CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “luglio, 2012”

Sì … viaggiare

Ormai mancano una manciata di ore e poi parto. Datosi che sono in ferie (Chi ha detto  … e chissene frega! Ehhh?) corre obbligo anche quest’anno partire, viaggiare, andare oltre i confini del paese. Superare distanze geografiche, ma anche culturali, sentimentali. Andare oltre insomma.

A pensarci  bene il viaggio è giornaliero, attraversiamo la nostra esistenza muovendoci da un punto all’altro dei luoghi a noi conosciuti, sia fisici che dell’animo. Andiamo verso qualcuno o qualcosa e da altrettanto proveniamo. A volte è importante il luogo, a volte è solo un leggero viaggio emozionale, comunque sia mettiamo un piede avanti all’altro. Metaforico o meno mutiamo la nostra presenza nello spazio con il conseguente consumo di tempo ed energia e affido a chi sa di matematica e fisica il compito di illustrarci, con calcoli alla mano, a quale dispendio andiamo incontro.

Diciamo che lascio il compito delle vacanze e lascio pure la più ampia possibilità di giustificazioni, nel caso che questo compito non sia eseguito. Mi raccomando solo giustificazioni fantasiose, improbabili, surreali, grottesche anche.

Va bene … parto, ma dove vado?Solatia spiaggia cubana. Ovvero desolata landa, di un sognato profondo Nord?Pensione “Miramare” in uno dei comuni divertimentifici di questa nostra penisola? Oppure sarà “ Il covo del camoscio ballerino”, inventata pensione famigliare in quota … Alpi? O sono meglio i più semplici e confortanti Appennini? Chi lo può dire.

Per scoprirlo occorrerà mettere, per l’appunto, un piede dopo l’altro. Visto però, che per scrivere queste poche ed insulse righe i miei due neuroni , Tranzo e Sciallo, si stanno accapigliando, non certo per aiutarmi, bensì per vedere chi risulterà primo nel riposo più assoluto, sarò costretto a rivelarvi e subito la destinazione, prima che l’irreparabile accada. Irreparabile, nel senso che si perda del tutto il senso di questo intervento, già abbastanza segnato dall’insulsaggine. Sono proprio alla frutta, come è costume dire. Poche idee, confuse, imbarazzanti e sottoposte al voglio di una recensione spietata, che sfocia, la maggior parte delle volte, in una censura oscurantista, della più bell’acqua. Ho quello che si dice: il vuoto. Leggo gli scritti degli altri e ne rimango colpito, nel senso che do poderose craniate agli spigoli di casa, pensando chi anch’io avrei potuto scriverli. Anch’io avrei potuto dar sfoggio di parole e temi interessanti, mentre ora posso solo osservare un deserto d’idee. Mio, personale.

Qualcuno potrebbe con causticità, osservare che non è da tutti possedere un deserto e che dovrei esserne felice. Il deserto non è solo uno scatolone pieno di sabbia, dove un sole feroce la fa da padrone, dove abita la fata Morgana (Beate lei e chissà com’è abbronzata!) dove strane e bizzarre cerature vivono la loro esistenza, perfettamente adattati al luogo e al clima. Non è quello il mio deserto. E’ un vuoto, un’assenza; è forse anche una scusa, un alibi o più semplicemente il sintomo di una stanchezza generale.

Non sempre si riesce a stare sul pezzo, diamine. Non sempre si è pronti a ribadire sulla carta, ciò che suggerisce la mente, rapportandosi con la realtà. A volte non è il momento e si sa ogni lasciata è persa. A volte frigge, tumultua, ma non trova la via, il pertugio per scaturire. A volte un certo pudore ci fa rimanere distanti e meditiamo se e in che modo procrastinare sia la cosa migliore, perdendo così l’occasione, il famoso raggio verde.

In somma meniamo il can per l’aia, come sto facendo io, rincorrendo brandelli, simili a sputazze, di pensieri lasciati liberi di vagolare nella mente. Gironzolano con le mani nelle tasche delle mutande e quelle, neppure d’orbace d’ordinanza, così a me care.

Allora parto, venerdì, verso le tredici e quindici e vado …. a Lourdes. Dove altri.

Anche quest’anno, finalmente il pellegrinaggio. In queste poche ore che mi separano dalla partenza spero di trovare il “mio” tema. Perché ci vuole un tema personale, che s’inquadri o meno nel tema del pellegrinaggio. Credo che ciascuno di noi debba averne uno personale, che possa seguire in ogni momento, soprattutto al di fuori di quell’ufficialità necessaria al governo di un gruppo di pellegrini. Ci sono è vero orari e scadenze, perché il pellegrinaggio è una rotella dell’ingranaggio, però riuscire a ritagliarsi un momento, fa la differenza, da un senso di maggior pieno, è un valore aggiunto. Qualcosa succederà e può anche darsi che capiti mentre sarò in viaggio o sarò lì; oppure chissà può essere anche la ricerca del tema, proprio il tema personale di questi giorni così intensi.

Quindi vi saluto fin d’ora. Lascio le chiavi nel solito posto, mi raccomando, in mia assenza fate i buoni … se potete. Il gatto è in buone mani, comunque due coccole non guastano mai, sempre che riusciate a trovarlo. Non serve bagnare le piante. Penserò anche a voi.

Ci risentiamo ad agosto.

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Il giorno della marmotta

Leggere del giorno della marmotta, in un già caldo mattino di luglio, non può che mettere un brivido di rassicurante frescura. Però, mi domando: cosa centra il giorno della marmotta, in luglio? Sappiamo che è un usanza d’oltre oceano. Una di quelle bizzarrie americane, che ciclicamente ci ripropongono seppur così distanti culturalmente da noi. Eppure partendo da quella, con un po’ di fantasia intorno al simpatico roditore alpino, se ne può trarre un articolo di costume e curiosità. Giusto per riempire uno spazio vuoto in ultima pagina, sotto le previsioni del tempo; giusto per dare un contentino a qual giornalista, che ultimamente ha poca visibilità. Oppure se ne può trarre, da uno dei tanti articoli del giornale, una piccola perla di morale. Senza squilli di trombe, rulli di tamburo né titoli in corpo quindici in grassetto, ecco servite tre colonne ricche e saporite. L’esordio è certamente leggero ed ironico, quasi canzonatorio nei confronti della marmotta, illustrandone la precaria vita e antiche abitudini umane mostrate nei suoi confronti. La chiusa però ha un altro aspetto e un sapore più forte, tanto che qualcuno potrebbe trovarlo anche acre. Di certo più profondo e che va a toccare cattive abitudini.

Già perché se i rapporti tra gli appartenenti al genere umano, non sono poi così perfetti, con gli animali a volte sono veramente pessimi. Mi riferisco a qualli che sono gli animali da compagnia, in special modo cani e gatti. Quelli che più ci attorniano, che più vivono a nostro contatto. Viene subito in mente, alla fine della lettura, che questi nostri picocli grandi compagni di vita, da molti vengono abbandonati in particolari situazioni. Questo è il periodo di maggior abbandono. Le sacre ferie sono l’occasione di sbarazzarsi di un peso che si è trascinato per undici mesi. Incuranti, anzi ignoranti dell’affetto e della compagnia ricevuta, voilà i quattro zampe della famiglia vengono lasciati a loro stessi. Un  intralcio, un intoppo insopportabile. Sappiamo che gli animali non sono il facile e momentaneo trastullo di altre feste o occasioni che a noi paiono gioiose. Possederli, significa non considerarli come oggetto deambulante per casa o fuori casa. Bensì essere vivo, che è entrato a far parte delle dinamiche casalinghe. Soggetto di elementari diritti, tali e quali ai nostri più basilari. Avere un tetto, una zuppa, un luogo per riposare e un altro per lasciare il resto della zuppa, qualcuno con cui condividere momenti affettuosi. In questo riconosco che il Liga (gatto rock, interista e inevitabilmente ovale) ed io siamo simili. Abbiamo uguali esigenze. Già l’idea di doverlo lasciare per qualche giorno, ci mette una certa inquietudine ed agitazione. Dobbiamo pensare a provvedere ai suoi bisogni e trovare chi ci possa surrogare in quei giorni. Da parte nostra quindi, c’è l’attenzione che merita l’animale che abbiamo scelto come compagno di vita. Ne sentiamo la responsabilità, anche quando non siamo presenti.

Questo però non impedisce a altri di compiere una scelta ben diversa e che il legislatore, in un momento di rara chiarezza mentale, l’ha considerata come azione delittuosa: l’abbandono di un animale è reato. V’è da dire che così come è stata individuata la legge, altrettanto lo è stato l’inganno. Forse più che di pene, ci si dovrebbe interessare più di educazione. Insegnare, ma soprattutto imparare il rispetto e l’amore verso queste creature e qui entriamo in quella zona di povertà culturale che riguarda i rapporti tra uomo e bestia. So che sono cose che vanno a toccare la personale sensibilità e altrettanto so che non tutti sono attratti verso gli animali, di qualunque genere siano. Da questo a possedere un animale per poi disfarsene al primo momento propizio, mi pare che la strada sia abbastanza lunga. Occasioni e mezzi per salvaguardare il rapporto ce ne sono e dunque perché non sfruttarli. Una separazione misura anche quale è il grado del desiderio di riavvicinamento tra uomo e animale. Credo che un briciolo di melanconia alberghi in ambe due, ma il momento del ricongiungimento sarà decisamente gioioso se non di più, di quello provato quando si è dovuto lasciare il soggetto del nostro affetto.

Quindi pensiamoci, non solo quando nottetempo, come ladri e malfattori, abbandoniamo cani e gatti in luoghi oscuri e lontani, ma soprattutto quando decidiamo di volere a tutti costi che uno o l’altro entrino in casa nostra e facciano parte integrante del nostro nucleo.

Non sono giochi o cose, ma esseri viventi e se non parlano è perché nei millenni ci sono state risparmiate sicuramente, reprimende terribili, ma spero anche dichiarazioni amorose splendide.

Qualcuno però ha parlato per loro o con loro o di  loro e e ne lascio una traccia, sapendo che coglierò la sensibilità di tutti e di qualcuno in particolare. Non sono portato molto per la poesia e con il verso ho un rapporto molto difficile, però ho riportato fedelmente quanto ho letto, trascrivendone parola per parola tutti i versi, pause comprese.

Onestà s’impone nei confronti di chi ha faticato per trovare il frutto di una fatica maggiore nel comporla.

Giusto per non dimenticare, anche nel giorno della marmotta.

Credo che potei vivere con gli animali

Sono così placidi e pieni di decoro

Rimango ad osservarli ore e ore

Non si affannano e non si lamentano della loro condizione

Non stanno svegli nel buio piangendo per i loro peccati

Non m’infastidiscono discutendo dei loro doveri verso Dio

Nessuno è insoddisfatto, nessuno impazzisce per la mania di possedere cose

Nessuno s’inginocchia davanti all’altro, o a un suo simile vissuto migliaia di anni fa

Nessuno è rispettabile e infelice su tutta la terra

Così si palesano i loro rapporti con me e io li accetto

Portano segni di me, e chiaramente ne dimostrano il possesso

Mi chiedo dove presero quei segni

Ho forse percorso quella strada tanto tempo fa e li ho lasciati sbadatamente cadere?

Walt Whitman

Un pomeriggio d’estate

In quest’afoso pomeriggio, con un refolo d’aria, perplesso per la sua esistenza, mi sono ricordati improvvisamente di un’estate di anni fa. Ho chiara l’immagine della “topia” di luglienga che costeggiava il muro della casa di mia nonna. Il rombo delle cicale sparse tra la sophora japonica, e gli ippocastani della “lea” in fondo al giardino, fin su al cedro. Un gigante che mio padre ed io, insieme, non siamo mai, stai capaci di abbracciare insieme.  Disteso su di un’amaca, fatta di teli vecchi, quelli dei materassi e corde rimediate e tirate tra un anello infisso nel muro e un grosso ramo della sophora, sto lì a oziare. Rimbambito, bhè ci voleva poco e ci vuole poco tuttora, dal caldo di un luglio che avvampa, predisponendosi alla calura d’agosto. Le colline intorno alla casa, immobili come le gobbe di un cammello nel deserto, sono coperte dai serpenti dei filari di barbera.

Sotto i pampini, gli acini annerivano, piano, cotti dal riverbero di quella terra argillosa, che a poco a poco si spaccava. Da quelle ferite sembrava quasi che la terra buttasse fuori il calore opprimente. Intanto non un alito di vento, anzi ti arrivava una boccata d’aria calda. Come quelle che lanci sui vetri d’inverno e il vapore ti permette di disegnare un cuore o le tue iniziali o stupidi sghiribizzi. Avrei avuto la voglia da andare alla pompa del pozzo e sfidare il caldo per pochi litri da mettere in un catino e poi rovesciarne il contenuto sul mio corpo accaldato. Ma il ricordo di quando fatto il giorno precedente e di come il tuo corpo si fosse coperto ancora una volta di quel sudore, spesso e salato, che entra negli occhi e te li fa bruciare. La sensazione di fresco dura un lampo e il caldo ritorna, veloce, feroce e ti attanaglia la gola; schiacciandoti il petto e il respiro si fa corto. Non avevo voglia di accendere neppure la classica sigaretta. La distrazione per una tensione, da cui non sapevo distaccarmi. Quasi che quel caldo maligno, giocasse con me un gioco perverso nel quale da bravo schiavo, non riuscivo a decidere di dire la parola che interrompesse il gioco stesso. Non ero neppure più io il vero padrone del gioco. Forse neppure lui, il caldo, era più interessato a giocare. In fondo la vittima c’era; poi il gioco è bello finché dura poco. Dopo è noia. La noia di un afoso pomeriggio di fine luglio, sotto una “topia” di luglienga ad ascoltare il monotono ronzio delle vespe che si attaccavano a tutti gli acini, compresi quelli acerbi. Le più sono ferme, incapaci di volare e attendevano che si smorzasse un po’ la fornace. Aprivo distratto il libro che mi ero portato, convinto che la quiete della campagna favorisse la lettura. Certo però non in quelle condizioni. Anche le parole, con chi mi stava attorno, uscivano già calde a impastare la lingua ai denti. Erano un sibilo, un rantolo, un borbottio che otteneva altrettanti borbottii, come risposta. Avessi avuto la forza, sarei andato dietro casa, sotto le prugne a cercare quelle più mature; oppure avrei fatto due passi a guardare sotto il fico per indovinare i migliori. Mi accorgevo come la testa fosse vuota; anche di quel minimo d’attenzione che avrei dovuto impegnare. Mi sembrava di fare lo strozzino nei suoi confronti. L’interesse per una susina matura era troppo alto da spendere, in quel momento. A quel tempo non c’era neppure un PC per dar noia a qualcun altro, con questi ricordi, che tengono caldo in questi momenti e non compagnia, come avrei voluto che fosse.

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