CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

1° Racconto

Un raggio di sole illuminò, come la lama di una falce, il prato davanti a casa sua. I fiori gialli del tarassacco piano piano si dischiusero tutti. Quel giallo, sul verde brillante di primavera e di rugiada, ingentiliva il luogo. Lei, dalla finestra guardava quei fiori e girati gli occhi, posò lo sguardo sulle uova, ancora calde di nido, che aveva preso poco prima dal piccolo pollaio. << Oggi uova ed erbe di campo.>> Meglio delle scatolette. Intanto il sole, con calma, stemperava le ombre della notte e lontane, le case che facevano da scenario, dormivano ancora. Forse oggi si sarebbero destate. Lei si preparò in fretta, quasi timorosa che quelle erbe potessero sparire, quando il raggio del sole, si fosse spostato più in là. Guardinga, allungò il collo oltre l’apertura della porta e contò mentalmente, lo spazio tra lei ed il grosso platano, posto di fronte alla casa. Una corsa veloce senza chiudere l’uscio, e divorò lo spazio tra lei e l’albero e lo abbracciò, come se fosse stato un amore ritrovato. La corteccia , che faceva scorrere sotto le dita, la emozionò. Liscia e ruvida e quell’odore di legno, che si risvegliava a primavera e quei piccoli bottoni, quà e là tra i rami, indicavano le foglie, che sarebbero venute più avanti. Rimase attenta ai suoni, ma non udì nulla se non il suo respiro, sempre meno affannoso dopo la corsa. Si sciolse dall’abbracio dell’albero e con passo attento avanzò tra le erbe e raggiunti i fiori iniziò la raccolta dell’insalata selvatica.

La finestra era aperta e la luce si spandeva lenta nell’ambiente, ma nel cono d’ombra rimasto, lui stava eseguendo le figure del primo katà di cintura nera 4° dan. Veloce, silenzioso concentrato perchè oggi con un sole così,  doveva esserlo assolutamente, e lo sforzo fisico, l’adrenalina,che saliva e fluiva nel suo corpo, doveva raggiungere tutte le parti, perchè oggi era un buon giorno. Dopo un rauco grugnito, il solo in verità, iniziò la lenta respirazione per ricondurre il corpo allo stato di quiete. Intanto nel buo della stanza osservava che gli stracci appesi al balcone della casa di fronte, pendevano immobili. Il taglio in faccia, che non era tale, ma la sua bocca, ebbe una contrazione. Era sempre più un buon giorno. Sentiva che ormai l’adrenalina era giunta in ogni sua fibra e allora si accomodò, nella posizione più congeniale a ciò che si apprestava a fare. Guardò oltre i palazzi che lo circondavano e lontano, una fila di panni, abbandonati da tempo, erano fermi, cristallizzati in quella posizione. La giornata era ottima. Iniziò allora il processo di concentrazione, per non sentire, per non vedere altro se non quello che i suoi occhi andavano cerccando. Nessun rumore, nessuna distrazione, solo l’oggetto del suo desiderio, della sua malediazione.Non udì neppure il solido passo dell’uomo che si materializzò alle sue spalle. Tacquero, non c’era nulla da dire.

Lei, china sull’erba stava godendo del profumo lieve e leggero della primavera, che timida, in quella mattina, si era messa in mostra. Non era ancora tempo di rondini, ma se le giornate continuavano ad essere inodate di sole, presto sarebbero arrivate. Che gioia. Vide anche due timidi fiori di cardo che azzurri facevano capolino da un rovo. Decise di prenderli per adornare il tavolo.

<< Oggi è una bella giornata, festeggiamola. >>.  Si oggi avrebbe festeggiato, con due fiori di cardo, con un po’ d’insalata selvatica, con le uova del pollaio. Avrebbe festeggiato la primavera.

Alzò la faccia e la puntò verso il sole, per far scaldare dai raggi la pelle del viso. Farla scaldare dopo un duro inverno. Rimase immobile, in attesa.

Lui la vide e trasse un sospiro più lungo degli altri. L’adrenalina, come scheggia impazzita, riprese il suo giro. Poi con ancora più calma delle altre volte, trasse a se il dito e si udì uno scatto metallico.

Lei avvertì una fitta improvvisa proprio sopra l’occhio sinistro. Quasi una puntura, un’ape forse che suggeva gli umori dei fiori e lei non l’aveva nè vista,nè sentita. Quella fitta fu l’ultima cosa avvertita, poi il prato e i fiori furono spruzzati di rosso. Neanche un gemito, neppure un urlo, soltanto una fitta improvvisa.

L’otturatore schioccò e il bossolo caldo cadde vicino agli altri che gli si erano accumulati accanto. L’altro abbassando il binocolo che teneva in mano disse << Ottocento metri, bellissimo colpo!>>

Lui ebbe la stessa contrazione di prima, chiuse l’otturatore.

Continuò a cercare.

Sarajevo – Venerdì Santo 19…

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