CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “giugno, 2012”

Curva dopo curva

A un uomo capitò di morire. Per i motivi più naturali possibili; era venuto il momento. Ora, quest’accadimento non lo colpì o sconvolse a tal punto d esserne dispiaciuto o amareggiato. Forse un leggero fastidio, quello sì. O forse, in questa storia, può andar bene anche un senso di liberazione. Scegliete voi quella che più vi aggrada.

L’uomo morì, dunque e trascorso un tempo indefinito, nel quale si trovò a non sapere bene cosa fare, prese una strada. Percorrendola si accorse di incontrare persone, soprattutto, che aveva già visto o incontrato e che avevano fatto parte, a vario grado e modo della sua vita. Tutti con una caratteristica precisa, con le sembianze cioè che aveva al momento della dipartita. L’uomo pensò che il tempo, da com’è inteso, giochi un ruolo anche nel momento della dipartita. Il tempo è personale e particolare, cucito addosso a ciascuno. Ecco perché l’amico, morto in gioventù, manteneva i caratteri di allora ed era per quello stesso motivo, che il volto del nonno aveva la medesima ragnatela di rughe, che lui ricordava. Man mano che avanzava, però quei volti, quei corpi parevano che sbiadissero e l’uomo di si domandava quale potesse essere la causa. Forse una morte antica, più della sua o il tempo giocava una partita, di cui nessuno aveva mai parlato, ipotizzato, quasi fosse una sorta di grande gomma da cancellare, in grado di sfumare sempre di più i tratti, le fisionomie. Oppure era la vicinanza di un qualcosa d’altro, che procurava tutto quello. Fatto sta che si trovò, improvvisamente al cospetto di Dio. Una luce particolare, una figura indistinta, che emanava un qualcosa che lui stabilì essere un fluido, che fece sparire tutte le sensazioni negative che provava ed ebbe chiaro, in un lampo, il senso della sua personale vita. Non servirono presentazioni, ma l’uomo per prima cosa si profuse in scuse, perché secondo lui non era riuscito a compiere e bene tutto ciò che si era prefisso.

Dio invece, con sua grande sorpresa, lo ringraziò per essersi prestato, suo malgrado e non ostante tutto, a essere parte del suo grande disegno.

L’uomo ne rimase sorpreso e poi confuso. Non riusciva a comprendere il perché di quel ringraziamento. E’ vero, la sua era stata una vita da considerarsi normale. Senza picchi da una parte né dall’altra. A volte anche un po’ monotona. Aveva seguito le regole etiche e quelle morali correnti nella sua epoca. Non aveva commesso delitti e quando si era trovato nell’occasione, aveva mostrato il lato buono del proprio carattere, senza per questo menarne vanto, condendo valore e modestia accuratamente. In fondo però rimaneva ancora un dubbio e rivolse il suo piccolo pensiero alla prima parte della domanda. Rispondere compiutamente e risolutamente alla seconda, quale fosse cioè il disegno divino nella sua interezza, solo a soffermarsi per un momento, gli parve così al di sopra delle sue possibilità, che ne provò un poco di sincera tristezza. Così piccolo da non poter neppure provare a fantasticarci un po’. Alla prima parte però occorreva dare una risposta. Com’è in che misura fosse rientrata anche la sua esistenza a far parte del disegno. In che maniera e a che proposito, si domandava, dato che la sua era stata un’esistenza, secondo lui anonima. Eppure doveva essere così. Anche anonima, la sua esistenza aveva attraversato, per gradi e per vie, pur vissute, che non aveva riconosciuto al momento. Ripensò alla sua esistenza. Quante volte da fatti accadutigli, come conseguenza aveva mutato atteggiamenti o pensiero. Gli sforzi compiuti per formarsi una famiglia e quelli compiuti per farne un blocco coeso e aggiungiamo gli altri, compiuti per migliorare il tono di vita. Non solo quello meramente economico, ma anche quello, come dire, spirituale. Il legarsi in amicizia con quello piuttosto che con l’altro. Attendere alla pittura, piuttosto che al cinema o la televisione. Il disegno poteva formarsi anche da e in una frase detta o sentita, per come stava ragionando. Le cose cambiavano se in qualche modo partecipava al cambiamento, sia seguendo lo stimolo innovativo, sia osteggiandola. Se il futuro era imprevedibile, però aveva potuto partecipare a crearlo nel suo piccolo oggi, frutto del suo ieri e di quello che aveva avuto in eredità dai suoi antenati. Rifletté sul tempo e venne al dunque che quello fosse una variabile scostante. Il suo tempo era diverso dal tempo di Dio. Non poteva rapportare la sua brevità con l’eternità o comunque con qualcosa che esisteva già prima della memoria dei suoi avi. La sua vita quindi era, nella sua brevità, un tassello, necessario passaggio, per un altrettanto tassello. Vide formarsi un disegno formato da migliaia di tessere, che si perdeva nello spazio da lui concepito, tanto era grande. Tutte le tessere s’incastravano, ma non riuscì a vederne i contorni, perché la limitatezza dei suoi sensi gli fece percepire solo le tessere che lo circondavano, ma altresì sentiva che si estendeva all’infinito e per renderselo più comprensibile, pensò ai punti cardinali. Solo a quel punto capì la frase accettandone le conseguenze. Sentì più lievi gli errori e ne apprezzò il significato, come pure delle gioie procurare e ricevute e per la prima volta percepì chiaro il significato di essere pronto.

Come andò a finire non lo so. Appartiene a quella zona che ancora non ho esplorato e quando lo dovrò fare, mi dispiace, ma non credo che avrò occasione e mezzi di parlarne.

Ciò che avete letto scaturisce proprio da una frase di Kirkeegard. La gioia di Dio nell’incontrare l‘uomo che gli ha permesso di aggiungere un tassello nel suo disegno e la raggiunta consapevolezza di quest’ultimo, che una vita non importa come consumata, rimane come traccia indelebile nel percorso umano. Non siamo soli, non siamo isole né dobbiamo pensare di essere indispensabili, ma abbiamo un’utilità incancellabile. Di questo disegno potremmo considerarci oggetti, sottoposti a una volontà superiore, ma dobbiamo sapere anche che ne siamo i soggetti. Siamo noi con la nostra vita, la nostra responsabilità, la nostra libertà che collochiamo la nostra tessera nel quadro. Ciò che può essere sbagliato ai nostri occhi, non è detto che lo sia a quelli dell’altro e viceversa.

I quattro punti cardinali ci servono solo per contentarci di sapere che quel disegno si estende all’infinito verso quattro direzioni, le più facili da conoscere e ricordare.

Il sapere a che punto sia o quali ne siano i contorni è cosa ben più difficile.

Il mio scritto, ho la presunzione di credere che s’inserisca nell’occasione data dal filosofo, quella di riflettere e ve ne offro il risultato.

Ciò che ne seguirà sarà solo una conseguenza.

Il labirinto

L’esordio non potrebbe che essere un classico. Quello che mi ha accompagnato tante volte. Perso, in una notte inevitabilmente persa, a NordOvest di me stesso, mi ritrovo a fare i conti improvvisamente con la memoria. Meglio, non con quei ricordi che incombono, anche grevi, sull’onda di una frase, un’immagine. Piuttosto da una osservazione, una considerazione fatta all’improvviso. La perdita della verginità.

Cosa possa centrare, non lo so. Questo è quanto e mi rendo conto di come ci si possa infilare in un labirinto dalla traccia incerta, dalle troppe vie percorribili, dal reticolo di supposte domande, di risposte opinabili. Un labirinto che può divenire un non luogo, dai confini sfumati, sfuggenti alla ragione, al sentimento vero, alla realtà personale. Pronto a trasformarsi ad ogni piè sospinto in un massacro di masturbazioni mentali, così indubbiamente vane, così necessariamente dolorose.

Rimane, però, quella inafferrabile e proteiforme domanda: la verginità è persa, da quanto tempo, quando l’abbiamo abbandonata o ci ha abbandonato o è solo un’altra fola del nostro sentire, del nostro essere, di come ci siamo con il tempo trasformati e se ci siamo trasformati? Come dicevo diventa una domanda per un affaticamento mentale, di cui potremmo farne anche a meno, ma cui non ci sottraiamo tanto facilmente. Perché? Ci piace cincischiarci addosso.

In fondo che cos’è la verginità?

Dobbiamo attenerci a quanto racconta il vocabolario? Quanto su questa parola la Dottrina e il Magistero della Chiesa si è così tanto espresso durante i secoli? Oppure basta un sereno confronto con quanto è assunto nella scienza medica? A quest’ora della notte, con le mie residue facoltà mentali, governate nell’approssimazione dai miei due neuroni rimasti, Tranzo e Sciallo, mi vien da dire che questa perdita più che al lato fisico (A noi ometti diventa praticamente impossibile dimostrarla), debba riferirsi al lato sentimentale.

E’ una perdita che ha molte facce, tanti genitori, troppe occasioni.

Può sparire quando l’innocenza della fanciullezza non ha più armi contro la prepotenza dell’adolescenza. Guardi i giochi e le occasioni, che fino a quel momento ti parevano irrinunciabili e senti che non ti appartengono più. Anzi tu appartieni ad un mondo nuovo, percepito con altri stimoli più complessi cui devi dare tutta l’attenzione. La vedi poi sfuggire, quando sopravviene la giovinezza e le complessità della tua vita si fanno urgenti. Un urgenza tale che ti potrebbe portare a sconvolgere anche quei principi che ti hanno governato. Sei attratto sempre di più dalle nuove situazioni. Cresci e sei costretto ad abbandonare quella primigenia aura che sentivi tua.

Ne devi lasciare brani indietro, ormai quasi d’impaccio, un sudario da abbandonare. La ricerca dell’uomo nuovo cui aneli sembra dover soggiacere alla nuova regola. Con la maturità degli anni quella lontana ingenuità non ti può più appartenere, se non ti è rimasta come una ferita cicatrizzata, indelebile. Potrà essere un lieto ricordo e fare donare di te un’immagine lieve e piacevole, ma potrebbe essere un fardello. Farti diventare una sorta di vaso di coccio tra vasi di ferro. Allora diventerebbe motivo di sofferenza, di disagio, scoprirebbe il fianco a scherno e dileggio, rendendoti insoddisfatto. Dalla gioia per le novità, queste si trasformano in motivo d’angoscia e insoddisfazione aggravando uno stato vieppiù precario.

Perché la vita è precaria, già per il fatto che non ne conosciamo, fortunatamente sostengo, il termine ultimo, favorendo un ferino attaccamento ad essa. Giusto il gusto di conoscere, che giornata sarà domani. Ecco, la curiosità rimane come una sorta di collante che non ci permette di dismettere completamente anche gli ultimi brandelli dell’antica verginità.

La vecchiaia invece … Già la vecchiaia.

Osservandogli anziani e i vecchi è difficile non scoprirne ampi lembi. Quasi che negli anni hanno trovato luoghi per celarli, seguendo l’antico dettame di non buttare mai via nulla, se non proprio l’indispensabile, quello di cui per forza occorre disfarsene.

Per tutto il resto si trova sempre una piega, un nascondiglio dove riporre per i tempi futuri, buoni o grami che possano diventare. Da un certa età si ritrova l’antica verginità, la dimenticata innocenza. E’ la forza fragile che ti dona l’inverno della vita e quella verginità te la ritrovi rattoppata, lisa o con evidenti buchi, ma ne ricopri le spalle e senti come la vita stessa scivoli sopra meno aspra, dagli angoli meno accentuati. Se ne sentono oramai soli alcuni, dovuti allo stato di salute, ma conosci e sai riconoscere che tutte le cose deperiscono e ne accetti di buon grado gli effetti. Ritrovi certi aspetti di quella tua verginità, di quella tua innocenza, ne palpi affettuosamente le cicatrici che ancora rimangono perché sai dove andare a cercarle, sai come toccarle, senza che per questo ne debba avere più stimoli, positivi o negativi, che ti possono dare.

Arriva l’età delle risposte, più che delle domande. Sai chi sei e non lo devi più dimostrare, né dovrai giustificare le azioni o le tue condotte. Ti rimangono i ricordi e non è detto che a quelli si associno rimorsi o rimpianti. Ricordi anche di quella verginità di quella innocenza, che pareva persa per sempre e che invece era custodita, non tutta, nelle pieghe dell’anima.

Un viatico dolce, che edulcora quel che resta del giorno.

Pane e companatico

Quanto in precedenza scritto, mi permette di fare ancora altre riflessioni. E’ vero che accogliere l’altro, in qualche modo ci rimette in gioco, perché ci impone, quasi, il rivedere o confermare il nostro modo d’essere in rapporto a ciò che ci circonda. L’alterità tocca il nostro essere nella similitudine, come nella diversità, con l’altro. Consuetudini simili avvicinano e possibili novità di tradizioni eccitano la voglia di sapere gli uni, degli altri. Il luogo privilegiato di quest’incontro, non a caso, è quello che ha la caratteristica più “sacra” e favorisce meglio l’incontro, l’accoglienza, il dialogo: la tavola.

Mangiare insieme, condividere un cibo, una bevanda è il primo passo per il dialogo. Con l’ospite si ha un “convivio”, cioè una comunione vitale. Non si è più divoratori di cibo, di se o dell’altro; piuttosto si cerca la comunione con questi tre.

L’offerta di cibo fa si che si entri in una dimensione intima con l’ospite, poiché il cibo è la nostra storia, la nostra tradizione; in qualche modo siamo noi.

Noi in fondo siamo ciò che nostra madre ci ha insegnato a mangiare, ci ha proposto come nutrimento. La sua memoria di cibo e di preparazione ci è offerta perché sia tramandata e trasmessa e fatta conoscere. Verrebbe da dire che noi mangiamo i ricordi della nostra famiglia, quelli che ci confortano, ci rassicurano, che hanno ritualizzato la nostra vita. Ora questa memoria la offriamo in condivisione con l’altro e lo stresso lo vivremo quando noi saremo ospiti.

Questa situazione permette un avvicinamento maggiore e migliore di due situazioni, che hanno in se delle diversità che devono essere conosciute, ma anche delle uguaglianze che devono essere altrettanto conosciute.

Il cibo racconta di come questo è consumato, la ritualità e il mistero che lo circonda e per ciò che è stato detto prima, anche chi lo consuma racconta di se e del suo mondo. Attraverso questo racconto emergono uguaglianze e diversità e il cibo non è solo nutrimento ma elemento socializzante. Dietro di esso ci sono le storie che accompagnano la vita dell’ospite. Ci sono persone e fatti che l’hanno influenzato fino a quel momento. Ci sono le sue storie, come le nostre.

La tavola diventa il “topos” per uno scambio, un incontro e diventa occasione di grandi possibilità. Di cambiamenti o di riconferme, di grandi amori, come di grandi odi.

La tavola è anche il luogo dove si riconoscono i primi riti sociali dell’altro. Ad esempio quali sono i cibi buoni e quali meno o assolutamente inaccettabili; come sono consumati e in che quantità. Scopriremo soprattutto se i nostri cibi trovano gradimento o meno.

Facciamo degli esempi a proposito: un inglese non mangerebbe mai carne di cavallo. Invece a casa nostra c’è una lunga tradizione a riguardo. Personalmente il grillo o la tarantola fritti, non sono certo tra le mie scelte nutrizionali, mentre per un vietnamita o un laotiano sono dei giulebbi.

La storia del cibo e di come ha influenzato la vita umana e spinta a certe scelte, piuttosto che altre, è millenaria.

Com’è millenario il rito dell’ospitalità e di come si è evoluto e i significati che con il tempo ha assunto.

Rimane, però fermo, in quel rito, il senso dell’accoglienza, del convito, del dialogo; quella ricerca di comunione, piuttosto che di divisione.

C’è un richiamo alla speranza, in questo confronto. Speranza di novità, di crescita, di maturazione, come pure di riaffermazione di quei principi che fino ad ora ci governano e in cui riconosciamo la nostra identità.

Detto ciò, posso offrire qualcosa? Cioccolatino?

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