CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

INUTILI TRACCE Capitoli 39 e 40

39° Capitolo – ovvero “In fuga per la vita”
 
Soledo, con un’appariscente fasciatura a un braccio prese il microfono.
         “ Qui aquila, avanti.”.
Riprese.
         “Qui avvoltoio. Siete tutti vivi?”.
Stubbing prese il microfono dalle mani della ragazza.
         “Avvoltoio dove sei? Riesci a vederci? Noi siamo apposto. Ammaccati, feriti, ma vivi! Dov’è la tua posizione?”.
         “Non vi vedo, ma fuori dal bosco verso sud ci sono due grandi massi erratici. Sono appostato su quello in secondo piano. Avanzate verso sud, lungo il limitare del bosco poi, quando questo comincia a curvare uscite allo scoperto. Prima però mettetevi in contatto. Chiudo.”.
Avevamo occhi buoni fuori da quella muraglia verde. Finite le medicazioni, molto improvvisate ci dirigemmo verso sud e il limitare del bosco. La nuvola nera e grigia che si era levata con l’esplosione, stava ricadendo a terra. Sentivamo ancora gli ultimi schianti. Sicuramente l’esplosione era stata vista dalle postazioni avanzate dei Mistrali e ora ci attendevamo una possibile reazione provenire dalle montagne.  Prendemmo un sentiero ben segnato che si perdeva nell’intrico degli alberi, attenti però a non abbandonare la direzione suggerita da Holt. A un certo punto gli alberi si fecero più radi e vedevamo che un’altra muraglia di verde ci veniva incontro. Eravamo al punto di girare e attraversare la spianata dove c’erano i ricoveri dei missili.
Stubbing riprese la radio.
         “ Avvoltoio, siamo al limitare del bosco, dove ci hai indicato. Ci vedi ora?”
La risposta fu immediata.
         “ Vi vedo e ci siete tutti. Molto bene.  Avanzate all’interno egli alberi che vanno verso sud. Vedrete i massi. Io vi copro dalla mia postazione e controllo anche, che nessuno vi segua. Per ora il campo è libero. Un’altra cosa, come state riguardo alle munizioni e ai viveri?”.
Stubbing riprese fiato.
         “Male. La slitta è stata distrutta con l’esplosione e abbiamo pochi caricatori per ciascuno. Stimo una decina di minuti di fuoco … Poi coltelli e mani e poi … Dimenticavo abbiamo anche tre pacchi di viveri. Razioni d’emergenza e ancora un paio di pacchi di medicazioni, completi però e naturalmente le radio.”.
S’interrupe, ma capimmo immediatamente come avrebbero potuto mettersi le cose.
Holt, da parte sua non fu incoraggiante, aveva in tutto una cinquantina di colpi e poi anche per lui coltello e mani e pochi viveri, giusti per far passare la giornata.
La situazione era difficile, ma fui colto da un’improvvisa, irrazionale speranza. Innanzitutto pensavo che i nostri assalitori fossero scomparsi tutti nell’esplosione e che i due compari, avessero in qualche modo comunicato non sapevo però a chi, la nostra posizione. In ogni caso i Mistrali avrebbero potuto scendere dalle loro posizioni e venire a vedere che cosa fosse successo e forse anche a ricercare eventuali superstiti. Ne parlai brevemente a tutti.
Il comandante DuRaand disse solo.
         “Speriamo che ci abbiano sentito.”.
Questo un po’ ci rincuorò. Aveva lanciato un segnale e quindi c’era almeno una probabilità che qualcosa si muovesse.
Avanzammo dunque, verso quei massi, indicatici da Holt. Facendo pochi metri per poi fermarsi e attendere. Poi di nuovo. Aprivo il gruppo e con me Thor. Al centro Stubbing, le ragazze con Duca e Tauranga, DuRaand con Stark e il sergente in retroguardia. Dopo un paio d’ore e altrettante comunicazioni radio finalmente raggiungemmo il nascondiglio di Holt. Un grande masso di forma triangolare era spaccato in due e aveva formato una nicchia che poteva accogliere due, al massimo tre persone. Su quello accanto, il tempo e le intemperie avevano scavato una grossa cengia e alte tre quattro persone potevano sistemarsi. Ai piedi dei due massi c’era spazio per il resto della truppa. Ci sistemammo e organizzammo dei turni di guardia. Non furono rispettati naturalmente, perché la stanchezza e le forti emozioni della giornata, non ancora terminata del tutto, ci fecero piombare in un sonno senza sogni. Nel cuore della notte la voce di Holt si fece sentire.
         “Abbiamo visite.”.
Immediatamente, ma ancora con la testa pesante dal sonno e con l’animo n tumulto, ci predisponemmo a difenderci.
         “Dove sono?”. Chiese Stubbing.
Holt indicando con il braccio destro.
         “Di fronte a noi. Disposti in tre colonne, di circa una decina di uomini ciascuna. Non riesco a vedere se indossano divise o meno. A versi così non mi pare una formazione militare vera e propria. Credo che siano uomini della banda che vi ha attaccati. Hanno rimpinguato i ranghi e ora vengono per vendicarsi. Non vogliono lasciare nessun testimone.”.
Stubbing respirò a fondo e poi prese il visore notturno di Holt. Passarono alcuni secondi e poi parlò.
         “Holt e Stark da questa posizione terranno sotto tiro la colonna centrale. Comandante DuRaand, lei e il suo socio con … Duca e il sergente prenderanno d’infilata la colonna proveniente da destra. Dovrete dare le spalle al bosco. Le ragazze con la radio in posizione di difesa in questa posizione. Thorbijorn , Corso ed io andremo a sinistra e prenderemo l’ultima colonna. Signori credo e spero che farete del vostro meglio. E’ stato un piacere e un onore aver compiuto questo viaggio con voi. Grazie di tutto.”.
Thor naturalmente non si tenne dal commentare e giratosi verso di me disse sorridendo mestamente.
         “Andiamo menamerda. Si va  incominciare.”.
Lo guardai e scossi la testa. Almeno avesse detto una frase che fosse passata alla storia, uno di quegli aforismi che rimangono scolpiti nella mente e nel cuore di tutti. No, mi chiamò menamerda, on mi rimase che rispondergli per le rime.
“ Fanculo. Portassi un po’ di sfiga, eh.”.
Sentii delle risatine provenire dall’oscurità. Nervosismo pensai e paura, quella sì, tanta per giunta. Non sapevo quanti ne sarebbero usciti vivi da quello scontro. Soprattutto non sapevo se io riuscivo a venirne fuori intero.
La voce di Holt interrupe i nostri cauti movimenti di discesa da quel masso.
         “Capitano si sono fermate, le colonne. Sono a circa cinque, seicento metri.”.
Stubbing non diede d’intendere e continuò a scendere.
         “Meglio. Se aspettano l’alba per attaccare, ci danno il tempo di disporci. Allontaniamoci di una cinquantina di metri da questo massi. Non di più. Alla mala parata, queste pietre saranno  l’ultima difesa per noi. Andiamo.”.
Lo seguimmo. In silenzio credo che ciascuno pensasse alla medesima cosa. Un misto di preoccupazione, paura, terrore forse, ma anche sentivo fluire in me l’eccitazione per lo scontro imminente. L’adrenalina lentamente aumentava e con lei il desiderio che tutto finisse in fretta e bene per noi. Avemmo ucciso ferito altri esseri umani, ma altrettanto era nei loro desideri. In fondo ci difendevamo ed è giusto difendere la propria vita, il proprio futuro e se per questo sarei stato costretto a strappare la vita a uno sconosciuto, quello era il momento di giustificare un’azione molto riprovevole, ma che sentivo altrettanto giusta. Andavo con la mente a cercare una frase che mi era rimasta impresa quando l’avevo letta, ma non riuscivo a concentrarmi e quello era un buon sistema per non pensare a quel groviglio di sentimenti che mi percuotevano la mente. Ci trovammo al fine in posizione. Il tempo scorreva lento e una luna fosca baluginava nel cielo. Si vedevano poche stelle ed io come anche credo i miei compagni, aguzzavo le orecchie per carpire voci e parole del nemico. Prima di abbandonare il rifugio sicuro di quei massi ci eravamo accordati di trasmettere la posizione ogni ora. Dall’alto Holt e compagnia tenevano d’occhio le colonne e ogni loro eventuale spostamento. Se si fosse verificata una qualunque variazione, ci sarebbe stata comunicata. Con un’aurora rosacea, il giorno si annunciò che sarebbe stata una giornata limpida. Nessuna nube in cielo, solo quel solito venticello freddo che scendeva dalle gole circostanti. Mossi gambe e braccia, per favorire la circolazione e masticai piani piano una disgustosa barra energetica. Nella borraccia che avevo con me, era rimasta un poco d’acqua e ne bevvi un sorso. Il mio stomaco però sembrava on volerne sapere di ricevere qualcosa.
Improvvisamente intesi sempre più chiaro un ronzio. Levai gli occhi al cielo. Un drone passò a un centinaio di metri dalle nostre teste. Non mi sembrava armato e sperai che le macchine fotografiche di bordo ci riprendessero. Sparì in breve tempo ed io rimasi solo con la mia speranza, poi quello stesso arnese volante fece un altro passaggio. La luce si stava rapidamente spandendo e pensai che la probabilità che fossimo stati riconosciuti, fosse aumentata. Non avevo riconosciuto insegne, quindi rimasi dubbioso, perché dopo l’iniziale eccitazione, quel drone poteva appartenere ai buoni o come ai cattivi. Forse era dei Mistrali, forse di qualche banda più organizzata e a mezzi, che scorrazzavano in quelle lande. Ritornarono alla mente tutte le sensazioni, i dubbi, le paure e l’eccitazione che mi avevano tenuto compagnia durante la notte e che erano momentaneamente scomparse con l’arrivo del ricognitore. Ci pensò una scarica di mitraglia al suo indirizzo, lanciata da una delle colonne che si nascondeva nell’erba alta della piana, a fugare se non tutti, almeno molti dei miei dubbi in proposito. Non era dei cattivi. Rimanevano i buoni e i neutrali. Sperai vivamente nei primi.
 
Dal diario del Capitano Stubbing.
 
Dunque, è la fine di questa impresa. Possibilità che gli altri ed io, se ne esca vivi francamente sono minime. In un luogo inospitale e assediato da forze molto superiori alle nostre. Portare a casa la pelle è una promessa avventata e ora mi sento doppiamente responsabile. Spero che i nostri corpi siano recuperati e non lasciati nelle mani o tra i denti di chi che sia. Sono pronto, l’eventualità a tutti noi considerata remota e tale, ora è di fronte a noi come inevitabile realtà.

40° capitolo “Continua la fuga”
 
La voce di Holt si udì chiara uscire da una delle radio che avevamo con noi.
         “Uomini. Se ne vanno.”.
Gli rispose Stubbing.
         “Come se ne vanno e chi se ne sta andando?”.
Riprese.
         “ Le colonne. Si stanno ritirando. Ha iniziato quella al centro e adesso …. Quella di sinistra. Tra poco immagino che si disimpegnerà quella alla mia destra. Infatti, e si ritirano di gran carriera. Mi piace pensare che abbiamo vinto una battaglia senza sparare un solo colpo.”. Disse ghignando.
         “ Appunto. Se abbiamo vinto, è solo una battaglia. La fine della guerra, ho l’impressione, che sia ancora molto lontana.”. Rispose il capitano stancamente.
Con molta cautela e facendo scorrere il tempo, ci riunimmo tutti ai piedi dei massi. Dall’alto Holt continuava a rimanere di vedetta. Ci scambiammo le opinioni su quello, che ci appariva come un fatto inspiegabile. Saranno stati i passaggi del drone, oppure quei banditi hanno creduto che appresso al ricognitore, fosse vicino un gruppo aereo d’intervento. Fatto sta che per ora riuscivamo a respirare.
Il Comandante DuRaand formulò l’ipotesi che gli sgraditi visitatori fossero della banda di Friso Dunkson, un norreno a capo di una forte e agguerrita banda. Formata per lo più da ex galeotti, mercenari, disertori, insomma la crema della feccia umana, che purtroppo neppure guerre e catastrofi precedenti erano riuscite a spazzare via. Anzi molti, troppi avevano scelto una vita ai margini, piuttosto che l’impegno per riuscire finalmente a dare una svolta alla vita del genere umano in generale. Certi vizi sono veramente duri a morire.
Anche Tauranga espresse il suo pensiero.
         “Friso era un Venerabile della Gilda dei Mercanti. Poi la sete di potere e la violenza con cui proponeva le sue misure di sicurezza, da una parte l’hanno fatto allontanare dalla Gilda stessa, dall’altra i suoi servigi sono sempre più ricercati da quelle frange della Gilda che stanno pian piano assumendo più potere al suo interno. Certo che mettere le mani su quello che abbiamo scoperto e fortunatamente distrutto lo avrebbe reso un pericolo non solo per il Congresso e i suoi alleati. Anche gli equilibri all’interno della Gilda sarebbero saltati alla fine. Comunque abbiamo di fronte un cattivo cliente. Prima ce ne andiamo e ci sganciamo definitivamente, prima l’opportunità di salvare la pelle, si trasformerà in una certezza.”.
Sentivo aumentare quella cappa d’ansia, che da tante ore era diventata, quasi un abito per i nostri pensieri. La preoccupazione era evidente sulla faccia di ciascuno di noi.
Stubbing chiese da che parte si fossero ritirati e Holt, che dall’alto non aveva perso neppure una loro mossa, disse che avevano preso la pista che avevamo seguito io con Stark e Tauranga i giorni precedenti.
Stubbing si mise a riflettere e dopo poco ci disse.
         “ Bene. Seguiremo la stessa strada. Mai più immaginano che gli stiamo dietro, che percorriamo il loro stesso cammino. Ci immaginano, credo, sulla pista disagevole che o affrontato io e chi mi ha accompagnato. Invece con calma e ponderatezza seguiremo le loro orme.”.
Il piano era audace, soprattutto perché a un certo punto li avremo dovuti o sorpassare oppure deviare ancora una volta in un luogo che fosse agevole da raggiungere per un’eventuale missione di soccorso. Sempre che ne fosse stata organizzata una. DuRaand aveva sì lanciato il segnale d’emergenza, ma non era detto che fosse stato accolto. Il passaggio del drone, senza nessuna insegna era stato come un fulmine a ciel sereno. Il cielo intanto si stava scurendo. Il vento rinforzava e soffiava da nord. Nubi cariche si stavano avvicinando e promettevano tempesta. Richiamammo Holt, che a malincuore abbandonò il suo nido d’osservazione. Ci disponemmo in due file e mi assicurai che Darla fosse la mia fedele ombra e ci incamminammo con cautela ripercorrendo la stessa strada fatta dai banditi. Avanzavamo a scatti, fermandoci e attendendo istruzioni da Duca e Stark che si erano posti in avanscoperta. Dopo un’ora e più di quell’estenuante avanzata raggiungemmo i resti di quello che era stato AB12. Solo macerie e spirali di fumo, che ancora si levavano dalla voragine apertasi con l’esplosione.
Mi domandavo che razza di esplosivo si fossero portati dietro i ranger, per provocare un simile scempio. Stark, il nostro artificiere guardava compiaciuto l’opera.
         “ Però … mai più avrei immaginato che i serbatoi, che avevo minato al terzo livello, contenessero tanto gas.”.
         “ Cavolo Stark.”. Esclamò, stupito da tanto, Thornbijorn. “ Devi aver fatto saltare serbatoi con idrogeno, ossigeno e azoto liquidi. Forse erano i serbatoi di carburante dei missili. Grazioso omaggio del passato.”.
         “Già.” Rispose con aria soddisfatta.
Duca ci chiamò.
         “Venite un po’ a vedere, cosa abbiamo qui. Non ci crederete, ma la slitta e buona parte del suo contenuto, si sono salvati.”.
Ci avvicinammo e costatammo che la slitta si era si salvata, ma era inutilizzabile. Il sistema di gravitazione era gravemente danneggiato e avremmo dovuto abbandonarla.
Riuscimmo, però, a recuperare delle provviste, caricatori per le armi e un pacco di batterie per le radio. Ci dividemmo il carico e prima di abbandonare definitivamente l’area, mangiammo sparpagliati, seduti sui calcinacci del forte distrutto. Le nubi intanto si avvicinavano sempre di più e l’aria fredda portava ai nostri nasi l’odore della tempesta imminente. Mangiammo velocemente e altrettanto velocemente ci dirigemmo verso il primo limitare della foresta. Addentrandoci ci mostravamo più guardinghi e attenti. Tendevamo l’orecchio ai rumori consueti. Il trillo degli uccelli, il rumore di rami spezzati da qualche selvatico disturbato al nostro passaggio. La voce del vento sempre più impetuosa, faceva stormire le fronde e gli alberi più giovani iniziarono a piegarsi. I vecchi esemplari invece, gemevano e scricchiolavano, opponendo la forza della loro struttura alle folate più forti. Ben presto iniziarono gli scrosci d’acqua. Tra lampi e tuoni la tempesta si riversò sopra di noi. Favoriti dall’intrico dei rami in fondo ci bagnavamo, ma on ci inzuppavamo. La nostra preoccupazione era di non offrire un buon bersaglio ai fulmini. Dovevamo scegliere, o farci bagnare fino al midollo, marciando sulla pista, oppure avanzare e con una certa fatica nel sottobosco, sempre più bagnato. Oramai il bosco era in balia degli elementi e tutti i suoi abitanti se ne stavano rintanati. Scegliemmo di accamparci nel folto del bosco. Trovammo riparo sotto alcuni abeti rossi, dai rami bassi che formavano una sorta di tenda. Al piede gli aghi che erano caduti negli anni, non avevano permesso all’erba di crescere rigogliosa, né a latri arbusti. Un tappeto rossiccio faceva corona a quei tronchi. Di buono c’era che l’acqua, lì sotto, era meno fastidiosa e si potevano trovare anche zone asciutte. Trovammo della legna abbastanza secca e accendemmo un fuoco. Era un azzardo, ma l’intrico dei rami e la posizione, ci facevano ben sperare di non essere scorti e poi finché il vento avesse spirato così forte il fumo, si sarebbe confuso nella pioggia che cadeva sempre più copiosa. Quel bivacco sarebbe durato tutto il giorno e buona parte della notte, tanto durò la tempesta. Durante la giornata, con i turni di guardia, riuscimmo anche a dormire. Un sonno agitato, spezzato continuamente dallo schianto dei rami, che si rompevano sotto la furia del vento e con l’agitazione di rimanere vigili, per fronteggiare ogni eventuale pericolo.

 
Dal diario del Capitano Stubbing.
 
Non è ancora finita. Ci ritiriamo velocemente o almeno tentiamo. Non vedo segni di cedimento negli uomini. Qualcosa mi dice che ce la faremo.

 

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2 pensieri su “INUTILI TRACCE Capitoli 39 e 40

  1. Adrenalina allo stato puro!

  2. @ 1 ?= conservane ancora per dopo. Conviene !!!

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