CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “marzo, 2012”

Secondo me

Secondo me, nella visione antropocentrica della società in cui viviamo, è la pietra d’angolo, la chiave di volta su cui è fondata tutta l’essenza sociale dei tempi. Secondo me, arriva a sostituirsi persino al pensiero comune, consolidato, diventando in sostanza una sineddoche. La parte per il tutto. Rischiando di assurgere a dogma, imperativo assoluto, non discutibile, né opinabile.

Fino a qualche tempo fa era solo l’incipit della risposta, a una domanda qualsiasi. Era, ma lo è tuttora in fondo, la personale visione di un problema. Pian piano però la prospettiva si è spostata. In conformità a vari fattori. Affidabilità, cultura, preparazione dialettica, anche carisma di chi risponde. Molti ne hanno da vendere ed effettivamente, il loro percorso sociale, gli permette di affermarsi come tali. Pensiamo al numeroso gruppo di uomini di pensiero, che spazia dalla filosofia alla scienza, alla politica, l’economia, che ha percorso i tempi e che li percorrono tuttora. Gigantesche figure, a volte ingombranti a tal punto, da soggiogare intere generazioni, anche quelle future. Se pronunciate da simili uomini, le paroline magiche, il mondo stesso si fermava, attento e teso a carpire ogni parola e a indagare ogni possibile sottigliezza, sfumatura.

Oggi, forse per il continuo, crescente e disorganizzato modo di comunicare, se da una parte questi giganti trovano difficile far sentire chiara e forte la propria voce, dall’altra ciascuno può avanzare la pretesa che le idee espresse siano e diventino essenziali.

E’ vero il contrario. Non sempre i giganti quando parlano fanno compiere un balzo in avanti, ma è pur vero che le loro parole di oggi, potranno essere il viatico e troveranno forza cogente in un futuro più preparato, rispetto all’oggi.

Il passo successivo è quello di mettere in pratica nella realtà di tutti i giorni la frase oggetto di questi quattro pensieri.

Cioè a dire: secondo me esistono regole, che sento o troppo rigide oppure troppo morbide. Allora le vivrò secondo me. Le vivrò secondo la mia prospettiva e se nel caso questa andasse contro in un verso o nell’altro, le regole stesse, il problema sarà degli altri, che non intendono capire quanto sia importante il mio personale punto di vista.

Rubare è un reato e questo pensiero è non solo stratificato, ma anche ben radicato in ognuno di noi.

Secondo me però, appropriarsi di una penna o di una risma di carta che la mia azienda mi fornisce per compiere le mie mansioni, in fondo non è un reato. Dato che di penne e di risme ce ne sono tali e tante, che quella sottrazione appare una goccia d’acqua nel mare. Eppure è un reato e questo è solo un esempio tra le migliaia, che avrei potuto fare in proposito.

Se da principio serviva per affermare una personale visione, un singolare e originale pensiero intorno alla vita nel suo complesso, ora si assiste al superamento della sola espressione concettuale. Non solo è commento, non solo è pensiero, ma anche azione.

Individuale e anarchica, quest’azione spinge con un’estrema ma pervicace opera, all’isolamento dell’uomo rispetto ai suoi simili. Si vanno formando isole di singoli, che lottano per affermarsi e più che altro confermare quel microcosmo in cui vivono, contenti di quanto realizzato, perché commisurato. Sbandierando come quel microcosmo sia il punto massimo della vita, come sia assoluto e come al di fuori di esso non ci sia nulla di altrettanto ben vivibile. Non è più l’uomo come genere, al centro dell’universo, ma il particolare singolo al centro dell’universo, anzi di un altrettanto personale universo. In una sorta di continua distillazione tanto che sono portato a credere che da qualche parte ci sia qualcuno che crede di raggiungere un punto tale da potersi definire, senza possibilità di smentita, di essere dio.

E’ questo ciò cui si va incontro? E’ questo il peccato originale? Parrebbe che non sia la conoscenza e l’atto del conoscere la forma più grave del peccato, perché conoscere, significa miglioramento della qualità del nostro vivere.

Piuttosto la conoscenza non discussa, in qualche modo filtrata dalla ricerca dei due valori fondamentali il bene e il male, che stanno nella conoscenza. Conoscere l’atomo e la sua forza è un bene, costruire la bomba per eccellenza è un male.

Circoscrivere a noi stessi ciò che ci circonda e rapportarlo assolutamente alla nostra vita, credendo di esserne noi stessi genitori, quindi depositari unici e inequivocabili, tende a non rapportarci con l’esterno e tutte le sue molteplicità.

Microcosmi in continua collisione, portatori un personale e singolare “train de vie”, sordi e ciechi rispetto agli altri, anzi più disponibili alla sopraffazione degli altri e non importa i modi o i tempi. A volte tutto ciò portato avanti anche inconsapevolmente; ricorrendo un errore, una svista, incuranti poi di correggersi, di fermarsi a scusarsi. Anche perché chi è votato a farsi dio di scuse non ne porge e non perché segno di debolezza, ma perché si è mai visto o sentito di un dio che ritorna sui suoi passi?

Questo secondo me. Però mi chiedo a questo punto: secondo voi?

Pi a ci

Vorrei scrivere un post, visto che ho dieci minuti da spendere in maniera costruttiva.

Vorrei scriverlo riguardo un tema dell’anima, un moto dello spirito. Forse é meglio che scriva di politica e ne scriva analizzando non tanto il presente, piuttosto le possibili proiezioni future sulla vita di questa nostra società.

In fondo anche l’economia, macro e micro, é un terreno affascinante. Ove poter sondare, con sagacia e professionalità ogni ben che minimo movimento. Ogni sussulto, anche il più ininfluente potrebbe dar la stura ad una conversazione piena e profonda. dato per certo che gli interlocutori che interverrano , sono all’altezza di un simile impegno. Interrogarci su come l’evidente lievitazione del prezzo del deuterio, possa in lungo periodo, inficiare gli sforzi posti fin’ora in essere per trovare innovative vie alla richiesta, sempre più pressante di fonti sicure per l’energia e di conseguenza per lo sviluppo economico, che tnto ci sta a cuore. In verità potrebbe anche affrontare , prendendo spunto proprio da questo incipit, l’eterno problema della diversità e della sproporzione di sviluppo, ancora esistente tra il Nord e il Sud del mondo e offrire soluzioni compatibili allo status di nazioni in via di sviluppo e che queste soluzioni diano nuovo vigore e aiutino lo sviluppo stesso. Proporre soluzioni, che plasmandosi con le locali situazioni, individuino la via verso un’originale, perchè no, svolta economica di quegli stati che solo ora si affacciano alla ribalta mondiale e che sono caratterizzate da un’esplosiva forza, vivace e forte. sarebbe l’occasione per una discussione, che mette a confronto come vengono sentite queste nuove istanze. Come sono interpretate le nuove esigenze e quali soluzioni possibili possono essere poste in essere.

Ora però se questi dieci minuti li avessi, ma preferissi spenderli nell’acconciare idee con prosa barocca e affettata, oppure in maniera sciatta e un po’ volgare, non tanto nei temini, quanto nella sostanza sia di idee, sia d’esposizione grammaticale e sintattica, potrebbe essere risolutivo a quest’impellente bisogno di lasciare una traccia, comunque sia.

Facendomi trucidi beffe dell’intelligenza del lettore, ma soprattutto dello scrittore (Ma nel qual caso, si opinerebbe che sparo sulla Croce Rossa), ammonticchiando una serie di unitili frasi, esponendo farraginosi concetti dei quali nessuno sente il bisogno di leggere o interpretarne il vero o il falso. Con arte sottile potrei anche soffiare il venticello dell’allusione sull’uno o l’altro e non ha nessuna importanza a cosa vado alludendo. L’importante é montare il caso, soffiare la sordida tabe di presunte rivalità. Inficiare  i buoni rapporti costruiti pazientemente, ma che creano disagio e peggio ancora invidia, con falsità inequivocabili, univoche e ribalde. Si potrebbe pure sostenere tesi ridicole, con ragionamenti grotteschi, tali da generare furori tali da far esplodere inimicizie e odi epici e definitivi. Scrivere di scemenze tali da risultare assolutamente incommentabili, anzi da far dubitare della sanità mentale di chi scrive e generando così preoccupazioni.

Tutte queste cose lo potrei scrivere se avessi dieci minuti da spendere e avessi l’idea giusta; purtroppo però, non possiedo ne gli uni ne tantomeno l’altra.

Se v’é qualcuno che possa venirmi in aiuto, ne sarei felice. Prima però vorrei che vi soffermaste sul titolo di queste quattro righe e rifletteste sul suo significato

Apriamo il dibattito, perché se ci sono : “pi a ci” , é pur vera l’esistenza di “ci di a ci”  e di  “ci fi a ci”. Ne converrete.

Andata e ritorno

Alla fine gliel’abbiamo fatta. Siamo tornati sani e salvi, nonostante tutto e tutti. Si sa, quest’anno, come la vulgata dispensa, l’anno è bisesto e quindi funesto. Impicci e impacci li leggiamo come avversità maligne che si accaniscono contro di noi e le nostre quotidianità. Impicci e impacci non ci sono mancati e qualcuno veramente molesto, come il fatto che l’incontro con il Titolare è saltato perché questi soffre di una fastidiosa bronchite e i medici l’hanno sconsigliato di affaticarsi, in prospettiva anche dei prossimi impegni internazionali. Confesso che una certa delusione è serpeggiata, ma di fronte all’Archiatra Pontificio poco si può combattere ed eccepire. Sarà per la prossima volta. In compenso la buona e bella compagnia ha supplito ai vari intoppi e ci sono state regalate anche perle preziosissime.

Venerdì, esterno giorno, appena usciti dalla funzione tenutasi nella Cattedrale di Roma.

Una lei al telefono, garrula ed estasiata, in comunicazione con un non ben identificato interlocutore.

“ … e pensa sono qui, sotto la facciata di San Giovanni … in … Luterano e sapessi …”

Mi ritrovo sorpreso e un po’ basito e volgendomi a chi mi sta accanto.

“ In Luterano ????”

Serafico l’interlocutore mi guarda e sorridendo, con l’occhio malizioso sussurra.

“ Meglio in  … Luterano, che non in … Deretano ! N’est pas!”

Sorrido per la beffarda cialtroneria, così evidentemente sulfurea e penso all’incoscienza, con cui si utilizzano le vocali e come uno scambio, all’apparenza innocuo, possa generare un mare di problemi. A volte parliamo, inconsapevoli del fatto che il contatto cervello – lingua non sia attivo o comunque abbia problemi di sincronizzazione e sintonia. Intanto sento di avere un piede concavo e l’altro convesso, la sera quando finalmente li estraggo dalle scarpe, ma il tanto peregrinare, ha fatto sì che abbia visto e incontrato luoghi e persone che mi hanno segnato in questi giorni. I luoghi. La maestà delle chiese. Il Laterano e San Pietro. Ove leggiamo tutta la potenza di una Chiesa votata più agli affanni degli uomini che non alla vera gloria di Dio. Ma i tempi pretendevano e pretendono segni evidenti, tangibili e l’arte dell’apparire non è sola di questi giorni. Facciamocene una ragione e proseguiamo.

Con le persone il discorso cambia totalmente. Non ci sono più le imponenze strutturali di un colonnato o la magnificenza di una statua, ma la tranquilla serenità della conversazione, l’intimità della confidenza, il silenzio parlante della sola e preziosa presenza.

Basta una frase ed ecco che la macchina del pensiero si mette in  moto. Non è detto che lo faccia nei tempi e nei modi giusti. Può procedere a balzi e strappi, oppure con regolare linearità. Però si muove e ti coinvolge e ti spinge ad accostare, intrecciare questo corso con altre parole, altri discorsi che ti sono ronzati in testa. Per un momento trovi il giusto collante per collegarli e unirli. Sono percorsi solo tuoi, ma tali che ti permettono di fare un po’ di luce nella confusione che ti ritrovi. A volte sono parole così distanti tra loro, che mai più immagineresti, collegate, eppure nel cammino che stai percorrendo, le trovi unite da un filo misterioso. La prima frase è la chiusa di un lungo discorso, seguito in verità con un poco di disattenzione. Però sono bastate queste parole. “ Segui il cammino che compie Dio, ogni giorno.” Ecco che la macchina del pensiero si mette in moto. Le strade di Dio, lui le suggerisce, lasciandoci in ogni caso liberi di percorrerle o no. Sono quelle dell’essere, più che dell’avere. Un confronto con ciò che siamo, con la nostra piccola verità, commisurata a noi stessi. Non la verità, con la lettera maiuscola, che quella gli appartiene. Più attenti all’ironia, anche caustica se occorre, ma non abbandonarsi alla pagliacciata gratuita ed esagerata. Vivere compassionevolmente con ciò che ci circonda, uomini o cose che siano e non credere di essere unico e universale. Siamo unici, ma non siamo se non con l’aiuto dell’altro e l’altro diventa unico con il nostro apporto. Questa interdipendenza mi ha suggerito una domanda: perché a me? Dovete sapere che tra di noi ha vissuto questo, come altri pellegrinaggi, una piccola e veramente umile suora, che hanno ottenuto la grazia del miracolo. Non conosco la storia nei minimi particolari né ora voglio farne un panegirico, anche perché ciascuno dei lettori si renda libero della propria personale lettura del fatto. Ho riflettuto però, come l’uomo senta il desiderio, direi la necessità di toccare con mano che il Dio in cui crede, debba quasi necessariamente, manifestarsi attraverso segni potenti e incontrovertibili, per dimostrare l’immanenza della sua presenza. Se il miracolo è segno tangibile d’amore che ha Dio nei confronti di un suo fedele, altresì è segno e insegnamento a tutti gli altri. Sta a indicare come possa, in ogni momento entrare prepotente e dolce, nella vita di ciascuno. Sovvertendo quello che pare lo scorrere naturale di essa. I segni e i miracoli hanno accompagnato la vita del Cristo, come leggiamo nei Vangeli. Necessari e indispensabili per affermare e rilevare la sua azione profetica. Quasi che avesse capito l’importanza del segno per l’uomo. Che non riesce ancora a vedere le cose con altri occhi, se non quelli che la natura gli ha dato. Gli occhi dell’anima rimangono se non ciechi, molto miopi e la sua mente è più sollecitata da fatti empirici, che sovrannaturali. Rimane che non è tanto al singolo che è fatto il miracolo, quanto piuttosto che questo gesto sia insegnamento per tutti. Credo che sia difficile, improbo per chi ha ricevuto tale dono farsene una ragione e spiegarla, supposto che trovi una spiegazione appena plausibile o accettabile dai possibili interlocutori. Conoscendoci appena un po’ sappiamo essere persino capziosi, nell’indagare non tanto gli effetti in questo caso, come piuttosto le cause. Molte volte aleggiano negli sguardi le ombre della diffidenza o dell’invidia, non la luce di una gioia, che a mio parere va condivisa. Gioia non solo per l’esistenza di Dio, o per lo meno di “qualcosa” che chiamiamo Dio, piuttosto  dell’amore grandissimo che questo Dio ha per noi. Amore che si fa gioco anche di quelle che sembrano le regole ferree della natura. Da Caana alla piscina di Siloe gli esempi li abbiamo sotto gli occhi, basta leggere e leggere dell’amore trasmesso e infuso, piuttosto che l’apparente irrazionalità dei fatti.

Questa quindi è stata l’andata e il ritorno di un povero pellegrino, con un piede concavo e l’altro convesso, partito senza domande, ma ritornato con una risposta.

AVVISO IMPORTANTE

CZCZC201214031730Z

CAPEHORNHOUSE

From: Capehorn

To:  WP’s  Friends

Object:  Avviso Movimenti Capehorn et Artemisia.

Si da avviso che nominato Capehorn et Artemisia,la sua, partirà giorno 15 p.v. destinazione Roma.

Scopo Pellegrinaggio 80° dell’Associazione.

I due saranno visibili at Basilica Laterano giorno 16.

Per giorno 17 prevista loro partecipazione at incontro in aula Paolo VI, con Titolare attuale.

Per giorno 18 apparizione in tandem all’Abbazia di Farfa.

Stesso giorno rientro a casina bella.

Autorità  allertate. Prevedesi discreto quanto furtivo servizio d’ordine cura C.C. ;  P.S, G.D.F. , C.F.S. ,VV.FF. e  P.C. assicurano presenza.

Brg “Granatieri Sardegna”  et “Lanceri di Montebello” Squadroni tutti in “Defcon 2”.

Assicurasi relazione su viaggio et incontri, se sopravvissuti entrambi.

STOP
END

 CZCZC201214031750Z

PS: Io lascio aperto. Non mettete in disordine, date da mangiare al Liga.

Fate i bravi se potete.

Scoperte

  Clikkate e scoprirere perché sono un uomo fortunato

Nomi e stranomi

Ciascuno di noi, ha un nome. E’ inevitabile, anche perché non puoi andare in giro per strada ed apostrofare chiunque con il semplice “Eh, tu …”  Tu, chi? Il signore con il cappello e già vederne uno di questi tempi da un a parte fa strano, ma dall’altra vale come minimo 100 punti. La ragazza con il jeans strappato? Non fa classifica. Oppure il ragazzino con cuffie, zaino pluriimpataccato, scarpa da ginnastica doverosamente non allacciata? Ne è pieno il mondo.

Quindi ciascuno ha il proprio nome, che lo contraddistingue e in teoria dovrebbe farlo assurgere dalla massa. Dovrebbe, perché se provate a gridare in una via affollata un nome a caso: “Maria …” sicuramente qualcuna si volterà con dipinta sul volto la risposta: “Chi? Io?” Non è detto però; dati i tempi e la mutevolezza dei costumi e delle mode, anche un nome semplice e strausato come Maria, potrebbe non avere nessuna rispondenza.  Ritorniamo al caso nostro. Ciascuno ha un nome e sicuramente ci sarà che ha anche associato a quel nome, un accrescitivo, un diminutivo, un vezzeggiativo. Così che il nome ha più caratteristiche. Marietta, Pinuccio,Carlone,Checco, Frà e via discorrendo.  A questo punto la selezione si fa più stringata e individuare la persona che stiamo chiamando o che cerchiamo é di più facile individuazione. Soprattutto se ad una faccia è associato non solo un nome preciso, ma anche un soprannome preciso. Di Marie ce ne sono a migliaia, ma di Maria la lunga o Bello sguardo o comunque con un particolare così soggettivo, tanto da riconoscerla immediatamente o quasi, non ce ne sono a migliaia. Il soprannome caratterizza un aspetto, per lo più fisico di una persona. In positivo o in negativo.

Maria Bello Sguardo é tale perché o possiede uno sguardo maliardo e affascinante, oppure ahimé il suo strabismo, va oltre quello di Venere. Carlone lo è perché è grande un palmo o poco più, oppure è XXXLL in tutto e per tutto.

Personalmente ho dei soprannomi e Carlone, non è tra quelli (Non pensiate che io ve ne parli, li riveli o altro. Sono storie lunghe.)

Si gioca molto sugli opposti dunque, cha fanno risaltare un deficit o una qualità, ma può capitare che nella vita si è portati ad affrontare dei mondi o n mondo, che ci costringe, non per forza, ma per gioco, a ricercarci un nome che ci contraddistingue e sarà il nostro personale biglietto da visita. Solo per quel mondo. Qui entra in ballo il nickname. Che poi è solo il soprannome all’inglese, ma vista la globalizzazione. Qui le scuole di pensiero sono molte e molto articolate. C’è chi ricerca nel passato nomi e concordanze, tentando di dare più o meno altisonanza al nick prescelto. Normalmente sono soprannomi azzeccati. Riflettono l’essenza del loro proprietario. Aiutano a capire e comprendere chi si nasconde dietro quel soprannome, ma non è detto che ci si azzecchi sempre, bene inteso.

A volte può capitare che quel nome, non sia il nome che si è voluto. Per motivi strani o per il digiuno di certi meccanismi ecco che compare un  nick, ma in realtà se ne voleva un altro. Altro cui si è affezionati, cui si vuole un bene irrazionale e dopo un po’ che si deve usare quello che una sorte maligna ci ha rifilato, inizia una idiosincrasia per quel nome.

Per intenderci per WP sono “quellidel’54”.

Confesso il digiuno di certi meccanismi al momento dell’iscrizione a questa piattaforma. La mia assoluta ignoranza dell’inglese (Mi fermo al classico “the cat is on the table” e ancora adesso mi chiedo cosa ci farà mai quel gatto sul tavolo. Se non si sarà oramai rotto qualunque cosa di frangibile in suo possesso. Cosa ci sarà mai di così interessante sul quel tavolo, poi è un mistero che si tramanda da generazioni) mi ha portato a tanto. Credendo di intitolarmi il blog come quello di un tempo, mi sono accorto a posteriori che invece mi sono rifilato quel nick.

Maledizione, io sono sì del ’54, ma soprattutto sono CAPEHORN.

E adesso pover’uomo? Adesso devo scegliere o cominciare a lasciare dietro di me come unica traccia il nome che mi sono scelto: CAPEHORN, oppure accettare che il fato ha dato la sua risposta e “quellidel’54, mi si azzeccherà fino alla consunzione dei tempi.

C’è sempre una terza via.

Cancello tutto e rifo!

Già, rifo e se ritorniamo nuovamente punto a quindici?

Il primo appuntamento

Il primo appuntamento, non lo ricordo. Quindi non posso parlare della trepidazione, del senso di vertigine di quelle ore. La continua altalena di emozioni. Non posso dire di come mi sono scarnificato la faccia nell’eliminare con il rasoio, quella peluria fine e d impalpabile, che definivo onor del mento, né di quanto dopo barba, deodorante e profumo ho dilapidato, tale da sembrare più una danseuse balcanica di un bordello mediorientale, che un giovin dabbene, che si accinge al suo primo incontro sentimentale. E poi perché ricordare solo quello? Perché indugiare su di un tempo, è vero unico e importante, ma poi non ostante tutto, ricomparso ancora in tempi ed epoche diverse. Ogni appuntamento è stato il primo, cambiava la persona, fino all’ultimo quello fatale, quello che ha chiuso la carriera, per così dire, in maniera definitiva. Gli altri primi appuntamenti, li vogliamo lasciare, negletti, nei meandri di una memoria ormai confusa, dalle troppe date, dai troppi volti, dalle troppe ricorrenze? Forse che il primo appuntamento di lavoro è meno impresso nella mente?  O il primo appuntamento dal dentista ha meno valenza? Forse, proprio per quella valenza, per come ha inciso in noi e nel nostro essere, di là dei profumi cui ci siamo cosparsi. Un esempio è il dentista, sulla cui poltrona, per arcano disegno io regolarmente mi addormento, incurante di pinze, trapani e del molesto rovistare che subisco. Non è effetto di anestesia, son fatto così, giurin giuretta! Eppure la sola parola suscita un senso d’orrore, smarrimento, rifiuto in molti, nei più. Anche il primo appuntamento di lavoro. Sia lo cerchi, sia che una volta ottenuto devi far valere le tue conoscenze. In ambedue i casi ecco che si declinano regole comportamentali e di galateo, di buona educazione, rigide e codificate. Non puoi presentarti vestito alla “và là, che vai bene”, ma neppure ostentare le “polpe”.  Indica più il corpo che la lingua, in molti casi. Esiste sempre un primo appuntamento, perché in ogni cosa c’è una prima volta. Quindi andare a frugare nella memoria a volte è difficile, noioso e poi non sempre, anzi mai, c’è l’episodio, che ti tira fuori dal coro, che fa sembrare il tuo, l’appuntamento del secolo. Ma quando mai !! Già il primo incontro a ben ricordare si è svolto in un’imbarazzante atmosfera, nella quale già l’incrociarsi di sguardi, era un baratro d’incertezze. Lo sfiorarsi dava la stura a una pantomima di scuse e di ulteriori incerte emozioni. Non sapevi che dire, le mani, fantozzianamente erano due spugne, la lingua, un tappeto fitto e peloso. Improvvisamente mi rendo conto che era il 196… oddio ma quanti anni son passati, una quarantina ed io devo sforzarmi di ricordare quei momenti, devo far emergere figure che ormai il tempo ha sfumato e delle quali non rimangono che tiepide ombre? No, lasciamo la cosa in un tempo sospeso, abbastanza confuso da poterci chiamare fuori o dentro secondo convenienza. Noi uomini, non sempre siamo capaci di liberare i sentimenti, non sempre inquadriamo i momenti nella giusta prospettiva. E’ facile indorare la pillola, millantando chissà quali magnifici maneggi di quegli istanti. Oppure guardiamo l’interlocutore, interdetti; come se le sue parole giungano da una diversa e aliena dimensione, balbettiamo scuse, nella nostra compulsa afasia. Cominciamo a confonder date, persone, luoghi in una girandola balbettante di mezze verità e menzogne, facendo capire che i nostri ricordi non sono, pur essendo! Ma allora, perché sprecare tempo a scrivere del primo appuntamento, e soprattutto perché sprecare quello del lettore?Forse per indicare che il primo appuntamento, non è così carico di ricordi, come si vuol spacciare. Forse perché, non sempre a quello, i ricordi collegabili sono piacevoli e poi proprio per le numerose forme assunte, non riconducono sempre ai primi palpiti amorosi. Poi forse per trovare una giustificazione verso se stessi. L’incapacità di ricordare, la confusa memoria che ci perseguita e che pone il primo a sovrapporsi ad altri, avvenuti in situazioni diverse e per altre cause. Riaffermare così che la lontananza dei fatti, porta a scolorire le cose e che il passato deve, per suo stesso gene, rimanere tale. Lontano, ormai sfumato e assente di precisi confini. Per contro il presente e il futuro, per i più avventurosi o avventati, sono il terreno su cui pestare le tracce della nostra esistenza. Vivendo la contingenza, preparandosi al domani, incuranti del bene prezioso del ricordo, che può trasformarsi in esperienza di cui far tesoro. Fino al prossimo appuntamento, che considereremo il primo, l’unico e singolare.

Rimestando nel cestone a volte saltano fuori cose di cui avevi perso memoria. Memoria su fatti che ti hanno visto protagonista e ne hai scritto nella speranza di ricordare bene i fatti, per non dimenticare chi sei stato e cosa sei ora.

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