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… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “aprile, 2012”

Ufficio Facce – Aprile 2012

Dati i tempi girano pensieri scarsa qualità . Anche quelli stupidi.

Ufficio Facce

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Post-it di altre utopie

Ci sono momenti in cui la vita e la storia prendono un’accelerata. Tale da rendere vana persino la memoria, tanto da non più restituire netti, i confini delle storie e chiari gli sviluppi. Storie importanti, che per la loro singolarità non meritano l’oblio, piuttosto il ricordo, perché possono essere storie che fanno la differenza. La differenza di come nasce, si sviluppa e a volte muore un’utopia. Perché l’utopia muore in due modi, sostanzialmente.

La prima è che diventi una realtà, seppur difficile, imperfetta, ma è la realizzazione di un sogno covato e nutrito per tempo e con il tempo fortificato a tal punto che trova il suo naturale e quasi esigente sbocco nella quotidianità. Un’utopia possibile nei limiti e negli spazi che l’uomo si concede, ma che è destinata a progredire con la progressione umana.

L’altra morte è più straziante e più crudele. Avviene quando l’utopia, allevata e coltivata da sogno diventa realtà, ma non riesce a cambiarne le caratteristiche. Non riesce a incidere, anzi è incisa e i pilastri ideali su cui poggiava, sono erosi dalla tabe di quel mondo, che avrebbe dovuto combattere. Non c’è corona di giustizia, né la battaglia combattuta è quella buona, bensì la guerra con i suoi orrori, ha fatto si che questi ultimi prevalessero. Inghiottissero e masticassero quegli ideali, restituendo gli effetti contrari.

Due casi che a mio parere sono rilevanti per la mia riflessione sono di Aung San Suu Kyi, “La Signora” e Umberto Bossi e la sua Lega.

La Signora ha coltivato un’utopia, o forse più semplicemente un sogno rivelatosi a un certo punto tale. Il sogno di restituire dignità di popolo, al suo popolo. Restituendone la sua fierezza, mitigandone i punti di frizione, rieducandolo ai principi e concetti di democrazia.  Il concetto democratico rappresenta il punto più alto del pensiero politico umano. Ove ogni possibile dittatura personale, trova il luogo di temperamento e fusione di ogni singolarità per realizzare nuovi soggetti, che rappresentano il meglio in quel momento storico. Soggetti condivisi e condivisibili, accettati e accettabili da tutti. Alcuni divengono persino eterni, poiché appartengono non solo al presente, ma hanno le radici nel passato e proseguono gli effetti nel futuro. Altri saranno oggetto di cambiamenti, dato l’evidente imperfezione della democrazia, giacché frutto del duello tra le singolarità e in questo duello, vi sono singolarità che esprimono meglio idee e concetti, a discapito di chi questa azione è negata. Nelle dittature o nelle oligarchie, le idee, i concetti espressi sono inappellabili, intangibili, immutabili se non attraverso il dittatore stesso. Potere e mezzi d’espressione sono univoci. Il dittatore è il supposto interprete di una volontà popolare, imposta anche con la forza e quest’imposizione giustifica l’azione dittatoriale. Un obbligo che è spacciato per desiderio.

La Signora di fronte alla dittatura e a questi obbligati desideri, si è posta come unica arma tra le mani la non violenza e la possibilità di un dialogo continuo. La forza delle idee, di un’utopia democratica, contro la bocca di un fucile. Un’idea di rivoluzione non violenta, sulla scia di quella che ha permesso a un popolo confinante di diventare una nazione, oggi forte e desiderosa di esprimere altrettanto perentoriamente, almeno nella forma, le proprie idee. Nata e nutrita quell’idea, quell’utopia da un piccolo uomo, che si è fatto un gigante tale, che è riuscito a cambiare i destini di un Impero e forse, indirettamente, anche del mondo. Perché gli effetti della teoria del caos, non credo sia solo un poderoso esercizio mentale per i pochi o tanti, addentro ai meccanismi della matematica e della fisica. Che ne sarebbe di noi se l’Inghilterra non avesse perso il proprio Impero. Non lo sappiamo, ma di certo, oggi non saremmo in queste condizioni. La svolta di sicuro sarebbe stata un’altra.

Eppure questa donna, a discapito di tutto e tutti è riuscita nell’impresa. Come la goccia, ha scavato la base della paura e della ferocia e ne ha fatta una traballante struttura, destinata a cedere e crollare. Ha accettato ogni forma d’ingiustizia, senza mai farsene carico, piuttosto denunciandola per quello che era. Perché propugnava un altro tipo di giustizia. Quell’idea condivisa dalla stragrande maggioranza dell’umanità ed evidenziava ogni momento, quali fossero i limiti, le piccolezze di un regime, che appariva e appare sempre più fuori dal tempo, avversario di un concetto etico e morale di statura superiore. Forse più difficile da realizzare, da vivere, ma sicuramente migliore e più ricco di soddisfazioni. Che permette il migliore sviluppo personale e comunitario. Una lotta silenziosa, ma tanto più silente quanto più fragorosi gli effetti. Hanno contribuito il premio Nobel e l’attenzione mondiale dei media sul caso, è incontestabile, ma quella che somigliava a un’utopia, si è trasformata in una piccola ma forte realtà. Che non stenterà più nel crescere, che si rafforzerà con il tempo, che porterà frutti desiderati.

Ben diversa è invece l’altra utopia. Nata quasi carbonara, provinciale, come solo il provincialismo italiano può essere. Un misto di autoritarismo, paternalismo condito da furbizia e disarmante ingenuità.  Anche qui, la storia viene da lontano. Inseguendo quell’anarchismo, che sa troppo di “particulare” machiavellico, pensando e credendo al mito tipicamente e stranamente americano de: “Questa terra è la mia terra”. Sono il possessore unico, ne ho forgiata la lingua, pur nella sua diversità d’accenti. Ne ho create le usanze, ho generato le industrie e la coltivo tanto da distribuirne i frutti a tutti. Di questo lavoro ne continuate a godere senza nulla dare in cambio, anzi si pretende ancora di più. Da qui gli slogan che non sto a ricordare, né a ripetere. Le parole d’ordine, le plateali manifestazioni, più vicine ai “circenses” che non la “panem” di un’oculata e strutturata azione politica. Il graduale e inesorabile avvicinamento al centro del potere, così vituperato e sbeffeggiato ma agognato, con la convinzione di poter incidere da dentro ed estirpare tutto il marcio, che era visto e sentito come tale. L’opposizione dura e folkloristica, giusto per dare quella visibilità, in una realtà come la nostra, nella quale l’immagine supera la sostanza. Esisti se ti fai vedere e non importa se esprimi idee opinabili o meno. L’importante è apparire in ogni caso, anche a sproposito; anzi forse la cassa rimbomberà meglio, proprio in quei casi. Di quello non ci è stato risparmiato nulla, tanto che il fenomeno politico, non solo è arrivato alla ribalta, ma si è affermato e consolidato, tanto da entrare a far parte, organicamente del potere. Proprio contro di ciò cui aveva mosso i primi passi. L’incontro con il potere e il viverlo da posizioni dominanti, ha fato si che l’utopia, mostrasse i limiti e la sua pochezza strutturale. Il “panem” è terminato presto, come presto si è consumata la vita attiva e reattiva del suo capo. La malattia ha spezzato il legame profondo tra Bossi e la sua creatura. Perché la Lega vive per la presenza del suo ideatore e fondatore e i limiti ora emergono in tutta la relativa dirompenza. Si attorniato, o è stato circondato da persone, che hanno sentito il profumo di una greppia piena e apparentemente senza fondo. Da cui attingere senza problemi e senza ritegno soprattutto. Se prima avevano messo all’indice la tronfiaggine dell’apparato, ora non disprezzano di ammantarsene e godono nel farlo. Ora però, tutti i nodi o comunque i maggiori, sono venuti al pettine della storia. Impietosamente sono state sciorinate le cifre di quello che è considerato una fin troppo allegra amministrazione della cosa pubblica. Denari, perché è di questo che si parla e pare che tutto a lui debba ricondursi, che sono stati spesi per alimentare una “famiglia” dai robusti appetiti. Prebende che hanno ingrassato sogni, che ora appaiono nella dura realtà di fole tarde imperiali. Non si tratta di spiccioli, ma di fior di euro usciti dalle casse statali, che ricordo riempiamo o tentiamo di farlo, noi. Emerge in tutto il suo squallore, la furberia, la cialtronaggine che ci caratterizza appena passiamo i confini patri. Siamo visti con mani adunche, moralmente inaffidabili, pronti all’inganno, avvezzi alla truffa, insensibili alle regole che prontamente ci facciamo “pro nobis”. Ognuna diversa, secondo fatti e circostanze.

Ora rimane un uomo solo e tradito da ciò che è più caro alla nostra cultura e al nostro modo di pensare.  Nulla valgono le possibili e risibili scuse, se mai ce ne fossero o gli abborracciati distinguo. Rimane solo la falsa utopia, pasto nudo delle evidenti miserie umane di una classe politica, che on ha ancora trovato la forza interiore di vivere a pieno un’idea, tanto da renderla nella realtà dei fatti universalmente condivisibile, eticamente e moralmente singolare tanto da far parte in pianta stabile nel vero mondo delle idee.

Quello che permette a ogni essere umano quella dignità cui giustamente aspira.

Ufficio Facce – Aprile 2012

Buone notizie per una volta.

Esiste una nuova figura economica per far quadrare il bilancio di una “famiglia”.

Il Cerchio magico.

Ufficio Facce.

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