CapeHorn

… Noi felicemente pochi. Noi questa banda di fratelli. Che mettono la faccia dove gli altri non mettono neppure un piede. – It ain't over till it's over

Archivi per il mese di “agosto, 2012”

Docile come …

Docile come un caimano con un ascesso dentale. Come un vecchio bufalo cafro, cui surrettiziamente, stanno ravanando le parti corporee, a lui, le più care.Non sono io, miei simpatici e inguaribili patatoni, compagni e sodali delle mie avventure telematiche. No, il soggetto è di ben più alto profilo.

E’ la Leonessa.

E’ lei che mostra in questi giorni, in queste ore, la docilità del noto sinantropico loricato, ovvero del nero bovide del Serengeti e dintorni.Tutto ciò perché, in un ordine per lo più sparso le sono occorsi e le occorreranno alcuni accadimenti, che non riscuotono il suo favore.Per motivi squisitamente naturali le stanno spuntando gli ultimi due molari, detti “del giudizio”. Orbene le scuole di pensiero divergono sul punto in questione. Assodato che i denti hanno il loro perché, è sul “del giudizio” che le opinioni precipitano nella rissa più vieta.Immaginatevi le sue reazioni. Le avete immaginate? Avete colto il bersaglio. Ora immaginate le reazioni della di lei madre e quelle, del di lei padre.

Fatto? Bersaglio colpito e affondato. Insomma c’è fermento in casa nostra, ma la marea è montata viepiù.

Finalmente siamo in dirittura d’arrivo con gli studi universitari e quest’autunno si laureerà, per poi accedere ai corsi di specializzazione e per questo motivo e per altri, dei quali taccio per non tediarvi oltremodo, ha preso la decisione, con due compagne di studi, di prendere in affitto un appartamentino. Dopo una primavera passata tra agenzie e agenti immobiliari, finalmente ne sono venute a una. Ora si prepara al primo trasloco. In verità parziale, ma il momento rappresenta un rito di passaggio e si aprono nuovi e più interessanti scenari per la sua prossima vita. In casa c’é quell’allegro guazzabuglio di valige, scatole e oggetti vari sparsi qua e la all’intorno. S’impongono domande epocali: meglio il ferro da stiro da viaggio o rapinare il monumentale ferro da stiro a vapore? Chi porta il frullatore e quale potrà essere il copriletto più intonato al biancore delle pareti? Pur essendo completamente a digiuno di certi fondamentali particolari, sono stato interrogato a proposito. Ho suggerito di sacrificare un olocausto e di leggerne le viscere, onde trarne i dovuti auspici. Il risultato è stato un’occhiata di commiserazione e la fuga precipitosa del gatto, presente al fatto. Ora sono libero da questo pensiero e in trattative per il rientro a casa del felino, che vuole da me una dichiarazione scritta, che non sarà mai oggetto di sacrificio alcuno. Le trattative sono in corso.

Tra ieri e oggi l’ultima chicca. SI deve assolutamente operare al ginocchio sinistro. Il legamento crociato anteriore si è dissolto come neve al sole, comportando indubbio dolore, ma soprattutto le ha bloccato l’attività agonistica. Niente legamento, niente rugby.

Ora proprio oggi siamo andati alle visite finali e martedì prossimo andrà sotto i ferri. Ora, in questi momenti di apprensione, abbiamo trovato un chirurgo che ha assicurato soprattutto lei, della perfetta riuscita dell’operazione e ha calmato lo stato d’agitazione in cui è caduta. Agitazione che si è trasformata ieri sera in un’incazzatura selvaggia, giacché dovrà saltare un concerto, per il quale già si era bigliettata. Comunque anche il problema del biglietto è stato superato. Attraverso la rete l’ha immediatamente piazzato. Si tratta solo di trovare il tempo per l’equo scambio biglietto = denaro.

Nell’attesa tra una visita e l’altra ho potuto osservare la varia umanità che si avvicenda in un ospedale. Già il luogo, devo riconoscere è un bel luogo, moderno, con personale disponibile e preparato, paziente e ben disposto e quindi l’animo è più sollevato. Quanti sono invece i luoghi di degenza che rasentano, se non sprofondano, nell’indecenza? Purtroppo tanti e le possibilità d’intervento sono veramente risicate. Non sto qui a elencarne i motivi, che sappiamo tutti quali siano.

La varia umanità incontrata, quella si che è degna di un pensiero.

Abbiamo incrociato parecchi ragazzi, più o meno ingessati in varie parti del corpo, ma uno in particolare mi ha sbigottito. Con un gruppo di amici si vantava di essersi fratturato l’astrologo, tra il giubilo festante dei suoi sodali. Anche se qualcuno ha elaborato l’ipotesi che più che l’astrologo, in questione ci fosse l’astronomo. Ciò ha suscitato l’ilarità dei presenti e costui è stato tacciato di bestiale ignoranza. Noi, quelli di famiglia, guardandoci, abbiamo allargato la cerchia. Come sempre, hanno dato un tocco di classe le due donne bien ageé. Che si sono confidate, con voce tale che la cerchia delle file accanto ai loro posti, hanno sentito tutto e bene, non solo le proprie, ma anche altrui patologie. Dall’alluce valgo e dalla cipolla del signor Gino, a una rara sindrome cerebrale di un cinese che l’ha scoperta (Questa appannaggio della signora del quinto piano, poverina). Passando per ogni malattia cardiovascolare possibile (Si allarga la buona novella ad amici e parenti fino al sesto grado). Ogni frattura scompo e composta più artriti e artrosi per lo più debilitanti (Croce e delizia di norma di colleghi o ex colleghi dei rispettivi mariti). Non sottraendo di deliziarci su operazioni a tutti gli organi in un turbinio di umori corporali che schizzavano e gorgogliavano, manco fossimo in presenza delle cascate delle Marmore. ( Qui i colpiti sono molti e di diverse estrazioni sociali e parentali, rientrando in quest’ultime anche gli affini almeno fino al quinto grado). Alla fine mi sono sentito un po’ strano e dai sintomi ho percepita chiara la sindrome post-mestruale. O forse sono stato in presenza di una cefalea a grappolo, accompagnata da una tromboflebite bilaterale con accenno di uno stato pre ictus dovuto allo sforzo espulsivo di fecalomi pregressi? Ancora adesso accuso stati vertiginosi, nausea e secchezza delle fauci. I migliori però sono i “rompicoglioni a prescindere”. Quelli che non soltanto li rompono al paziente, che ha bisogno di tutt’altro, ma nell’ordine al personale dell’accettazione, a ogni camice bianco che si presenta e che non è naturalmente del reparto, ai compagni d’attesa. Ogni momento ha un’esigenza, anche contraddittoria, ma non importa. Loro devono sapere, devono passare davanti, saltare la fila, farsi spiegare per filo e per segno due volte, almeno, tutta la procedura e se per caso si accorgono della mancanza di una virgola o c’è stato un sospiro in più o in meno, eccoli pronti a pretendere ulteriore spiegazione. Il desiderio di dare libero sfogo agli istinti omicidi più biechi, lo senti impellente, appena hai la certezza di esserti imbattuto in simile personaggio. Oggi tre, ne abbiamo incrociato e per tre volte, abbiamo desiderato che la folgore celeste si abbattesse e ne facesse lo scempio dovuto. Ci siamo accorti, però, che non c’era il feeling adeguato.

A pranzo, veloce e abborracciato, accanto a noi si è seduta una ragazza. Con un turbante in testa e le braccia avvolte in bende. Di un pallore, non certo dovuto a un suo momento “fashon”. Gli occhi, quelli mi hanno colpito, colore cielo autunnale, dalle tonalità smorte, ma non livide, sembravano raccontare che dentro quel corpo abitasse “la bestia”. Non ancora sopita del tutto, non ancora allontanata del tutto. Non c’era rassegnazione o commiserazione. Solo certezza di ciò che stava vivendo, accompagnata dalla determinazione che si deve portare in battaglia. Uno sguardo che indicava anche la fragilità della nostra esistenza, di come possa diventare improvvisamente futile tutto quell’agitarsi intorno a ciò che crediamo indispensabile e il più delle volte si rivela superfluo, caduco, impalpabile, se non del tutto inutile. Non c’era l’ostentazione dei segni esteriori della malattia, ma solo l’immagine di una lotta intrapresa e non ancora finita. Senza un vincitore o un vinto. Ripenso a lei, ora che ne scrivo e rifletto su come si deve avere coscienza di se per superare certe prove, abbandonandosi più alla responsabilità verso di se, piuttosto che all’incertezza di una lotta fatta quasi d’obbligo. Un orgoglio, anche fragile, ma ben risposto, di chi agisce per il proprio bene, senza alterigia o boria, ma nell’umiltà di una buona azione per se e gli altri, che empatizzano con lei.

Non so come finirà quella guerra, ma spero in uno sguardo primaverile per il futuro.

Questo accade quando si diventa docili come …

Maicio I° detto il “Ligabue”

Bello, bellissimo, insopportabilmente Magnifico

Anche quando dormo sono un gran simpaticone

Ora basta foto … é il mometo catartico della giornata. Andate, grazie.

Per poi tornare

Ritornare e raccontare o provare a farlo in un afoso pomeriggio d’agosto. Con la testa un po’ vuota e la paura del foglio bianco. Quest’anno poi con meno idee e quelle poche, confuse più del solito. A chi dare la precedenza? Alla cronaca del pellegrinaggio? Come raccontare in poche righe cinque giorni vissuti sotto l’incalzare degli avvenimenti che si sono succeduti. Come raccontare delle parole ascoltate e dette.? Quali immagini utilizzare per gli sguardi, le occhiate o semplicemente le occasioni incontrate? Toppe e tutte arrivano alla mente insieme, come un’onda di marea, anzi di più: una mareggiata. Forse avrei dovuto tenere un diario, ma avrei dovuto scriverlo ogni giorno, ogni notte, rubando al poco sonno, quei momenti descrittivi, ma che non avrebbero reso di certo, gli attimi vissuti. Ci sono esperienze che devi vivere sulla tua pelle e mi rendo conto che le mie poche idee, non aiutano a rendere giustizia di quel che ho vissuto. Eppure, al di là della fatica provata, delle cose compiute e lasciate in sospeso o non fatte, rimane più che il ricordo, il proposito di ritornare. Per chiudere un discorso, per aprirne un altro, per ascoltare meglio e con più attenzione parole che ci sono giunte alle orecchie, cui non abbiamo dato il peso dovuto. Troppo distratti dal fare il pellegrinaggio, piuttosto che viverlo. Dimentichi del detto benedettino “Ora et labora”. Naturalmente c’è chi vede e provvede. Non importa se il provvedimento non arriva nei tempi giusti, oppure quando meno te lo aspetti. So da molto che i miei disegni sono così lontani e diversi da quelli del buon Dio, che mi stupisco ancora di riuscire a comprenderli. Quello che non ho fatto a Lourdes, l’ho fatto nei tre giorni appena passati, tra domenica e mercoledì. Non mi sento in pari, ma almeno ho recuperato un po’ il divario e sono più sereno.
Altro da aggiungere non c’è, forse perché è veramente vacanza. D’idee più che altro, di voglia di raccontare per filo e per segno tutto, ma proprio tutto quanto è successo. Perché é successo tutto e niente. Perché sono stato spettatore, più che protagonista o forse perché quanto è accaduto è stato un dono e a volte un pizzico di pudore non guasta.
Consentitemi ancora una cosa … ciao Francesca, un sorriso grande sotto un velo azzurro, consumata dal troppo amore. Un vuoto grande, ma pieno di un grande esempio d’amore per tutti noi.

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