CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “gennaio, 2012”

I tempi devono cambiare?

La bizzarria della domanda che fa da cappello a questo intervento, mi stata data osservando il volo degli uccelli. Oggi, nel pomeriggio ho dovuto attendere ad alcune commissioni e mentre percorrevo una delle mie solite strade, confuso dalla neve che cadeva veloce, si è levato un nutrito volo di passeracei. Spaventati dal rombo dell’auto e insicuri del loro precario posatoio sul ciglio della strada, si son levati e non so perché mi è sorta spontanea la domanda. Dovevano proprio levarsi in volo? Dovevano per forza cambiare la loro posizione? Marciavo al centro della carreggiata, di una strada vicinale e non avrei assolutamente interferito con loro e le loro attività. Eppure. Si sono dispersi in un volo sincopato, per poi forse radunarsi nuovamente. Ho modificato quindi i loro tempi, hanno dovuto cambiarli per il mio passaggio. L’imprevisto, l’inaspettato quindi come misura di cambiamento? Oppure in ogni caso avrebbero mutato il luogo e forse le loro faccende. Che non saprei quali che possano essere, in una giornata di neve e freddo.  Comunque sono intervenuto in un loro mutamento, e mi sono posto la domanda se i tempi devono cambiare. Questo mutamento a quale soggezione fa riferimento? Mutano o devono mutare o possono mutare gli uomini e in quale rapporto con chi o cosa?

Guardiamo solo le variazioni del clima. Dopo una buona parte d’inverno, caratterizzata da temperature che dire quasi mite è azzeccarci, improvvisamente neve a basse quote e prossimamente freddo e gelo. Di quello figlio della stagione. Ecco che subito ci siamo preoccupati o almeno ci hanno offerto di che preoccuparci. Forse confidando nella poca memoria delle stagioni passate. Quando la neve, il freddo e anche il gelo c’erano comuni compagni. Adesso sono diventati nemici da combattere. Quasi che il nostro distacco dagli eventi naturali debba essere rimarcato. La natura è matrigna e non si assoggetta spontaneamente alla volontà umana. La visione antropocentrica cui siamo stati allevati educati, addestrati rimane sbigottita e inerme di fronte ad una rapida caduta delle temperature, di tanti fiocchi di neve. Di quel cielo bigio, che sfuma le cose, che neutralizza i colori, che fa cristalli i sentimenti stessi. Tutto ciò pare faccia orrore e ripulsa e la memoria del tempo dell’attesa, della riflessione dell’intimità finalmente a portata di mano, cosa rara e preziosa di questi tempi così convulsi e ansiogeni, svanisce nelle grida di allarme, nei consigli non voluti, mai cercati, di facile dimenticanza. Tutto deve rimanere com’è, perché il più piccolo cambiamento può generare chissà quale squilibrio.  E’ una continua proposizione della teoria del caos. La farfalla batte le ali a Sumatra e a pozza di Fassa scendono e si fermano tre metri di neve. Detto così non fa sorridere, bensì sganasciare dalle risa. Eppure a dar retta a simile teoria, che ha dei fondamenti scientifici sia chiaro, ma per fenomeni di tutt’altro genere e proposta per altri scopi e con altri fini, significa risolversi all’immobilismo. Io che digito al PC, posso essere causa di un’improvvisa inondazione, di una frana o più semplicemente della caduta di una foglia da qualche albero sperso nella foresta equatoriale? Non sono disposto a crederlo, non almeno nei termini che qualcuno ce li propone. Quanti di noi hanno memoria degli inverni passati? Tutti ricordiamo giornate come quella di oggi. Siamo ancora qua a raccontarcela. Non abbiamo subito i nefasti effetti della furia del “buran”. Vento della steppa russa, che io immagino come l’agiografico cosacco che cavalca furioso dalle rive del Don fino alle Alpi Giulie, per poi slanciarsi furioso e dilagare nella pianura. Mi ricorda certi discorsi riguardo all’abbeverata dei “budyjonny” alle fontane di Piazza San Pietro. Altri tempi che minacciavano un cambiamento radicale, perfino rivoluzionario. Nulla di tutto il paventato è successo. Anzi si è verificato il contrario.

Allora forse è l’atteggiamento che deve cambiare per far sì che i tempi cambino.

La risposta che diamo al gelo di queste ore non è spavento o angoscia, ma l’aguzzare dell’ingegno a sopportare meglio il freddo incombente. Trovare soluzioni possibili e condividerle, nella piena disponibilità di accettare le migliori, se quelle fossero diverse dalle nostre.

La risposta più semplice permette di affrontare meglio il futuro del cambiamento. Anche se il quadro si presentasse complesso, come quello attuale e non parlo del tempo atmosferico, quello stesso dovrà essere affrontato passo dopo passo. Scavando nel problema più che aggiungerne altri. E’ tempo di togliere, di svuotare, di compiere l’opera dello scultore. Che toglie i troppi pieni per lasciare solo quelli essenziali che danno forma e sostanza alla sua creazione.

Molti si stanno interrogando tra di noi su come sono vissuti e lo saranno in futuro principi e fondamenti del consorzio umano. Sentono che i tempi stanno cambiando e ne riconoscono il dovere di questo cambiamento. Nel cambiamento avviene il progresso, nel cammino: l’avanzamento. Cambiare è dovere di crescita e non è detto che questa sia uguale ad aumento della ricchezza. Può essere anche una migliore distribuzione della medesima. O più semplicemente il porre le basi oggi per un futuro migliore di cui abbiamo solo agognato i frutti, ma saranno i nostri successori a goderne. Non per questo non dovremmo essere contenti. In fondo abbiamo contribuito al cambiamento. Siamo cambiati noi e quindi abbiamo assolto il nostro compito.

Da gigante qual era Dante pone in bocca a Ulisse le parole:

“ Nati non fummo per viver come bruti,

ma per seguire virtute e conoscenza”.

I tempi devono cambiare. L’ha detto anche Robert Zimmermann.

Non è Dante, ma è poeta pure lui.

Repetita

Dieci minuti fa un’altra piccola avvertita scossa.

Conseguenti telefonate dalla famiglia sparsa nella pianura padana.

Andare da un’altra parte a ravanare in altre mutande no!?

Pare brutto. Ho capito.

Strano che il gatto non abbia avuto nessun tipo di manifestazione. Forse perché la sa più lunga di noi, o forse perché era perfettamente inutile sbattersi più di tanto.

Assestiamoci allora.

Sentite … ma…

Sentite … ma voi … a terremoto, come và?

Come é andata?

Io ho ballato …  male, ma l’ho fatto e mi sono ritornati alla mente certi ricordi.

Friuli 76/77, Irpinia ’80, casina bella primavera 2003.

Spiacevolissima sensazione.

Adesso é passato, ma come dicono dalle parti del Bistagno : me se ghe pensu!!

Strano …. ma vero

Alle ore 12.12 del giorno 18 gennaio A.D. 2012, la pagina inziale di WP, edizione inglese e italiana presentava la dicitura “CENSORED” su tutte le testate dei blog che normalmente  troviamo in bella vista.

Domande:

  1. Qualcuno di voi ha combinato qualcosa di grave per cui la paghiamo tutti quanti?
  2. Al sig. WP questa mattina gli sono girate in maniera incontrovertibile, (Da sinistra verso destra) e inarrestabile (Vel max mach 2 o + ) tanto che , vista la prima domanda, ci ha messo tutti in punizione.
  3. E’ un costese avvertimento, prima di passare alle serie minacce?
  4. Viene applicato il vecchi detto = Colpiscine uno per educarne cento e date le proporzioni colpiscine una ventina e educherai il resto?
  5. Dobbiamo rifare le valige?
  6. Chi ha sbagliato volutamente i congiuntivi?
  7. Perché solo a loro? E noi? Figli della schifosa, forse?
  8. Hanno esagerato loro i “CENSORED”, oppure é il sig. WP, che ha la mano pesante?
  9. A gennaio succede sempre così?
  10. Si può intraprendere una “ACTION CASS”?

Mi pare un discreto decalogo. Se c’é qualcuno che ha da aggiungere qualcosa mi sa che lo debba fare ora.

Intanto ho alzato le barricate e aspetto la cavalleria, sperando che non arrivi il 7° di Biondi Capelli … altrimenti.

La parola d’ordine per entrare la conoscete tutti.

Buona giornata.  Forse.

CORRIGE:

Non é al sig. WP che son girate perché qualcuno ha scritto qualcosa che non doveva.

Piuttosto al Campidoglio di Washington stanno per varare una legge bavaglio per INTERNET.  Non so perché ma sento una spiacevole sensazione in my back. Come se qualcuno o qualcosa volesse intrufolarsi in me partendo da sotto l’osso sacro.

Una sensazione come … un’inc….

Confesso tutta la spiacevolezza di tale sensazione. A me un muro maestro, un robusto pilone cementizio opportunamente armato. Grazie

UFFICIO FACCE – Gennaio 2012

UFFICIO FACCE – 2012

 

Ora che ci hanno declassato in economia, ci declasseranno anche i nostri vizi e le nostre virtù?

 

Ufficio Facce.

Vagabondando

Avendo ripreso la vita virtuale che mi sono scelto, non ho perso il vizio di vagabondare senza scopo tra i vari blog. Un po’ per rendermi conto di dove sono finito e un po’ per soddisfare la curiosità che mi alberga. Ora è capitato sicuramente anche a voi di aprire la pagina iniziale di WP e tralasciando quella istituzionale in inglese e soffermandosi su quella in italiano, vi sarete accorti che i nomi che circolano sono spesso i medesimi. Nulla di nuovo. Anche su Splinder gli avatar di mezza pagina i così detti” amici connessi” erano spesso i soliti. La differenza sostanziale sta nell’appetibilità giornaliera dei post. Sarà che WP s’ispira, a mio parere, a una sorta di omnibus magazine e chi si è guadagnato i titoli d’apertura, sicuramente, l’ha fatto con impegno encomiabile, comunque sta di fatto che i nomi sono di solito quelli. Fin qui mi sta bene, nulla da eccepire, anche perché da buon ultimo arrivato pretendere certa visibilità significherebbe alimentare un “ego abnorme” che non mi sono mai cucito addosso. Né tanto meno lo voglio fare ora.

Piuttosto è stato interessante leggere dieci buoni motivi per non diventare scrittori a quest’indirizzo: http://alessandrogirola.me/ (Plutonia Experiment – quantum blog).

Un sagace, ironico e per certi aspetti caustico decalogo sui danni che ci si procura nell’intraprendere la carriera dello scrittore.

Illustrando con lievi pennellate di parole i pochi alti, ma con dovizia di particolari le sciagure che occorrono quando si decide di diventare eroi della carta stampata.

A questo punto, mi son sentito un formicolio alle dita. Il commento era un’occasione troppo ghiotta, per lasciarlo formicolare sui polpastrelli.

Quindi mi sono detto, dopo aver letto con calma anche quelli degli altri, che commento posso lasciare?

La solita banalità riguardo all’ironia e il sarcasmo con cui è stato stilato il decalogo, ponendo l’accento sui punti più irriverenti e quindi meritevoli di lodi? Oppure rimanendo sul vago, plaudire una simile iniziativa, rimarcando che tutti hanno voglia di quindici minuti di notorietà?

Forse è meglio, mi son detto, un bel “pippone” contro gli sciacalli, che si aggirano sempre intorno allo scrittore.

Vuoi gli editori, che per la troppa concorrenza, pure spietata, non son disposti che a cedere miseri guadagni a chi ha sofferto e penato per mettere insieme un libro. Vuoi i velenosi detrattori, critici che di fronte al bel libro, cercano nelle pieghe più nascoste del racconto e dello stile eventuali falle, piaghe foruncoli anche, così da poter esprime tutto il loro disappunto, la severità con cui si ammantano e perché no anche quella cattiveria gratta e meschina di cui sono imbevuti. Loro non riescono o non sono riusciti a pubblicare se non qualche rigo e con molta fatica e adesso devono censire e leggere, chi ha trovato consenso nel mondo editoriale. Non solo è anche ad un passo, possibile, dal trionfo, dal successo, dalla notorietà, che per vari motivi è sfuggito loro.

In un secondo tempo mi son chiesto se fosse meglio un altro tipo di “pippone”. Orientato più sull’estetica del successo, sulla sua inevitabilità, data la validità dell’opera in esame. Di come il successo sia inviso da molti e da tutti agognato. Da quello è altrettanto inevitabile parlare di guadagni e della loro liceità. Stigmatizzando infine tutti quelli che pur avendocela fatta, rifiutano di allungare una mano a chi sta faticando per emergere. Così da negare loro per primi l’estetica di cui sopra.

Così non è stato.

Mi sono chiesto innanzitutto se lo scrivere fosse l’unico mezzo sostenibile di sostentamento. A dire: scrivo perché è mia intenzione vivere di quel mestiere e quindi sono disposto e disponibile ad affrontare tutte le inevitabili disgrazie che mi si pareranno innanzi. Editori micragnosi, critici meschini, amici invidiosi, ma anche editori illuminati, critici attenti, seppur severi nella loro giustizia, amici fedeli e disponibili a supportare, a rincuorare. Tanto che rimarranno amici anche nel momento del trionfo.

Oppure scrivo perché mi diverte, perché così mi distraggo alle preoccupazioni della vita che ogni giorno vado ad affrontare. Perché la parola stesa sul foglio di carta o sul supporto informatico, m’infonde quella sicurezza cui tanto aspiro. Chi legge i miei scritti lo fa con la stessa leggerezza con cui li ho compilati. Altrettanta leggerezza la metterà nel giudicarli, indicandomi i pezzi migliori o quelli da gettare. Senza che questo vada a inficiare sui rapporti. Scrivere insomma per divertimento e leggere con altrettanto gusto le cose degli altri. Punto.

Personalmente credo di aver applicato questo stile. Scrivo per divertimento e mi sono accorto che voi vi divertite a leggere le mie fantasie. Di questo sono grato e ciò mi basta

In quanto al decalogo dello scrittore, rimane uno dei tanti che il mondo ci ha propinato, ci propina e continuerà a farlo. Da una parte l’uomo desidera avere una guida, soprattutto se non ha la forza o la voglia di porsi innanzi a tutto e tutti. Dall’altra un aiuto è sempre ben gradito, soprattutto se questo apre la mente e gli occhi verso errori che potremmo in parte commettere. Un’ancora di salvezza non fa mai male.

Chi ha deciso di essere scrittore e di vivere di quello, sa cosa va incontro e se ne assume le conseguenti responsabilità e dunque non dica di non avere saputo.

Altrettanto lo sanno chi scrive per la propria e l’altrui gioia.

Il resto è il nostro personale viaggio.

 

ps: a proposito di viaggio. La terza parte è in cantiere. Dopo “Il Cammino delle Verità” e le “Inutili Tracce”, sta nascendo “Sentieri Incrociati”.

Adesso lo sapete e quindi sapete anche le misure da prendere conseguentemente.

Breve viaggio

Ho portato, questa sera la Leonessa alla stazione. Domani ricomincia anche per lei il solito tran-tran. Università, collegio,campo dell’agone e qualche volta dell’agonia. Nell’andata la sola luna piena e paciosa si stagliava nell’azzurro del cielo. Sembrava uno di quei lampioni accesi, non si sa perché, in pieno giorno.

Tornando e saranno passati venti, venticinque minuti è cambiato tutto.

All’azzurro pallido di prima si sono sostituiti nell’ordine:

  • Una striscia di un arancio carico e caldo sul limitare dell’orizzonte. Tanto che la quinta del cielo si è infiammata di una luce melanconica che invitava più allo spleen, piuttosto che agitarsi in uno swing ritmato e aggressivo.
  • Alla mia destra il Monte Rosa, già sicuro nel primo buio della notte, ne ha approfittato tirandosi fin sulla testa la solita coltre di nubi a far da piumone. Rimarrà così fino a che l’aurora con dita delicate lo solleticherà per il risveglio.
  • L’Oltre Po si prepara, intanto all’ennesima notte illuminata da una luna grande come la classica moneta. Non so se è quella festaiola di dicembre o quella un po’ più freddolosa di gennaio. Non seguo molto le lunazioni e non voglio farmi attrarre dalle solite diatribe: siamo pari con le lune, oppure no, assolutamente siamo in ritardo di una. Non debbo piantar fagioli o spillare vino. Mi contento di rimirare l’amichevole volto bianco e tentare la via di un romanticismo, sempre più difficile.
  • Sopra di me due nuvole, già nere dalla notte incombente, si aggirano spaesate e quasi in punta di piedi. Vorrebbero essere invisibili, non disturbare l’atmosfera di questo transito.
  • Sullo sfondo, toccato dagli ultimi raggio di un sole affaticato e insonnolito, il Monviso. La cui vetta spunta e si staglia in quella luce soffusa. Sembra la fotografia di classe e in fondo c’è sempre il più alto, la cui testa svetta ed è l’unica cosa che si vede, ma che rimane impressa nella memoria. Un particolare per ricordare il tutto. Già immagino le giogaie di colline che da Monferrato alle Langhe si snodano quasi a prostrarsi ai piedi del Re di pietra. La sua ombra maestosa le ha già immerse nella notte e per riuscire a vedersi e chiamarsi, si affideranno alla luce della luna, che ora ha preso a risplendere sempre più nel cielo.

Com’è strano che bastano pochi minuti e cambiano le cose, le prospettive, anche il nostro sentirle.

Questo passaggio dalla luce al buio, non è poi così repentino. I colori mostrano ancora una volta la forza del loro cambiamento. Non si arrendono, sanno del loro soccombere, ma ci regalano una sorta di speranza, di buon ricordo per affrontare le ore buie. Nelle quali uomini e cose perdono i loro confini e si confondono in un’unica macchia scura. Quell’ultima luce sta lì a tranquillizzarci, a prometterci che ritornerà ancora un’altra volta e un’altra ancora. Ci rassicura che la notte non è così spaventosa, che non dobbiamo temere il futuro e ci lascia per rincuorarci, il lucore della luna. Non avranno i suoi raggi, il calore e la potenza del sole, ma potranno proiettarci in un ambiente più intimo e raccolto. Favorire i pensieri sul nostro passato e sul futuro che ci potrà attendere.

Bastano venti, venticinque minuti.

Come é andata ?

No, dico.

Ragazze come sono andati i voli questa notte?

(ovvero come procurarsi del dolore inutile, inutilmente)

Si ricomincia?

Eh, sì. Questa é la domanda delle “Cento pistole”. Dal 1° gennaio si ricomincia? Oppure continuiamo a navigare, malgrado tutto, in antiche acque? Il nostro passato viene o meno cancellato, azzerato o come un campo dissodato, ecco il futuro pronto per la semina e l’eventuale raccolto? Come il solito ho gironzolato, anche se a riguardo il “razzolamento” per blog diventa un pochino complicato, su questa piattaforma. Però ho notato come tanti più che far bilanci, si interroghino sul futuro.  L’oscuro oggetto dei nostri desideri e non solo in questi giorni, che paiono dedicati espressamente allo scrutare e al disvelamento di esso. Piuttosto che ci sia un certo timore, paura verso le prossime ore, i prossimi giorni. Verso ciò che dovremo o meno affrontare. Ho avvertito un’impalpabile insofferenza circa l’impreparazione, che ciascuno ha, verso l’ignoto. Proprio perché é ignoto, non dovrebbe essere fonte di scoramento o altro. Non lo conosciamo, né possiamo prevedere gli effetti. Circa le cause? Ecco quelle sì, se non prevederle, di sicuro porle in essere perché il futuro si sviluppi verso la destinazione voluta.

Allora, qualcuno avrebbe da obbiettare che non esiste la casualità, l’incertezza, l’alea insita nel futuro. Gli antichi dicevano ” Si vis pacem, para bellum”. Alcune cose le dobbiamo preparare oggi per il domani. Non sto ad elencarle e poi ciascuno sa che fuoco dovrà fare, in ragione della propria legna. Questo credo che rientri nella quotidianetà della personale esistenza. Senza ad andare a scomodare i “massimi sistemi”, mi chiedo però se l’anno che é iniziato é effetivamente il luogo dove costruiamo la nostra vita per il 2012. Cioé noi ogni anno, per 365 giorni innalziamo la nostra personale casa, per abbatterla in un battito di ciglia allo scoccare dei dodici tocchi e riprendiamo immediatamente dopo di essi a riedificarla; oppure, l’anno che viene é solo l’occasione per aggiungere un altro mattone al nostro personale muro? Siamo disposti a sorprenderci oppure, come formiche ci prepariamo ad affrontare quasi tutto?

In fondo la sorpresa, l’inatteso é ciò che mette un po’ di sapore dolce o salato, agro o speziato alla notra esistenza. Diventa quasi una giustificazione alla nostra permanenza  quì, ora e in un futuro prossimo. E quello che giustifica a pieno l’atto del ricominciare. Perché la sopresa potrebbe essere tale da dove veramente ricominciare tutto da capo. Prendiamo il nostro esodo. Allo smarrimento iniziale, alla solitudine che ci ha colto, si é sostiruito il furore, l’incazzatura beluina (perché tale era per molti, me compreso). Poi mano a mano che il tempo passava i sentimenti sono mutati e ci si é sforzati di trovare delle soluzioni. In poche parole abbiamo allargato il nostro confine di conoscienze. Abbiamo affrontato, chi anche per la prima volta, mondi sconosciuti di una materia di cui tutti parlano, ma che da pochi é compresa e applicata nei giusti “limes”. In fondo é stata un’occasione di crescita, in quanto qualcosina abbiamo imparata, ma non solo di informatica. Piuttosto ci siamo misurati con le nostre e altrui emozioni, scaturite in maniera incontrollata. Ci siami riconosciuti in altri e altrettanto hanno fatto altri nell’etere. Si sono strette alleanze, patti, nuove amicizie e semplici, ma piacevoli conoscienze. Ci siamo ritrovati i vecchi compagni di viaggio a cui se ne sono aggiunti di nuovi. Abbiamo rimescolato un po’ le carte nella nostra vita.  Allora questo potrebbe essere il sintomo di un nuovo inizio. Allora questo lo potremmo ritrovare nei prossimi oggi e nei prossimi 365 giorni, perché quest’anno é bisesto. Allora il cambiamento può essere sintomo di un qualcosa che ricomincia.

Il cambiamento ci aiuta a rinnovarci. Ci spinge a ricercare cose sopite e nascoste in noi stessi, ma anche a crearne di nuove. A pescare nel pozzo della creatività, che troppe volte teniamo chiuso. Perché? In fondo ne abiamo un po’ paura, perché portrebbe sconvolgere , non sapendo quanto e come, la nostra vita.  Temiamo il futuro non tanto per le prove piccole o grandi cui ci sottoporrà, piutosto titubiamo per le nostre risposte. Saranno all’altezza del compito, o a fine pagina campeggerà una insufficienza?

Troppi sono gli interrogativi posti? Troppe le forme condizionali?  Forse, ma se non ci interroghiamo e soprattutto non rispondiamo a quelli come potremo giustificare il fatto che ogni tanto ricomincamo la nostra vita. A volte nel bene a volte no, ma lo facciamo.

Siamo gli unici responsabili delle risposte che diamo.

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