto.

Dal diario del Capitano Stubbing.

La giornata più dura di questi giorni. Sicuramente. Non tutti reggono allo sforzo e mi pare che alcuni di noi abbiano bisogno di riposo. Forse troppo bene abituati. In compenso, lo sento. La meta è vicina e i nostri sforzi avranno presto il meritato premio

32 Capitolo – ovvero “ Riposo e Perlustrazioni”

Anche il senso del nostro sconforto, quando riprendemmo il cammino. Avevamo ancora qualche ora di luce e se ne sarebbero andate, giocando a rimpiattino con i tronchi di quella foresta. Radure e alti falansteri di tronchi si alternavano e negli spiazzi c’era ancora evidente la neve dei troppi inverni mai del tutto consumati. Improvvise macchie di colore facevano intendere della confusione che ancora regnava nel tempo e nel regolare trascorrere delle stagioni. Ai rossi improvvisi dei rododendri, soprattutto nelle radure pietrose, si alternava il verde cupo dei pini. Qualche rara pigna faceva capolino tra gli aghi. I larici attendevano ancora il cappotto di foglie sottili e acute, mentre la neve caduta nelle giornate della tempesta precedente, cadeva dalle cime degli alberi con tonfi, che ci facevano sobbalzare. La foresta era sempre in lotta con se stessa, per mettersi in ordine, secondo i propri ritmi.
Pituddu, dopo circa un’ora di cammino, passato a contemplare la distesa di alberi che ci avvolgeva, prese di carriera un piccolo viottolo, che si perdeva nel folto dei cespugli del sottobosco.
Giungemmo a uno spiazzo. Davanti a noi grossi massi erano disposti in modo strano e tra il verde delle edere cresciute in disordine su di essi, facevano capolino degli strani buchi. A guardarli bene, erano feritoie di una fortificazione. Forse eravamo arrivati a destinazione. Mi sembrò troppo facile e in ogni caso, avvertii quella sensazione di chiusura di stomaco, che accompagnavano le cattive notizie.
Lui e il suo strano socio, si addentrarono nel folto di un grosso cespuglio e sentimmo tutti il sordo rullio di ruote che viaggiano su delle rotaie. Penetrammo anche noi in quel groviglio di rami e ci apparve la bocca nera di un’apertura e una ripida discesa sembrava portare negli inferi.
         “Avanti. Per oggi siamo arrivati.”. Disse” Qui staremo al sicuro da occhi indiscreti e al riparo della notte. In questi luoghi è particolarmente fredda.”.
Scendemmo la rapida discesa e i nostri passi a un certo punto rimbombarono, come se fossimo all’interno di un’immensa caverna. Si accesero improvvisamente delle luci. Eravamo in una sorta di rimessa. In fondo alla quale i rottami di due MountainTruk, finivano di produrre ruggine. Un odore di chiuso ci prese alla gola e un’opprimente sensazione mi prese di nuovo allo stomaco. Sentimmo chiudersi la porta alle nostre spalle e l’idea di essere presi in trappola ci colpì immediatamente.  Pituddu, per nulla preoccupato, così sembrava, sparì dentro il varco; lì altre luci fioche indicavano un cammino. Salimmo una stretta scala e ci ritrovammo in un’altra grande stanza. Due tavoli e parecchie sedie erano lo spartano arredamento. Si dipartivano due corridoi. Uno sembrava coronato di altre aperture, l’altro pareva dare su di un’altra scala. C’era anche un’altra apertura, chiusa da una griglia e mi parve la bocca di un ascensore.
Soddisfatto, Pituddu gonfiò il petto.
         “Allora. Che ve ne pare. Confortevole direi.”.
Lanciavano occhiate perplesse a quei vecchi muri che trasudavano umidità. La ruggine del ferro dell’armatura era fin troppo evidente in alcune zone dei muri. Evidenti colate rossastre comparivano all’improvviso e colature verdi di muffe e licheni striavano i muri, come se fossero pennellate di un quadro astratto.
In effetti, il quadro era sconfortante. Eravamo in una foresta, lontani non sapevamo neppure noi di quanto, dal nostro obiettivo. In un bunker che avrebbe potuto trasformarsi in una trappola mortale per tutti noi e per tutta ironia, dovevamo accettare l’idea che la sistemazione era la più confortevole possibile.
         “ Meno male che ho fatto ogni vaccinazione possibile, prima di partire.”. Sbottò il sergente. “Qui, prendersi una febbre strana, penso che sia quasi d’obbligo.”.
Pituddu scoppiò in una risata, che mi parve sincera.
         “Non badate all’arredamento e alla costruzione. E’ il meglio che abbiamo trovato, nei nostri vagabondaggi nella foresta. In quel corridoio si aprono le stanze. Ci sono ancora i letti e i pagliericci hanno foglie ed erba nuova. Cambiata da un mese circa. In fondo c’è la cucina. Funzionante. Nella neve della ghiacciaia, c’è ancora mezzo camoscio. L’ho abbattuto il giorno prima di mettermi in viaggio per raggiungervi. Sarà frollato a dovere.
Sopra di noi ci sono le piazzole dei cannoni. Quelli sono stati portati via, però le aperture sono rimaste e si gode una discreta visuale. Gli alberi davanti sono radi e bassi. Si vede fino all’ultima collina che abbiamo salita. Adesso io direi che è venuto il momento di mettere qualcosa di caldo e di buono sotto i denti. A proposito. Vi domanderete come mai abbiamo la luce. Nell’ispezione è stato scoperto un generatore, collegato a una centralina ad acqua. Sono stati riparati sia l’una sia l’altro e le lampadine, quelle poche che erano ancora in grado di funzionare, sono usate per illuminare le zone che più servono. C’è una sorta di temporizzatore. Dopo tante ore la luce si spegne automaticamente e si riaccende solo dopo un certo tempo.”. Guardò l’orologio “Direi che abbiamo ancora sei sette ore di luce. Il tempo di mangiare e per chi vuole, di usare le docce.“. Indicò una porta del corridoio, visto in precedenza. “Di fare anche il punto della nostra situazione e di decidere sul da farsi.”.
Stubbing si guardò attorno e pio fissò intensamente Pituddu.
         “ Se questa è una trappola, avrò l’onore di tagliarti la gola personalmente. Sappilo. Non tentare di fare scherzi, perché non uscirà nessuno vivo da qua dentro.”. La voce era convinta e convincente.
Pituddu annuì con forza.
         “Sarò un volgare raccoglitore di latte, ma non sono uno stupido. Qui attorno c’è troppa gente che vorrebbe vedermi appeso a un qualsiasi ramo di questa foresta. Voi, in fondo siete la mia assicurazione e poi in ogni caso contravverrei al patto siglato su, alla Ciaplèra. La parola data là, è valida anche tra queste mura. Io ho una parola sola. Anzi, ti dirò di più. In questa stanza.”. Indicò un’apertura. “C’è la sala radio. Almeno una volta era quella. Naturalmente di radio neppure l’ombra, ma i cavi di collegamento ci sono e l’impianto funziona. Nascosta tra gli alberi, c’è anche un’antenna. Se serve per le vostre comunicazioni, non avete da fare nient’altro, che servirvene.”. L’ultima frase fu detta con tono piccato.
         “Voi fate qual che volete, ma io a una doccia … calda spero, non rinuncio. Ho addosso la sporcizia di troppe ore, giorni forse … insomma mi sento di puzzare come un vecchio caprone.”. Disse Thorbijorn iniziando a spogliarsi di panni impolverati e di certo sporchi.
         “ In fondo morire per morire, è meglio farlo lindi e puliti. Mi associo.”. Dissi convinto e ritornai di sotto alla slitta. Presi il mio zaino e ritornai di sopra. Entrai in una stanza e inizia a spogliarmi. Cercai un cambio e mi diressi verso le docce. Poco dopo un getto d’acqua tiepida lavava via stanchezza e quella sensazione, che prima mi aveva attanagliato lo stomaco.
Finalmente, ci trovammo tutti o quasi nel salone, dove c’erano i tavoli. Dal fondo del corridoio, dove immaginavo ci fosse la cucina, si udivano le urla di giubilo di Gios.
Eravamo convinti che stesse cantando, felice di preparare da mangiare. Pituddu ci assicurò che era un ottimo cuoco, oltre ad essere un mangiatore formidabile, come avevamo potuto costatare.
Il lattaio, così lo chiamavamo il socio ed io, mise sul tavolo una carta. Era la mappa di Bunker Hill.
         “Come vedete, dove ho segnato i quadrati, sono i forti posti a difesa del luogo. Bunker Hill è un sistema di difesa. Oltre a questo bunker, se ne sono salvati solo altri due.
Uno piuttosto malandato. Serve solo per riparo temporaneo, di giornata, per stare all’asciutto durante un temporale ad esempio. Non per passarci la notte; ci sono vicini poco raccomandabili. Un branco di pardi di montagna ha le tane in zona e ho trovato tracce che indicano la presenza dell’orso delle montagne. Quel bestione ci passa sovente a dormire. Soprattutto quando si scatenano le tempeste.
L’altro invece è ancora in buone condizioni. Ci sono zone in cui non è possibile accedervi. Porte blindate a combinazione, cancelli collegati a un sistema d’allarme e di chiusura centralizzata. La sala di comando non l’abbiamo ancora individuata. Alcuni corridoi non sono praticabili. Sembra quasi che li abbiano fatti crollare apposta.”.
Ci lanciammo un’occhiata indicativa. Ecco il nostro obiettivo. C’eravamo, questione di un giorno o due e la missione avrebbe avuto termine.
Un urlaccio, ci fece sobbalzare tutti. Gios, con una fumante pentola era comparso e da quella un profumo di carne arrostita stava riempiendo tutta la stanza.
Avremmo continuato a parlare dopo. I brontolii che si sentivano, dovevano essere zittiti immediatamente.

Dal diario del Capitano Stubbing.

La meta è vicina e mi domando se questo Pituddu sia effettivamente quello che dice di essere. Per cena, camoscio arrosto ed erbe di montagna. Quel Gios oltre ad essere un gran mangiatore è anche un ottimo cuoco; o forse la fame è veramente fame.

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6 pensieri su “INUTILI TRACCE – Capitoli 31 e 32

  1. Zaagsel in ha detto:

    cioè … non ce la faccio … col cellulare proprio no
    stavolta aspetto che l'hai finito e me lo mandi tutto in blocco via email

  2. azalearossa1958 in ha detto:

    Sì ma…………. il caffè nella tazza di metallo………………. nun se pole……… proprio no!

    Vero è, che se altro non c'è, va da sè che è inevitabile……..

    Te ne porterò uno fatto, e servito, come si deve.
    A dopo.

  3. azalearossa1958 in ha detto:

    Equequa!

    Buona domenica Capitano!

  4. anneheche in ha detto:

    L'ho – li – ho letto d'un fiato. Forse l'episodio più bello per tensione narrativa ed eleganza di scrittura!

  5. anneheche in ha detto:

    Se io poi sapessi anche l'italiano…

  6. capehorn in ha detto:

    @ 1 = Zaaaaaaaagggg !!!    Sei il solito incorreggibile, ecco cosa sei.

    Va bene, però dovrai prenotare (mandami il tuo e-address ok)

    @ 2  = Quando sei in giro é già buona  avere qualcosa in cui mettere il caffé. 
    @ 3 = A questo poi,   non rinuncerei per nessuna cosa al mondo.

    @ 4 = Eh, piccoli sforzi crescono

    @ 5 = Ah, questa poi é grossa. Ma taaaanto grossa..

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