CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “maggio, 2012”

Dialogo é dono

Il perché di queste poche righe è racchiusa in due episodi che apparentemente sono distinti e lontani, ma a ben guardare hanno punti comuni.

Il primo possiamo catalogarlo in un semplice fatto di cronaca, che ha in se dei connotati etici morali che fanno meditare di come si può dimostrare che non è oro tutto ciò che luccica e dei come i luoghi comuni ci si abitua e si abusa conseguentemente. In sintesi, uno straniero da molto tempo tra di noi muore. Eppure quest’uomo ha intessuto relazioni con chi l’ha ospitato, cioè Noi, tali che da diventare membro effettivo della comunità.  La quale si adopera che i famigliari vengano dal paese d’origine, per piangerne la sorte e le spoglie. Naturalmente la sorte, quando decide, di essere maligna lo è sino all’estremo. Ora quest’uomo ha una moglie, invalida, accudita dall’unica che figlia, che però sente di dover piangere il padre. Istruisce la pratica e al momento di ritirare il visto le è stato rifiutato per “capziosa burocrazia”. Il burocrate di turno, non firma perché non è assolutamente sicuro del rientro in patria di questa donna, dopo le esequie paterne. Nulla valgono le assicurazioni che questa donna è l’unica forma d’aiuto per una madre invalida. In più, per sua stessa ammissione possiede un lavoro, che le permette, nel suo paese d’origine di campare in maniera dignitosa e quindi inevitabile dopo le esequie ritornerà a casa. Deve ritornare e per la madre e per il lavoro. Ora per divenirne a una, un gruppo di nostri connazionali si è fatto carico delle spese da sopportare, affinché questa figlia possa, esprime l’amore filiale nell’ultimo viaggio paterno.

Ciò che mi ha colpito oltre all’elefantiaca, in negativo, burocrazia morale ed etica, applicata nel caso, é l’assoluta mancanza di buon senso e di quel briciolo di umana comprensione che tante volte ha fatto dire al mondo: Italiani … brava gente.

Dove? Quando?

Non certo nello specifico. Dove piuttosto vediamo applicato il falansterio di norme, cavilli, arzigogoli della legge. La sua fredda applicazione e i conseguenti disumani effetti. La legge, implica una giustizia che sappiamo cieca e mai come questa volta indifferente. In questa indifferenza, nella quale com’è stato in precedenza sostenuto, si naviga anche a vista, si perde tutto il significato di bontà di un popolo. E’ vero che ha dimostrato più volte la propria bontà, ma altrettanto vero ha mostrato di quanto sia cinico il nostro cuore.

A questo punto è difficile difendere persino un luogo comune e si é persa un’occasione di civiltà e di umanità.

Era un’occasione di dialogo tra due mondi, così lontani, ma così vicini. Se sussiste una lontananza per cultura e lingua, la vicinanza dolorosa fornisce sentimenti e i principi della conoscenza. Per conoscere occorre incontrare l’altro: uomo o cosa che sia.  Occorre stabilire volontariamente un dialogo. Cioè dar significato vero e profondo all’accezione del termine: dialogo. Attraverso la parola, il discorso, la comunicazione. E’ quell’attraverso. Il voler farsi attraversare dalle parole altrui, in modo che le nostre certezze possano assumere le vesti del dubbio, in modo che possano mutare le nostre convinzioni in nuove idee, le nostre incertezze siano condivise. Non possiamo bastare a noi stessi. Occorrono “ospiti” che vengano e ci propongano loro stessi. Una misura che conosciamo, perché il loro mondo interiore è pari al nostro e solo se siamo attraversati riusciamo a ritrovare e ritrovarci. Riusciamo a riscoprire una nuova famigliarità e anche nuovi e diversi punti di vista da cui partire per un possibile nostro arricchimento. L’attraversare è il luogo dove possiamo correre il gioioso rischio di divenire “l’altro”. Di vederci stravolgere oppure confermare quei sentimenti di cui siamo ricchi, ma che non ci siamo mai peritati di accorgercene o di accedervi. Avremo la possibilità di provare nuove sensazioni e formulare nuovi pensieri. Dialogo è crescita reciproca. Nell’accogliere non accogliamo solo il nostro interlocutore, ma anche il suo mondo, i suoi affetti, le persone, e illusioni, le gioie, gli affanni che ne hanno fatto ciò che vediamo, con cui ci confrontiamo e altrettanto sarà per lui. (Quanto mi manca la forma neutra nella nostra lingua!).

L’ospite quindi diventa prezioso perché permette di aprirci non solo all’altro, ma anche a noi stessi. Non ci sentiamo defraudati dei nostri spazi, che rimangono intatti, ma anzi questi stessi ne sono dilatati e urgono verso luoghi da noi prima sconosciuti, che non avvertivamo, ma che ora possono essere luoghi privilegiati di nostra ulteriore indagine conoscitiva.

Sarà per questo, che luoghi come questo, seppur virtuale e incorporeo diventa occasione preziosa per il dialogo, per aderire alla pratica dell’ospitalità.

Benvenuti.

UFFICIO FACCE – Maggio 2012 – 3

Di questi tempi, anche nell’indifferenza ci si naviga a vista.

Ufficio Facce.

Ufficio Facce – Maggio 2012 – 2

Ci si domanda: ma … il tempo perso, dove va a finire?

 Ufficio Facce.

Ufficio Facce – Maggio 2012

Una volta, con le riviste, arrivava come gadget: la crema rinfrescante.

Oggi è arrivata la pasta fissativa per le protesi ortodontiche.

E’ un caso?

 Ufficio Facce

Volare alto, volare basso

Non è un bel periodo, quello che stiamo attraversando. Lo rivela il volto della gente che incrociamo. Almeno questa è la mia personale impressione.
Ne parlavo giusto in questi giorni con L’Ufficio Facce. Uno dei pochi interlocutori, che ancora mi posso permettere. Posso, perché disponibile ad un confronto sereno, attento, pacato. Di quelli in cui si cerca ascoltano le ragioni dell’uno e dell’altro e non solo si sentono. Perché sentire non è ascoltare e udire non è più impegnativo come una volta.
Si parlava del valore del lavoro e del bene rappresentato. In fondo il lavoro è un bene, ma ora c’è qualcosa che sfugge, soprattutto mi sfugge, per la sua rappresentazione. Mi pare che sia dia un importanza eccessiva al valore monetario del bene lavoro, ma sta sfuggendo un altro e più importante valore del lavoro. Che va al di la di possedere e svolgere un lavoro per ottenere in cambio una mercede adeguata. E’ il senso del lavoro che è venuto a mancare. Una volta avere un lavoro significava avere la possibilità di esprimere le proprie capacità attraverso un’azione che produceva un bene, materiale o meno. Si curava ogni aspetto o almeno quello era l’impegno principale. Se ne curava non solo il dettaglio, ma anche si aveva cura di porre nell’azione e profondere in essa anche le migliori personali capacità. Era, in fondo, il modo di mostrasi agli altri. Era indice dell’affidabilità, anche personale, di una persona. Poi le cose sono cambiate con l’accelerazione della produzione di massa. Non era più il singolo pezzo, nel quale profondere la propria capacità lavorativa, ma era il numero dei pezzi prodotti in una data unità di tempo. Il lavoro quindi è venuto a spersonalizzarsi. Il rapporto si vive con la macchina che produce il pezzo, non con il pezzo in se. E la macchina è tale e con essa si può solo stabilire il fatto che il singolo può o non può sfruttarla al meglio. Quindi il valore dalla persona si sposta alla macchina. L’uomo è solo un sussidio e può scegliere se trovare una soluzione per far si che la macchina produca di più o in meno tempo, oppure attenersi rigidamente ai tempi del ciclo produttivo, senza nulla togliere, ma senza nulla aggiungere. Poco per volta il concetto di macchina, dal complesso di organi meccanici, si è trasferito a quelli più l’uomo che la comanda, quasi fossero un tutt’uno, no distinguendosi più l’uno dall’altro.
Il valore del lavoro si trasferisce quindi sulla macchina e questa diventa la vera pietra di paragone tra il lavoro fatto e finito quindi il prodotto e il suo reale lavoro e valore commerciale.
L’azione ripetitiva della macchina, così impersonale è accompagnata da altre azioni, altrettanto ripetitive dell’operatore; correlate, non empatiche, anzi frustranti per certi versi.
Quindi il teorema marxiano trova una sua giustificazione nella realtà dei fatti. Anzi i fatti superano la teoria, in quanto non solo non si è proprietari del lavoro svolto, ma quest’azione a lungo andare a fatto si che al lavoro non si guardi più come valore etico morale per l’uomo stesso, ma solo come una conseguenza meramente economica del rapporto tra l’uomo e i mezzi di produzione. Valgono i pezzi e non l‘uomo che li produce.
So che non ho soluzioni in mano, né per dare una voce ora o in futuro a questa situazione. Sento che mi mancano dei pezzi: filosofici, sociologici, ma l’impressione è forte e mi ritrovo a pensarci. Sarà che i tempi son questi e orizzonti migliori non se ne vedono. Sarà che nei discorsi fatti intorno al tavolo esiste una sottile inquietudine per come potrà andare a finire e gli scenari che ci si figura non sono certo idilliaci, anzi qualcuno comincia già ad attrezzarsi al peggio. Almeno mentalmente.
Certo è che ce ne stiamo perdendo un’altro un pezzo e non sappiamo se e chi ringraziare.

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